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(23 Luglio 2011) Enzo Apicella

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La Corte Penale Internazionale sulla Palestina: un colpo al cerchio e un colpo alla botte

(21 Maggio 2024)

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Ieri il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha chiesto di emettere mandati di arresto per i vertici dello stato nazi-sionista di Israele (Netanyahu e Gallant) e parallelamente – non ci si poteva aspettare altro, viste anche le pesanti pressioni dei governi occidentali – mandati di arresto per i vertici di Hamas.
L’imputazione è di “crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Aspetti positivi: finalmente viene sancita formalmente la fine dell’impunità (e la violazione di più di 50 risoluzioni delle Nazioni Unite) di cui lo stato di Israele ha goduto per 75 anni).
La richiesta di incriminazione è un problema anche per i principali (ma non soli, l’Unione Europea fa del suo meglio..) sostenitori finanziari e militari di Israele: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, nelle cui leggi è formalmente proibito (ma mai rispettato) il divieto di vendere armi a paesi che violano i diritti umani.
Da qui la reazione isterica di Joe Biden, che ha subito .dichiarato: “La richiesta del procuratore della Corte penale internazionale di richiedere l’arresto dei leader israeliani è oltraggiosa. Voglio essere chiaro: qualsiasi cosa il procuratore voglia sottintendere, non esiste nessuna equivalenza – nessuna – tra Israele e Hamas. Staremo sempre con Israele e contro le minacce alla sua sicurezza”....ma guarda che non avevamo capito, soprattutto dopo l’annuncio di qualche giorno fa al Congresso USA di ulteriori invii di armi ad Israele per un valore di circa 1 miliardo di dollari...

Aspetti negativi: l’equiparazione tra vittime e carnefici.
Da 75 anni lo stato nazi-sionista uccide, distrugge, ruba, imprigiona illegalmente e ora sta commettendo un genocidio, piaccia o meno la parola ma non c’è altro termine per definire quanto sta accadendo.
Come scriveva in tempi non sospetti il giornalista israeliano Gideon Levy, i palestinesi fanno notizia solo quando rifiutano di essere vittime mute, e allora li si chiama “terroristi”.
Equiparare il diritto alla resistenza armata di un piccolo popolo disperso contro il 4° stato più armato del mondo – Israele che, ridicolmente e spudoratamente, continua a ricorrere alla scusa del “suo” diritto ad esistere (e basta paragonare la carta geografica della Palestina del 1946 e quella di oggi), significa fondamentalmente due cose:
. dal punto di vista formale stracciare quanto affermato nella Convenzione di Ginevra del 1949, nella risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU n. 314 del 1974 e nella risoluzione n. 37/43 del 3.12.1982 che ribadiva “la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dal dominio coloniale e straniero e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”.
. dal punto di vista sostanziale e storico ignorare il diritto a ribellarsi – con ogni mezzo - dei popoli oppressi significa condannare tutte le lotte di liberazione anticolonialiste degli anni ’60 e ’70 (dalla lotta di liberazione algerina – e vale la pena di rivedere il bellissimo film di G. Pontecorvo, “La battaglia di Algeri” - al Vietnam, passando per l’Angola, il Mozambico, ecc. ecc.). Per quanto riguarda il nostro paese, ad esempio, i 12 partigiani dei GAP che a Roma, in via Rasella, colpirono una colonna nazista il 23 marzo del ’44, invece che decorati come furono dal presidente della Repubblica Einaudi, andrebbero considerati “terroristi”.

Genocidio “generazionale”. Da 75 anni, generazione dopo generazione, i palestinesi lottano testardamente per la loro libertà, la loro terra, il diritto a tornare alle loro case. E allora ecco spiegato senza tante parole perché delle più di 35.000 vittime dell’attuale genocidio in corso i due terzi sono donne e bambini: assicurarsi che non ci siano più prossime generazioni.

Vittime e ostaggi. Due pesi e due misure: vittime israeliane del 7 ottobre 1.400; vittime palestinesi circa 36.000 (25 palestinesi per ogni israeliano). Gli ostaggi catturati dalla Resistenza palestinese sono stati 240.
Ma anche i palestinesi sono ostaggi: parliamo solo dei palestinesi arrestati e incarcerati dal 7 ottobre, che sono oltre 5.000.
Questi (uomini, donne e ragazzi) sono prigionieri in centri di detenzione e in basi militari come quella di Sde Teiman, venuta alla luce alcuni giorni fa grazie ad un’inchiesta della catena statunitense CNN dove, lo denuncia anche il quotidiano israeliano Haaretz, i prigionieri sono legati e bendati 24 ore su 24, ammassati in gabbie, costretti a rimanere in ginocchio per ore, picchiati e torturati (e non aggiungiamo dettagli ben più orribili), tanto che le ONG israeliane ACRI, Gisha, HaMoked,Medici per i Diritti Umani e il Comitato contro la tortura il 4 aprile scorso hanno chiesto all’avvocatura militare dell’esercito israeliano l’immediata chiusura di tale centro, l’Abu Ghraib di Israele. Ma su di loro nemmeno una parola.

Ci sarebbero moltissime altre cose da aggiungere, ma ci limitiamo ad un’osservazione: il procuratore della CPI ha chiesto i mandati di arresto per i vertici di Hamas. Ma i palestinesi che combattono a Gaza contro lo stato nazi-sionista di Israele non sono Hamas, sono la Resistenza palestinese che ha trovato la sua unità.
Ed è questo, probabilmente, a fare più paura agli imperialisti.

Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli"

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