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(17 Novembre 2010) Enzo Apicella
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(Di lavoro si muore)

Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano di 31 anni a cui un macchinario aveva strappato un braccio

(19 Giugno 2024)

Satan Singh

Qualche ora fa è morto Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano di 31 anni a cui un macchinario aveva strappato un braccio. Due giorni fa, in un’azienda agricola nei pressi di Latina, era rimasto agganciato ad una macchina che gli aveva letteralmente strappato un braccio. Ma l’orrore non si ferma qui.
E’ stato caricato su un pulmino, il suo braccio in una cassetta per la frutta, e abbandonato davanti a casa. Solo “grazie” all’allarme di un suo connazionale sono stati attivati i soccorsi, altrimenti Satnam Singh sarebbe morto dissanguato, invece che in ospedale, nel cortile della sua casa.

Comincia la catena delle lacrime di coccodrillo, dei comunicati dei politici, degli articoli di giornale.
Diciamolo chiaro mentre, davanti all’ennesimo morto di profitto, muore anche la nostra umanità: questa è la faccia più feroce, ma più vera, del sistema in cui viviamo dove il profitto vale più della vita umana.
E’ la guerra di classe, i padroni contro la carne da macello.
Dignità, diritti umani, sicurezza calpestati ogni giorno nel paese delle stragi operaie dove il diritto dei padroni a sfruttare i lavoratori non ha più limiti.

Lasciateci aggiungere un dettaglio. L’anno scorso, dopo numerose morti nei campi e nelle fabbriche per il calore, venne stilato tra il Ministero del Lavoro e i sindacati confederali un accordo sulla regolamentazione degli orari di lavoro: ma l’accordo fu raggiunto ... in ottobre, quando ormai le temperature si erano abbassate.
Sindacati che in questi anni hanno firmato qualsiasi schifezza che cancellasse i diritti dei lavoratori (leggi i vari “patti” per il lavoro) e che oggi propongono – CGIL e UIL – invece della lotta i referendum per modificare quelle leggi che – in nome della produttività – avrebbero a loro dire assicurato prosperità anche ai lavoratori.

Oggi il “datore” di lavoro di Satnam Singh viene indagato per omicidio “colposo”. La pena è da 2 a 7 anni,– ammesso e non concesso che il colpevole venga condannato e la storia ci dice che non è affatto scontato. Tanto vale la vita di un giovane lavoratore.

Le parole sono ormai vuote. Resta un concetto: se noi lavoratori non ci organizziamo per difendere, non più il salario ma la nostra stessa vita, nessuno ci difenderà. Lo dicono i 1.500 morti di profitto (non di lavoro, chiamiamo le cose con il loro nome) che ogni anno vengono uccisi per risparmiare pochi euro in più.
L’unico modo per i proletari di difendere non più il salario, le condizioni di lavoro, la salute ecc. ecc., ma la loro stessa vita, è organizzarsi per combattere il sistema criminale del capitalismo.
Contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro i padroni e i loro profitti, organizzazione e lotta di classe. Non abbiamo niente da perdere ma molto da guadagnare: prima di tutto il diritto a vivere.

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, Sesto S.Giovanni

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