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Dossier – No alla memoria a senso unico: 3. N. Finkelstein e l'”industria dell’Olocausto”

(27 Gennaio 2024)

finkelstein

"Industria dell’Olocausto” è l’espressione a cui Norman G. Finkelstein ricorre per descrivere l’impiego strumentale, “per fini di natura politica e di classe” (la classe sfruttatrice dei nostri tempi), del ricordo dello sterminio di cui furono vittima gli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale, un uso strumentale realizzato attraverso uno specifico modo di ricostruire e interpretare quello sterminio. Non ci nascondiamo i limiti di questo libro, come vedrete, ma riconosciamo all’autore, ebreo americano e figlio di sopravvissuti allo sterminio, di avere fornito dati ed esempi in abbondanza per giustificare l’espressione, o il concetto, da lui adoperati allo scopo di formulare un vero e proprio “atto di accusa” contro i promotori di questa vera e propria industria della falsificazione storica:
«Nelle pagine che seguono dimostrerò che “l’Olocausto” è una rappresentazione ideologica dell’Olocausto nazista. Come la maggior parte delle ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di “vittima”, e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo degli Stati Uniti”. [Da notare: Finkelstein usa l’espressione “Olocausto nazista” per indicare l’evento storico, e il termine “Olocausto” per indicare la sua rappresentazione ideologica.]

Ecco alcuni utili estratti da L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei. Con un saggio inedito scritto per questa nuova edizione. Milano: BUR, 2004. Di seguito ad essi, una nostra nota di commento al libro (e ai suoi limiti).

«L’informazione sull’Olocausto» osserva Boas Evron, rispettato scrittore israeliano, è in realtà «un’operazione d’indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e una falsa visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del passato, ma la manipolazione del presente.» Di per sé, l’Olocausto nazista non è al servizio di un particolare ordine del giorno politico: può altrettanto facilmente motivare il dissenso o il sostegno alla politica israeliana. Filtrata dalla lente dell’ideologia, però, «la memoria dello sterminio nazista» fini col diventare, secondo Evron, «un potente strumento nelle mani della dirigenza israeliana e degli ebrei della diaspora». L’Olocausto nazista divenne «l’Olocausto» per antonomasia.

«Due assiomi centrali stanno a sostegno dell’impalcatura ideologica dell’Olocausto: il primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il secondo è che segna l’apice dell’eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei. Nessuna delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del giugno 1967, né, per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura sull’Olocausto, figurano negli studi critici sull’Olocausto nazista. D’altro canto, i due assiomi attingono a componenti importanti dell’ebraismo e del sionismo.

«Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto nazista non era considerato un evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L’ebraismo americano, in particolare, si diede cura d’inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma dopo la guerra dei Sei Giorni, la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. «La prima e più importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l’emblema dell’ebraismo americano» fu, come ricorda Jacob Neusner, che «l’Olocausto […] era qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana». In un saggio illuminante, lo storico David Stannard mette in ridicolo la «piccola industria degli agiografi dell’Olocausto che sostengono l’unicità dell’esperienza ebraica con tutta l’energia e l’ingenuità di zeloti della teologia». Il dogma della sua unicità, dopo tutto, non ha senso.» [pp. 65-6]

«Il dibattito sull’unicità dell’Olocausto è sterile e in realtà l’insistenza sulla sua unicità ha finito col costituire una forma di «terrorismo intellettuale» (Chaumont). Coloro che mettono in pratica le normali procedure comparative della ricerca scientifica devono prima chiedere mille e una sospensiva per cautelarsi dall’accusa di «banalizzare l’Olocausto».

«Un corollario del dogma sull’unicità dell’Olocausto è che esso è il male nella sua unicità: per quanto terribile, la sofferenza di un altro popolo non si può neppure paragonare a esso. I sostenitori dell’unicità dell’Olocausto si rifiutano ovviamente di ammettere questa implicita conseguenza, ma si tratta di una posizione in malafede.

«Queste dichiarazioni di unicità dell’Olocausto sono sterili dal punto di vista intellettuale e indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male unico dell’Olocausto, secondo Jacob Neusner, non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede loro anche una «rivendicazione nei confronti di questi altri». Per Edward Alexander, l’unicità dell’Olocausto è un «capitale morale» e gli ebrei devono «rivendicare la sovranità» su questo «patrimonio prezioso». [p. 71]

«Ne L’industria dell’Olocausto il sottoscritto [Finkelstein] ha posto una distinzione tra l’ Olocausto nazista – lo sterminio sistematico degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale – e l’Olocausto – la strumentalizzazione dell’Olocausto nazista da parte delle élite ebraiche americane. Occorre effettuare una distinzione analoga tra l’antisemitismo – cioè l’attacco ingiustificato contro gli ebrei solo per il fatto di essere ebrei – e l’«antisemitismo» – ovvero la strumentalizzazione dell’antisemitismo da parte delle élite ebraiche americane. Al pari dell’Olocausto, l’«antisemitismo» rappresenta un’arma ideologica per sviare le critiche giustificate contro Israele e, allo stesso tempo, proteggere i potenti interessi ebraici. In realtà, nel suo attuale utilizzo, «antisemitismo» – così come «guerra al terrorismo» – funge da copertura per un imponente attacco ai diritti civili e umani in generale.» [pp. 348-9]

Ecco ora il nostro punto di vista.

Per illustrare la sua tesi, Finkelstein articola la propria argomentazione lungo tre direttrici.

La prima linea di indagine riguarda la fase germinale di questo approccio falsificante allo sterminio degli ebrei negli Stati Uniti, e mostra come l’interesse americano intorno a questo tema sia andato sviluppandosi di pari passo con il ruolo occupato dallo stato di Israele sullo scacchiere geopolitico internazionale a partire dalla nascita (1948) per arrivare sino quasi ai giorni nostri. In questo senso, la guerra del 1967 rappresenta per Finkelstein il punto della svolta, in seguito al quale il discorso sull'”Olocausto” iniziò a farsi sempre più pervasivo: “L’industria dell’Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la dimostrazione schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo israeliano”. In precedenza, nei primi anni della Guerra Fredda, tale discorso era stato abbandonato, o era stato impiegato in funzione pressoché esclusivamente anticomunista.

Un successivo nucleo argomentativo si concentra, invece, sui pilastri posti alla base della supposta unicità dell’esperienza ebraica in relazione al genocidio. L'”irrazionalità” del progetto di sterminio nazista, inteso a propria volta quale culmine novecentesco di una millenaria avversione da parte dei gentili nei confronti degli ebrei, contribuisce – secondo Finkelstein – a fare dell’odio antisemita stesso un concetto irrazionale, togliendo la terra sotto ai piedi a quanti intendono interrogare la Storia per poterla comprendere: chi potrebbe avere la presunzione – o la follia – di comprendere ciò che razionale non è? Lo sterminio degli ebrei diventa perciò stesso un evento unico, il che ha, come naturale conseguenza, l’impossibilità di paragonarlo con alcunché. In questo modo è possibile brandire questa tragedia della Storia – della storia del capitalismo – alla stregua di un’arma contro coloro i quali intendono criticare l’istituzione politica dello stato ebraico (non dei singoli ebrei!) nel momento in cui questo compie azioni criminali ingiustificabili sotto qualsiasi punto di vista. Ad ogni modo – per quanto in maniera a dir poco frettolosa -, Finkelstein ricorda agli smemorati cultori della memoria a senso unico che vittime della persecuzione nazista non furono esclusivamente gli ebrei (limitandosi, per dire il vero, a ricordare la condizione dei popoli Romanì, e noi aggiungiamo gli omosessuali, gli “asociali”, gli slavi, secondo Hitler “popoli concime”, i testimoni di Geova e – vietatissimo ricordarlo – i comunisti). E ricorda anche che di genocidi il mondo ne ha visti fin troppi (come nel caso del Congo e dei Nativi Americani, ma la lista sarebbe davvero tragicamente lunga).

L’ultimo percorso di indagine – quello che occupa più spazio e risulta complessivamente il meno interessante di tutto il libro – riguarda lo sfruttamento della “colpevolezza” per fini economici. Finkelstein ricostruisce la vicenda della vera e propria estorsione nei confronti delle banche svizzere (con tanto di minacce di boicottaggio da parte americana dei prodotti finanziari da esse predisposti) con il pretesto del recupero delle somme versate nei loro conti da quegli ebrei che furono vittime dello sterminio. Le cifre astronomiche richieste e ottenute (un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari) avrebbero dovuto essere distribuite ai sopravvissuti (al netto dei ricchi onorari degli avvocati, ovviamente), ma, sottolinea l’Autore, sono finite nelle tasche di svariate associazioni con compiti “educativi” rispetto alla questione-Olocausto, se non addirittura intascati da chi in quelle associazioni occupa posizioni di potere.

Le successive edizioni di quest’opera hanno visto l’aggiunta di alcune appendici, la più recente delle quali (datata 2004) affronta la questione del “neo-antisemitismo“, che coinciderebbe, secondo gli intellettuali della “industria dell’Olocausto”, con l’espressione di posizioni critiche nei confronti della politica di Israele. Per Finkelstein questo concetto si fonda su tre presupposti: il primo è la creazione di notizie e dati falsi finalizzati a mostrare come, nel profondo, ogni critico di Israele sia un antisemita. Il secondo è la banalizzazione e la distorsione di ciascuna delle critiche in questione (soprattutto sulla base delle considerazioni ricordate nelle righe precedenti riguardo all’eternità e irrazionalità dell’odio nei confronti degli ebrei). Il terzo è l’indebito travaso delle critiche alle istituzioni verso i singoli individui – uno scivolamento reso sempre più semplice dal tentativo di identificazione “Israele-Ebraismo”.

Quest’ultima appendice contribuisce, seppur in maniera minima, ad arginare quello che è forse il principale limite del libro: un’eccessiva chiusura del campo di indagine, limitato di fatto ai soli Stati Uniti. Le informazioni sull’influenza della “industria” in questione nel resto del mondo sono pressoché inesistenti, con i pochi riferimenti concentrati sull’Europa (tutti assenti dall’edizione originale del testo). Allo stesso modo lo stile di Finkelstein è talvolta di difficile digestione. Se il vetriolo di alcuni affondi non inficia la veridicità dei fatti o la solidità degli argomenti, li rende di sicuro meno digeribili (e dà ragione di buona parte delle critiche che il libro ha ricevuto quando ha visto la luce). In ogni caso la lettura fornisce spunti molto interessanti sui quali lavorare, che possono essere sviluppati appieno solo cogliendo la dimensione internazionale delle problematiche sollevate, e la necessità di una risposta globale di lotta non solo agli imprenditori-profittatori dell’industria in questione, ma a tutto il “sistema” dei suoi utilizzatori. (d. b.)

Il pungolo rosso

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