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Quando la storia dei popoli si muove per le vie del mondo

(23 Giugno 2024)

Il 5° convegno internazionale di Ragusa sulle lunghe distanze e le grandi migrazioni epocali apre nuove prospettive alla conoscenza della storia. Eccone il rendiconto, con le riflessioni del direttore scientifico Carlo Ruta.

carlo ruta

Carlo Ruta

Il progetto di studi storici avviato dallo storico Carlo Ruta per la ricerca di nuovi accostamenti al passato, continua a volare alto, con esiti produttivi. E il quinto convegno internazionale, tenutosi nei giorni 15 e 16 giugno 2024 ne dà l’ennesima prova. Anche questo appuntamento, intitolato Migrazioni e grandi vie della storia, è partito da modelli storiografici che, illustrati con cura dallo studioso nel suo lungo ragionamento di apertura, ancora una volta escono ampiamente confortati da una discussione serrata di carattere interdisciplinare. Anche stavolta tutto è avvenuto sotto i migliori auspici. L’evento scientifico, svoltosi a Ragusa presso il Laboratorio degli Annali di storia, è stato sostenuto infatti da un ampio parterre di enti accademici e scientifici italiani ed esteri in cui figurano La Sorbonne University di Parigi, Il Centre National de la Recherche Scientifique francese, l’Università degli Studi di Genova, L’Università di Siena, l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, l’Università degli Studi di Messina, Unitelma Sapienza Università degli Studi di Roma e il Laboratorio di Storia Marittima e Navale Fernand Braudel dell’Università degli Studi di Genova.
Lo storico ha preso le mosse dalla nozione di lunga distanza, che ha approntato per indagare le relazioni che corrono tra le «piste» materiali percorse dalle comunità umane e la storia, intesa questa nei suoi sostrati materiali e culturali. Egli, dopo un’ampia premessa metodologica, ha preso le mosse dagli spostamenti dell’uomo legati alle liquidità originarie, costituite dai laghi e dai fiumi, per definire poi le quattro vie che più hanno permesso di mobilitare materialmente la storia umana, cioè la via del mare, quella dei ghiacci, delle steppe e dei deserti. Servendosi di un modello teorico che valorizza il confronto biologico e storico tra bisogni e risorse e proponendone un secondo che ritrova nei corsi lineari e reversibili dei fiumi e nelle rotondità dei laghi i primi sistemi di orientamento delle comunità umane, egli ha messo in luce, in una chiave paradigmatica, una serie di aspetti della mobilità umana, sui quali gli chiediamo di fornire qualche dettaglio.
«Uno di questi aspetti nodali – spiega il prof. Ruta – è la ‘circolarizzazione’ dell’esperienza esistenziale nelle comunità lacustri, in cui si avverte una fissità esperienziale che non implica però una stasi, ma, specie nelle fasi formative della storia, una tendenza a stabilizzare nel ‘circolo’ lacustre, che forma solitamente un sistema compiuto, la ricerca di risorse per le necessità vitali». È allora differente l’esperienza umana dei fiumi? «Certamente. L’estensività materiale dei grandi fiumi, non circolare ma lineare e a determinate condizioni reversibile, permette tutt’altre aperture, costiere e liquide, con effetti tecnologico-costruttivi, manuali e di contatto molto significativi. Centrale e generativa della storia, nei termini epocali che conosciamo, rimane tuttavia la scoperta del mare navigato, vissuto cioè attraverso l’impiego di una macchina mobile fatta in tavole di legno assemblate, la nave, che permette un cambio di passo dirompente nella vicenda umana complessiva e apre accessi fondamentali alle civilizzazioni allargate che hanno sollecitato e animato le epoche storiche».
Qual è allora il senso del progetto storiografico che persegue? «Il senso – osserva lo studioso – è quello della presa d’atto di una vicenda multidimensionale, in gran parte da investigare con approcci differenziati e strumenti idonei, contaminati anche da altri saperi, come l’antropologia, la geografia, la biologia e l’archeologia. Si tratta di focalizzare dialettiche complesse, che corrono tra ambienti di mare e terrestri e che chiamano in causa, appunto, le mobilità delle steppe, dei deserti e dei ghiacci che hanno fatto millenni di storia. Si tratta di liberare, contestualmente, quelle mobilità dai vincoli innaturali di epoche rigidamente date, oltre che da una messe di pregiudizi e luoghi comuni, anche storiografici». Si ritorna allora ai motivi ispiratori del forum internazionale. Il tema prescelto e l’impostazione metodologica adottata dal direttore scientifico vanno oltre la storia perfettamente cadenzata, divisa rigidamente in epoche, e la discussione è stata all’altezza delle aspettative. Pressoché tutti i relatori, storici, archeologi, antropologi, epistemologi, glottologi e geografi, hanno tenuto conto infatti degli schemi interpretativi forniti dallo storico, per poi seguire, ognuno, una traccia propria, per lo più epocale.
I paletnologi dell’Università Sapienza di Roma Alberto Cazzella e Giulia Recchia hanno fatto una disamina ampia e strutturata sugli spostamenti lungo il vicino Oriente, l’Asia minore e il Mediterraneo di età protostorica. Hanno rilevato quindi la presenza di un sistema di contatti, marini soprattutto, che ha avuto una influenza decisiva nella caratterizzazione storica di quelle regioni. Il glottologo Michele Longo dell’Università di Palermo ha allargato la prospettiva dei flussi con un esame sugli spostamenti linguistici dall’Asia centrale verso Occidente, che hanno interessato gran parte dell’Europa, con ripercussioni anche ideologiche, legate all’uso storico, non esente da inflessioni razziste ed etnocentriche, delle culture ariane. Il tema linguistico ritorna poi con l’elaborazione dell’epistemologo Giuseppe Varnier dell’Università di Siena che, traendo spunti da percorsi chomskyani ma tenendo conto anche dello schema teorico di Carlo Ruta sul rame, il legno assemblato e i loro risvolti tecnologici, manuali e cognitivi, traccia un profilo bene argomentato della formazione e dell’evoluzione delle lingue tra preistoria e storia. Il sistema nilotico dell’Egitto dinastico come processo diacronico di espansione è invece il tema elaborato dall’egittologo Juan Carlos Moreno García, dell’Università Sorbona di Parigi e direttore del Centre National de la Recherche Scientifique di Francia. Al centro della ricognizione storica sono le modalità di penetrazioni, belliche e legate allo scambio di beni, che portarono il regno egizio lungo le cateratte del Nilo, fino alle terre fertili e metallifere della Nubia. Ritorna nell’Asia centrale l’attenzione dell’archeologo Claudio Giardino dell’Università del Salento, che visualizza le interconnessioni di commerci e culture attraverso steppe e deserti nelle prime età dei metalli. E converge sul mondo greco-egeo lo sguardo dell’archeologa Bianca Maria Giannattasio, dell’Università di Genova, che annoda il tema degli spostamenti con quello delle identità mitico-sacrali.
Il dibattito poi imbocca altri snodi epocali, con sguardi mirati sulla premodernità e sulla prima modernità, ancora coerenti con il profilo della lunga distanza tracciato dal direttore scientifico. La sinologa e storica statunitense Pamela Kyle Croosley ha fornito una rappresentazione coesa dell’Eurasia percorsa dai Mongoli di Gengis Khan, nel XIII secolo, e dai suoi eredi, lungo le steppe che si spandono lungo l’Oriente, fino alla Rus’ di Kiev, alle soglie e del Mar Nero e del Mediterraneo. Essa scandaglia quindi i caratteri materiali ed etnici di quel sistema a lungo coeso, che attraverso l’Orda d’Oro e altri kanati, esercita un’influenza forte anche nell’Occidente euromediterraneo. Dall’Occidente italiano e genovese parte invece la medievista Sandra Origone, dell’Università di Genova, che riprende di fatto quella vicenda di spostamenti, dalla prospettiva però dei mercanti e viaggiatori europei, come Giovanni dal Pian del Carpine e Marco Polo, che scoprono l’Oriente, e la Cina di Kublai Khan in particolare. Si completa quindi, con la Croosley e con la Origone, la rappresentazione di un mondo euroasiatico che si apre, interloquisce e tende all’avvicinamento, anche attraverso le vie della seta e delle spezie.
È poi focalizzato il passaggio della prima modernità, da prospettive emblematiche, che mettono in luce le fratture dell’epoca, percorsa da tensioni imperiali e divisioni religiose. Al centro della disamina dello storico Gianclaudio Civale, dell’Università degli Studi di Milano, è l’ordito coloniale della Spagna di Filippo II, del casato asburgico. Il punto focale è dato dalla conquista di Tunisi, strappata all’impero turco-ottomano e amministrata dal condottiero Don Giovanni d’Austria con chiusure e progetti di ghettizzazione che si traducono di fatto in una condizione di autoisolamento delle guarnigioni e delle élite occupanti. Ligure è invece la prospettiva adottata dallo storico Emiliano Beri dell’Università di Genova, che affronta il tema delle migrazioni militari, in relazione soprattutto al traffico di disertori durante le guerre di Corsica che si combatterono tra il 1729, quando per le tasse eccessive scoppiò nell’isola una rivolta contro il Banco di S. Giorgio che governava l’isola, e il 1768, quando, dopo le campagne militari e il governo indipendentista di Pasquale Paoli, l’isola passò alla Francia.
Molto articolati sono infine gli sguardi sulla contemporaneità, soprattutto geografici e antropologici, che fanno i conti con le lunghe distanze di oggi percorse per necessità, soprattutto dalle popolazioni dei Sud del mondo verso paesi a economie avanzate. Attraverso un’ampia disamina antropologico-culturale, che si accorda con il quadro definitorio tracciato da Carlo Ruta sui grandi spostamenti come chiave di lettura e sostrato dei processi epocali, l’antropologa Annalisa Di Nuzzo dell’Università Benincasa di Napoli fa un’analisi accurata delle condizioni esistenziali dei migranti in Europa. Esamina la trasformazioni in atto, per lo più traumatiche, e la nascita di nuove identità transazionali, con riferimento soprattutto alle aree giovanili nei paesi di nuova permanenza, che spesso sono più di uno. La studiosa tende a recuperare quindi, attualizzandolo traverso propri spunti analitici, il quadro delle «apocalissi culturali» di Ernesto De Martino, per la definizione delle nuove diaspore, delle transmigrazioni, dell’invisibilità dei soggetti migranti e, infine, dei contatti empatici che spesso vengono a mancare. Puntato sulle geografie mutevoli dei maggiori mari «mediterranei» del Globo, incasellati cioè tra sistemi terrestri, è invece il ragionamento del geografo Giuseppe Bettoni dell’Università Tor Vergata di Roma, che identifica nelle maggiori penisole del mar Mediterraneo un modello archetipico dei processi di civilizzazione, per le combinazioni complesse che nelle epoche presentano tra l’elemento marino e quello terrestre. Trova inoltre fecondo il paradigma del «circolo lacustre» enunciato da Carlo Ruta, per la definizione geo-antropica delle epoche, inclusa quella contemporanea.
Su una linea sfumata, che percorre una varietà di tempi storici, si collocano infine gli interventi del geografo e fisico Lucio Russo, già docente dell’Università Tor Vergata di Roma, e dello storico Antonello Folco Biagini dell’Università Sapienza di Roma. Con una ricognizione rigorosa, corredata da mappe nautiche e altri elementi iconografici, Russo ha focalizzato la strutturazione degli oceani prima dell’età moderna per spiegare i termini che li rendevano una barriera invalicabile e quelli che, in condizioni particolari, li rendevano una via di comunicazione. Di tipo prettamente metodologico è invece la relazione di Biagini, che s’interroga sull’approccio alla mobilità umana, tra geografia, antropologia e storia.
Il convegno internazione così chiude, con l’ultimo adempimento da parte del direttore scientifico: l’annuncio ufficiale del 6° Convegno internazionale di studi, che sia terrà nei giorni 14 e 15 dicembre di quest’anno e avrà per tema «Sacrifici umani nelle società antiche e premoderne. I miti tenebrosi, il pregiudizio e la storia».

Redazione

1917