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(15 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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(Contratto Metalmeccanici)

Tiburtina: l'avanguardia dei metalmeccanici attraverso l'ex Roma operaia

(2 Dicembre 2005)

Non sono nemmeno le sei del mattino che già scendono dai treni bardati contro il freddo, con i fazzoletti rossi al collo, le bandiere srotolate appena messo piede sulla banchina della stazione Tiburtina di Roma. In mezzo ai pendolari che raggiungono la capitale per lavoro stamattina ci sono anche loro, i metalmeccanici, questa categoria “fantasma” scomparsa dalla televisione e dai giornali nonostante siano ormai intorno alle 50 ore di sciopero sacrificate alla causa del rinnovo del contratto. Altre otto ore di serrata nazionale, le fabbriche semivuote, Roma invasa da tre diversi cortei che si congiungeranno a piazza san Giovanni. Fiom, Fim e Uilm questa volta di nuovo uniti, dritti fino alla meta senza farsi dividere dal padronato.

Nel piazzale antistante la stazione i parcheggi dei pullman sono tutti pieni. Qui si sono dati appuntamento i lavoratori lombardi, veneti, delle Marche, Abruzzo e Molise. Che arrivano prima e si mettono alla testa del corteo. L’avanguardia del nord, la punta di diamante del comparto industriale più forte del paese, che sta tentando di reagire alla crisi senza farsi azzannare dai nuovi competitori internazionali. Sono le delegazioni della Fiom di Brescia, Mantova, Verona e Milano a guidare la marcia dietro il grande striscione “Contratto”. Tante lavoratrici e lavoratori di mezza età, alcuni con i propri figli, e poi giovani, extracomunitari, tutti attraverso la lunga lingua d’asfalto della Tiburtina, che sulla destra affianca le alte mura del cimitero del Verano. Suonano i tamburi, si scandiscono i cori passando sotto i grossi piloni del cavalcavia. Le auto sfrecciano sulla corsia destra, al di là del guard-rail, ma presto il traffico sarà costretto a fermersi.

Gloria è una signora sottile, col cappuccio in testa e la sciarpa che le lascia giusto uno spiraglio per guardare. Sulle spalle la bandiera della Fiom di Brescia. «Lavoro per la Berga, facciamo ingranaggi per macchine. Siamo in 19, da un anno chiediamo il rinnovo del contratto. Io lavoro e combatto da 33 anni», per 1100 euro al mese. Ma lei si ritiene tutto sommato più fortunata dei suoi figli, che vanno avanti con contratti a termine. E anche degli interinali, i lavoratori più poveri che la sostituiscono quando sciopera e sono ricattabili dalla proprietà dell’azienda. «Ci piange il cuore vederli come schiavi, che non se la sentono di scioperare, ma noi stiamo qui anche per loro» ci dice. Conclude un po’ amara: «Tanto da noi ormai si pretendono solo i doveri, e i diritti?».

Mentre il corteo occupa completamente la consolare e arriva al piazzale del Verano, dai tunnel della stazione continuano ad uscire le delegazioni dei metalmeccanici della Campania, arrivati in ritardo per problemi di collegamenti. L’ormai ex quartiere operaio di san Lorenzo, adesso votato a “contenitore” degli studenti universitari, pian piano è invaso dalle tutu blu. Negli anni sessanta e settanta i più giovani erano al fianco dei lavoratori, costituendo avanguardia e numero del movimento operaio tra i più importanti d’Europa. Adesso gli studenti si affacciano dalle finestre, qualcuno ha il viso assonnato. Tutti salutano e sorridono, alzano pugni chiusi. Per le ragazze invece è il corteo che lancia fischi di approvazione. Nel "quartiere rosso" della capitale si sentono gli echi delle vecchie lotte popolari. Da qui gli operai se ne sono andati già da un po' di anni, da quando la speculazione immobiliare ha fatto di questo piccolo quadrato a ridosso del centro un campo di battaglia. Restano i simboli, però: la Libreria anomalia-centro di documentazione anarchica, la sede che una volta fu del Pci, il parco dei caduti sotto le bombe del 19 luglio del '43 e le targhe sparse per le strade a ricordo di chi resistette al fascismo. E ancora il mercato, ristrutturato, che porta sui lati gigantografie delle associazioni dei lavoratori riuniti intorno ad un tavolo, i fiaschi di vino in vista e lo sguardo fiero.

Il tempo è stato clemente stamattina. L’aria si è riscaldata, sarà pure per la musica lanciata dai camioncini, i fischietti e le sirene da fabbrica. Ed è un fiorire di bandiere rosse, bianche e verdi e quelle blu. Di nuovo uniti Fiom, Fim e Uilm, fianco a fianco perchè stavolta si va fino in fondo e i vertici della Federmeccanica devono cedere. Nicola Ferreri, della Rsu della Raffineria Metallic Capra di Brescia, è convinto che per Natale sarà tutto risolto: «Non ci possono esasperare ancora. Se rallentiamo noi, rallentano loro, non è conveniente». La richiesta di tornare insieme, i tre sindacati confederali, è partita dal basso, dai lavoratori nelle fabbriche: «Se si dividono al vertice, si dividono anche sui posti di lavoro. Vince il messaggio del padronato: il sindacato non serve. Invece Cisl e Uil si sono ravveduti, la precarizzazione della flessibilità li ha spaventati».

Nella tarda mattinata qualcuno inizia a tirare fuori i panini dagli zaini e a capannelli i compagni di fabbrica fanno la loro pausa. «Tanto si mangia sempre fuori orario» ci dicono alcuni metalmeccanici del siderurgico. Non sarebbe il peggio, se consideri il calore insopportabile delle fornaci, lo sforzo fisico, la gastrite diffusissima «che ci viene per le rogne sul lavoro. Fai turni a rotazione che cambiano ogni due giorni, non riesci ad abituarti». Tutta la notte in viaggio e adesso prendono d’assalto i bar prima di Porta Maggiore e poi oltre, su viale Carlo Felice in vista di piazza San Giovanni. È qui che ancora una volta si danno appuntamento i lavoratori in lotta, in un luogo simbolico per tante battaglie. Forse non ci si aspettava tanta gente. Ai 5000 delegati che a novembre si sono trovati a Milano per decidere lo sciopero generale si era chiesto lo sforzo di portare almeno 20 lavoratori ciascuno. Ne sono arrivati almeno 150mila. Ma il servizio d’ordine non vuole azzardare una valutazione dell’affluenza, «niente bugie sui numeri come fanno altri» dicono, ma il colpo d’occhio è davvero emozionante. Sul palco allestito per gli interventi, con alle spalle la basilica di San Giovanni, si susseguono i delegati sindacali. I tre cortei intanto si congiungono e i lavoratori si assiepano sotto il palco o a gruppi sui prati e nella piazza vicino agli archi. Si attende l'intervento conclusivo di Guglielmo Epifani. Al segretario generale della Cgil il compito di tirare le somme e lanciare l’ultima sfida: i lavoratori non possono essere portati allo stremo, il contratto va chiuso prima di Natale. Sennò ci resta un’unica certezza, che “la classe operaia va in paradiso”. E qualcun’altro no.

Pasquale Colizzi

L'Unità 2 Dicembre 2005

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