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L'Italia tripudia la guerra

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(5 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Lottate per il ritiro delle truppe, oppure andate all’inferno

(27 Novembre 2005)

Le truppe USA continuano a diffondere la democrazia al fosforo bianco. Molte volte non si vede sangue, e i cadaveri calcinati richiamano alla memoria le salme anonime di Ercolano e Pompei. L’inferno, incubo di cristiani e musulmani, è salito sulla terra. Non c’è una Norimberga per i crimini di guerra americani, non c’è la speranza di un lungo periodo di pace dopo la guerra, la macchina omicida dell’imperialismo non accenna a fermarsi, si parla di Siria, Iran, Corea del Nord e, forse, Cuba e Venezuela.

Città dalla storia millenaria sprofondano nel nulla, non c’è più differenza tra combattenti e civili, donne, vecchi e bambini agitano invano bandiere bianche. La guerra brucia, non solo le convenzioni di Ginevra, ma anche ogni forma di pietà e di umanità. Il soldato della “Grande guerra” riceveva una bottiglia di grappa, perché solo l’alcool gli dava il “coraggio” di uccidere, ma al soldato di oggi non bastano le droghe, in senso proprio o in quello metaforico del termine, per essere all’altezza dei crimini che deve perpetrare. Ci viene in mente il giovane aviatore che, bombardato l’Afghanistan e sterminati interi villaggi, trovava tale esperienza esaltante: “Tutti dovrebbero provare”.

C’è chi si abitua ad ammazzare, con hitleriana ferocia, c’è chi impazzisce. Chi torna a casa, in qualche caso si sveglierà dall’ipnosi bellica e denuncerà il potere, in altri casi, vittima della violenza inculcatagli, ammazzerà la moglie e i figli, senza neppure sapere il perché. E’ successo a reduci del Vietnam, succederà ancora. In apparenza, i più torneranno alla cosiddetta normalità, ma la guerra è una malattia da cui non si guarisce facilmente.

Mentre si consuma la tragedia dell’Iraq, si snoda l’oscena farsa dei politici italiani. Berlusconi, che respira all’unisono con Bush, si pretende pacifista e contrario all’avventura in cuor suo, come i gesuiti che, in India e in Cina, presenziavano alle cerimonie religiose buddiste o induiste, ma conservavano un crocefisso ben nascosto sotto la tonaca. Oggi non c’è un Pascal che immortali con sublime sarcasmo questa impostura, come non c’è stato uno Chopin a piangere la caduta di Bagdad, o un Goya a dipingere i tormenti dei caduti. Neppure il conforto dell’arte è concesso in questo periodo infame. Ma l’ordine non regna a Bagdad, la ribellione non è sradicata.

I Prodi, i Fassino, i Rutelli, quasi che ogni giorno in più non fosse scandito dall’elenco dei caduti, dicono di voler concordare il ritiro col governo iracheno, cioè col fantoccio al quale il prestigiatore ventriloquo di Washington presta ogni parola. Come Bertoldo nella ricerca dell’albero al quale impiccarsi, rimanderanno il ritiro, ma, a differenza del racconto di Giulio Cesare Croce, la conclusione non è divertente.

Noi parliamo di bombe, di caduti, di oppressione senza limiti, loro ci chiedono voti. E’ ora di dire basta. Non è il nostro presunto estremismo, ma la smisurata presenza della tragedia che traccia una linea divisoria con questo mondo del compromesso permanente, per cui le alchimie parlamentari sono tutto, e le scene di cartone dei salotti televisivi celano ogni traccia della realtà.

A chi si dice o si crede “di sinistra” bisogna porre con brutale chiarezza l’alternativa: o lotti effettivamente, con le parole e con i fatti, per il ritiro delle truppe di tutte le “missioni”, oppure accomodati tra quei morti viventi che questa guerra non smuove, perché sono essi stessi, consapevoli o meno non importa, parte integrante di questo “ordine” per il quale gli esseri umani valgono meno degli insetti sterminati dall’insetticida.

22 novembre 2005

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