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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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(Memoria e progetto)

Comitato Politico Nazionale del PRC del 26-27 novembre 2005

Documento conclusivo di Progetto Comunista

(1 Dicembre 2005)

Il centro dell’Unione annuncia “lacrime e sangue”

L’evoluzione politica successiva alle primarie smentisce nel modo più clamoroso la tesi che attribuiva loro la funzione di strumento correttivo dell’Unione “a sinistra”. Infatti assistiamo ad un processo opposto. Mentre il nostro partito è coinvolto nel vuoto chiacchierificio di fumosi “tavoli programmatici”, giorno dopo giorno il centro dell’Unione svela in termini sempre più espliciti i suoi veri intenti e programmi.

Sul terreno della politica estera: dove è ormai esplicita la volontà di preservare tutte le missioni militari e di concordare con le forze occupanti lo stesso calendario di ritiro dall’Iraq.

Sul terreno della politica economica e sociale: dove ormai è esplicita la volontà di conservare, razionalizzandola, la legge 30, di difendere la Bolkestein, e di dar vita ad un nuovo corso di liberalizzazioni e di rigore finanziario. Al punto che il principale consigliere economico di Prodi (Onofri) parla di una inevitabile finanziaria “lacrime e sangue” pari a quella del 1992.

Le politiche delle giunte locali dell’Unione, a partire dai casi clamorosi del Piemonte e di Bologna, sono l’articolazione sul territorio di questi indirizzi generali.

Parallelamente, la tesi secondo cui le primarie avrebbero organizzato la partecipazione e il protagonismo delle masse nella definizione dei programmi ha conosciuto un esatto capovolgimento. Si moltiplicano infatti i conciliaboli e i convegni di Prodi, Margherita, maggioranza DS con i poteri forti del Paese, in una logica di reciproca concorrenza e scavalco per l’intercettazione dei loro favori. Sono gli industriali, i banchieri, i grandi manager a dettare sempre più apertamente l’agenda politica del centro dell’Unione. E sempre più apertamente il centro dell’Unione ricerca ed incontra, quale futura guida di governo, l’interesse degli ambienti dominanti. Lo stesso progetto del “Partito democratico” – attraverso una progressiva unificazione tra Margherita e maggioranza DS – mira a fornire alle classi dominanti una rappresentanza politica centrale quale architrave di una stabile governabilità.

La subalternità delle sinistre e della maggioranza dirigente del PRC

I gruppi dirigenti della sinistra italiana sono succubi e complici di questo processo. Le direzioni sindacali, invece di organizzare una lotta vera contro Berlusconi e per la sua cacciata, preparano il negoziato col padronato sul futuro sistema contrattuale nella prospettiva della concertazione con l’Unione. E intanto regalano a Confindustria l’accordo sugli sgravi fiscali per le imprese nel Sud e l’intesa sul sequestro del TFR: è un primo acconto per il futuro. In questo quadro s’inserisce anche il pieno coinvolgimento della CGIL in un ruolo collaterale al futuro governo Prodi. Il congresso della CGIL ha appunto la funzione di garantire la neutralizzazione preventiva di un’opposizione sindacale al futuro governo dell’Unione. Ciò anche tentando di emarginare ogni opposizione ad Epifani all’interno del sindacato. La manovra di assunzione di una parte della sinistra interna (guidata da Patta) ha questo scopo.

Parallelamente le direzioni della sinistra politica concorrono fra loro per il miglior posizionamento quale sinistra dell’Unione in un abbraccio aperto con il centro liberale. Senza che nessun fatto – né la rivendicazione dell’affidabilità per gli USA, né le manifestazioni pro Sharon a fianco di un governo di guerra, né l’esaltazione della Bolkestein da parte di Prodi, né il suo pubblico annuncio di una nuova stretta sociale – possa mettere in discussione l’alleanza con i liberali, di fatto irreversibile. Perfino le umiliazioni subite dal nostro partito nelle giunte locali di Piemonte e Bologna non sono state sufficienti a scalfire la scelta governista.

Peraltro più il centro dell’Unione prepara un programma antipopolare più ha bisogno dell’ammortizzatore sociale e politico delle sinistre e del sindacato.

E le sinistre finiscono per fondare la propria collocazione nell’Unione sul contenimento dei movimenti sociali e sulla loro subordinazione al liberalismo. Tutto il loro sforzo consiste nell’accreditarsi quali futuri leali partner di governo presso gli ambienti liberali.

Le stesse posizioni recentemente assunte dalla segreteria del nostro partito – dalla questione del Concordato al rapporto col sionismo d’Israele – mirano ad acquisire credibilità istituzionale e di governo presso le classi dominanti del Paese. E si pongono di fatto in contrasto con le posizioni e i sentimenti di parte rilevante dello stesso popolo della sinistra.

La drammatica urgenza di una coerente svolta strategica

Così non può continuare. Il nostro partito non può continuare, contro l’evidenza dei fatti, ad illudere il proprio corpo militante. Il processo e la prospettiva in cui siamo inseriti, sono sempre più apertamente contraddittori con le ragioni che abbiamo raccolto nella nostra storia di forza di opposizione. Né i gruppi dirigenti delle mozioni critiche Ernesto ed Erre, possono riproporre, come se nulla stesse accadendo, la vecchia illusione di un possibile negoziato riformatore con i rappresentanti dei banchieri o di un loro possibile condizionamento dal basso. Il nodo ormai è giunto al pettine. O si preserva l’Unione, cioè la subordinazione del PRC al liberalismo italiano, e allora ci si condanna all’esito annunciato di una corresponsabilità di governo potenzialmente distruttiva al servizio dei poteri forti e della concertazione. O si rompe finalmente col centro dell’Unione e si libera una nuova politica e una nuova prospettiva. E questa è la nostra proposta.

La rottura con il centro dell’Unione non è e non vuole essere un ripiegamento settario e isolazionistico. Al contrario è e deve essere una proposta sfida all’intera sinistra italiana, a tutte le rappresentanze di movimento, a tutti i protagonisti di una stagione di lotte, perché raggruppino le proprie forze intorno ad un polo indipendente, e uniscano la propria azione attorno ad un’autonoma piattaforma di mobilitazione nella prospettiva di un’autentica prova di forza col governo e il padronato. Lo sciopero generale del 25 novembre, nonostante il carattere puramente simbolico e inoffensivo delle quattro ore decise, l’imminente manifestazione nazionale dei metalmeccanici, le lotte che si sono sviluppate nel pubblico impiego e nell’Università, la prossima manifestazione nazionale dei migranti, rivelano la presenza, nonostante tutto, di un volume di energie e combattività che, pur logorato, è ben lungi ancora dall’essere disperso. Così è per le potenzialità di rilancio di una seria mobilitazione per il ritiro immediato e incondizionato delle truppe dall’Iraq. Ma è decisiva l’unificazione delle forze, la chiarezza degli obiettivi, la determinazione risoluta nel perseguirli. Anche di qui l’importanza di impegnare il partito nella ricostruzione della sinistra sindacale in CGIL, a partire dal sostegno critico all’esperienza della “Rete 28 aprile”, come leva di una battaglia contro la concertazione e la prospettiva della pace sociale. Nell’ambito della lotta per una più generale convergenza nell’azione di tutto il sindacalismo di classe – confederale e di base – attorno a una comune battaglia di massa.

La permanenza dell’Unione con i liberali rappresenterebbe il sacrificio di questo patrimonio e di queste potenzialità, quale dote da offrire al compromesso di governo con i poteri forti del Paese. Ed è oggi paradossalmente, proprio Berlusconi e il suo governo, a beneficiare di questa subordinazione paralizzante dei movimenti ai liberali. La rottura con il centro liberale da parte della sinistra italiana è l’unica via che può liberare il rilancio di una mobilitazione generale e indipendente, sino ad una spallata risolutiva a Berlusconi dal versante delle lotte. E’ l’unica via che può collegare la lotta per cacciare Berlusconi alla prospettiva di un’alternativa dei lavoratori e delle lavoratrici. Un’alternativa che è incompatibile con la borghesia e le sue rappresentanze. E’ l’unica via che può liberare un programma autonomo del nostro partito: non un programma che vada “oltre” quello dell’Unione, come qui si propone, ma un programma generale anticapitalistico contrapposto al programma del liberalismo perché fondato su un’opposta ragione sociale. Un programma che leghi le battaglie quotidiane dell’opposizione, nei movimenti e nelle lotte, alla prospettiva socialista.

Una sinistra realmente alternativa o è rivoluzionaria o non è

Questa prospettiva alternativa richiede da subito una netta opposizione alla proposta di costituzione di una sezione italiana del Partito della sinistra europea.

Tale proposta mira alla rifondazione in Italia di una forza socialdemocratica “di sinistra” che si candida ad occupare, come ala sinistra dell’Unione, lo spazio liberato dalla mutazione liberale dei DS. Quei gruppi dirigenti della sinistra DS che stanno confluendo verso di noi (a partire da Folena) sono richiamati proprio dal disegno della rifondazione socialdemocratica. Una rifondazione che, da un lato, si darà un “programma fondamentale” riformista e dall’altro, come sinistra di un governo guidato dalla Confindustria, si corresponsabilizzerà a politiche controriformatrici. E’ necessario opporsi con determinazione a questo esito di liquidazione della rifondazione comunista. E’ necessario raccogliere unitariamente tutte le forze del nostro partito interessate a difendere e rilanciare una rifondazione comunista come rifondazione rivoluzionaria: a partire dal carattere irrinunciabile dell’opposizione comunista al governo del grande capitale. Una sinistra realmente alternativa o è rivoluzionario o non è.

documento conclusivo presentato da MARCO FERRANDO - FRANCO GRISOLIA - FRANCESCO RICCI - FABIANA STEFANONI

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