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“GEOPOLITICA DELLA RIVOLUZIONE” O FANTAPOLITICA BORGHESE?

(23 Gennaio 2024)

Dall’introduzione al testo di Larisa Rejsner Amburgo sulle barricate, Movimento Reale, dicembre 2023.

amburgo sulle barricate

IV

In anni recenti molto è stato scritto per giustificare e riabilitare la cosiddetta “linea Schlageter” del 1923, o addirittura per attualizzarne dei presunti fondamenti “leninisti”. Da un punto di vista materialistico, la critica di una simile impostazione non può essere disgiunta da un tentativo di individuarne le determinazioni sociali.

Uno dei cavalli di battaglia dei rivalutatori della “linea Schlageter”, ovvero l’insistito richiamo alla frase di Lenin sulla formazione di «blocchi contro natura[1]» per giustificare fantasiose “alleanze”, “ardite manovre” e tattiche “spregiudicate” attinenti ad una presunta “geopolitica della rivoluzione”, è in realtà uno zoppicante ronzino. Quando Lenin si espresse in questi termini era in corso la guerra sovietico-polacca del 1920, i reazionari ed i militaristi tedeschi vedevano nell’avanzata dell’Esercito Rosso su Varsavia l’opportunità di colpire nell’odiata Polonia il baluardo orientale dell’Intesa; dunque, un eventuale intervento di forze armate tedesche contro la Polonia avrebbe potuto oggettivamente favorire la vittoria della Russia sovietica in una guerra rivoluzionaria. La possibile risultante del “blocco” era perciò rigidamente definita. Non poteva trattarsi ovviamente della proposta di un “blocco” tra il movimento operaio rivoluzionario tedesco ed i nazionalisti con lo scopo di precipitare la rivoluzione proletaria in Germania, di distruggere lo Stato borghese tedesco ed instaurare uno Stato operaio tedesco, quanto della valutazione dell’eventualità che parallelamente ad un proletariato tedesco che sarebbe naturalmente intervenuto a sostegno dell’Esercito Rosso contro l’esercito polacco (ed in effetti si verificarono scioperi e boicottaggi contro il transito di armi dell’Intesa verso la Polonia), una forza apertamente reazionaria, nel perseguimento dei propri interessi dichiaratamente reazionari, intervenisse in campo aperto, favorendo suo malgrado uno Stato operaio – ancora esistente ed operante come tale – contro lo Stato borghese polacco. Gli obiettivi degli Junker tedeschi e quelli del proletariato tedesco e dell’Esercito Rosso erano quindi diametralmente opposti ed inconciliabili. Se per i primi, i kappisti, alcuni generali e Freikorps lo scopo era approfittare della guerra sovietico-polacca per cancellare la Polonia dalle mappe o quantomeno per riottenere i territori del Reich sottratti dal Trattato di Versailles, per i secondi la vittoria sulla Polonia avrebbe aperto una breccia per l’espansione della rivoluzione in occidente, la cui prima tappa doveva essere proprio la Germania. Ben presto, la momentanea convergenza oggettiva sarebbe inevitabilmente venuta meno trasformandosi nel suo esatto contrario, motivo per il quale Lenin qualificò tale blocco come contro natura, ovvero effimero, casuale, circostanziale. Il tanto frainteso “blocco” descritto da Lenin non rappresentava perciò – a differenza di quanto teorizzato da gran parte del Comintern nella diversa situazione del 1923 – alcunché di programmato o di ricercato, quanto un dato di fatto, una temporanea finestra di opportunità da cogliere con pragmatismo in senso rivoluzionario.

Abbiamo già evidenziato quanto le origini della “linea Schlageter” fossero da individuare nelle minacce che, nella primavera del 1923, le relazioni internazionali dello Stato russo lasciavano presagire. La svolta adulatoria nei confronti del nazionalismo tedesco rappresentava nella peggiore delle ipotesi un’avance rivolta alle frazioni borghesi maggiormente orientate verso un’alleanza con la Russia in funzione anti-intesista attraverso i circoli intellettuali Völkisch, legati in parte a queste frazioni. Le aperture, le discussioni, i dibattiti, avevano il senso di un’offerta politica, di una manifestazione di disponibilità della Russia per il tramite del Comintern e dei comunisti tedeschi. Nell’ipotesi migliore, ma non per questo più accettabile in termini marxisti, la “linea Schlageter” non si proponeva tanto di stabilire un fronte con i nazionalisti quanto di porsi in concorrenza con questi ultimi sul loro terreno ideologico per “conquistare” le masse piccolo-borghesi e gli strati intermedi pauperizzati dalla crisi tedesca, influenzati dal nazionalismo e collocati artificiosamente nella categoria degli “sfruttati”.

I fatti storicamente accertati sono più eloquenti di qualsiasi tesi. Stando a Broué, i risultati dell’applicazione della “linea Schlageter”

… non sembrano essere stati brillanti e il Partito comunista non penetra molto al di là dei confini della classe operaia. In compenso, i rischi che comporta la nuova tattica sono spesso sfruttati contro di esso dagli avversari socialdemocratici. Gli oratori comunisti si lasciano talvolta trascinare, per far piacere ai loro uditori, a pericolose concessioni almeno sul piano verbale.[2]

La scarsità di risultati, tuttavia, non può essere imputata esclusivamente ad un’applicazione inadeguata della nuova “linea”, come sostenuto da Broué o come sostengono coloro che vorrebbero persino attribuire la successiva vittoria del nazismo ad un “marxismo dottrinario” incapace di impugnare l’“arma” del nazionalismo[3], ma per un’impostazione di fondo che la storia ha dimostrato essere inequivocabilmente, irrefutabilmente erronea o controrivoluzionaria.

Quanto ai rischi di confusione politica inerenti alla “linea Schlageter” sfruttati propagandisticamente dalla socialdemocrazia non si può non rilevare che, di norma, è ingenuo aspettarsi che gli avversari non svolgano il loro mestiere, e che semmai sta ai rivoluzionari non facilitare loro il compito. Nello zelo di “contendere” la piccola borghesia tedesca al nazionalismo, la linea espressa da Radek (e non solo) attribuiva una coloritura particolare anche alla polemica comunista contro la socialdemocrazia: nella lotta contro l’Intesa – che comunisti e nazionalisti avrebbero “condiviso” – la socialdemocrazia, con i suoi tentennamenti e la sua incapacità di rappresentare “l’avvenire della nazione”, avrebbe rappresentato il “nemico comune”. Per il movimento operaio rivoluzionario in Germania, tuttavia, la socialdemocrazia rappresentava un nemico in quanto strumento della controrivoluzione borghese – uno strumento che tra l’altro aveva aperto quegli spazi che avevano permesso alla reazione nazionalista di proliferare – ed in quanto espressione di un’aristocrazia operaia oggettivamente cointeressata alle sorti dell’imperialismo tedesco. Per la reazione nazionalista, al contrario, il riformismo opportunistico della socialdemocrazia era persino troppo, mentre era troppo poco il suo sciovinismo. Sdoganando il nazionalismo tedesco da un punto di vista “rivoluzionario” e accusando la socialdemocrazia di complicità con le potenze dell’Intesa, la tendenza espressa dalla “linea Schlageter”, di fatto, avallava la Dolschtoss legende, la tesi della cosiddetta “pugnalata alle spalle”[4]. Non tanto perché attribuisse, come facevano i nazionalisti, la responsabilità della sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale alla socialdemocrazia – mentre i nazionalisti, dal canto loro, accomunavano indistintamente, nell’odio contro un movimento operaio antinazionale, sia i socialdemocratici che gli spartachisti – quanto perché sembrava rifiutare una responsabilità, che, se ci fosse stata realmente, avrebbe dovuto essere invece rivendicata apertamente dai comunisti, in quanto espressione di un disfattismo rivoluzionario volto a trasformare la guerra imperialista in guerra civile[5].

La repentina chiusura di ogni spazio di contraddittorio pubblico con i comunisti da parte dei nazionalisti non può essere interpretata come una dimostrazione che la “validità” della linea stesse cominciando a dare i suoi frutti e che dunque le dirigenze nazionaliste ne fossero preoccupate. La buona accoglienza che ricevevano presso la piccola borghesia argomenti e concetti estranei agli interessi della classe operaia non testimoniava certo una maggiore influenza ideologica del proletariato sulla piccola borghesia ma semmai l’esatto contrario; con l’aggravante che a fornire a quei concetti e a quegli argomenti la legittimazione “rivoluzionaria” tanto ambita dalle nuove forme plebee di reazione di massa era un partito operaio e comunista.

Dunque, lo stop delle dirigenze nazionaliste ai pubblici dibattiti su “chi salverà la patria tedesca” e sul comunismo “solo difensore della cultura tedesca” non soltanto rappresentava la comprensibile esigenza, comune ad ogni movimento politico, di salvaguardare la propria base dall’influenza di un concorrente (e non di un avversario), ma dimostrava altresì che quelle nazionaliste erano masse politicamente organizzate, e, dal momento che l’organizzazione politica di masse reazionarie non è plausibile senza legami con il grande capitale, non poteva che trattarsi di masse piccolo borghesi organizzate dal grande capitale. Un motivo più che sufficiente per considerare qualsiasi proposta di “conquistarle” con una battaglia “ideologica” e di spostarle sul terreno di una contrapposizione al grande capitale “traditore della nazione” come velleitaria o menzognera.

Indubbiamente, tra le cause dell’acquiescenza delle forze rivoluzionarie tedesche e russe di fronte ad una tattica politica che poteva essere compresa e contrastata solo se esaminata esternamente al contesto tedesco, ovvero solo individuando la degenerazione in corso dello Stato operaio russo, ci fu anche la difficoltà nel riconoscere pienamente il fenomeno, in larga misura inedito, dell’imporsi di forme politiche reazionarie di massa.

Non comprendendo appieno che la reazione politica poteva essere di massa, e non più soltanto l’espressione minoritaria di una ristretta élite, le forze rivoluzionarie si ponevano ancora nell’ottica di sottrarre a questa reazione un carattere di massa che le si considerava estraneo, innaturale, come se in fondo le masse, in quanto tali, non potessero essere reazionarie.

Fu lo stesso Marx a descrivere la crescita statistica degli strati intermedi, delle “terze persone” (anche e soprattutto nella forma salariale) e la concomitante diminuzione statistica del proletariato, relativamente alla popolazione totale, come «il cammino della società borghese»[6], volendo con ciò rimarcare l’importanza non meramente numerica della classe operaia all’interno dei rapporti di produzione capitalistici; e fu Lenin a riconoscere che, nell’epoca della maturazione imperialistica del capitalismo, la lotta rivoluzionaria del proletariato non assume necessariamente le forme apocalittiche di una contrapposizione tra la maggioranza assoluta ed una striminzita élite di privilegiati. Nell’era dell’imperialismo, la lotta è ormai lotta di masse rivoluzionarie organizzate contro masse reazionarie organizzate. Una lotta in cui l’argomento decisivo per stabilire quale posizionamento assumeranno gli strati costituzionalmente oscillanti sarà la forza del movimento operaio rivoluzionario, la sua fermezza, la sua solidità, la netta delimitazione del proprio campo, le vittorie del proprio campo.

La pubblicazione in opuscolo, da parte della KPD, del dibattito tra comunisti e nazionalisti[7], dimostra ancora oggi con chiarezza sorprendente, a cento anni di distanza, quanto gli intellettuali nazionalisti possedessero una consapevolezza – della radicale alterità e contrapposizione del comunismo nei confronti di qualsiasi interesse borghese –sufficiente a non farsi minimamente circuire dai sofismi di Radek, evidenziando in maniera inequivocabile tutta l’inutilità dell’operazione “Schlageter”, almeno ai fini della rivoluzione proletaria tedesca.

Al fondo dell’apprezzamento dell’opuscolo, anche in tempi recenti, da parte di presunti “geopolitici della rivoluzione” e di propugnatori di “tattiche spregiudicate”, oltre ad una grossolana e superficiale conoscenza del metodo marxista di analisi della realtà sociale, c’è anche una desolante ingenuità impregnata di idealismo borghese. L’ingenuità di ritenere che la gran parte degli avversari del movimento operaio rivoluzionario, degli avversari del comunismo, non sappiano bene che cosa esso sia realmente e cosa esso si prefigge, ma che se invece ne possedessero la piena consapevolezza non potrebbero non convincersi delle sue ragioni. In realtà, nella maggior parte dei casi, ciò che gli avversari di classe sanno del movimento comunista, della teoria di questo movimento, del marxismo, è sufficiente a confermare questa loro avversione. Essi sanno che il comunismo rappresenta gli interessi della classe operaia, il loro oggettivo antagonista storico, e che esso mette in discussione la loro posizione sociale, i loro privilegi materiali, il loro ambiente, i loro codici morali, le loro tradizioni culturali, i loro sistemi di idee. La raffigurazione sommaria, rozza, volgarizzata del comunismo da parte dei suoi avversari di classe non è un difetto di conoscenza, è piuttosto l’espressione non mediata, intuitiva, della loro pienamente giustificata percezione del pericolo.

Pur appartenendo anch’essi al campo degli avversari di classe, gli strati sociali che la dinamica dell’accumulazione capitalista tende a schiacciare ed eliminare (pur riproducendoli continuamente e in parte trasformandoli) possono sviluppare, in determinate fasi storiche, un’acuta conflittualità con il grande capitale. Si tratta però di una conflittualità che può essere riassorbita, e che, lasciata a svolgersi dalle sue premesse, intrinsecamente vincolata come è alla salvaguardia della proprietà borghese, non può mettere in discussione i rapporti capitalistici ma si limita a mendicare, talvolta anche violentemente, un “posticino al sole”, un diritto all’esistenza possibilmente senza rischi ed attriti nell’ambito dell’ordine sociale vigente. Per questo, in fin dei conti, non è eccessivamente difficile per il grande capitale sussumere sotto di sé questi strati sociali, senza peraltro gratificare eccessivamente le loro illusioni e aspettative. L’ideologia della piccola borghesia, apparentemente radicale e particolarmente rabbiosa proprio in virtù della sua collocazione tra i “sacrificabili” della classe dominante, è capace purtroppo di filtrare, per contiguità sociale, anche nelle file della classe operaia.

L’unico elemento che impone cautela nel considerare la piccola borghesia sic et simpliciter come un’indistinta massa reazionaria, per quanto i suoi interessi siano oggettivamente contrapposti a quelli del proletariato, risiede precisamente nel suo essere soggetta alle oscillazioni determinate da quanto il grande capitale infierisce nei suoi confronti, e dal grado di forza che la lotta del proletariato è in grado di esprimere. Per questo, uno dei compiti della coscienza organizzata del proletariato, del partito di classe, non può essere quello di “convincere” la piccola borghesia a non farsi strumento del grande capitale, quanto di stabilire un intransigente cordone sanitario ideologico attorno alla classe operaia. Un cordone sanitario per contrastare l’influenza piccolo-borghese nelle file del proletariato e lavorare, per mezzo di una corretta analisi materialistica, di capacità di intervento politico e organizzative, alla costruzione delle premesse di quella forza proletaria in grado – nella fase critica del regime capitalistico – di rendere ormai implausibile per gli altri strati sociali qualsiasi prospettiva di restaurazione dello status quo ante e sbilanciarne decisamente l’oscillazione verso la rivoluzione comunista.

È soltanto quando questa forza proletaria non esiste ancora, quando il lavoro rivoluzionario per costruirne le premesse viene respinto oppure risulta carente, insufficiente e difettoso, che emerge il cosiddetto problema della “conquista ideologica” delle mezze classi. Si tratta in fondo dell’implicita ammissione di una debolezza cui si vorrebbe ovviare con “alleanze”, “blocchi” e “fronti” vari. Il risultato è sempre quello di scivolare sul piano inclinato delle concessioni al punto di vista limitato all’orizzonte borghese delle mezze classi e degli strati intermedi. Concessioni che, tra l’altro, oltre a non irretire la piccola borghesia, logorano altresì il legame con la classe operaia e rendono quest’ultima più permeabile alle ideologie dominanti. L’intransigenza ha dunque un valore essenzialmente pratico, non meramente dottrinale, e quello che qualcuno taccia di “operaismo” non è in realtà altro che classismo. Si è liberi di rinunciarvi, non altrettanto di rinunciarvi continuando a definirsi rivoluzionari marxisti senza correre il rischio di venire inesorabilmente smentiti.

Se storicamente il nazionalbolscevismo tedesco ha rappresentato una particolare e minoritaria variante di socialimperialismo, ovvero l’espressione ideologica, all’interno di un movimento operaio influenzato dal nazionalismo, dell’interesse di frazioni della borghesia tedesca inclini all’alleanza economica, politica e militare con una Russia ormai percepita come “integrata” nel tessuto capitalistico e nella rete delle relazioni tra Stati borghesi – una variante socialimperialista respinta in quanto tale dal Comintern nel 1920 e riesumata nel 1923, a dimostrazione della trasformazione in atto nella natura e negli interessi dello Stato operaio russo – quello che oggi viene più comunemente definito rossobrunismo è generalmente il materiale ideologico residuale, all’interno di una certa “sinistra”, del filorussismo dei vecchi partiti stalinisti nazionali e delle loro appendici, più o meno antagoniste. Orfano dello Stato-guida russo, che rappresentava il concreto beneficiario delle aperture alle frazioni borghesi nazionali orientate ad Est, allo scarsamente influente rossobrunismo attuale non rimane che il cascame ideologico del populismo sovranista declinato in salsa “di sinistra” e una concezione statalista del socialismo, in attesa di essere nuovamente impugnato da settori della borghesia nazionale nella speranza che si presenti una nuova potenza “socialista” cui fare voto di obbedienza. Le relativamente recenti interpretazioni “leniniste” della “linea Schlageter” in Italia, quelle per intenderci dei “geopolitici della rivoluzione” e dei fustigatori dell’“indifferentismo” verso le questioni nazionali, si collocano invece tra i balzani tentativi – da parte di intellettuali che nel riflusso di precedenti cicli di lotta di classe non hanno trovato una collocazione nel mondo borghese – di cavalcare, per mezzo di spregiudicati manovrismi tattici e di ardite operazioni “teoriche”, l’ondata di populismo di massa che ha attraversato il Paese a partire dagli anni ’90 e che ha visto ad esempio l’emergere di partiti come la Lega Nord. Il disegno politico – ridicolo oltre ogni dire – di queste soggettività sedicenti “rivoluzionarie” era presumibilmente quello di proporsi come referenti teorici di una “sinistra” che avrebbe dovuto raccogliersi attorno all’obbiettivo di conquistare le “masse popolari” attraverso la ricalibrazione in chiave “marxista” di temi come il nazionalismo, l’antiamericanismo o persino quello che venne definito il “revisionismo olocaustico”. Desolanti sottoprodotti dell’assenza di lotte generalizzate del proletariato, nella migliore delle ipotesi queste tendenze riflettono la profonda incomprensione del marxismo da parte di apprendisti stregoni che per fortuna non stringono in mano nemmeno una vecchia ramazza, abituati a riproporre continuamente il feticcio di “manovre tattiche” storicamente fallimentari; nella peggiore, esprimono le velleità di “geniali” strateghi da salotto – senza eserciti e senza strategia – che considerano le classi, gli strati sociali e i movimenti politici alla stregua di pedine da posizionare e muovere sulla loro immaginaria e oziosa tavola da Risiko, spacciando mistificanti forzature del marxismo per Realpolitik rivoluzionaria.

continua…

NOTE


[1] In Germania «si è formato quel blocco contro natura, che non si è sviluppato a seguito di un accordo e non è stato messo per iscritto o proclamato da qualche parte, ma è stato un blocco nel quale kappisti e kornilovisti, l’intera massa degli elementi nazionalisti, stavano con i bolscevichi. […] Ieri i kornilovisti tedeschi erano a favore dei bolscevichi, oggi sono a favore dell’Intesa. Ma abbiamo assistito a voltafaccia ben più grandi». Lenin, discorso dell’ottobre 1920, in Victor Serge, op. cit., p. 66.

[2] P. Broué, op. cit., p. 678. Fra queste «pericolose concessioni» dei comunisti tedeschi non mancavano, almeno stando al Vorwärts, anche frasi come quella di Ruth Fischer, secondo la quale: «tutti coloro che denunciano il capitale ebraico» sono «già, senza saperlo, dei combattenti di classe». Cfr., op. cit., p. 682. La concezione che vede nell’antisemitismo quasi un “gradino” verso la lotta di classe è frequente ancora oggi presso molti rappresentanti di una cosiddetta “sinistra rivoluzionaria”, sempre disponibili a riconoscere nelle esternazioni contro i “poteri forti” e contro i “complotti delle élite” ecc. l’espressione di una qualche primitiva forma di consapevolezza di classe. Al contrario, si tratta generalmente della manifestazione del disagio di una piccola borghesia estremamente reazionaria, che non identifica mai i “poteri forti” con il capitalismo e che proprio con questi “poteri” è sempre disposta ad un accordo, se a pagarne il prezzo è la classe operaia.

[3] Il fascismo non si è imposto perché abbia prevalso contro il comunismo in una qualche battaglia per l’egemonia sui ceti medi, è il comunismo che non è riuscito a conquistare quella sul proletariato. Fu la conseguente debolezza del movimento operaio a infondere forza al fascismo, insieme al sostegno del grande capitale.

[4] «Le vicende storiche degli ultimi anni venivano interpretate approssimativamente in questo modo: la Germania del tutto pacifica e innocente era stata assalita dall’Intesa nel 1914 e l’esercito tedesco aveva resistito per quattro anni eroicamente e con successo; poi, la volontà di resistenza del popolo era stata paralizzata dall’agitazione dei socialdemocratici e del Centro guidato da Erzberger, che d’accordo con i socialdemocratici aveva lanciato la parola d’ordine della pace ad ogni costo e provocato infine la rivoluzione di novembre. Agitatori senza patria avevano così pugnalato alle spalle il fronte tedesco che combatteva valorosamente e, quando la Germania fu costretta a capitolare, fu ancora Erzberger a firmare l’ignominioso armistizio». A. Rosenberg, op. cit., p. 119.

[5] Altro discorso va fatto riguardo l’ansia della socialdemocrazia tedesca, maggioritaria e “indipendente” di firmare le condizioni di Versailles in un favorevole contesto rivoluzionario – ansia condivisa dalla borghesia e dai nazionalisti tedeschi che riuscirono abilmente a scaricare ogni responsabilità sugli zelanti socialdemocratici. Per Lenin l’USPD non ebbe «ragione – mentre al governo c’erano gli Scheidemann, mentre il potere sovietico in Ungheria non era ancora caduto, mentre non era ancora esclusa la possibilità che la rivoluzione sovietica di Vienna accorresse in aiuto dell’Ungheria sovietica – di esigere in quelle circostanze la firma della pace di Versailles.» Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo, Lotta comunista, Milano, 2005, p. 86.

[6] «La sua più grande speranza [di Malthus] – che egli stesso indica come più o meno utopistica –, è che si accresca in grandezza la classe media e che il proletariato (operaio) costituisca una parte relativamente sempre più piccola della popolazione totale (anche se cresce in linea assoluta). Questo è in realtà il cammino della società borghese.» K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, Einaudi, Torino, 1955, p. 64.

[7] Karl Radek – Paul Frölich. Arthur Moeller van den Bruck – Ernst Reventlow, Comunismo e movimento nazionale. Schlageter. Un confronto, in Victor Serge, op.cit., in appendice.

coalizioneoperaia.com

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