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Autonomia differenziata: una vecchia aspirazione dei padroni

(2 Luglio 2024)

contro ogni autonomia differenziata

«Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all'ingiù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura». Non c’è metafora migliore del celebre passaggio dei Promessi sposi di Manzoni per inquadrare il dibattito di questi giorni sulla riforma dell'autonomia differenziata, diventata legge il 19 giugno scorso col via libera definitivo della Camera.
Le divisioni tra proletari del Sud e proletari del Nord sono la precisa riproduzione dei quattro capponi di Renzo impegnati a beccarsi l’uno con l’altro, incoscienti della fine comune sulla tavola del dottor Azzecca-garbugli.
Come sempre accade, però, preoccupazione e conseguenti divisioni non piovono dal cielo, ma sono alimentati con mestiere da chi ne trae vantaggio.


Cos’è l’Autonomia differenziata

Il disegno di legge governativo per l’Autonomia differenziata, cosiddetto Ddl Calderoli dal nome del proponente leghista Roberto Calderoli, è stato approvato in seconda lettura alla Camera con 172 voti favorevoli, 99 contrari e un astenuto nella notte del 19 giugno.
Prima di entrare nei dettagli è necessario precisare che si tratta di una legge puramente procedurale di attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione approvata oltre 20 anni fa: esattamente nel 2001. Oggi si attua, infatti, la possibilità di riconoscere livelli diversi di autonomia alle diverse Regioni italiane a statuto ordinario e speciale, e alle province autonome di Trento e Bolzano, in ben 23 materie, dalla sanità alla scuola al fisco al commercio estero ai rapporti internazionali e con l'Unione europea e molto altro.
In 11 articoli, la riforma definisce le procedure legislative e amministrative per l'applicazione del terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione. Regola cioè le procedure per intese tra lo Stato e quelle Regioni che decideranno di chiedere un livello di autonomia differenziata rispetto alle altre Regioni.
Prima di presentare la richiesta ogni singola Regione dovrà acquisire pareri di Comuni Province ed enti regionali del suo territorio. Tra le 23 materie di possibile autonomia differenziata ci sono anche Sport, Ambiente, Energia, Trasporti, Cultura.
Quattordici sono le materie definite dai Lep, Livelli Essenziali di Prestazione, cioè i criteri che determinano il livello di servizio minimo che deve essere garantito in modo uniforme sull'intero territorio nazionale. La determinazione dei costi e dei fabbisogni standard, quindi dei Lep, avviene sulla base di una ricognizione della spesa storica dello Stato in ogni Regione nell'ultimo triennio.
Il governo nazionale entro 24 mesi dall'entrata in vigore della legge approvata dovrà varare uno o più decreti legislativi per determinare livelli e importi dei Lep.
La strada per l'attuazione pratica di questa riforma è ancora lunga. Stato e singole Regioni avranno tempo 5 mesi dalla richiesta della Regione per arrivare a un accordo. Le intese potranno durare fino a 10 anni e poi essere rinnovate. Potranno essere interrotte prima della scadenza da Stato o Regione con preavviso di almeno 12 mesi.


Da dove arriva la legge sull’Autonomia differenziata

Il traguardo raggiunto con la legge sull’Autonomia differenziata, come abbiamo accennato in apertura dell’articolo, viene da lontano, esattamente dalla riforma del titolo V della Costituzione effettuata nel 2001 dal Governo Amato (Ds, Ppi, Dem, Udeur, PdCI, FdV, Ri, Sdi) con la legge costituzionale n.3, attraverso la quale si sono dilatate a dismisura le competenze regionali e degli enti locali minori.
La riforma, tutta di matrice a sinistra, fu giustificata dal fatto che, considerando l’emorragia di consensi al Nord, era necessario frenare le spinte federaliste portate avanti dalla Lega e quindi combatterla sul suo stesso terreno per poterla emarginare.
In realtà fu fortemente voluta dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Franco Bassanini che, da convinto autonomista, già negli anni immediatamente precedenti a tale riforma aveva disposto, sotto la presidenza Prodi, un accentuato decentramento amministrativo di funzioni statali alle Regioni e agli Enti locali, nella convinzione di ridurre in tal modo il peso burocratico.
A nulla sono valsi anni di insuccessi delle passate riforme: non solo non hanno migliorato i servizi che fino ad allora erano stati svolti dallo Stato, ma, addirittura, si è verificato un maggiore appesantimento amministrativo. Peggio è andata la qualità della legislazione in relazione alle materie trasferite alle Regioni.
La ciliegina sulla torta è stato il deciso aumento della spesa pubblica rispetto al passato, alla quale lo Stato ha dovuto far fronte, come sempre, con nuove tasse e imposte, facendo pagare di fatto il prezzo più pesante ai lavoratori e alle lavoratrici del Sud come del Nord.


Gli smemorati opportunisti

Se non fosse irritante farebbe sganasciare dalle risate l’attuale opposizione del centro sinistra alla legge sull’Autonomia differenziata.
Le dichiarazioni di guerra, infatti, mostrano tutto l’opportunismo di una classe dirigente bugiarda, ridicola e incapace finanche di dare una parvenza di credibilità alle «battaglie» politiche.
La smemorata sinistra (si fa per dire) si muove, nonostante i finti distinguo, da sempre a traino del Pd il cui presidente (dal marzo dello scorso anno) Stefano Bonaccini è altresì presidente della Regione Emilia Romagna (dal dicembre 2014) e con la sua allora vice, Elly Schlein, oggi segretaria del partito, sono stati (con i leghisti Fontana e Zaia) tra i principali promotori dell’autonomia differenziata regionale.
Se l’attuale segretaria dem, all’indomani dell’elezione in Emilia Romagna, provò ad addolcire l’imbarazzante pillola di Bonaccini smarcandosi goffamente da Veneto e Lombardia con un più mite «non diciamo no a priori, sono necessari maggiori margini di autonomia, ma siamo un’altra cosa rispetto a un secessionismo mascherato», ci pensò il senatore pugliese Francesco Boccia, all’epoca ministro degli Affari Regionali, a tracciare la linea del Pd in una audizione parlamentare in commissione per le Questioni regionali nel febbraio del 2020: «Non vedo l'ora che il disegno di legge quadro, che definisce il perimetro condiviso sull'autonomia, arrivi in Parlamento e il Parlamento avrà tutto il tempo per fare audizioni e valutazioni, credo che sia la legge più concordata con forze politiche e parti sociali della storia» e ancora «chi è contrario all'autonomia differenziata regionale è contrario alla Costituzione».


Un regalo ai padroni del Nord come del Sud

Le perentorie dichiarazioni del senatore Boccia sono poi state ampiamente smentite, come abbiamo visto sopra, dai risultati tutt’altro che positivi della riforma del titolo V della Costituzione e prima ancora del decentramento amministrativo di funzioni statali alle Regioni e agli Enti locali firmato Bassanini.
Questo rende anacronistica la difesa dei sostenitori della legge che puntano sul cavallo ormai zoppo dell’Autonomia che trasforma le amministrazioni regionali in macchine più efficienti nella gestione del loro territorio, erogando migliori servizi per i cittadini.
Anche venti anni fa il mantra delle Regioni che conoscono meglio le particolarità locali e possono quindi rispondere in modo più efficace alle problematiche del territorio, rispetto a quanto non farebbe il governo centrale andava forte.
Ma allora a chi giova questa Autonomia differenziata così ambita da più di vent’anni?
Indubbiamente, non foss’altro che per una questione matematica, alle Regioni più ricche, che potrebbero così trattenere il gettito fiscale, invece di inviarlo a Roma e lasciare che venga redistribuito dal governo centrale, a discapito di quelle più povere che si troveranno con ancora meno soldi e di conseguenza avranno più difficoltà a garantire i servizi.
C’è però un beneficiario occulto a cui il legislatore sta impacchettando un gradito e ricco regalo: sono i padroni, azionisti e industriali che avranno maggiori opportunità per condizionare con minor sforzo la gestione dei soldi attraverso la più ampia autonomia delle istituzioni territoriali. Quale occasione più ghiotta potrebbero avere i cosiddetti gruppi di pressione per infiltrarsi ulteriormente nei gangli del potere, approfittando della fragilità e dell’instabilità insita in un sistema già ampiamente corrotto e clientelare?


Il conto lo pagherà la nostra salute da Nord a Sud

La materia che spicca tra le 23 in cui si dipanerà l’Autonomia differenziata è certamente la sanità. Lo conferma da tempo la fondazione Gimbe che parla di «colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale» e lo abbiamo ampiamente motivato anche nelle nostre analisi, in particolare scrivevamo più di un anno fa in un prezioso articolo: «Il regionalismo differenziato è un ulteriore passaggio verso la demolizione del Ssn. Lo spezzettamento del Ssn in venti sottosistemi regionali scollegati fra loro facilita il disegno capitalista - già in corso - di abbattere il Ssn e di mercificare la salute» (1).
È proprio nell’ulteriore attacco alla salute del proletariato che si può individuare la chiave di volta del reale obiettivo della legge e soprattutto dei reali invitati al banchetto e dei paganti di un conto salatissimo. I «camerieri» delle istituzioni e gli «sciacquini» delle burocrazie sindacali (le direzioni di Cgil, Cisl, Uil e compagnia non hanno mai intrapreso una vera battaglia contro il progetto di regionalizzazione) stanno apparecchiando la definitiva privatizzazione della sanità e i numeri lo dimostrano ampiamente: già oggi oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche finisce nelle casse del privato, esattamente € 1.727,5 milioni (54,6%), rispetto a € 1.433,4 milioni (45,4%) delle strutture pubbliche. In particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private hanno incassato € 1.426,2 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.132,8 milioni. Per le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità, il valore erogato dal privato è di € 301,3 milioni, quello pubblico di € 300,6 milioni.
A dipingere ancora meglio l’indiscriminata pappatoia è il volume su base regionale dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private, un indicatore della presenza e della capacità attrattiva delle strutture private accreditate, oltre che dell’indebolimento di quelle pubbliche: ci sono Regioni dove la sanità privata eroga oltre il 60% del valore totale della mobilità attiva – Molise (90,5%), Puglia (73,1%), Lombardia (71,2%) e Lazio (64,1%) – e ci sono Regioni dove le strutture private erogano meno del 20% del valore totale della mobilità: Valle D’Aosta (19,1%), Umbria (17,6%), Sardegna (16,4%), Liguria (10%), Provincia autonoma di Bolzano (9,7%) e Basilicata (8,6%).


Fermiamoli!

È evidente che da Nord a Sud abbiamo tutti un nemico comune: il governo e i padroni che vogliono smantellare definitivamente quel poco di sanità, welfare, istruzione e vita che ci resta per finanziare i privati e le banche.
Non possiamo e non dobbiamo lasciarci ingannare dalla demagogia di quella sinistra che direttamente o indirettamente ha sempre un piede nelle stanze dei bottoni così come le burocrazie sindacali: hanno già dato prova di stare dall’altra parte della barricata!
Creiamo e sosteniamo comitati in tutto il Paese, costruiamo un ampio movimento di lotta che veda uniti lavoratori, operai, studenti e immigrati.
Provano a ipnotizzarci e metterci gli uni contro gli altri, ma noi siamo consapevoli che tutto dipende da noi e dalla nostra capacità di costruire una mobilitazione al di fuori del loro controllo affinché possiamo tornare protagonisti della lotta di classe in Italia.



Note

1.https://www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/medici-in-crisi-e-sistema-sanitario-nazionale-in-frantumi

Giacomo Biancofiore - PdAC

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