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Che Guevara

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J. Malaquais – LOUIS ARAGON O IL PATRIOTA DI PROFESSIONE – L’INTELLIGENZA SERVILE

(13 Agosto 2023)

J. Malaquais, Le nommé Louis Aragon ou le patriote professionnel – L’intelligence servile, Les Egaux, supplemento a Masses, n. 7, febbraio 1947. Traduzione dal francese di Rostrum (agosto 2023).

Jean Malaquais

Jean Malaquais

Non è mai troppo tardi per rispolverare quei piccoli gioielli della letteratura – nascosti con fastidio ed imbarazzo sotto la coltre di vecchie censure intellettuali bipartisan – capaci di far vibrare con forza le corde di chi si schiera a viso aperto contro i “sacri” e sempre meno discussi “valori” del decadente mondo borghese. Con maggior fierezza proponiamo quella che ci risulta essere la prima traduzione in italiano di un breve scritto di Jean Malaquais, il quale appunta gli strali della sua penna/bisturi – tanto vigorosa ed esuberante quanto consona ad un autentico sentire internazionalista – contro il pus sociale del nazionalismo in generale e di quello secreto dall’infezione stalinista in particolare.

Non è mai troppo tardi, dicevamo, sia in considerazione del perenne infiltrarsi dello stalinismo – ideologia borghese – nelle pieghe del movimento operaio, sia tenendo conto delle odierne squallide farse del nazionalismo “classico”, liberal-conservatore o fascistoide; che si manifestino nel vasto mondo oppure nel paese in cui ci troviamo a condurre la nostra battaglia politica.

Dalle pianure d’Ucraina si leva alto e solenne il motto borghese: «Blut und Boden», sangue e suolo, dove il sangue è quello spillato ai proletari ucraini, per concimare ed irrorare un “suolo patrio” già svenduto al migliore offerente del capitale agroalimentare internazionale da “patrioti” … ad un tanto all’ettaro.

In Russia eroiche “valchirie” disarcionate per aver tirato sul prezzo dell’ingresso in un Valhalla troppo terreno – paradiso di nazisti denazificanti, cuochi di corte, macellai per diletto e mercanti per passione – invocano la salvezza della patria, mentre i proletari russi trascinano a piedi nel fango la carretta, nelle fabbriche e nel girone “Z” della guerra imperialista.


Quanto al nostro angolo di mondo, è sano e corroborante riaffermare quel “senso di pulizia” che solo la convinzione internazionalista può conferire, a fronte di quei rigurgiti di nazionalismo governativo, flaccido, ma retoricamente aggressivo, quel tanto che basta a mascherare sotto una grinta da gargoyle la copiosa salivazione della paura sociale e la sudaticcia apprensione piccolo-borghese per le sorti della propria “roba”, minacciata da meteci, migranti, alieni.

È piacevole e rinfrancante rileggere le pagine di Malaquais, meteco, migrante, alieno, se si prova il bisogno di igienizzare i condotti uditivi irritati dal frignare di ministri della Cultura che, a sentir loro, vorrebbero armare lo Stivale come una «portaerei culturale», vantando, come unica patente per pilotare intrepidamente su perigliosi mari questo imaginifico naviglio… l’aver scritto libri ignoranti ignorando come si leggano i libri altrui. Di certo non concorrono a soffocare il chiasso patriottardo le trovate da clown di direttori d’orchestra – la cui parabola politica, lineare come una chiave di violino, può indispettire solo chi scambia le nouances dello schieramento borghese per contrapposti poli – che, mentre dirigono, si bendano gli occhi per non assistere all’obbrobrio di un Puccini “sessantottinizzato” … e che si turano il naso – una narice per ogni colore del vessillo nazionale – mentre allungano le dita rimaste libere sul guiderdone dell’ingaggio. Non sono d’ausilio nemmeno le note flatulenziali dell’Inno a Roma, fatte eseguire da “direttori” tanto scaltramente colte da sapere che Puccini lo compose prima che il fascismo e il neofascismo ne facessero l’accompagnamento sonoro delle loro marcette al passo dell’oca o alla bersagliera – d’altronde non è forse altrettanto vero che la svastica fu un fulgido e splendente “simbolo solare” prima di diventare l’aggressivo aracnide della bandiera nazista? –, eppure, tanto pervase da “virile” e soprattutto “romana” virtus da ignorare che nella lingua “patria”, sacro lascito di padre Dante, esiste, nel caso specifico, apposita desinenza femminile atta a distinguere il genere nella definizione del loro lirico mestiere… Cosa aggiungere, se non augurare buona lettura a chi non riesce a nascondere il proprio disagio ogni volta che sente l’incimurrita espettorazione della parola “patria” (e ancor meno se a questo giallognolo scaracchio si accosta la limpida parola “socialista”)?

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È triste che spesso, per essere un buon patriota, si sia nemici del resto degli uomini.
Voltaire

Il sapore dell’acre frutto chiamato «patriota» – che sia di qui o di là o d’altrove – mi procura la gengivite. Acre e verde frutto invero, che professa di amare il «suo» Paese e che di conseguenza non ama il vostro. Acre, verde e «rinsecchito» frutto che il nostro tempo secerne come la «lumaca la sua bava», ma la cui morfologia non deve nulla a quella di Giovanna d’Arco, di Bolivar o d’altri Maccabei. Non conosco un più curioso miscuglio di astio, di «ghiandole lacrimali» e di «costipazione cronica» di quella signora che si sente scombussolata quando i colori della «sua» patria vengono issati su un manico di scopa, o di quel signore che soffoca dall’emozione quando batte il tamburo del «suo» reggimento. Bizzarra e «corrosiva chimica» che reagisce come un acido non appena non si pensa tutto il bene possibile del valore dei vostri sottufficiali, dell’eccellenza delle vostre virtù domestiche, della superiorità della vostra gomma «da masticare». Psicologia del tacchino che vede rosa in cima al suo mucchio di letame, e che vede rosso se il tacchino del vicino ci infila il becco.

Psicologia del tacchino che fa la ruota e gonfia il petto. Ma almeno è onesto. Poiché il dio dei tacchini lo ha dotato del bargiglio, è naturale che gli si inturgidisca. Fedele al suo stato, risponderà chiocciando non appena l’eroico sonaglio venga scosso. Moldavo, sarà colto da una crisi se in un comunicato stampa il suo nome sarà preceduto da quello del batavo; batavo, ne sarà orgoglioso. Si gonfia e si dilata alle lusinghe: quando si plaude al suo piumaggio, ai suoi speroni, al suo sterco; e diventa rosso se non s’applaude abbastanza forte, come piace a lui. Ha tutti i tipi di cattivo gusto: quello di «umettare» i propri discorsi con vibranti tremolii, quello di ammirare le statue equestri, quello di preferire le poesie pompose. Notevolmente permeabile alla messa in scena, alla fanfara ufficiale, partecipa a tutte le parate, l’applauso generoso ed il berretto approvante. Ma niente lo commuove come il numero di bombardieri della «nostra» aviazione, il tonnellaggio della «nostra» marina, i bottoni delle mutande della «nostra» fanteria. Non che sia indifferente ai formaggi del «nostro» Paese, ai fianchi delle «nostre» pollastrelle; tutto ciò a cui può accostare l’aggettivo possessivo «nostro» spalanca le sue patriottiche paratie, perché è un cittadino dalla fierezza facile, ma prima d’ogni altra cosa è sensibile alla tromba ed alla sciabola. È marziale così come si soffre di strabismo, così come si è soggetti al raffreddore; marziale naturalmente e senza sforzo. E quanto più gloriosa sarà la tromba, quanto più scintillante sarà la sciabola sul selciato, tanto più il moldavo si sentirà orgoglioso di non essere un batavo, e il batavo, moldavo.

Ma almeno è onesto. Non molto intelligente, ma onesto. Patriota per forza di cose, per forza di cataclismi, pensa sinceramente – nella misura in cui pensa – che il «suo» Paese abbia inventato o abbia contribuito ad inventare la maggior parte delle cose di cui parlano le enciclopedie, dall’amore romantico al filo per tagliare il burro. Trangugia come una medicina i luoghi comuni e le banalità del gergo patriottico, li rende meno eloquenti ma più voluminosi, ed anche se non sempre è d’accordo con le leggi del «suo» Paese, con la strategia dei suoi generali, vira al colorito blu se il patriota dall’altra riva osa una critica. È per il «lavare i panni sporchi in famiglia», perché, ovviamente, crede nella famiglia nazionale. Tuttavia, dal momento che la sua etica non si fonda su una dottrina ma su un complesso, non su un’ideologia ma su un mucchietto di sentimenti, il patriota moldavo o batavo non è affatto un professionista del patriottismo. Ne è, al contrario, la triste vittima.

***

Il professionista del patriottismo, invece, ha una complessione assai differente. Non possiede le beate certezze del tacchino, né il suo compiacimento. Anche se gracchia forte, anche se non disprezza nessuna nota della misera gamma oratoria dei demagoghi da circo, non soffre di occlusione intestinale: è consapevole di piazzare una merce e ne conosce il giusto prezzo. L’uno, relativamente vecchio, risale alle guerre di liberazione nazionale del secolo scorso, coniuga e declina malamente patrie-patria e ne muore asfissiato; l’altro, prodotto della vigilia, pone i suoi accenti sulla decadenza dell’idea nazionale… ci mette dello stile e l’inghirlanda – e non ne muore affatto. Simile al mangiapreti che, in vecchiaia, diventa un pilastro della sagrestia, al giovane anarchico che, sposandosi, diventa un modello di piccolo borghese, il professionista, all’inizio, non provava che disgusto per ciò che in seguito avrebbe masticato con avide labbra. La somiglianza, tuttavia, è soltanto apparente.

L’ex ateo, il giovane refrattario, in una parola l’anticonformista che finisce per entrare nel grande annuario dei sissignore, soccombe al peso implacabile delle coercizioni sociali; ha subìto una sorta di evoluzione a ritroso e si è liquefatto sotto la dissolvente morsa delle norme borghesi. D’altra parte, lo specialista della patria, almeno quello di cui in queste righe intendo tratteggiare la figura, è – di norma quasi assoluta – un transfuga consapevole ed organizzato. Ma ciò che lo differenzia veramente dal patriota belante è che gli amori di quest’ultimo sono ancorati al suo suolo natìo, inseparabili in qualche modo dal suo certificato di nascita, egli non giura che sulla Moldavia se moldavo, sulla Batavia se batavo, mentre l’altro, a prescindere dal suo Paese d’origine, dalla sua lingua madre, non professa che un’esclusiva passione: quella della Russia sotto Stalin. Questo patriota di mestiere è, in realtà, un apolide. E, stranamente, tra i milioni di apolidi di oggi, è l’unico fenomeno che presta fedeltà al più mostruoso dei totalitarismi.

***

Il prototipo del patriota professionista apolide, colui che ha raggiunto una sorta di grandezza nel maneggiare l’acquasantiera staliniana, è Louis Aragon, poeta per grazia degli dei, clarinetto per grazia di San Giuseppe; Louis Aragon, ex-dadaista, ex-surrealista, autore de Il sesso di Irène, de Il paesano di Parigi, del Trattato dello stile, ex-sé stesso; Louis Aragon che scrisse: «Mi sia concesso qui, a casa mia, in questo libro, di dire all’esercito francese che lo disprezzo», (cito a memoria) – che così scriveva quando possedeva del genio; Louis Aragon che, come il bardo di turno dell’Uzbekistan, si spolmonava: «Urrà Ural!» – che così si spolmonava quando non possedeva più del genio; Louis Aragon che, più coccardiero del defunto Déroulède, si sgola con il verso dei galli: «… Mai spento, rinasce dalle sue braci, perpetuo brulotto della patria» – che così si sgola quando, in quanto a genio, non gli restano che mattoncini.

Ma forse sono ingiusto. Forse, abbandonandomi con compiacimento al franco disgusto che la professione del patriota apolide mi ispira, sono troppo contento di travolgere Louis Aragon – travolgerlo al punto di negargli un’oncia di autentica emozione. Forse, al prezzo del mio disgusto avrà guadagnato altre simpatie, più degne, più disinteressate della mia. Forse, l’effetto di noce vomica che la sua morale, la sua prosa, la sua rima, esercitano su coloro che credono ancora nella dignità dell’uomo, nell’imprescrittibilità della vita, che non si ingozzano di odio né pensano che il massacro chiami il massacro, forse questo effetto non è sufficiente per disprezzare il nostro professionista –. Potrebbe darsi veramente? Perché, alla fine, egli viene salutato, viene acclamato, viene gustato come il miele nel torrone da quelle stesse persone che lo odiavano quando la sua arte – allora autentica – le fustigava in pieno volto. Ma è anche per costoro che egli fatica, che egli suda: «… Ah, parlatemi d’amore, onde di piccole onde»; per questa clientela che egli disprezza mentre cinguetta sotto le sue finestre, e che lo ricambia ben bene mentre lo seppellisce sotto le lusinghe; per questa clientela che ha l’ordine di sedurre e di cui titilla i più bassi istinti – come è giusto che sia per chi passa nel campo nemico e vuol farsi una scorpacciata.

E non mi si venga a dire che ancora una volta mi abbandono al mio mal di cuore. Su La Nouvelle Relève, rivista cattolica e benpensante del prudente Canada, si legge a firma del signor Marcel Raymond (Vol. III, n. 6, agosto-settembre 1944): «In Canada, chiunque avesse tentato, qualche anno fa, di scriver bene di libri come Les Cloches de Bâle, Le Mouvement perpétuel, Anicet, o di mettere in conto all’arte l’oscenità di Les Paramètres, si sarebbe visto puntare il dito contro. È bastato che questo poeta parlasse della Francia, con la mano sul cuore, che evocasse Dunkerque o il “Giugno pugnalato”[1], perché gli venisse perdonato tutto del suo inquietante passato. Viene nominato nei salotti; i suoi versi vengono letti alla radio, con ogni sorta di accompagnamento serafico, viene citato a colazione mentre si affonda il coltello fino al fondo nel barattolo di marmellata inglese. Che tutti coloro che non hanno mai sentito parlare di poesia, che hanno sempre considerato i “veggenti” dei mascalzoni, dei burloni o degli illuminati, si accaparrino ora Aragon e ne facciano la loro celebrità, è sufficiente ad innervosire il critico più pacato». Vendetta della borghesia contro la poesia. Che il simbolo del disordine diventi il simbolo dell’ordine e che la bandiera del nazionalismo più gretto sia quella che vuole rimestare completamente il passato, ha in sé qualcosa di imbarazzante… «I loro (della borghesia) soffocamenti di gioia e i loro borborigmi di ammirazione di fronte – il più delle volte – al peggio del peggio, ostacolano il piacere dell’ammiratore di buona volontà. Egli sente quanto la poesia sia sempre stata più avanti rispetto al pubblico e come Aragon la riporti invece nei ranghi».

Ma ci si sbaglierebbe nel pensare che Aragon si accontenti di dettare il ritmo alla sola poesia. Gli amori di questo patriota sono così esclusivi, così intere le sue gelosie, che egli vuol mettere alla sua amata la museruola in alto, e la cintura di castità in basso. Perché, rimanendo in rima:

Potete condannare un poeta al silenzio

E fare di un uccello del cielo un galeotto,

Ma per negargli il diritto di amare la Francia

Dovete sapere che nulla è in vostro potere.


Egli reclama le galere e dodici pallottole in pancia per chiunque sia dell’avviso di non inebetirsi con lui, di non scoprirsi il capo alla parola Francia, scusate, volevo dire alla parola URSS.

***

«Esiste una poesia della bassezza», scrive Louis Aragon, guardandosi allo specchio, a proposito delle Pagine di diario (1939-1942) di André Gide e, nello stesso testo, che in termini di bassezza è il suo capolavoro, aggiunge «so che non mancheranno persone che diranno che è davvero un po’ troppo evidente da dove mi viene il dente avvelenato che gli riservo».

Beh, grazie a Dio no, non mancheranno. In effetti troppe persone sanno che Aragon era solito sghignazzare per ogni virgola che usciva dalla penna di Gide quando Gide pensava dell’URSS ciò che oggi Aragon ritiene obbligatorio pensarne, e che non si è stancato di reclamare la pelle di Gide da quando Gide ha osato pensare che in URSS ce la si rimetta. Troppe persone conoscono i nobili sentimenti alla base delle veementi proteste di Aragon contro il ritorno di Gide «tra noi che vediamo ancora dei sanguinosi vuoti tra le nostre file» – Troppa, troppa, troppa gente. Ma se qualche ingenuo non lo sapesse, Aragon stesso si prende la briga di curare le ferite del suo cuore: questo dente, piccolo ingenuo, lo conservo per lui a causa dei suoi due libri sul viaggio nella terra della mia fiamma[2]. Aragon non dormirà sonni tranquilli, Giovanna d’Arco non smetterà di annusare le sue lacrime, finché Gide non espierà questo peccato mortale con il suo sangue. I «sanguinosi vuoti» che il patriota di professione contempla tra le sue file, non potranno essere colmati; manca il corpo del grande vegliardo affinché la fossa sia riempita. Così, a questa mancanza, a questo cadavere mancante dal suo quadro, Aragon si appresta ad ovviare. Trasportato sulle ali del suo sacro amore per la patria, si lascia discendere planando sulle Pagine di diario e, orrore! ciò che innanzitutto e soprattutto scopre è che, dalla fine del 1940, l’autore de L’immoralista mostra un grande interesse per la lingua tedesca, precisamente per Goethe, come se, nota Louis Aragon, «come se, di fronte al successo delle armi tedesche, fosse un vero dovere leggere il Faust».

Il vero dovere sarebbe stato, inutile dirlo, immergersi in una “Vita di Suvorov“ il più possibile illustrata, e, non riuscendo a comporre terzine in cui Baiardo [3] faccia rima con gagliardo (ah! se Gide avesse avuto il genio lirico di Aragon!), tentare almeno qualche riflessione sull’insondabile perversione del popolo tedesco. Goethe in primis. Tuttavia, il terrore del patriota apolide rasenta l’incubo quando Gide – del quale sappiamo quanto pesi le sue parole – scrive che più d’un contadino accetterebbe «che Cartesio o Watteau siano stati tedeschi oppure che non lo siano mai stati, se questo gli farà vendere il suo grano per qualche centesimo in più». Perché non è vero, nessuno ignora che normanni e piccardi e lorenesi hanno combattuto un secolo nel solo nome di Watteau, di cui tutti hanno letto i discorsi, e nel solo nome di Cartesio, di cui tutti hanno ammirato i divertimenti campestri [4].

Aragon è ancora più indignato perché sa che in un Paese educato, libero e socialista l’inchiostro si trasformerebbe in acqua nella penna di qualsiasi scrittore che osasse dire che al calmucco o al cosacco non importa più del colore delle sue prime mutande se Puškin fosse russo o cubano. Ma quando, il 14 luglio, Gide annota: «Il sentimento patriottico non è del resto più costante degli altri nostri amori…» Aragon, il cui patriottismo avrà tutta la costanza che implica una consegna politica, Aragon monta subito sul suo grande cavallo e inizia a gridare: «Morte ai traditori!». L’«a morte!» è sempre stato il grido prediletto del nostro personaggio. Anche nella sua più fiera giovinezza, la sua scia emanava un sentore di necrofilia. L’ombra del patibolo incombeva sulla sua tortuosa carriera, ed era in quell’ombra che amava sognare. Ho sentito dire che, quando un suo parente acquisito – un piccolo agente provocatore al servizio della GPU che ha avuto sfortuna – è stato giustiziato in Russia, è stato visto sfregarsi le mani e dire: «ben fatto!» Nessuno meglio di lui gridò a morte durante le tragiche giornate del maggio 1937 a Barcellona; nessuno meglio di lui denunciò alla polizia i militanti antistalinisti spagnoli rifugiatisi in Francia. Oggi ha bisogno della vita di André Gide! Ma chi è che non conosce quest’uomo? Chi è che non prova un senso di nausea guardando l’abisso in cui Louis Aragon non ha cessato di affondare con il deretano più in su della testa? Chi non l’ha visto, ieri antimilitarista, oggi il ventre tronfio sotto le sue decorazioni? Ieri istericamente internazionalista, oggi xenofobo in tutti i sensi? Esiste un trucco da giocoliere, una capriola da saltimbanco che non abbia eseguito? Lo abbiamo visto ballare il Casatchok con l’accompagnamento della Marsigliese, ubriacarsi di vodka e gridare «viva un goccetto di quello buono». Lo abbiamo visto applaudire i processi di Mosca e reclamare giustizia, lodare la “democrazia sovietica” e disprezzare il “fascismo nostrano”; lo abbiamo visto drizzare gli aculei al nominare la Chiesa e lo abbiamo visto avvicinare il cardinale Verdier per chiedergli di intercedere presso Franco per sospendere il bombardamento di Madrid perché è Natale (1936); lo si vide reclamare il palo per i pacifisti, e lo si è visto – unico tra i pennivendoli – avere lo stomaco di proclamare sul suo foglio russo (Ce Soir, 24 agosto 1939) che il patto Stalin-Hitler significava pace sicura e certa, mentre la Francia – questa puttana imperialista – non sognava che piaghe e ammaccature. (Colti di sorpresa e senza istruzioni, Cachin e il defunto Péri [5] non sapevano su quali natiche sedersi, e l’Humanité dello stesso giorno non disse una sola parola su questa “pace”). Ed eccolo qui, drappeggiato in bicolore ed a cavalcioni dell’Arco di Trionfo e torturando falsi alessandrini e false rime, del tipo France et silence, ed eccolo ancora una volta invocare la forca per chiunque non saltelli sulla sua corda – la corda su cui lui e il suo degno compare, Ilya Ehrenburg, fanno i macabri funamboli.

Egli ha tutto calpestato, compresa la sua stessa ombra, tutto «insudiciato» con i suoi primi amori, tutto «inquinato» con le sue ultime «deiezioni». Che il patriota belante, il cui orecchio e il cui «fegato» fioriscono con il chiccirichì [6] di Aragon, non sia timido; lo troveranno nella pattumiera in fondo alle mie scale, e potranno raccattarlo lì.

Ed ora vado a lavarmi le mani ed a sciacquarmi la bocca.

Jean MALAQUAIS

NOTE

[1] Riferimento alla decisione dell’Alto comando francese di arrendersi alla Germania nazista nel giugno 1940.

[2] Riferimento a Ritorno dall’URSS e a Postille al mio Ritorno dall’URSS di André Gide, del 1936 e 1937.

[3] Baiardo, in francese Bayard, è nel ciclo carolingio il nome del cavallo baio del paladino Rinaldo.

[4] Cenno ironico al Discorso sul Metodo di Cartesio e al quadro Divertimenti campestri del pittore francese del Settecento Antoine Watteau.

[5] Marcel Cachin, dirigente del PCF stalinista e Gabriel Péri, redattore del giornale del partito, morto nella Resistenza.

[6] “Cocorico”, espressione figurata dello sciovinismo francese, il canto del “gallo” simbolo nazionale.

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

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