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Dove va l'Unione Europea?

Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica

(17 Maggio 2024)

Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa

crisi dell'unione europea

L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della Francia e la forza economica della Germania. Il suo progressivo allargamento non ha rimpiazzato questo baricentro originario, ma ne ha minato le basi ed aggravato le contraddizioni. L'attuale scenario mondiale approfondisce la crisi della UE da ogni versante.


LE AMBIZIONI ORIGINARIE DELL'UNIONE

Attraverso la loro unione, formalizzata dai Trattati di Maastricht (1992-1993), gli stati imperialisti del vecchio continente si candidarono a massimizzare a proprio vantaggio la nuova spartizione del mercato mondiale e delle zone di influenza seguita al crollo dell'URSS. La dichiarazione di Lisbona dell'anno 2000 ancora progettava la conquista di una egemonia economica della UE a livello globale. Tale ambizione si è concretizzata nella formazione della moneta comune (2002), oggi estesa a 20 paesi, e seconda valuta di riserva al mondo dopo il dollaro; nell'ampliamento del mercato continentale interno con la progressiva liberalizzazione della circolazione dei capitali e delle merci; nell'allargamento progressivo della UE, con i salti compiuti nel 1995 (attraverso l'ingresso di Austria, Finlandia, Svezia), poi nel 2004 (con l'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria), poi ancora nel 2005 (con l'adesione di Romania e Bulgaria), infine nel 2013 (con l'ingresso della Croazia), sino agli attuali 27 stati membri. La disgregazione della federazione jugoslava, e le guerre che l'accompagnarono dal 1991 al 1999, sono state di fatto parte costituente dell'Unione Europea e della sua proiezione.


L'ATTACCO ALLE CONQUISTE SOCIALI DEL PROLETARIATO EUROPEO

Il risvolto sociale dell'unione imperialista è stato la gestione concordata delle politiche antioperaie sul versante interno: precarizzazione del lavoro, smantellamento dei meccanismi di indicizzazione dei salari, privatizzazione dei servizi, attacco alle prestazioni del welfare. La riduzione delle tasse su patrimoni e profitti, nel quadro della globalizzazione capitalistica mondiale, ha accompagnato la crescita dell'indebitamento pubblico in direzione del capitale finanziario. Il pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi ha trascinato la compressione delle spese sociali da parte dei diversi stati nazionali nel campo della sanità, dell'istruzione, della previdenza pubblica, delle protezioni sociali. I patti europei sulle politiche di bilancio – dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact (2012) sino al nuovo Patto di stabilità (2023) – hanno incardinato la gestione concordata di queste politiche tra i diversi stati nazionali, nel difficile equilibrio dei loro diversi interessi.

Tutti i governi borghesi, di ogni colore politico, a partire dai governi dei paesi imperialisti, hanno gestito le politiche antioperaie. Governi di centrosinistra o socialdemocratici hanno fatto in più occasioni da apripista (Blair in Gran Bretagna nel decennio 1997-2007, Schroeder in Germania tra il 1998 e il 2005, la lunga legislatura di centrosinistra in Italia dal 1996 al 2001).

La classe operaia europea ha pagato pesantemente i costi sociali di queste politiche. Le sue conquiste sociali sono finite ovunque sotto attacco. Le disuguaglianze dei livelli di reddito e di occupazione si sono complessivamente accresciute tra i diversi paesi e al loro interno. Aree territoriali tradizionalmente sottosviluppate hanno confermato o aggravato la propria marginalità (Germania Est, Meridione d'Italia, Andalusia, Bretagna) attraverso ulteriori processi di deindustrializzazione. Alcuni paesi periferici come la Grecia hanno subito profonde destrutturazioni economiche e sociali per pagare il debito estero alle banche tedesche, francesi, italiane. Il grosso dell'Europa orientale, progressivamente integrata nella UE, si è differenziata tra un Nord ed Ovest più sviluppati (Polonia, Estonia, Slovenia e paesi baltici) ed un Est e Sud ridotti a riserva di manodopera a basso salario.

In definitiva, il vero “successo” dell'Unione Europea si è consumato contro i salariati e la popolazione povera del continente.


LA CRISI DELLE AMBIZIONI EGEMONICHE DELLA UE

Si tratta in realtà dell'unico “successo” dell'Unione Europea. Le ambizioni egemoniche degli imperialismi europei si sono infatti scontrate assai presto con uno scenario internazionale avverso.

Negli anni '90 e nei primi anni 2000 il forte rilancio del militarismo imperialistico degli USA in chiave unipolare, anche attraverso il controllo della NATO, ha costretto gli imperialismi europei o a un allineamento subalterno (come in Jugoslavia e in Afghanistan) o a una differenziazione passiva (come quella di Francia e Germania sull'invasione dell'Iraq); mentre l'asse tra imperialismo USA e imperialismo britannico acuiva le contraddizioni interne alla UE e congelava il suo sviluppo politico.

La grande crisi capitalistica del 2008, per i suoi effetti diretti e indiretti, ha assestato un ulteriore colpo all'UE. La doppia recessione continentale (2008-2011) e la crisi dei debiti sovrani ha ampliato il contrasto di interessi tra la Germania e gli imperialismi mediterranei (Francia, Italia, Spagna) attorno alle politiche di bilancio. Ma soprattutto il salto imperialistico della potenza cinese dopo il 2008 e la nuova centralità planetaria dello scontro interimperialista tra USA e Cina ha progressivamente marginalizzato il peso della UE. La maturazione imperialistica della Russia di Putin e la sua politica di potenza, culminata nell'invasione dell'Ucraina (febbraio 2022), hanno infine approfondito la sua crisi.

L'Unione Europea è da tempo imprigionata in una impasse, nel lungo limbo tra mancato sviluppo federale e impossibile dissoluzione. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione non ha sbloccato tale impasse. Il nuovo contesto mondiale oggi l'aggrava.


LA SFIDA DEL NUOVO CONTESTO MONDIALE

Il combinarsi della pressione imperialistica russa, della crisi dell'egemonia mondiale americana, della competizione globale con USA e Cina (e tra USA e Cina), pone gli imperialismi europei di fronte a nuove sfide di portata storica: la necessità di sviluppare una propria forza militare, integrata nella NATO, ma capace di una nuova presenza e iniziativa sui diversi scacchieri strategici; la necessità di un salto degli investimenti nella transizione ecologica e digitale. Sono necessità inaggirabili per far fronte agli imperialismi concorrenti, alla forza dei loro regimi statali, e alla nuova imprevedibilità dello scenario mondiale (elezioni americane incluse). Sono necessità che richiedono unità di comando e grandi disponibilità di risorse: esattamente i requisiti di cui la UE non dispone.

Il bilancio economico comunitario è irrilevante rispetto al bilancio dei poli imperialistici concorrenti. La UE non dispone di una leva fiscale continentale, e per di più è attraversata da una concorrenza fiscale interna. L'unità di comando (Commissione Europea e Consiglio Europeo) è ipotecata dalla incerta mediazione intergovernativa, dentro un ibrido istituzionale irrisolto che sta a metà strada tra confederazione e federazione, esposto a ricorrenti poteri di veto. La BCE non gode di una copertura federale, ed è essa stessa luogo di contesa tra pressioni nazionali contrastanti (ieri nella gestione dei debiti sovrani, oggi in quella dei tassi d'interesse).


I PROGETTI TRANSNAZIONALI DI UN EUROPEISMO IMPERIALISTA

Per questo un settore transnazionale della grande borghesia europea ed il suo personale politico di riferimento (Mario Draghi) premono per una forte accelerazione della UE in direzione dell'avanzata del suo processo di integrazione. È il tentativo di rilanciare un progetto federale europeo. Da qui tre proposte fra loro connesse:

1) Rinnovare e stabilizzare il ricorso all'indebitamento continentale (eurobond) – dopo quello eccezionalmente varato di fronte all'emergenza Covid – per finanziare gli enormi investimenti necessari in campo militare, ecologico, digitale.
2) Puntare a una maggiore autonomia continentale dalle importazioni cinesi nel campo delle tecnologie verdi, e dalle importazioni USA in fatto di armamenti (oggi il 78% delle importazioni militari UE), sviluppando in entrambi settori una forte produzione europea.
3) Sviluppare un “mercato unico dei capitali” che possa mobilitare a questo fine il risparmio privato nella UE, integrando il ricorso ai bilanci statali (ed eventualmente agli eurobond).


LE PROFONDE CONTRADDIZIONI TRA GLI IMPERIALISMI NAZIONALI NELLA UE

Ma la stessa emergenza mondiale che sospinge l'integrazione europea approfondisce le contraddizioni che la minano.

Ogni imperialismo nazionale europeo coltiva il proprio autonomo interesse.
L'imperialismo tedesco, destabilizzato dalla crisi congiunta dei suoi tradizionali punti di forza (energia a basso prezzo di provenienza russa, proiezione sul mercato cinese, liberalizzazione degli scambi commerciali), si oppone a ogni nuovo indebitamento europeo facendo leva sulla superiorità del proprio bilancio statale: da qui lo stanziamento di 100 miliardi nell'investimento militare della Germania nel tentativo di rilancio del suo ruolo internazionale. Un investimento militare che destabilizza il tradizionale equilibrio con la Francia.
L'imperialismo francese, colpito dal crollo della propria area di influenza in Africa, chiede il ricorso all'indebitamento continentale in funzione degli interessi della propria industria bellica e della propria egemonia militare in Europa (quale unica potenza nucleare della UE), in aperta concorrenza con la Germania. Le posture belliciste di Macron sul fronte ucraino sono il rivestimento retorico di questa politica.
L'imperialismo italiano fa fronte comune con la Francia nel chiedere il ricorso al debito europeo, a fronte delle proprie difficoltà di bilancio, ma gioca di sponda con l'imperialismo USA per ottenere un proprio riconoscimento di ruolo in Medio Oriente e in Africa ai danni del declinante imperialismo francese. Il cosiddetto piano Mattei per l'Africa si muove in questa direzione.
Parallelamente, il gruppo dei paesi dell'Europa dell'est si divarica di fronte all'imperialismo russo tra una Polonia che stanzia il 4% del PIL in armamenti in chiave antirussa e una Ungheria che assume di fatto la Federazione Russa come interlocutore privilegiato.

Tutti gli imperialismi europei accrescono i propri bilanci militari, partecipando alla corsa mondiale agli armamenti. Ma la leva dei bilanci statali nazionali, molto differenziati per consistenza e livelli di indebitamento, agisce come fattore di ulteriore divaricazione nella UE. La “Difesa europea” resta la somma delle Difese nazionali, con 17 diversi sistemi d'arma e una spietata concorrenza interna tra stati imperialisti e i loro complessi industrial-militari.

La stessa dinamica opera nel campo della transizione ecologica e digitale dell'industria. La flessibilità concessa agli aiuti di stato da parte della Commissione Europea durante la crisi energetica ha sottolineato e ampliato le diverse capacità di bilancio tra gli imperialismi europei. La sola Germania nel 2022 ha coperto il 76% di tutto il valore degli aiuti di stato concessi in Europa, e destina ben 55 miliardi annui alla sola innovazione dell'auto elettrica. Per di più il nuovo Patto di stabilità e crescita, su pressione tedesca, ha preservato in forma diversa i vecchi vincoli restrittivi delle politiche nazionali di bilancio, disciplinando la riduzione del debito pubblico e i tetti della spesa in deficit: l'imperialismo tedesco non intende farsi carico delle esigenze di cassa e di investimento degli imperialismi concorrenti della UE, mentre l'esiguo bilancio europeo continua a dipendere dai contributi versati dagli stati membri.


IL DECLINO EUROPEO NELLA MORSA TRA USA E CINA


Si amplia il divario non solo tra gli imperialismi nazionali nella UE, ma tra l'insieme della UE e le potenze concorrenti di USA e Cina, dotate di una capacità di spesa e di indebitamento pubblico enormemente superiore, e di una grande riserva interna di materie prime a basso costo.
L'industria europea è così esposta al rischio di nuove fughe degli investimenti in direzione degli USA, mentre l'espandersi del protezionismo, connesso allo scontro fra poli imperialisti, colpisce la sua forza tradizionale di primo polo esportatore. La risultante d'insieme è l'approfondirsi della crisi europea. La crisi congiunta della Germania e del blocco franco-tedesco ne è effetto e concausa.

Anche i progetti di allargamento dell'unione si scontrano con contraddizioni paralizzanti. Da un lato la pressione dell'imperialismo russo suggerisce la ricerca dell'allargamento dell'unione in direzione dell'Ucraina e di paesi balcanici già da tempo candidati e in attesa (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord). Dall'altro il criterio dell'unanimità decisionale ostacola il nuovo allargamento. E non solo.

I Balcani sono area di influenza contesa tra imperialismo tedesco e imperialismo italiano. L'imperialismo francese, marginale nell'area, ostacola l'integrazione per contrastare gli imperialismi concorrenti. Mentre dall'esterno l'imperialismo russo intende preservare le proprie posizioni in Serbia e in Bosnia Erzegovina, facendo leva sulle questioni nazionali irrisolte.

Quanto all'Ucraina, la sua integrazione nella UE si confronta con l'enormità dei costi della ricostruzione, l'impatto sulla redistribuzione continentale dei sussidi agricoli, le rischiose implicazioni militari nel confronto con l'imperialismo russo. La corsa concorrenziale tra gli imperialismi nazionali europei ad accordi bilaterali con l'Ucraina copre non solo il divario di interessi nella futura spartizione della sua ricostruzione, ma la paralisi di prospettiva della UE. Le differenziazioni interne sul posizionamento in Medio Oriente completano il quadro.


UNIONE EUROPEA «IMPOSSIBILE E REAZIONARIA» (LENIN).
ECONOMIA DI GUERRA E GUERRA AI MIGRANTI


Nel 1915 Lenin dichiarava che, su basi capitaliste, l'unificazione europea (“Stati Uniti d'Europa”) è o impossibile o reazionaria. L'esperienza degli ultimi trent'anni ha confermato questa verità su entrambi i lati.
Una compiuta unione federale europea è impedita dagli interessi divergenti di stati imperialisti storicamente consolidati da lungo tempo. Al tempo stesso, ogni passo avanti dell'UE sul terreno dell'integrazione capitalistica si è tradotto in un attacco alla classe lavoratrice, ai settori oppressi, alle loro domande più elementari.
In nessun modo l'unione tra imperialismi europei ha assunto o può assumere un carattere progressivo. L'idea di una “Europa sociale, democratica, di pace”, dentro il quadro capitalista, si è rivelata una utopia, contraddetta dai fatti.

Tanto più oggi l'intera evoluzione dello scenario mondiale si abbatte sul proletariato europeo e sulle masse oppresse. Il salto degli investimenti militari in tutti i paesi europei, il pubblico richiamo all'economia di guerra, i piani di ripresa della leva militare obbligatoria in alcuni paesi, le missioni militari in Medio Oriente (Mar Rosso) al fianco dello stato sionista, trascinano nel loro insieme nuovi tagli ai servizi sociali. La crisi energetica e i venti protezionisti si traducono in crescita dei prezzi e in un nuovo colpo ai salari. Il pagamento del debito pubblico, statale e/o europeo, unito alla crisi dei bilanci statali, mina gli investimenti ambientali nella riconversione energetica, già ostaggio della concorrenza capitalistica internazionale, in particolare cinese (auto elettrica, pannelli solari). La militarizzazione crescente delle opinioni pubbliche colpisce i diritti democratici, a partire dalla criminalizzazione della mobilitazione antisionista, in particolare in Germania e Francia.

Le migrazioni connesse alle guerre divengono occasione di nuove campagne xenofobe di respingimenti, di rimpatri forzati, di detenzioni amministrative, fuori da ogni parvenza di diritto. Mentre la corsa (anche) europea alle nuove materie prime dell'Africa, innanzitutto litio e cobalto, e alla sua manodopera a basso costo, si combina col contrasto dei flussi migratori alla partenza attraverso accordi criminali coi regimi africani (Niger, Ghana) e nord-africani (Libia, Tunisia, Egitto) interessati. La “solidarietà europea” che fallisce sulla redistribuzione interna dei migranti si realizza sul loro respingimento alla frontiera, e sullo spostamento a sud della linea stessa di respingimento nel cuore dell'Africa subsahariana.


LA POSTA IN GIOCO NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 9 GIUGNO

Tutti i partiti dominanti del vecchio continente gestiscono, in varie forme, questi indirizzi politici di fondo, su scala nazionale ed europea, con ruoli di governo o di “opposizione”.

Le imminenti elezioni europee hanno unicamente come posta in gioco gli incerti equilibri di gestione delle politiche borghesi nelle istituzioni della UE.
Il PPE, il PSE, i liberali amministrano, con la loro maggioranza, l'attuale Commissione Europea. La destra dei conservatori europei (ECR) si candida a rimpiazzare la socialdemocrazia nell'alleanza col PPE, ma alcuni suoi settori si riservano la possibilità di negoziare un proprio ingresso nell'attuale maggioranza a guida Von Der Leyen dopo il voto europeo. È il caso di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. L'estrema destra sovranista (Identità e Democrazia) rivendica la propria partecipazione a un governo europeo di centrodestra in contrapposizione al PSE, ma si scontra con l'attuale indisponibilità del PPE verso l'estrema destra tedesca e francese.

In ogni caso, gli interessi dei propri imperialismi nazionali, e i calcoli di politica interna, dominano la politica europea. La lotta politica tra partiti borghesi in Europa rimane prevalentemente nazionale. Resta il fatto che a differenza del precedente decennio nessuna forza politica rilevante in Europa, neppure il grosso dell'estrema destra sovranista, rivendica oggi l'uscita dalla UE e/o dall'euro. È un riflesso indiretto dell'emergenza politica internazionale. Prima della pandemia, poi della guerra.


LA CRISI DI CONSENSO DELLE POLITICHE DOMINANTI

Al tempo stesso il corso delle politiche dominanti registra una diffusa crisi di consenso. Con l'eccezione dei paesi baltici e degli stati esposti alla frontiera russa (Polonia), la campagna allarmistica dei circoli dominanti a favore dell'economia di guerra, finalizzata a giustificare il salto di spese militari, non riesce a egemonizzare l'opinione pubblica, ed anzi suscita diffidenza o rigetto. Il pacifismo (talvolta antiucraino) da un lato, la solidarietà col popolo palestinese dall'altro – entrambi prevalenti nel sentimento pubblico – misurano, con opposta valenza, la crisi di consenso della politica estera nei paesi imperialisti dell'UE.

Non va diversamente per le politiche ambientali: il rinvio o l'autoriduzione degli impegni annunciati col Green Deal, sotto la pressione delle organizzazioni padronali dell'industria e dell'agrobusiness; il carico delle misure annunciate di riconversione produttiva ed energetica sulle spalle dei salariati e dei consumatori; i criteri di distribuzione dei sussidi agricoli a vantaggio delle grandi aziende, hanno sommato su opposti versanti resistenze diffuse o opposizioni aperte di ampi settori popolari, nei centri urbani e nelle campagne.

La profonda crisi dei sistemi sanitari e previdenziali, aggravata dalla crisi demografica e dal salto degli investimenti militari, e la pressione inflazionistica sui salari a fronte dell'abnorme crescita dei profitti, nutrono il malcontento di vasti settori di massa.


L'INSTABILITÀ POLITICA IN EUROPA

L'instabilità degli equilibri politici in Europa è il riflesso della crisi di consenso.
Con la parziale eccezione italiana, tutti i principali paesi imperialisti del vecchio continente incontrano crescenti difficoltà politiche sul versante interno.
Il governo tedesco è minato dalla crisi profonda della SPD e dalle contraddizioni interne alla maggioranza “semaforo”.
Il governo francese è colpito dalla crisi interna al partito macronista En Marche, non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile ed è minacciato dalla crescita del lepenismo.
Il governo spagnolo, sopravvissuto alle elezioni anticipate, vive una nuova crisi di consenso sul fronte dell'irrisolta questione catalana.
Il governo della Gran Bretagna attraversa la crisi storica del Partito Conservatore, che si somma alla crisi interna alla famiglia reale.
In diversi paesi il pendolo tradizionale dell'alternanza è stato scosso o destabilizzato da processi di polarizzazione politica.


POLARIZZAZIONE POLITICA E SOVRANISMO REAZIONARIO

La crescita della destra e dell'estrema destra sovranista in diversi paesi europei, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Romania, dall'Austria ai Paesi Bassi, è un riflesso della crisi politica e sociale del vecchio continente.

Il sovranismo, diversamente declinato, si candida a rappresentare settori declassati della piccola e media borghesia (è il caso del “movimento dei trattori”) ma anche a costruire l'egemonia piccolo/medio-borghese su ampi settori popolari e di lavoro salariato, nelle periferie e nella provincia profonda. È il tentativo di capitalizzare a destra la crisi congiunta dell'establishment liberale e del movimento operaio europeo. A differenza che in passato, le destre sovraniste dei paesi imperialisti combinano il vecchio spartito del nazionalismo militarista e atlantista con quello di un europeismo imperialista più “autonomo dagli USA” e dialogante con l'imperialismo russo.

È la rivendicazione di un'Europa confederale di stati indipendenti, quale potenza giudaico-cristiana, nemica di immigrati e musulmani. L'obiettivo è intercettare su basi reazionarie il sentimento pacifista “antiamericano” dell'opinione pubblica europea.

Il consenso elettorale delle destre in significativi settori della classe operaia industriale europea, in particolare in Francia e in Italia, misura lo scollamento dei vecchi blocchi sociali di centrosinistra sotto la pressione della crisi capitalistica.


LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO.
LA RESPONSABILITÀ DELLE BUROCRAZIE SINDACALI


La classe operaia europea ha conosciuto, in anni recenti, dinamiche di lotta molto differenziate da paese a paese. La Francia ha vissuto nell'ultimo decennio ripetuti processi di mobilitazione e radicalizzazione, contro la liberalizzazione dei licenziamenti e l'innalzamento dell'età pensionabile. L'Italia, all'opposto, resta segnata da un riflusso prolungato e profondo della classe operaia, dopo la sconfitta subita su tema dei licenziamenti (Jobs Act del governo Renzi, 2014-2015) e dell'istruzione pubblica (Buona Scuola, 2015). Un analogo ripiegamento ha investito il proletariato greco dopo l'esperienza traumatica del governo Syriza.

Una forte ripresa di lotte salariali ha interessato nell'ultimo anno la Gran Bretagna, con un significato di importante risveglio dopo la sconfitta storica subita quarant'anni fa per mano del governo Thatcher. Movimenti di lotta sul terreno salariale si sono prodotti, su scala più limitata, anche in Francia e in Germania, prevalentemente nel settore pubblico e nei servizi, meno nel proletariato industriale.

Nel complesso il livello di mobilitazione del proletariato europeo, per responsabilità delle sue direzioni, è oggi molto al di sotto delle necessità e della portata obiettiva dello scontro, sia sul terreno sindacale che sul piano politico più generale, sia nei diversi paesi che su scala continentale.

La diffidenza e ostilità verso il militarismo restano ancora prevalentemente passive. La necessaria mobilitazione contro la guerra, contro l'economia di guerra, contro la corsa generale agli armamenti, è stata per lo più rimpiazzata o da un affidamento passivo alla NATO in chiave antirussa (in particolare in Polonia e nel Nord Europa) o all'opposto da un sentimento diffuso antiucraino mascherato dal pacifismo (particolarmente forte in Italia). I movimenti di solidarietà con la Palestina, di grande rilevanza politica, hanno registrato dimensioni di massa in Gran Bretagna, una diffusa partecipazione giovanile in diversi paesi, una sintonia generale col senso comune maggioritario dell'opinione pubblica europea, decisamente filopalestinese; ma vedono ancora l'assenza del grosso del movimento operaio organizzato. Il movimento ambientalista del Fridays For Future, che aveva conosciuto una forte espansione tra il 2018 e il 2021 in importanti settori della gioventù europea, ha conosciuto una parabola declinante, anche per l'assenza di un riferimento di classe. L'importante mobilitazione democratica in Germania contro l'estrema destra nei primi mesi del 2024 è stata subordinata al governo a guida SPD, e perciò stesso deprivata di larga parte delle proprie energie e potenzialità.

Le burocrazie dirigenti del movimento operaio e sindacale europeo hanno avuto e hanno in tutto questo una responsabilità decisiva, subordinando ovunque la classe operaia alle necessità del proprio imperialismo e/o della propria borghesia.
In Francia hanno smobilitato il movimento di lotta sulle pensioni per paura di perderne il controllo. In Italia rifiutano ogni ipotesi di vertenza generale, pur in presenza di undici milioni di salariati in attesa di contratto. In Germania accettano di sacrificare le rivendicazioni salariali del settore pubblico alle esigenze di spesa militare. In Spagna sostengono il quadro di concertazione sociale col governo Sanchez e il padronato.

A maggior ragione è assente ogni piattaforma di lotta continentale ed ogni azione di lotta su scala europea. La stessa critica del nuovo Patto di Stabilità europeo da parte della Confederazione Europea dei Sindacati si limita a pronunciamenti innocui (13 dicembre 2023). La passività sul terreno del contrasto del militarismo e la mancata risposta all'appello dei sindacati palestinesi per la mobilitazione contro Israele misurano la profonda corresponsabilità delle burocrazie sindacali agli imperialismi europei e alle borghesie del continente.


LA SINISTRA EUROPEA TRA GOVERNISMO E CAMPISMO

La sinistra politica continentale, a sua volta, rivela tutta la propria subalternità al nuovo quadro internazionale.

La socialdemocrazia europea, con diverse declinazioni, ha gestito o gestisce la politica imperialista con ruoli di governo, sia a livello di Unione Europea in alleanza con PPE e liberali, su una linea europeista-atlantista, sia all'interno dei diversi contesti nazionali, con esiti e dinamiche differenziati.
In Germania la SPD guida il governo dell'imperialismo tedesco nel momento della sua svolta militarista.
In Spagna il PSOE dirige il governo dell'imperialismo spagnolo, subordinandovi il movimento operaio attraverso una politica di concertazione sindacale.
In Francia il PS ha subito gli effetti distruttivi del proprio ruolo di governo nel precedente decennio e dello scontro diretto con le resistenze sociali, sino al tracollo dei propri legami di massa.
In Italia lo spazio della socialdemocrazia è stato occupato precocemente sin dagli anni '90 da una formazione borghese liberale nata dalle ceneri del vecchio partito stalinista e tradizionalmente legato all'establishment (PDS, poi DS, infine PD). La sua gestione prolungata delle politiche di austerità ne ha largamente compromesso l'immagine pubblica nella classe lavoratrice, a beneficio della destra.
In Gran Bretagna il Labour Party si candida al governo con una nuova torsione liberale di matrice blairiana dopo aver archiviato la breve parentesi riformista di Corbyn: l'ostilità della nuova segreteria Labour verso gli scioperi operai dell'estate 2023 è il biglietto da visita del “nuovo” corso laburista.

I partiti della sinistra europea che negli anni '90 e 2000 hanno cercato un proprio spazio a sinistra della socialdemocrazia liberale sono vittima delle proprie ambizioni di governo.
Rifondazione Comunista si è autodistrutta quasi vent'anni fa con il proprio coinvolgimento nel governo di Romano Prodi (2006-2008) e nelle sue politiche antioperaie.
Syriza ha bruciato la domanda di svolta dell'ascesa di massa del 2012-2015 sull'altare del governo dell'austerità del memorandum della troika (2015-2019), ed è oggi investita da una crisi e disarticolazione profonda.
Podemos ha largamente disperso il consenso raccolto dopo le mobilitazioni degli Indignados (2011) con la propria perdurante partecipazione ai governi dell'imperialismo spagnolo a guida Sanchez (dal 2019).
Il Partito Comunista Portoghese e il Bloco de Esquerda hanno sostenuto per quattro anni (2015-2019) il governo della socialdemocrazia portoghese di Costa, con il suo taglio pesante degli investimenti pubblici.
La Linke tedesca, dall'opposizione, ha votato dopo il 7 ottobre le politiche filosioniste del governo dell'imperialismo tedesco ed ha subito una importante scissione dal versante sovranista e rossobruno guidata da Sahra Wagenknecht.
La NUPES francese si è disgregata sull'onda dell'allineamento “critico”del Partito Comunista Francese alle politiche di legge e ordine di Macron e al suo fronte repubblicano a difesa di Israele. La France Insoumise di Mélenchon preserva la propria versione di populismo nazionalista di sinistra, dominato dalle ambizioni personalistiche del suo leader: la comune subalternità della NUPES alle burocrazie sindacali francesi le ha rese corresponsabili della sconfitta dei movimenti di lotta (movimento contro la Legge Khomri e movimento contro la riforma delle pensioni).
Infine Jeremy Corbyn, asceso ai vertici del Labour Party britannico nel 2015 sulla base di un programma riformista antiblairiano, ha sacrificato il consenso militante raccolto all'unità con l'ala liberale del Labour Party, finendo battuto e umiliato da questa.

Complessivamente, la pretesa di costruire una nuova socialdemocrazia di sinistra su scala continentale è crollata sotto il peso delle derive governiste e/o delle pressioni degli imperialismi nazionali. La bandiera ideologica dell'“Europa sociale, democratica, di pace” è stata ed è solamente la copertura ideologica di questa politica di compromissione.

Un altro settore della sinistra europea, per lo più di estrazione stalinista, ha sposato posizioni campiste, col sostegno ai nuovi imperialismi russo e cinese, presentati come alternativa progressista alla NATO. L'allineamento si è tradotto nell'appoggio all'invasione russa dell'Ucraina, o in forma esplicita e diretta o in una versione mascherata di tipo pacifista. L'area campista è variegata, con articolazioni interne anche molto diverse l'una dall'altra. La sua ala estrema è sfociata nel rossobrunismo, in aperta sinergia con ambienti di estrema destra sovranista e posizioni reazionarie no vax, anti-immigrati, anti-ecologiche, anti-gay. La cosiddetta Piattaforma Mondiale Antimperialista (WAP) è il principale luogo di aggregazione internazionale della componente estrema del campismo. Tale aggregazione ha determinato la scissione interna all'area stalinista internazionale, con la nascita del nuovo polo di Azione Comunista Europea (ECA) attorno alle posizioni anticampiste del KKE greco.

La disgregazione interna del movimento stalinista è un sottoprodotto della nuova polarizzazione imperialista su scala mondiale. E chiama in causa, una volta di più, la necessità di un bilancio storico di fondo dello stalinismo e della sua deriva.


LA PROSPETTIVA SOCIALISTA, UNICA VERA ALTERNATIVA

La prospettiva socialista è l'unica soluzione storicamente progressiva. Lo è sul piano mondiale. Lo è di riflesso sul terreno europeo, in contrapposizione sia all'europeismo borghese liberale, sia al sovranismo reazionario.

Solo la classe operaia può unire l'Europa su basi progressive. Nel quadro capitalista e imperialista il vecchio continente è condannato al declino, nella morsa della polarizzazione mondiale tra vecchie e nuove potenze imperialiste. In tale quadro nessuna delle esigenze elementari della classe operaia e delle masse oppresse può trovare soddisfazione.
La crisi capitalista e il crollo dell'URSS hanno chiuso da tempo lo spazio storico delle riforme in Europa. Tutte le istanze del proletariato e dei movimenti progressivi del vecchio continente (sociali, ambientali, di genere, antirazzisti, antimilitaristi) pongono la necessità della rottura anticapitalistica. È la prospettiva del governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. È la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Questa parola d'ordine non è una improvvisazione propagandistica. Fu la parola d'ordine del movimento comunista nei suoi anni rivoluzionari. La Terza Internazionale comunista l'assunse formalmente nel 1923, a seguito dell'occupazione francese della Ruhr, contro il veleno dei nazionalismi imperialisti. Lo stalinismo la cancellò, assieme all'intero programma comunista.

Oggi il nuovo contesto mondiale di scontro interimperialista, l'irruzione della guerra nel cuore dell'Europa, la corsa generale agli armamenti, ripropongono l'attualità di questa prospettiva storica, contro ogni sorta di atlantismo, di europeismo imperialista, di sovranismo nazionalista, di campismo.

La nostra difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo muove da un'angolazione di piena autonomia da tutti gli imperialismi. Innanzitutto dall'imperialismo di casa nostra. L'imperialismo nord-americano e britannico, gli imperialismi nazionali della UE, fanno leva sulla guerra in Ucraina per promuovere l'allargamento della NATO, in Europa e sul Pacifico, per sospingere e giustificare la propria corsa agli armamenti (infinitamente più grande degli “aiuti” all'Ucraina), per prepararsi alle guerre future contro gli imperialismi rivali.
Parallelamente, l'imperialismo russo e il suo regime reazionario vedono l'invasione dell'Ucraina come parte della ricostruzione della propria area d'influenza grande-russa nella stessa Europa, e del rilancio della propria politica di potenza in Medio Oriente e in Africa, in alleanza oggi con l'imperialismo cinese.

I lavoratori e le lavoratrici dell'Unione Europea e della Russia non hanno alcun interesse a prender parte, da un lato o dall'altro, alla spartizione del mondo tra vecchi e nuovi imperialismi. Al contrario: solo la lotta contro tutti gli imperialismi può salvaguardare il proprio interesse indipendente, a partire dalla propria aspirazione alla pace.

“Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” dichiarava Karl Liebknecht. La prospettiva del governo dei lavoratori e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa traduce questa consegna.


PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA, DALL'ATLANTICO A VLADIVOSTOK

La prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa travalica il perimetro dell'attuale Unione Europea. La geografia politica dell'Europa attuale è figlia delle scomposizioni e ricomposizioni attuate e negoziate dalle potenze borghesi dopo il crollo del Muro di Berlino e la restaurazione capitalistica in URSS. La linea di divisione tra proletari dell'Europa occidentale e proletari russi è stata riproposta su basi nuove dal contrasto fra imperialismi rivali. Da un lato gli imperialismi NATO, dall'altro l'imperialismo russo, arruolano l'uno contro l'altro il “proprio” proletariato in funzione dei rispettivi interessi imperialisti e della corsa agli armamenti. Unire i proletari contro i propri imperialismi significa battersi per unire l'Europa al di là delle sue attuali frontiere, per una Europa unita dall'Atlantico a Vladivostok, per una federazione socialista europea: l'unico quadro in cui sarà possibile risolvere, su basi progressive, la stessa miriade di questioni nazionali, grandi o piccole, che percorrono la penisola balcanica, l'est europeo, la Federazione Russa. Questioni che non possono trovare soluzione né sotto il comando degli imperialismi della UE né sotto la dominazione grande-russa.

Nella stessa UE i vecchi confini tra i principali stati nazionali non hanno alcuna funzione progressiva. Essi sono tenuti in piedi dall'interesse delle diverse borghesie, che usano la retorica propagandista dell'Europa quando devono imporre sacrifici ai propri operai o negoziare l'aiuto per le proprie banche, ma si tengono ben stretti i propri stati nazionali come strumento d'ordine sul piano interno, come comitati d'affari e camera di compensazione dei propri conflitti di interesse, come procacciatori di commesse e profitti sul mercato mondiale, come strumento militare di intervento o respingimento.

La sola cancellazione dei vecchi confini artificiali e del parassitismo degli Stati borghesi nazionali rappresenterebbe di per sé un grande salto in avanti della ricchezza sociale disponibile per tutti i lavoratori europei. Una pianificazione democratica dell'economia europea che mettesse insieme, a vantaggio dei lavoratori, la forza produttiva dell'intero continente costituirebbe un enorme progresso. Squilibri territoriali atavici (dalla questione meridionale italiana al mezzogiorno spagnolo) potrebbero essere compiutamente affrontati entro un grande piano continentale per il lavoro. Le questioni nazionali irrisolte e irrisolvibili nel contesto della UE e dell'Europa capitalista (la questione irlandese, la questione basca, la questione catalana...) potrebbero trovare soluzione nel quadro federale socialista europeo, col pieno diritto di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa, entro il richiamo unificante di una comunità continentale non più oppressiva: una repubblica europea dei consigli dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'Europa dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenterebbe a sua volta uno strumento di sostegno ai lavoratori e ai popoli oppressi di tutto il mondo contro il capitalismo e l'imperialismo.
La cancellazione di ogni pretesa e diritto coloniale delle vecchie madrepatrie sarebbe il primo atto di un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. In particolare il pieno sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese contro lo stato sionista, e del popolo curdo contro gli stati che lo opprimono, sarebbe un messaggio di liberazione alle masse oppresse di tutta la nazione araba e del Medio Oriente, e un forte incoraggiamento alla loro lotta.

Lo stesso sviluppo della lotta per un governo dei lavoratori in Europa potrebbe dare un forte impulso al movimento operaio internazionale a tutte le latitudini e in tutti i continenti.


PER UN PROGRAMMA DI LOTTA UNIFICANTE


Solo la prospettiva socialista del governo dei lavoratori può liberare una piattaforma di lotta unificante del proletariato, in ogni paese europeo e su scala continentale, capace di aggregare attorno a esso le istanze progressive di emancipazione e liberazione dei settori oppressi della società.

La lotta politica e di classe assume naturalmente forme diverse da paese a paese, in base alle diverse specificità nazionali, contesti politici, esperienze e tradizioni del movimento operaio. L'articolazione della piattaforma di lotta non può prescindere da questo principio di realtà. Tuttavia i contenuti dello scontro di classe travalicano, tanto più oggi, i confini nazionali.
L'Unione Europea ha unito la borghesia contro il lavoro. Si tratta allora di unire il lavoro contro la borghesia europea. La lotta in ogni paese per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici implica un quadro di rivendicazioni comuni e unificanti.

Per l'aumento generale dei salari e la scala mobile dei salari.
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. A pari lavoro, pari diritti.

Per la cancellazione di ogni legislazione anti-immigrati e il riconoscimento pieno dei loro diritti.
Per la ripartizione del lavoro fra tutti attraverso la scala mobile delle ore di lavoro.
Per un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nel risanamento ambientale, nella riconversione energetica, nelle energie rinnovabili, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi capitali, profitti, rendite.

Per un grande piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nella socializzazione dell'economia domestica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
Per l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che licenziano, che inquinano, che violano i diritti sindacali.

Per l'esproprio delle grandi proprietà ecclesiastiche (bancarie, finanziarie, immobiliari), la cancellazione di ogni privilegio clericale, l'abrogazione di tutte le leggi e misure discriminatorie nei confronti delle donne ed LGBTQI.
Per l'abbattimento delle spese militari e l'esproprio sotto controllo operaio dell'industria bellica.
Per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell'industria farmaceutica, dell'industria chimica, della grande industria alimentare, delle grandi aziende agricole, della grande distribuzione.

Per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del sistema ferroviario, aereo, portuale, logistico
Per la nazionalizzazione dei grandi monopoli in tutti i settori strategici della produzione, a partire dall'industria automobilistica e siderurgica, della energia, delle telecomunicazioni.


Tali misure, al di là delle loro particolarità, hanno un significato d'insieme: configurano un'alternativa di sistema all'anarchia del mercato e alla concorrenza capitalistica. Dunque alla distruzione di diritti sociali, devastazioni ambientali, oppressioni, dinamiche di guerra, che esse trascinano con sé. Non indicano una “nuova politica economica”, secondo la vecchia retorica riformista, ma una diversa struttura dell'economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni della società in base a un piano democraticamente definito dai lavoratori e sotto il loro controllo. Una alternativa di società e di potere.

La lotta per queste rivendicazioni parte in ogni paese dalle esigenze elementari della classe lavoratrice e delle masse oppresse, e va sempre ancorata ad esse. Al tempo stesso, traccia un ponte tra queste esigenze e la necessità di un governo dei lavoratori: l'unico governo che, rompendo col capitalismo, può realizzare compiutamente tali rivendicazioni e riorganizzare la società su basi nuove. La lotta per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, è ovunque il cuore di questo programma. Il suo coronamento naturale e centrale. Ed anche il principio di riferimento della piena autonomia del movimento operaio da ogni governo capitalista.


PER UNA RISPOSTA RADICALE ALLA REAZIONE

Il fondamento di questo programma di lotta non sta nella coscienza soggettiva della classe operaia e delle masse oppresse ma nella condizione oggettiva della società. La coscienza soggettiva delle grandi masse ha conosciuto un arretramento più o meno profondo. Ma oggettivamente solo una rottura anticapitalista può riaprire un orizzonte di progresso per l'umanità. Si tratta di far leva su questa verità per portarla controcorrente nella coscienza soggettiva della massa. Il programma ha innanzitutto questa funzione: mettere il movimento operaio al passo con la svolta d'epoca in corso.

L'attualità del programma anticapitalistico è anche di natura politica. L'esaurirsi dello spazio riformista sotto la pressione della crisi sociale e delle dinamiche di guerra richiama l'esigenza di soluzioni radicali. O tale soluzione è imposta dalla classe lavoratrice sul terreno anticapitalistico o rischia di essere imposta da forze più o meno reazionarie contro la classe lavoratrice.
La crisi delle tradizionali forme di alternanza liberale, l'irruzione di grandi processi di polarizzazione politica, testimonia l'attualità di questo bivio. La stessa crescita della destra sovranista in Europa è la misura della crisi del movimento operaio nell'approntare una propria soluzione della crisi del capitalismo. Risolvere questa crisi è dunque parte decisiva della stessa battaglia contro la reazione.

Peraltro solo una lotta radicale su una piattaforma di lotta unificante può scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare settori di classe oggi lì imprigionati, ricomporre un blocco sociale alternativo, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. Solo una lotta radicale può strappare cammin facendo risultati e conquiste parziali. Solo ponendo la questione del potere si può indurre la borghesia a fare concessioni. La borghesia concede qualcosa quando ha paura di perdere tutto. Le riforme, come diceva Lenin, sono un sottoprodotto della rivoluzione. Tanto più in un'epoca di crisi.

Non si tratta dunque di contrapporre questo programma agli obiettivi immediati dei movimenti, ma di portare in ogni movimento questo programma. Di ricondurre i suoi obiettivi immediati a una prospettiva anticapitalista. Vale per il movimento operaio come vale per ogni movimento progressivo, di genere, ambientale, antirazzista, antimilitarista, antifascista. Tutte le rivendicazioni progressive, sociali, democratiche, di pace richiamano la necessità di rompere col capitalismo e con l'imperialismo. E dunque la necessità di un riferimento centrale alla classe lavoratrice come forza centrale di un'alternativa. Parallelamente, la classe lavoratrice potrà assolvere il ruolo rivoluzionario solo se assume nel proprio programma tutte le istanze di emancipazione e liberazione delle masse oppresse della società, fuori da ogni ripiegamento economicista.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Il programma è in funzione dell'orientamento della massa e dello sviluppo della sua coscienza. Ma lo sviluppo della coscienza di massa richiede la presenza di un'avanguardia organizzata che intervenga nella classe operaia, nelle organizzazioni di massa, in ogni movimento progressivo.

Un'avanguardia unita dal programma, da una comune comprensione del corso generale degli avvenimenti mondiali, da una comune memoria storica della propria classe di riferimento, sul piano nazionale e internazionale. Raggruppare controcorrente questa avanguardia è una necessità politica urgente. Una necessità mondiale, una necessità in Europa.

La deriva della vecchia sinistra riformista e campista si è consumata in tutto il continente. La ricostruzione in ogni paese e su scala europea una sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, internazionalista, è il compito centrale dei marxisti rivoluzionari in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fonte

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