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Raffaele De Grada 1916 2010

Raffaele De Grada 1916 2010

(4 Ottobre 2010) Enzo Apicella
E' morto all’età di 94 anni Raffaele De Grada, comandante partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, critico d'arte.

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Tony Cliff – L’INTERNAZIONALISMO RIVOLUZIONARIO IN PALESTINA 1937-1946

Seconda parte

(2 Novembre 2023)

Collage internazionalista

Lavoratori ebrei ed arabi in marcia con striscioni internazionalisti alla parata del Primo Maggio 1949 a Ramla

Dal socialismo sionista al trotskismo

All’età di 14 anni, mi ero unito alla federazione giovanile del partito socialdemocratico sionista, il Mapai. Questo partito era un groviglio di contraddizioni. Dominava il sindacato così come tutti i consigli municipali, i suoi membri si consideravano sinceramente socialisti. L’ala sinistra del movimento socialista sionista pubblicava in ebraico un gran numero di opere di Marx ed Engels. Aveva anche pubblicato una traduzione di due libri di Trotsky, la Storia della Rivoluzione Russa e La mia vita.

All’età di 16 anni mi unii all’organizzazione sionista di sinistra chiamata Mifleget Poale Zion Vehachougim Hamarksistim b’Eretz Israel – il Partito dei Lavoratori di Sion e i Circoli Marxisti della Terra d’Israele (MPZVCMEI).

Ma le tensioni e le contraddizioni della politica dell’organizzazione misero a dura prova le mie idee e le mie convinzioni. Non citerò che un solo evento significativo.

Nel febbraio 1934, una magnifica battaglia si svolse a Vienna, dove i lavoratori si sollevarono contro il fascismo. Benché fossero stati vinti, Vienna diventò una fiamma ispiratrice per tutto il movimento operaio internazionale. L’anno precedente, nel 1933, il movimento dei lavoratori tedeschi – il più forte e meglio organizzato del mondo – aveva capitolato davanti ai nazisti praticamente senza combattere. Nel mondo intero, mi ricordo, dei socialisti, dei comunisti e degli antifascisti ripetevano lo slogan «Piuttosto come Vienna che come Berlino!». Nello stesso periodo, fu organizzato dal Mapai un meeting ad Haifa, al quale assistetti. Il segretario della centrale sindacale di Haifa prese la parola. Egli cominciò il suo discorso con queste parole: «Non c’è stato un simile eroismo che una sola volta nella storia – durante la Comune di Parigi». Che magnifica dichiarazione di sinistra! Egli concluse dicendo: «Quello di cui abbiamo bisogno, è l’unità dei lavoratori». Quando finì, intervenni e aggiunsi «internazionale». In ebraico l’aggettivo viene dopo il nome, così che il mio intervento significava «l’unità internazionale dei lavoratori». Se avessi gridato “Viva la classe operaia britannica” o “Viva la classe operaia cinese”, sono sicuro che non avrei sconvolto di più l’oratore. Ma, nel contesto della Palestina, le mie parole significavano nei fatti l’unità con gli arabi. Tre membri del servizio d’ordine si avvicinarono a me, due di loro mi tirarono per le braccia mentre il terzo mi afferrò l’anulare e me lo torse fino a spezzarmelo. Vada per la Comune di Parigi, ma mai con i lavoratori arabi.

Sempre più delusi dal MPZVCMEI, alcuni fra noi cominciarono a proclamarsi trotskisti, operando come frazione in seno a questa organizzazione. I brillanti scritti di Trotsky sulla Germania di fronte al nazismo non ci arrivarono che dopo la vittoria di Hitler. Contribuirono in modo cruciale a fare di noi dei trotskisti.

Nel 1938 fummo espulsi dal MPZVCMEI. Le circostanze di questa espulsione sono interessanti in quanto mettono in luce la natura contraddittoria delle organizzazioni di sinistra centriste. Il MPZVCMEI era affiliato al Bureau Internazionale dell’Unità Socialista Rivoluzionaria, un’organizzazione centrista. Il suo segretariato era a Londra, conosciuto con il nome di Bureau di Londra. Ne facevano parte l’Indipendent Labour Party britannico, il POUM spagnolo, la SAP tedesca e altre organizzazioni.

Alla fine del 1938, due parlamentari dell’Indipendent Labour Party, Campbell Stephen e John McGovern, vennero in Palestina. Il nostro partito organizzò per loro due riunioni pubbliche. Durante la prima, a Gerusalemme, c’era una folla, senza dubbio circa 1000 persone. L’attrazione erano i deputati e non il nostro partito, che non contava che qualche decina di membri nella città. Alla fine della riunione, il pubblico si alzò per cantare l’inno sionista, Hatikvah. Il nostro partito si era sempre rifiutato di alzarsi per questo canto ma quella volta i dirigenti dell’organizzazione si alzarono, probabilmente per dissimulare il fatto che la maggioranza del pubblico era alla nostra destra. In tribuna, tutti si alzarono tranne me. Io rappresentavo i giovani dell’organizzazione. Fui veramente sorpreso che nessuno dei due deputati dell’ILP mi domandasse perché restavo seduto. Al meeting seguente con i parlamentari ILP, ad Haifa, un giovane membro della nostra organizzazione si alzò e lesse una breve dichiarazione in inglese contro l’imperialismo e il sionismo. Pensammo che ormai la distinzione fosse chiara. Ahimè, i dirigenti del partito erano molto maligni, e dopo la lettura della dichiarazione si alzarono ed applaudirono. I visitatori inglesi pensarono probabilmente che il giovane si fosse male espresso in inglese. Qualche giorno dopo la loro partenza dalla Palestina, il nostro gruppo fu espulso per questa dichiarazione.

Incidentalmente, otto anni più tardi, la mia strada incrociò di nuovo quella di Campbell Stephen. Ero in Inghilterra, minacciato di espulsione dal territorio. Chanie ed io andammo alla Camera dei Comuni per domandargli aiuto. Si ricordò senza dubbio di me. Nondimeno, dall’inizio della discussione mi domandò: «Qual è secondo Lei la soluzione della situazione in Palestina?». Cominciai a parlare della necessità di opporsi all’imperialismo ed al sionismo. Ma lui doveva essere su un altro pianeta, poiché mi rispose: «Ritornate verso il Signore, voi ebrei, martiri dell’umanità». Pensai di aver capito male, la mia conoscenza della lingua inglese era lontana dall’essere perfetta. Domandai a Chanie in ebraico: «Che va dicendo?». Lei tradusse – che sciocchezza centrista! Malgrado tutto acconsentì ad aiutarmi.

Per un breve periodo – due anni – passai dalla sinistra sionista al Partito comunista, ovvero stalinista, per poi finalmente diventare trotskista. Non feci parte del Partito Comunista di Palestina perché era clandestino e non trovai nessun modo per raggiungerlo.

Gli eventi di Germania furono cruciali nella mia trasformazione trotskista. […] Divenni dunque trotskista. Non ho mai avuto occasione di rimpiangerlo. Ma sarebbe un errore sottostimare la sofferenza causata dalla rottura con lo stalinismo. Questo esercitava una considerevole attrazione su coloro che temevano Hitler. Lo stalinismo non era solo un movimento politico, era anche un movimento religioso fanatico. Quello che Marx disse a proposito della religione. «Il cuore di un mondo senza cuore, il sospiro degli oppressi, l’oppio del popolo» – in quel periodo si attagliava allo stalinismo. Più la classe operaia conosceva disfatte, più grande era l’attaccamento allo stalinismo come ad una forza che poteva opporsi a Hitler nell’avvenire. Ahimè, fu la politica di Stalin che facilitò la vittoria di Hitler: dal “socialfascismo” alla massiccia virata a destra costituita dalla politica dei Fronti Popolari in Francia e in Spagna fino al patto Hitler-Stalin. Rompere con questa potenza per diventare trotskista era un’esperienza molto dolorosa. Per illustrare l’aspetto religioso dello stalinismo, menzionerò un piccolo evento: quando un membro del PC palestinese ricevette un paio di stivali dalla Russia, li abbracciò; per lui erano delle icone.

Il breve periodo della mia giovinezza – qualche mese – in cui appartenni allo stalinismo mi aiutò a comprendere la forza della presa di Stalin sui suoi aderenti. Un razionalista non può capire la forza della religione, con i suoi assurdi argomenti. Non può cogliere l’attrattiva della religione per degli esseri deboli e vulnerabili messi di fronte ad una natura e ad una società ostili. Solo il potere, la lotta, possono emancipare l’umanità dalla religione.

Essendo stato trotskista per tutto il resto della mia vita, posso affermare in tutta onestà che non ho mai deviato dal mio sostegno totale al trotskismo e dal mio orrore per lo stalinismo, che tante catastrofi ha causato all’umanità.

I lavoratori arabi intrappolati nel campo della reazione feudale

Ho già fatto riferimento al sionismo come ad una trappola per i lavoratori ebrei in Palestina. Una classe operaia araba forte e dinamica avrebbe potuto tirare fuori la classe operaia ebraica dall’impasse nel quale la costringeva il sionismo. Sfortunatamente, fu l’espansione sionista stessa (che minacciava gli arabi di quella che verrà in seguito chiamata “pulizia etnica”) ad impedire ai lavoratori arabi di staccarsi dai dirigenti più reazionari.

La colonizzazione spaventava le masse arabe, questo diede la priorità alla loro opposizione al sionismo, predisponendoli ad unirsi ai proprietari fondiari feudali che predicavano il compromesso con l’imperialismo per tentare di arrestare l’espansione sionista. Naturalmente, gli arabi non avevano neanche una pallida idea dell’impatto che questa espansione avrebbe avuto in seguito. La pulizia etnica degli arabi conseguente alla fondazione dello Stato d’Israele era ancora di là da venire.

“La catastrofe” è il termine utilizzato dai palestinesi per indicare la fondazione dello Stato d’Israele nel 1948. Dopo, con le tre guerre che hanno contrapposto Israele agli arabi (nel 1948, 1967 e 1973), la pulizia etnica dei palestinesi prese una dimensione di massa. Oggi ci sono nel mondo 3.400.000 rifugiati palestinesi, molto più del numero di quelli che sono rimasti nella regione dove vivevano un tempo. Le cifre della proprietà fondiaria attestano la loro eliminazione: nel 1917 gli ebrei possedevano il 2,5% delle terre del paese. Nel 1948, la cifra è passata a 5,7%, e attualmente è vicina al 95% nei confini antecedenti al 1967. Oggi in Israele, in cui i palestinesi formano circa il 20% della popolazione (un milione su cinque), secondo uno specialista palestinese

nelle 22 università non c’è un solo impiegato arabo, neanche un segretario. La compagnia elettrica impiega 25.000 persone, fra le quali solo sei sono arabi. Siamo il 20% della popolazione e abbiamo il 2,5% della terra[8]
.

La massa del proletariato palestinese si sentì costretta a resistere alla forte espansione dei coloni sionisti facendo appello all’imperialismo britannico. Essa fu dunque preda dell’influenza reazionaria feudale.

Alla testa di questa corrente reazionaria c’era il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajji Amin al-Husseini, capo religioso dei mussulmani e patriarca di una ricca famiglia di proprietari terrieri. Egli fu nominato a questa carica con l’assenso delle autorità britanniche. Nel 1936-39 ci fu un sollevamento degli arabi contro l’espansione delle colonie ebraiche, che fu brutalmente represso dall’esercito inglese e dai volontari sionisti. All’epoca di queste sommosse, Al Liwa, il giornale di Hajji Amin al-Husseini, fece leggere in un editoriale:

È l’influenza ebraica che si è infiltrata nel cuore della politica britannica in Palestina, che arreca torto alle autorità e gli impedisce di compiere i doveri imposti dai sentimenti umani[9].

La proclamazione n. 3 della direzione della rivolta araba, in data 4 settembre 1936, dice:

È increscioso che la Gran Bretagna subisca queste perdite in una parte santa dei Paesi arabi, loro alleati di ieri e di oggi, perseguendo lo scopo di servire il sionismo e di costruirgli un focolare nazionale nella Palestina araba. I Paesi arabi non combattono gli interessi britannici, allo stesso modo che gli arabi non si battono contro la Gran Bretagna, e non desiderano nuocere ai suoi interessi ma solamente lottare contro la colonizzazione ebraica e la politica sionista. Fatti salvi questi due punti, gli arabi vivrebbero amichevolmente e pacificamente con gli inglesi[10].

Il 13 dicembre 1931, Al-Jami’a Al-Arabiya, il giornale del Consiglio Mussulmano degli Husseini, pubblicò un estratto del tristemente celebre Protocollo dei savi di Sion che “provava” la collusione degli ebrei con il comunismo. Documenti simili apparirono spesso sullo stesso giornale e in generale sulla stampa araba di Palestina.

L’idea dell’identità fra sionismo e bolscevismo fu affermata per incoraggiare i dirigenti imperialisti a togliere solidarietà al sionismo. Quest’idea assunse una forma chiara in un libro destinato in special modo ai lettori britannici, in particolare a quelli che erano legati all’amministrazione della Palestina. «È naturale che gli arabi siano irritati dall’audacia e dall’aggressività di questi nuovi arrivati e siano influenzati dai princìpi sociali e bolscevichi che essi portano con loro. Un forte elemento bolscevico si è già stabilito nel paese ha prodotto il suo effetto sulla popolazione»[11].

Ogni atto reazionario compiuto nel mondo fu calorosamente applaudito dai giornali e dai dirigenti ufficiali arabi. Così, il 4 aprile 1935, Al-Jami’a Al-Arabiya pubblicò un articolo di Shakib Arselan, un dirigente druso al servizio dell’Asse Hitler-Mussolini, nel quale egli scrisse: «Noi non dimentichiamo il lodevole comportamento del leader dell’Italia a sostegno degli arabi all’epoca in cui era redattore capo del giornale Il Popolo d’Italia… Noi consideriamo come un onore incontrare un grande uomo che è oggi praticamente il più importante Uomo di Stato europeo». E proseguiva enumerando i benefici di cui Mussolini aveva riempito Tripoli. In un’altra occasione, a proposito dell’invasione italiana dell’Abissinia, egli scrisse: «Non dobbiamo rimpiangere il governo abissino che per secoli ha oppresso i mussulmani del suo Paese». Esistono dirigenti di altri movimenti nazionalisti delle colonie che abbiano raggiunto una così profonda degradazione da sostenere una guerra imperialista contro un altro popolo coloniale?

Nello stesso numero di Al-Jami’a Al-Arabiya (4 aprile 1935) fu pubblicato un articolo intitolato L’Islam e gli ebrei, scritto dal mussulmano inglese Khaled Sheldrik, nel quale, tra le altre cose, dichiarava:

Hitler ha liberato la Germania dal giogo dei capitalisti ebrei… La Germania avanza oggi sul cammino del progresso… Se il successo di questo movimento persiste, gli altri Paesi ne seguiranno l’esempio…


Lo stesso giornale stampava costantemente articoli antisemiti estratti dal giornale inglese The Fascist, e le stesse idee erano ripetute in modo inequivocabile e in ogni passo dai dirigenti nazionalisti arabi di Palestina[12]. La ribellione di Franco fu salutata con entusiasmo dal giornale Al Liwa.

L’esistenza del sionismo e del sostegno che gli apportavano le masse ebraiche permise alla reazione feudale araba di deviare la collera antisionista dall’imperialismo e dalla minoranza di capitalisti in seno alla comunità ebraica. Invece che in quella direzione, essa fu incanalata verso una forma di odio razziale anti-ebraico.

La lotta di classe del proletariato arabo, che era ancora nella sua infanzia, non seppe né avanzare né rafforzarsi durante i sollevamenti nazionali del 1929 e del 1936-39. Al contrario, fu paralizzata. Mentre le rivolte popolari nei paesi coloniali vedevano gli scioperi contro il capitale straniero giocare un ruolo crescente, qualcosa di molto differente si produsse in Palestina. Dal 1933 al 1935, ci furono importanti scioperi economici dei lavoratori arabi, essenzialmente nelle imprese capitalistiche straniere: Irak Petroleum Co, Shell, nelle ferrovie, nel porto di Haifa, nella grande industria di tabacchi Karaman, Dick i Salti, etc.. Ma durante tutto il periodo dei tumulti del 1936-1939, non ci fu un solo sciopero nelle imprese controllate dal capitale straniero o dal governo.

Per i signori feudali e la borghesia arabi, il sionismo era la sola fonte di disaccordo con l’imperialismo. I dirigenti arabi non cessarono di sforzarsi di provare che potevano essere degli alleati affidabili dell’imperialismo, che questo poteva quindi fare a meno di utilizzare il sionismo come suo pilastro orientale. In modo costante, essi ripeterono il ritornello: la politica britannica di sostegno al sionismo è dovuta all’influenza degli ebrei ma è contraria agli interessi dell’Impero.

L’impasse nella quale erano contrapposti i lavoratori arabi ed ebrei non avrebbe potuto essere spezzata che da un movimento possente e dinamico della classe operaia araba. Purtroppo, la classe lavoratrice araba era troppo esigua e troppo debole per assolvere a questo compito.

La costruzione di un’organizzazione trotskista in Palestina


Dal 1938 fino al settembre 1946, fui impegnato nello sforzo di costruire un’organizzazione trotskista in Palestina. Era molto difficile. In tutto il pianeta, il trotskismo, la Quarta Internazionale, non giunse mai a provocare una rottura su larga scala dei ranghi dei partiti tradizionali del movimento operaio. In questo la sua sorte fu assai differente da quella della Prima, Seconda e Terza Internazionale.

[…] In Palestina, dovevo utilizzare tre lingue: per i lavoratori ebrei scrivevo in ebraico, firmando i miei articoli Y Tsur; per gli arabi, utilizzavo lo pseudonimo di Yussuf El Chakry, e i miei articoli in inglese erano firmati L. Rock. Tutti questi nomi significavano roccia o pietra.

Mentre tentavamo di costruire, nel 1938, un’organizzazione trotskista in Palestina, prendemmo contatti con l’organizzazione trotskista americana, il Socialist Workers Party. Questo ci inviava regolarmente degli articoli di Trotsky. Era per noi di importanza straordinaria. Malgrado tutto, non si andava avanti. Nel 1946, eravamo una trentina, fra i quali sette arabi, il resto erano ebrei. Fu molto difficile, per non dire impossibile, per i membri ebrei distribuire la rivista in arabo o i volantini in arabo. Era estremamente difficile per loro reclutare degli arabi nell’organizzazione perché pochissimi tra di loro lavoravano con degli arabi, come ho descritto precedentemente.

Perseverando, riuscimmo a conquistare dei preziosi lavoratori ed intellettuali arabi. Erano dei diamanti umani. All’inizio del 1940, potemmo reclutare il caporedattore di El Nur, il giornale arabo legale del Partito Comunista di Palestina clandestino. Si chiamava Jabra Nicola, era un uomo veramente brillante. Mentre lavorva per El Nur, Jabra si guadagnava da vivere come giornalista per un quotidiano arabo borghese. Lavorava di notte. Ogni giorno, alla fine del suo servizio, lo incontravo e discutevo con lui per tre o quattro ore. In capo ad un mese, arrivai a convincerlo. Può darsi che sia stato motivato anche dalla prospettiva di non essere più assillato! Fu veramente una grande riuscita. Affinché si comprendano bene le condizioni d’esistenza di Jabra, riferirò di un incidente. Chanie doveva vederlo per prendere in consegna un articolo che aveva scritto. Non potevo andarci io stesso perché mi nascondevo dalla polizia. Andò a “casa” sua – una sola stanza. In questa stanza, egli viveva con sua moglie e suo figlio di un anno, sua sorella vedova con suo figlio, e sua madre – che stava morendo di cancro.

Nel 1942 fu eletto segretario arabo del Partito comunista a Gerusalemme. La storia è molto affascinante. Dal settimo congresso del Comintern, nel 1935, fino all’agosto 1939, i partiti stalinisti di tutto il mondo insistevano sul fatto che la guerra in arrivo sarebbe stata una crociata antifascista. Con il Patto Hitler-Stalin dell’agosto 1939, la linea cambiò completamente: la guerra era ormai di natura imperialista. Quando la Germania nazista invase la Russia nel giugno 1941, si produsse una nuova brusca svolta. Churchill era adesso l’amico di Stalin e la politica del Partito Comunista britannico, ad esempio, consisteva nell’invocare un’alleanza con Churchill, a sventolare l’Union Jack ed a cantare con fervore “God save the King”. Era semplice.

Ma cosa si poteva fare in un Paese come la Palestina, dove vivevano due popoli separati, con dirigenti nazionali distinti, con degli inni e delle bandiere nazionali differenti? Con il Patto Hitler-Stalin, il Partito Comunista di Palestina affermò che l’intero Oriente era nemico dell’imperialismo e che

le masse indiane e arabe sono sul punto di rivoltarsi apertamente contro il dominio imperialista[13].

Quando i nazisti invasero la Russia, si produsse un cambiamento di linea radicale. Ormai,

il governo deve capire che dispone di una importante regione amica in Medio Oriente[14].

Poco prima, il

governo britannico della Palestina (rappresentava) un regime di sottomissione, di sfruttamento, di repressione e di nera reazione. Questo regime (era) lo stesso che quelli di Hitler e Mussolini, con i quali l’imperialismo franco-britannico (lottava) per il monopolio dello sfruttamento del proletariato dei Paesi capitalisti e delle nazioni oppresse delle colonie[15].

L’Alto Commissario britannico era oramai il rappresentante della democrazia, e

noi conserviamo nei nostri cuori le sue buone qualità personali… la manifestazione delle sue vere caratteristiche sociali[16].

Con la virata di 180° della politica degli stalinisti nel giugno 1941, divenuti entusiasti sostenitori della “guerra per la democrazia”, gli stalinisti ebrei manifestarono, salvo qualche eccezione, una certa ambivalenza riguardo al sionismo. Evidentemente, ciò non era possibile per gli stalinisti arabi. Il partito si divise in due: il partito ebraico (che non aveva un solo membro arabo) continuò a portare il nome di Partito Comunista di Palestina (PCP); il partito arabo, che secondo i suoi statuti non doveva avere che membri arabi, fu chiamato la Lega Nazionale della Libertà. Cominciò una gara patriottica fra i due partiti. Il giorno della vittoria in Europa (VE Day), il PCP marciò sotto la bandiera sionista bianca e blu, con lo slogan “Libertà di immigrazione”, “Estensione della colonizzazione”, “Sviluppo del focolare nazionale ebraico” e “Abbasso il libro bianco” (il White paper, con il quale il governo britannico aveva stabilito nel 1939 delle restrizioni all’immigrazione ebraica). La Lega Nazionale della Libertà partecipò al Fronte Nazionale Arabo, che racchiudeva partiti borghesi e feudali, e chiamava alla lotta “contro l’immigrazione sionista”, “contro il trasferimento di terre ai sionisti” e “per il libro bianco”.

Inviammo due compagni – un arabo ed un ebreo – a proporre la propria adesione alla Lega Nazionale della Libertà. Gli fu risposto: «D’accordo per l’arabo, ma non l’ebreo» i compagni risposero: «Noi vogliamo aderire insieme. Non accetteremo di lasciare uno dei nostri fuori». In seguito, inviammo gli stessi due compagni dal PCP, in cui i ruoli si invertirono. Di fronte a ciò, il segretario arabo della LNL di Gerusalemme si unì a noi.

Fu nel corso dello sciopero nazionale delle ferrovie del 1944 che si assistette al comportamento più scandaloso degli stalinisti, che ci permise di reclutare un dirigente arabo dei ferrovieri. Gli stalinisti avevano lasciato un volantino, scritto parte in arabo parte in ebraico. La prima parte finiva con lo slogan: «Per un comitato di sciopero democratico senza differenze di religione o di nazionalità». La parte in ebraico si concludeva con: «Eleggiamo un comitato di sciopero sulla base della parità tra arabi ed ebrei». Siccome praticamente nessun lavoratore arabo comprendeva l’ebraico e pochissimi ebrei leggevano l’arabo, gli stalinisti potevano ben sperare che la loro manovra passasse inosservata. Uno dei nostri compagni avvicinò un dirigente arabo e gli tradusse la parte in ebraico del volantino. Il ferroviere fu profondamente scosso, e quando la traduzione gli fu confermata da qualcun altro, ruppe con lo stalinismo e si unì al nostro gruppo.

Purtroppo, nel corso di lunghi mesi e lunghi anni, malgrado grandi sforzi da parte nostra, il gruppo rimase minuscolo. E, cosa ancora più frustrante, non aveva alcuna influenza sulla classe operaia. Infatti, una cellula media del Socialist Workers Party britannico di oggi ha più impatto di quanto non ne avessimo allora in Palestina.

I nostri magri risultati non erano il prodotto di pigrizia o dilettantismo; in effetti, ci diedero un sacco di guai. Personalmente, vivevo come un rivoluzionario di professione, impegnato a tempo pieno nella costruzione del gruppo. Nel 1936, prima che fondassimo il gruppo, lavorai per un anno per guadagnarmi da vivere. Diventai un operaio edile, convinto di non poter comprendere i lavoratori se non con il sudore della fronte. Allora per un anno sgobbai per circa dodici ore al giorno, sei giorni la settimana. Il risultato pratico fu che non potevo svolgere, per la fatica, nessuna attività politica degna di questo nome. Questa esperienza mi immunizzò contro la parola di sei lettere: lavoro, e da allora il mio tempo raramente fu impiegato per altro che non fosse l’attività politica. Riuscii a tradurre due libri in ebraico per denaro – uno dall’inglese, l’altro dal tedesco. Sia detto di sfuggita, la prima traduzione produsse una certa ilarità. Il libro che avevo tradotto era un volume massiccio, Il declino del capitalismo americano di Lewis Corey (membro fondatore del Partito Comunista americano). Quando ebbi finito la traduzione per conto della casa editrice di Hashomer Hatzair, Lewis Corey fu contattato per l’autorizzazione alla pubblicazione. Egli la rifiutò per il motivo, dichiarò, che «aveva smesso di essere marxista». Il secondo era un libro di Fritz Sternberg, il teorico tedesco del Partito Socialista dei Lavoratori (SAP).

Il denaro ricavato da queste due traduzioni fu un aiuto apprezzabile. In inverno raccolsi frutti nel vicino aranceto, cosa che costituiva un importante supplemento al regime di pane, prosciutto, un uovo al giorno, del tè e del latte con il quale sopravvivevo.

In ogni istante il nostro gruppo doveva fronteggiare grandi difficoltà. Per raccogliere gli articoli destinati alla nostra stampa, uno di noi, sconosciuto alla polizia o alle organizzazioni sioniste, doveva viaggiare per prenderli in consegna, ad esempio ad Haifa per portarli a Tel Aviv.

La stampa era un compito gravoso. Non potevamo rivolgerci a una tipografia commerciale perché le nostre pubblicazioni erano illegali. Non avevamo una macchina da stampa nostra; non avevamo nemmeno un duplicatore. Avevamo solo una fotocopiatrice a piano. Per cominciare si doveva battere a macchina la rivista su uno stencil. Poi si metteva lo stencil su un foglio di carta e si passava sopra un rullo ricoperto di inchiostro per ottenere la stampa. Bisognava fare molta attenzione a non sovrapporre un foglio stampato a un altro. I fogli dovevano essere stesi con cura fino all’asciugatura: un processo che richiedeva molto tempo.

Per qualche mese la nostra stampa fu ancora più onerosa. Un compagno operaio tipografo aveva rimediato una piccola macchina da stampa manuale, che conservavamo nella mia camera. Dovevo impostare i caratteri a mano, lettera per lettera. Ci voleva una vita. Un giorno, appena rientrato a casa, una ragazza che viveva nella stessa casa si precipitò a dirmi: «La polizia è nella tua stanza!». Ovviamente, me la battei a gambe levate. Ma che sollievo essersi sbarazzati di quell’attrezzo! Per un certo periodo mi svegliai nel cuore della notte con un incubo, sognando che forse ero stato io stesso ad informare la polizia per sbarazzarmi di questo peso.

Poi c’era la difficoltà di distribuire il giornale nelle varie città – non era il caso di utilizzare la posta. Un compagno doveva prendere una corriera, ad esempio da Tel Aviv a Gerusalemme, mettere il pacchetto nel vano bagagli, e fingere che non avesse nulla a che fare con lui nel caso la polizia perquisisse la vettura – cosa che capitava spesso. Le singole copie del giornale dovevano essere in seguito distribuite direttamente fra i contatti dei nostri militanti.

L’onere di pubblicare due riviste separate – una in arabo, l’altra in ebraico – e di tanto in tanto dei volantini in inglese per le truppe britanniche di occupazione in Palestina, per un piccolo gruppo di meno di trenta membri era veramente enorme.

Per la distribuzione dei volantini abbiamo dovuto essere molto innovativi. Non si poteva stare in strada e distribuire volantini. Inventai un paio di meccanismi per realizzare il volantinaggio. Dovevo trovare un edificio alto, diciamo di due o tre piani, lungo la strada principale della città. Salivo poi fino al tetto e legavo con uno spago i volantini. Lo spago passava attraverso una candela, e un capo doveva poi essere legato a qualcosa sul tetto. La candela era dentro una scatola di latta per proteggerla dal vento. Sciogliendosi la candela, il fuoco avrebbe raggiunto il laccio bruciandolo, liberando in tal modo i volantini che avrebbero volteggiato fino alla strada sottostante, nella speranza che fossero presi e letti dai passanti. Che gioia era stare in strada e vedere i volantini sparpagliati.

Un altro marchingegno consisteva in uno spago ad un capo del quale erano legati i volantini, mentre all’altro una lattina di acqua con dei fori sul fondo. La perdita d’acqua sbilanciava i volantini, che si sparpagliavano verso il basso e venivano così distribuiti.

La polizia non era il solo pericolo al quale eravamo esposti, c’erano anche le organizzazioni sioniste. Per illustrare questo aspetto, racconterò due aneddoti.

Un giorno io e la mia ragazza stavamo camminando verso casa mia a Gerusalemme. Quando ero proprio di fronte ad essa, vidi due giovani uomini alti al cancello della casa. Immaginai chi fossero, ma era troppo tardi. La mia amica aveva già varcato il cancello e io non potevo lasciarla da sola, così la seguii. I due giovani mi hanno picchiato. Alla fine, siamo riusciti a scappare. Al mio ritorno ho trovato un avviso sulla mia porta che mi minacciava di gravi conseguenze se non avessi lasciato Gerusalemme. Non avevo altra alternativa che seguire le istruzioni dell’Etzel [acronimo per Irgun Zvai Leumi], l’organizzazione paramilitare fascista.

Il secondo incidente si verificò durante un’assemblea di studenti all’Università Ebraica in cui era presente un oratore di estrema destra dei Revisionisti, oggi chiamati Likud. I Revisionisti utilizzavano lo stesso saluto dei fascisti italiani e dei nazisti tedeschi – il braccio teso. Il loro quartier generale a Tel Aviv era chiamato “la Casa Bruna” ad imitazione di quello dei nazisti a Monaco. Questo oratore in particolare attaccò ferocemente il marxismo, definendolo «un’ideologia gentile [non-ebraica] che avvelena il nostro spirito ebraico». Si trattava dell’immagine speculare della propaganda nazista che qualificava il marxismo come giudaismo. Alla fine del suo discorso mi alzai e dissi: «Sono d’accordo con l’oratore, il marxismo è gentile, ma il saluto hitleriano e le camicie brune non lo sono». Il prezzo da pagare fu quello d’essere pestato.

La minaccia maggiore, ovviamente, era la polizia. Qualche giorno dopo lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, il 1° settembre 1939, due poliziotti in borghese bussarono alla porta della casa in cui vivevo ad Haifa. Erano venuti per una perquisizione. Non trovarono nulla di incriminante, ma mentre frugavano parlavano tra di loro con l’evidente scopo di intimidirmi. Uno di loro descrisse con precisione l’aspetto della mia ragazza, l’altro aggiunse: «Quand’è che la violentiamo?». Benché fossi convinto che si trattasse solo di una guerra psicologica contro di me, ero comunque spaventato.

Due giorni più tardi, ritornarono gli stessi due poliziotti. Nel frattempo, avevo scritto un volantino contro la guerra, il cui tema principale era che si trattava di una guerra imperialista e che i lavoratori dovevano unirsi per combattere il capitalismo; per usare le parole di Lenin, «trasformare la guerra imperialista in guerra civile», e realizzare una rivoluzione internazionale. Una frase del volantino mi è rimasta impressa nella memoria: «52 Stati della Società delle Nazioni riconoscono il diritto del sionismo a costruire un focolare nazionale ebraico in Palestina, ma il villaggio di Qaqoon no».

Poco prima di iniziare a distribuire il volantino chiesi a mio fratello, anche lui membro del nostro gruppo trotskista, di assicurarsi che la nostra stanza fosse “pulita”. L’indomani, i due poliziotti riapparvero. Pochi secondi dopo essere entrati nella stanza, uno di loro sollevò un giornale e vi trovò sotto la bozza del volantino scritta a mano da me. Se si fosse trattato di un volantino stampato avrei potuto affermare di averlo semplicemente trovato per strada, ma ora la prova era inconfutabile.

Io e mio fratello, che aveva due anni più di me, siamo stati presi e messi in una cella di una stazione di polizia. Dopo tre giorni e tre notti di completo isolamento, poco dopo mezzanotte fummo svegliati, ammanettati e portati a fare una passeggiata. Dietro di noi, i due poliziotti parlavano tra di loro: «Dove buttiamo i corpi?». Io sussurrai a mio fratello: «Non preoccuparti! Ci stanno solo preparando per l’interrogatorio». Purtroppo, quando arrivammo al quartier generale del CID, mio fratello era bianco come un lenzuolo.

Un ufficiale mi aveva appena interrogato quando mise sul tavolo un modulo stampato con il mio nome compilato e una sentenza di “12 mesi di detenzione”. (Mio fratello fu condannato a sei mesi di coprifuoco serale. Lasciò il gruppo).

Arrivando in prigione, incontrai il segretario generale del Partito Comunista di Palestina, Meir Slonim, che era detenuto da diversi anni. Allo scoppio della guerra, chiese di arruolarsi nell’esercito britannico – del resto, fin dal Settimo Congresso del Comintern dell’agosto 1935, gli stalinisti avevano sostenuto con forza che la guerra in arrivo sarebbe stata una guerra contro il fascismo. Ci vollero delle settimane prima che il Colonial Office di Londra rispondesse alla richiesta di Slonim di uscire di prigione ed arruolarsi nell’esercito. Sfortunatamente, nel frattempo Slonim aveva appreso che la guerra non era antifascista bensì imperialista, così rifiutò di lasciare la prigione. Così andavamo in giro dicendo: «Noi qui siamo prigionieri, ma Slonim è un volontario».

Il passato degli altri quattro trotskisti era interessante. Erano emigrati dalla Germania. Arrivando in Palestina si erano informati su di noi ed erano giunti alla conclusione che in Palestina non si poteva fare nulla. Avevano raccolto le nostre pubblicazioni con il progetto di produrre un articolo da sottoporre all’attenzione di Trotsky che spiegasse perché l’attività in Palestina era inutile. Quando furono arrestati, la polizia gli trovò addosso questa considerevole quantità di materiale e concluse di aver messo le mani sul quartier generale dei trotskisti. Questi sventurati furono condannati a 30 mesi di prigione. Quando li incontrai, gli dissi: «Vedete, quando si è attivi si prendono 12 mesi, ma quando si è passivi se ne prendono 30».

Nella stessa prigione incontrai Avraham Stern, dell’omonimo gruppo terroristico sionista di estrema destra, la “Stern Gang”, che organizzò alcuni sensazionali attentati contro le installazioni britanniche. Stern fu più tardi assassinato da agenti britannici. Egli mi spiegò l’adozione dei simboli fascisti e mi diceva che la Gran Bretagna aveva bisogno del sionismo per affrontare il mondo arabo. L’imperialismo italiano era più debole di quello inglese, e quindi aveva ancora più bisogno del sionismo. Pertanto, nell’aspettativa che l’Italia e la Germania vincessero la guerra, si stava orientando a corteggiare i fascisti. Naturalmente, questo orientamento fu sviluppato molto prima che si venisse a sapere dell’Olocausto.

C’era anche Moshe Dayan, il futuro Segretario alla Difesa del primo governo israeliano, detenuto per aver contrabbandato illegalmente armi nel Paese.

La prigione presentava un aspetto divertente. Nella biblioteca, nella sezione geografia, si poteva trovare un libro intitolato Il Capitale. Ma quando uno dei prigionieri ricevette per posta il romanzo di Stendhal Il rosso e il nero, non gli fu permesso tenerlo perché il regolamento non autorizzava i libri politici. Di fronte alla scarsità di letteratura, feci due cose: prima, decisi di imparare il francese, così presi Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne il francese, insieme alla sua traduzione in inglese, e li lessi frase per frase. Fu un modo utile per imparare la lingua. […]

L’urgenza di lasciare la Palestina per l’Egitto

Il fatto che il nostro gruppo non facesse passi avanti diventava sempre più frustrante. Formalmente, eravamo nel giusto: i lavoratori arabi dovrebbero combattere il sionismo e l’imperialismo, e rompere con i dirigenti arabi reazionari; i lavoratori ebrei dovrebbero unirsi alle masse arabe nella lotta. Abbiamo ripetuto più volte la parola “dovrebbero”. Se ne può trovare testimonianza in tre articoli che scrissi per il mensile trotskista americano New International: La politica britannica in Palestina (ottobre 1938), Il conflitto ebraico-arabo (novembre 1938), e La politica di classe in Palestina (giugno 1939). Usavo lo pseudonimo L. Rock.

Formalmente, ci attenevamo alla teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Ma questa teoria non si limitava a coniugare il verbo “dovere” al congiuntivo. Trotsky non si limitò a sostenere che il proletariato di Pietrogrado avrebbe dovuto guidare la massa dei contadini nella lotta contro lo zarismo e il capitalismo, o che avrebbe dovuto portare a termine i compiti della rivoluzione democratico-borghese (risoluzione della questione agraria, autodeterminazione delle nazionalità oppresse, etc.). Di fatto, fu esattamente questo l’impatto che ebbe su tutta la Russia l’azione rivoluzionaria del proletariato di Pietrogrado nel 1905, e, nel 1917, andò ancora più lontano e fu capace di incoraggiare la rivoluzione mondiale.

I lavoratori di una cittadina di provincia palestinese, o di poche città di provincia, non potevano avere lo stesso impatto. Avevamo ragione nel dire che la classe operaia araba avrebbe potuto rovesciare l’imperialismo e il sionismo, e spezzare la direzione reazionaria del popolo arabo. Ma la classe operaia palestinese non era che una piccolissima parte della classe operaia araba. Era minuscola in confronto alla classe operaia egiziana. Nel 1944, il numero complessivo dei salariati palestinesi era stimato in 160.000 unità. Di contro, il numero di salariati egiziani, senza contare gli operai agricoli, che erano molto numerosi, era superiore ai due milioni.

Il più alto numero di lavoratori palestinesi impiegati in una stessa unità lavorativa – le ferrovie –nel 1944 era di 4000 unità. In Egitto, l’impresa tessile di Mekhala-el-Kubra impiegava più di 30.000 persone; le officine meccaniche e per la riparazione di pneumatici di Tel-el-Kabir impiegavano 17.000 lavoratori; le filande di Alessandria, Filatule Nationale, ne impiegavano 10.000[17].

La lotta della classe operaia in Egitto era molto più avanzata di quanto fosse in Palestina e da allora si è mantenuta ad un livello elevato[18].

Confrontando la Palestina con l’Egitto, mi sono sempre più convinto che la classe operaia della prima fosse troppo debole per svolgere il ruolo di una leva nella lotta in Medio Oriente. La classe operaia egiziana era decisamente il fattore-chiave in Medio Oriente. […]

NOTE

[a] https://www.theguardian.com/world/2023/oct/15/examples-jewish-arab-solidarity-offer-hope-israel

[b] https://www.open.online/2023/10/26/gerusalemme-appello-rabbini-violenze-contro-lavoratori-arabi

[c] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/10/22/a-tel-aviv-brutta-aria-per-gli-arabi-israeliani-i-pacifisti-e-gli-studenti/7330592 e https://ilmanifesto.it/violenze-privazioni-e-arresti-di-massa-la-vendetta-passa-anche-dalle-carceri

[d] G. Kanafani, La rivolta del 1936-1939 in Palestina, 1972, CDP, Roma, 2016, p. 19.

[e] https://www.middleeastmonitor.com/20191211-wages-of-jewish-workers-in-israel-35-higher-than-arab-counterparts

[f] Nel 2012, il reddito medio mensile dei lavoratori salariati ashkenaziti urbani era superiore del 42% rispetto al salario medio di tutti i lavoratori salariati, mentre i salari dei lavoratori salariati urbani mizrahi erano solo del 9% superiori alla media. Cfr. https://www.timesofisrael.com/study-finds-huge-wage-gap-between-ashkenazim-mizrahim

[g] Anche chi cercava di porre all’ordine del giorno quantomeno delle istanze di classe doveva subirne estreme conseguenze: «All’inizio degli anni Trenta, il gruppo del Muftì assassinò Michel Mitri, presidente della Federazione dei Lavoratori Arabi a Giaffa. Dieci anni dopo, anche Sami Taha, sindacalista e presidente della Federazione dei Lavoratori Arabi di Haifa, fu assassinato alla stessa maniera.» G. Kanafani, op. cit., p. 25.

[h] A. Koestler, Ladri nella notte, Mondadori, Milano, 1947, pp. 171-172.

[1] Chanie Rosenberg, moglie di Tony Cliff [N.d.R.].

[2] Jewish Labour, una serie di articoli e di discorsi pubblicati dalla Histadrut in ebraico (Tel Aviv, 1935), p 53.

[3] From We and Our Neighbours, discorsi e saggi (Tel Aviv, 1931) in ebraico.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] The War Front of the Jewish People, in ebraico.

[8] The Guardian, 26 marzo 1999.

[9] Al Liwa, 1° giugno 1936.

[10] Yu Haikal, The Palestine Problem (Jaffa), in arabo, pp. 215-216, 219.

[11] M. Magannan, The Arab Women and the Palestine Problem (1937), in arabo, pp. 217-218.

[12] Vedere, per esempio, Falastin, 4 febbraio 1937.

[13] Kol Ha’am (organo in ebraico del Partito Comunista di Palestina), giugno 1940.

[14] Ibid., dicembre 1942.

[15] Ibid., luglio 1940.

[16] Al-Ittihad (organo degli stalinisti arabi in Palestina), 3 settembre 1944.

[17] A. Cohen, The Contemporary Arab World (Tel Aviv, 1960), in ebraico, pp 168-169.

[18] Di seguito un elenco delle principali lotte in Egitto negli anni ’80 e ’90:

1984: La maggior parte dei 26.000 operai della Misr Fine Spinning and Weaving Company di Kafr al-Dawwar occupa la fabbrica per la democratizzazione del sindacato (gestito dallo Stato). Massiccia solidarietà locale e “rivolta” di tre giorni. La polizia antisommossa fa irruzione nella fabbrica: tre morti, 220 arresti.

1986: Sciopero di Mahalla al Kubra: 25.000 lavoratori in sciopero. Gli operai hanno condotto manifestazioni di massa in tutta la città. Centinaia di persone sono state arrestate.

1986: Sciopero delle ferrovie: grande vertenza nazionale che paralizza l’intera rete per tre giorni, a cui partecipano 10.000 lavoratori. Centinaia di persone furono arrestate per aver condotto uno sciopero illegale.

1986: Tutti i 17.000 operai della fabbrica tessile Esco di Shubra al-Khayma (a nord del Cairo), di cui un terzo donne, partecipano alla lotta salariale. La polizia antisommossa fa irruzione nella fabbrica, ma la maggior parte delle richieste viene soddisfatta.

1989: 27.000 operai dell’acciaieria di Helwan occupano l’impianto per due settimane per questioni salariali e di democratizzazione sindacale. I dirigenti sono presi in ostaggio. La polizia antisommossa fa irruzione nell’impianto: un morto, 700 arresti.

1994: 25.000 operai scioperano e occupano la fabbrica di Kafr al-Dawwar. Manifestazioni di massa in città circondano la fabbrica. Quattro morti, centinaia di arresti.

1998: 5.000 lavoratori dell’azienda vinicola e di lavorazione della frutta Gianaclis (nel Delta) scioperano e occupano gli stabilimenti in opposizione alla privatizzazione. Il proprietario viene preso in ostaggio e liberato solo dopo un massiccio intervento della polizia. Centinaia di arrestati.

1998: 15.000 operai del settore tessile della seta a Helwan occupano la fabbrica e conducono grandi manifestazioni. Il governo chiuse la fabbrica per 30 giorni. (Ringrazio Phil Marfleet per queste informazioni).

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

Fonte

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