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TFR, qualche domanda dopo la “non” riforma

(26 Novembre 2005)

Il governo non trova l’accordo su come spartirsi la torta, stimata nell’ordine dei tredici miliardi di euro all’anno, costituita dal TFR dei lavoratori e decide di … non decidere rinviando al 2008 la questione.

Di fronte alla deriva della barca berlusconiana quello che però lascia più sgomenti (stupiti no, affatto) sono le reazioni dei sindacati confederali e, di rimando, della gran parte dell’Unione:

“Rinviata una riforma necessaria!”
“Danneggiati i lavoratori!”
”Specie i più giovani!(?)”
”Chiederemo all’Unione di anticipare l’entrata in vigore della riforma!”


Ripeto, stupiti no.

Basta confrontare i testi del decreto di luglio – quello fatto dal governo di sua sponte – e di settembre - quello ricavato da Maroni dai suggerimenti “concordi e concertati” delle parti sociali - per rendersi conto di come le uniche modifiche reali introdotte sono quelle che puntano a garantire alle parti sociali la gestione politica di questa massa enorme di risorse.

Non c’è nulla – e dico e ribadisco nulla - che aggiunga un velo di tutela a favore dei lavoratori.

Ecco perché l’entrata in vigore immediata di questo testo avrebbe soddisfatto Confindustria e sindacati confederali mentre era vista come fumo negli occhi dal fronte assicurativo.

Il rinvio … rinvia semplicemente una resa dei conti che le “parti sociali” hanno cominciato a giostrare, come abbiamo sentito, sin da subito.

Se dal signor Savino Pezzotta siamo abituati a non aspettarci altro, è da Guglielmo Epifani che vorremmo avere qualche risposta.

Credo che il compagno Epifani possa convenire con me sul fatto che sia il Trattamento di Fine Rapporto e sia i contributi versati alle forme pensionistiche complementari sono forme di risparmio dei lavoratori ed hanno natura di retribuzione differita. Epifani converrà con me che entrambe queste forme di risparmio producono un montante erogabile in forma di capitale o in forma di rendita. La differenza tra le due forme di risparmio è che il Trattamento di Fine Rapporto ha una rivalutazione annua predefinita per legge, è garantito dall’apposito fondo istituito presso l’INPS ed è impiegato quale fonte di autofinanziamento dall’impresa. Le forme pensionistiche complementari hanno rivalutazioni del montante aleatorie, determinate dall’andamento dei mercati finanziari e dalle scelte operate dai gestori finanziari, non danno garanzie di restituzione del capitale versato e vengono impiegate sui mercati finanziari di tutto il mondo venendo sottratte al sistema delle imprese del Paese.

Peraltro, esaminando l’andamento dei rendimenti delle forme pensionistiche complementari dal 1999 ad oggi emerge come quantomeno non siano certe o anche solo probabili previsioni di loro rendimenti superiori a quello assicurato dal Trattamento di Fine Rapporto.

Alla luce di queste considerazioni, perché il compagno Epifani ritiene opportuna e giustificata, ai fini previdenziali, una disparità di regime fiscale (questo e poco altro introduce il decreto) tra le due forme di risparmio a favore delle forme pensionistiche complementari?

Non nota il compagno Epifani come la forma di risparmio costituita dal TFR lascia in azienda il capitale, risolvendo così all’origine il problema delle compensazioni a favore delle imprese ed il problema legato all’accesso al credito delle aziende in difficoltà?

Non pensa il compagno Epifani che un aumento del coefficiente di rivalutazione del Trattamento di Fine Rapporto assicurerebbe rendimenti certi e consistenti, assolutamente non ottenibili con i fondi pensione e che l’aumento di un punto percentuale di questo coefficiente costernerebbe solo 130 milioni di euro all’anno (a compensazione per le imprese)?

Ha fatto i conti, il compagno Epifani, di quanto ci verrà a costare, anche in termini di riduzione dei servizi, la cosiddetta riforma che stà sponsorizzando?

Tra compensazioni alle imprese e garanzie per l’accesso al credito per le stesse – se tutti i lavoratori dovessero optare per il conferimento del loro Trattamento di Fine Rapporto in un fondo pensione – avremo un costo superiore ai 5 miliardi di euro all’anno!

Ci spiega il compagno Epifani in virtù di quale Spirito Santo questa cosiddetta riforma garantirebbe ai giovani e (vergogna!) ai precari una pensione?

Se non ricordo male il sindacato si batté contro la riforma del primo governo Berlusconi a lungo e con forza (meno, molto meno contro quella di Dini) sostenendo che non fosse necessaria.

Il compagno Epifani sbagliava allora o ha dimenticato, oggi, quelle sue buone ragioni?

Non crede, il compagno Epifani, che, invece di chiedere a gran forza l’applicazione di questa legge sciagurata, dovrebbe mettere in agenda la fuoriuscita da tre lustri di cosiddette riforme previdenziali verso una previdenza pubblica, solidale e giusta?

Non crede, il compagno Epifani che dovrebbe porsi il problema di assicurare, veramente, una pensione ai giovani e ai precari che oggi hanno addirittura interiorizzato la perdita di questo diritto costituzionale?

Credo che queste domande meriterebbero una risposta ed è da questa risposta che dovrebbe scaturire una vertenza di diritti e civiltà con cui impostare il confronto, l’incontro e lo scontro con il governo prossimo venturo, qualunque esso sia.

Severo Lutrario
attac italia

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