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Nuova Caledonia, solidarietà al popolo kanak

(11 Giugno 2024)

popolo kanak

È in corso da più oltre tre settimane la rivolta del popolo canaco contro il colonialismo francese e per la liberazione della Nuova Caledonia, movimento che fa fronte al coprifuoco e allo stato d’emergenza dichiarato dal presidente francese Macron (dichiarato il 16 maggio). In altre parole, all’occupazione militare.

Pochi conoscono questo arcipelago melanesiano, non distante dall’Australia, e il suo popolo, oppresso dalla Francia dal lontano 1853 e ridotto addirittura in minoranza dalle politiche d’occupazione e d’insediamento coloniale del regime francese (le stime più diffuse indicano che la popolazione canaca supera di poco il 40%. Restano la maggioranza relativa rispetto alle altre componenti, di cui i coloni di origine europea vengono valutati sempre in una percentuale inferiore al 30% e i restanti abitanti, provenienti soprattutto da altre colonie francesi e dal resto del mondo).
Questo regime è stato il responsabile della reiterata e sanguinosa repressione di tutti i tentativi di rivolta anticolonialista, alimentati in particolare dall’FLNKS, il Fronte di Liberazione Nazionale Canaco e Socialista, che, come altri partiti locali, vanta un patrimonio politico indipendentista e confusamente socialista (uno dei gruppi più coerenti e coscienti è il Parti Travailliste, braccio politico del sindacato USTKE, Union Syndicale des Travailleurs Kanaks et des Exploités, associato al Nouveau Parti Anticapitaliste).

Perché reprimere con le peggiori brutalità il movimento separatista di un piccolo popolo come quello canaco (ricorrendo, in passato, persino all’omicidio politico, come nel caso del leader indipendentista Jean-Marie Tjibaou)?
Innanzitutto, le succulenti risorse da sfruttare presenti sull’isola (in particolare il nichel, di cui questo paese è tra i più importanti produttori al mondo, procurando più o meno il 30% del fabbisogno globale di questa risorsa), la posizione strategica a livello geografico (ottima per insediare strutture militari e per avere un’influenza sul Pacifico) e anche per la pericolosità strettamente politica della rivolta canaca, in quanto se il regime francese subisse uno scacco su questo fronte, potrebbero seguirne degli altri simili. Sconfitta che oltretutto rivangherebbe la coscienza sporca della borghesia francese per ciò che concerne l’autodeterminazione dei popoli: la Francia, infatti, vanta ancora oggi numerosi possedimenti coloniali, definiti prosaicamente “collettività d’oltremare”, come Guadalupa, Martinica, Guyana orientale, l’Isola della Riunione, Mayotte (isola che era previsto dovesse far parte delle Comore in occasione della loro indipendenza ma che invece è ancora oggi occupata da Parigi), Wallis e Futuna, Polinesia orientale, Saint-Pierre e Miquelon, Saint-Barthélemy, Saint-Martin e il disabitato atollo di Clipperton, vicino al Messico. Per non parlare di quelle che vengono chiamate colonie interne da alcuni teorici, ovvero le nazionalità occupate ma dislocate sul territorio “continentale”, i cui movimenti solitamente non esitano a porsi a fianco di quello canaco: Occitania, Bretagna, Corsica, Catalogna settentrionale, Iparralde/Paesi Baschi del nord, l’Arpitania, l’Alsazia, i territori tedeschi in Lorena e quelli fiamminghi del Westhoek.
La secessione di anche uno soltanto di questi territori costituirebbe un precedente e una situazione potenzialmente esplosiva, capace di portare al distacco di alcuni degli altri popoli occupati e minorizzati (e le ricadute potrebbero toccare territori ben più ampi della Francia), o anche a un generale ridimensionamento dei rapporti tra il centro colonialista e gli occupati, capace di modificare la percezione sciovinista e imperialistica della storia francese.

Tornando alla Nuova Caledonia, il 13 maggio è scoppiata una forte protesta per mettere in discussione la proposta di modifica della Costituzione votata da entrambe le camere del parlamento francese (manca ancora l’approvazione del Congresso del Parlamento francese, che sarebbe un’assemblea delle stesse camere però congiunta; dunque la modifica non è ancora ufficiale), modifica che prevede l’apertura al voto ai cittadini francesi che risiedono da meno di dieci anni nel territorio canaco (nel 1998, gli accordi di Nouméa tra indipendentisti e Stato francese avevano previsto l’esclusione di una parte della popolazione di coloni e di persone provenienti da altre “collettività d’oltremare” dalle elezioni nelle provincie, cui è seguita anche l’approvazione della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2005, in quanto si tratterebbe di un passo verso il processo di decolonizzazione), diminuendo gravemente in questo modo il peso della popolazione canaca nelle scelte politiche e amministrative nell’arcipelago.
Le proteste hanno rapidamente mobilitato migliaia di persone, anche armate, e per far fronte alla rivolta il governo francese ha inviato un grosso contingente di poliziotti e di militari, imposto il divieto di qualsiasi incontro pubblico, la chiusura delle scuole e dell’aeroporto della capitale Nouméa, e la possibile restrizione delle libertà personali senza prima passare per la magistratura.
Ciò non ha inficiato più di tanto lo sviluppo del conflitto, tanto che non mancano momenti di lotta che sono possibili avvisaglie di un momento insurrezionale su larga scala, come gli scioperi delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare del porto e dell’aeroporto della capitale, la rivolta nel carcere di Nouméa, la creazione di barricate per le strade della capitale e la distruzione di attività commerciali e aziende.

La repressione si è frettolosamente fatta sentire, e per arginare la rivolta in corso persino il social TikTok è stato fatto bloccare dal governo francese. La repressione ha portato almeno a quattro vittime, oltre trecento arrestati, due morti tra i gendarmi e quella di un colono francese, abbattuto dopo aver iniziato a sparare contro i canachi che protestavano. Alcuni civili sono caduti vittime delle milizie lealiste di destra, composte dai caldoches, coloni di origine francese, che hanno immediatamente offerto la propria “disinteressata” collaborazione alle forze armate e alla piccola e grande borghesia nella difesa delle attività commerciali.

Nel frattempo i leader dell’FLNKS e dell’Union Nationale pour l’Indépendance, invece di cavalcare il furor di popolo come dovrebbero, stanno invitando alla «calma, pace, stabilità e ragione», dimostrando un ruolo di retroguardia rispetto a chi sta lottando per le strade (non è la prima volta che i dirigenti dell’FLNKS assumono posizioni moderate e opportuniste, anzi), domandando però anche la liberazione immediata della Nuova Caledonia, rivendicazione che chiaramente mantengono perché spinti dalla propria base di massa, che altrimenti rischierebbero di perdere.

Ben più interessante è che la situazione corrente ha provocato appelli in favore degli indipendentisti da parte di rappresentanti delle Isole Salomone e delle Vanuatu, così come anche da parte dei presidenti dei consigli regionali di altre colonie come Martinica, Guadalupa, Guyana orientale e dell’Isola della Riunione. Anche organizzazioni internazionali come Amnesty stanno denunciando la feroce repressione francese, e non bisogna dimenticare che anche settori avanzati del movimento per l’autodeterminazione del popolo del Papua occidentale si sono schierati vivacemente con la rivolta canaca. C’è da sperare che tutto questi sfoci in un rilancio globale della lotta anticolonialista e antimperialista in Oceania e nel mondo.

Purtroppo, il movimento canaco sta attirando anche la “solidarietà” ben meno disinteressata di altre potenze imperialiste e/o reazionarie: Turchia e, soprattutto, Azerbaigian, stanno cercando, infatti, di approfittare della situazione in corso in chiave antifrancese. Chiaramente i due regimi hanno negato le accuse a essi rivolte di essere coinvolti nel sostegno agli indipendentisti, ma considerando che l’affidabilità delle dichiarazioni dei rappresentanti dei due paesi, visti i precedenti, è pari a zero, e che le mosse azere sono piuttosto scoperte e palesi, non c’è da dargli troppo credito. Il Gruppo di Iniziativa di Baku, infatti, è una creatura di questo Stato, che ha l’obiettivo di «sostenere la lotta contro il colonialismo e il neocolonialismo» francese. Mossa plateale, visto che l’Azerbaigian è da sempre uno dei principali partner dello Stato sionista israeliano ed è responsabile del genocidio del popolo armeno del Nagorno-Karabakh, della dearmenizzazione del Nakhichevan e dell’assimilazione e della repressione dei lezgini, dei tati, dei talisci, degli avari e di altri popoli presenti sul suolo del regime razzista di Aliyev. Questo supporto, piuttosto blando e dettato dalle spinte opportunistiche, antiarmene e razziste di Baku, è più dannoso che utile ai militanti anticolonialisti (come già denunciano alcuni indipendentisti), e c’è da sperare che il popolo canaco non si faccia abbindolare dalla propaganda azera, interessata a creare una verginità e una legittimazione anticolonialista al regime azero.

In passato ci sono stati diversi referendum sulle sorti dell’isola, in cui si optava per l’indipendenza o per lo status quo, tutti favorevoli a quest’ultimo ma, con l’eccezione dell’ultimo, con percentuali di distacco sempre più ridotte. Non c’è da escludere il timore da parte francese che un nuovo referendum possa dare risultati favorevoli alle aspirazioni dei canachi: infatti, quello del 2021 è stato boicottato e messo in discussione dagli indipendentisti in quanto fortemente limitante, per via delle restrizioni causate dall’epidemia di coronavirus in corso, e l’astensione è stata altissima. Lo Stato francese lo ha ugualmente imposto e validato, e ciò è estremamente importante in quanto era previsto fosse il “referendum finale” che avrebbe dovuto porre fine all’accordo di Nouméa.

Il 22 maggio Macron si è recato nell’arcipelago per mostrare la sua “buona volontà” e per raggiungere un accordo, aprendo possibilmente a un ennesimo referendum.
Possiamo dare per scontata la totale esclusione dell’apertura di un reale processo di decolonizzazione della Nuova Caledonia da parte del presidente: non dimentichiamo, infatti, come qualche anno fa è arrivato a mettere in discussione il diritto all’autodeterminazione dei canachi in quanto «la Francia sarebbe stata meno bella senza la Nuova Caledonia». Non ha aggiunto granché in questi giorni.

Chi è realmente anticolonialista e rivoluzionario non può che prendere una chiara posizione contro il moralismo borghese, compreso quello “di sinistra”, che si lascia distrarre volentieri dalle distruzioni e dai saccheggi provocati dalla popolazione in subbuglio, ignorando le cause reali che hanno portato a questi fenomeni di “vandalismo” (cioè, l’occupazione coloniale) e le centinaia di persone che subiscono la repressione militare francese. Macron, infatti, sta cercando di delegittimare la resistenza con i classici slogan legalisti, gli appelli accorati al rispetto dell’ordine costituito repubblicano e contro la “violenza”, arrivando a dire che non ci saranno accordi fintantoché vi saranno subbugli e barricate. Banali scuse per cercare di fermare il processo insurrezionale: è con la lotta protratta, anche se dura, che i rapporti di forze cambieranno e potranno garantire la liberazione della Nuova Caledonia, non certo con l’inconcludente ricerca di un dialogo con la borghesia colonialista, che al massimo potrà portare all’alienazione del consenso delle masse.

La lotta del proletariato canaco è quella di tutti gli oppressi! Per lo sciopero generale e prolungato dei lavoratori canachi e delle altre minoranze dell’arcipelago, per il ritiro immediato delle truppe e della gendarmeria francese, per la resistenza prolungata e per l’estensione della lotta anticoloniale e anticapitalista al resto del mondo!
Chi vuole la pace deve preparare la rivoluzione: in caso contrario, se lo sfruttamento e l’oppressione non vengono risolti oggi, si riproporranno domani.

Alessio Ecoretti - PCL

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