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Pace, lavoro e libertà

Pace, lavoro e libertà

(16 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Manifestazione nazionale della FIOM

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(Contratto Metalmeccanici)

Sullo sciopero nazionale di 8 ore per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici

Il ruolo frenante della burocrazia sindacale di fronte ad un alta disponibilita’ alla lotta della classe

(7 Dicembre 2005)

Lo sciopero di venerdì 2 dicembre ha portato 150.000 proletari del settore metalmeccanico sulle vie di Roma, per poi giungere a Piazza San Giovanni, dove li attendeva un Epifani più che mai deciso a riportare all’ordine il sindacato più combattivo della CGIL, la FIOM appunto.

Di fatto la partecipazione alla manifestazione poteva essere ancora superiore se i treni fossero stati organizzati meglio. L’adesione allo sciopero è stata veramente alta in tutta Italia.

La battaglia per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, che riguarda quasi 2 milioni di operai, ha una valenza politica non indifferente, ed un peso specifico certamente più alto rispetto ad altri settori produttivi.

Lungi dal valor sminuire gli altri, i lavoratori metalmeccanici rappresentano il settore decisivo della classe operaia: le fabbriche sono il cuore della lotta di classe quotidiana.

Abbiamo visto chiaramente un’alta disponibilità alla lotta sia per il rinnovo contrattuale, sia per la cacciata di questo governo reazionario.

Di fronte a questa disponibilità si trova una burocrazia sindacale, la quale nel quadro attuale si trova a dover frenare le lotte dei lavoratori, in modo tale da permettere a Prodi e ai suoi lacchè di arrivare al governo non sotto la spinta delle lotte di piazza, ma bensì in un clima di pace sociale fittizio: certamente per quella scadenza il rinnovo sarà cosa fatta.

La politica di rigore e risanamento, che in altre parole significa “lacrime e sangue” per i proletari, sarà portata a vanti dai vertici del centro-sinistra sotto la copertura a sinistra da parte di PRC e burocrazia sindacale.

Non a casa la prospettiva di un rovesciamento nelle piazze del governo Berlusconi è stata negli ultimi anni ben lontana dall’essere all’ordine del giorno nei vertici dell’opposizione, malgrado una diffusa contrarietà all’attuale maggioranza berlusconiana. Potenzialmente le condizioni per lanciare uno sciopero generale prolungato fino alla caduta del governo ci sono state, dalla guerra imperialista in Iraq al federalismo, dalla riforma Moratti alla precarietà, dallo scippo del TFR alla legge razzista Bossi Fini. Ma come già detto sopra questo interesse non c’è, semplicemente per il fatto che chi succederà al boss di Arcore sarà un suo simile, che rappresenta interessi completamente opposti a quelli di chi lavora.

Essendo in una fase difensiva, ci rendiamo conto che la coscienza di classe è ancora molto bassa, però si intravedono dei segnali di ripresa in questa direzione attraverso la disponibilità alla lotta ed in modo distorto attraverso i voti delle regionali scorse e delle primarie. Compito storico dei comunisti è proprio quello di “spiegare pazientemente”, come diceva un noto dirigente del movimento operaio un secolo fa.

NEL CORTEO: NESSUNO SLOGAN, NESSUN MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, NESSUNA RETE, SOLO LE TUTE BLU!

Come accade ormai da anni, i cortei sindacali sono assai “spenti” per la mancanza di slogan e parole d’ordine chiare: ci si limita a fischiare e battere i tamburi. Questo è certamente un fatto negativo che va a braccetto con la mancanza di una presenza realmente organizzata sul campo del Partito della Rifondazione Comunista. Non basta mettere qualche manifestino con scritto “benvenuti”, ci vuole ben altro per incidere realmente nella lotta di classe. Purtroppo molti dirigenti del PRC sono del tutto estranei alle dinamiche concrete della condizione operaia, e pertanto si trovano un po’ a disagio ed intimiditi quando si tratta di andare in mezzo ad un corteo di tute blu: sicuramente stanno meglio nelle stanze profumate e riscaldate dei banchieri amici di Prodi e gli imprenditori montezemoliani che non in mezzo all’odore di olio e al frastuono dei macchinari di una fabbrica.

E dove sono, ci si chiede, tutti i vari gruppi che costituiscono le “reti” altermondiste e le varie moltitudini? Due sono le risposte che possiamo dare:
1) Queste istanze sono fittizie e create a tavolino da alcuni “singoli”.
2) Rappresentano un ceto piccolo borghese che nulla ha da spartire con il movimento operaio.

Ci rendiamo perfettamente conto che entrambe le risposte hanno delle fondamenta solide.

La svolta che il PRC ha intrapreso negli ultimi anni, dal movimentismo più sfrenato al governismo senza se e senza ma, ha contribuito a deteriorare i margini di intervento dei militanti rivoluzionari, anzi, li ha messi con le spalle al muro. Abbiamo il dovere materiale di invertire questa rotta, e di rilanciare la prospettiva comunista nella classe lavoratrice, utilizzando gli importanti insegnamenti ed esperienze accumulate nel secolo scorso, altroché rinuncia alla lotta per l’egemonia e non-violenza integrale.

LA MANCANZA DI UNA CORRENTE CLASSISTA NELLA CGIL E NELLA FIOM

La CGIL ormai ha ufficializzato la propria adesione alla linea di concertazione imposta da Prodi e Montezemolo, imbastendo un congresso farsa appiattito su un unico inquietante documento, e che ha visto la scomparsa di quella che rappresentava la sinistra interna. Inoltre la FIOM che negli ultimi anni è stata l’organizzazione “più a sinistra” della confederazione, è stata ormai ingabbiata e riportata all’ordine dalla burocrazia confederale legata a doppio filo al progetto dell’Unione.

Gli elementi cardine che danno forza a questa visione sono molteplici.

Innanzitutto l’unità a tutti i costi con FIM e UILM sulla piattaforma di rinnovo contrattuale, e ultimo l’intervento di Epifani e non di Rinaldini al comizio finale della manifestazione del 2/12/05.

Quasi certamente l’accordo che si farà sul rinnovo sarà presentato come una vittoria dei lavoratori, anche se in realtà è facile da prevedere ulteriori peggioramenti della condizioni di lavoro: ci daranno l’aumento salariale, ma dall’altro lato avranno mano libera sugli orari e sulla precarietà, anche se questo aspetto sarà mascherato dal concetto di competitività sui mercati internazionali.

Non è questo che vogliamo noi. Per dar forza alle nostre posizioni occorre un radicamento tra i lavoratori, che si può avere tramite il sindacato di massa, come la FIOM per intenderci, e difficilmente lo si può ottenere essendo forza minoritaria e sconosciuta. In questa fase per le organizzazioni a carattere settario non è facile attecchire tra i lavoratori, ammesso che qualche volta sia stato facile, perché questi ultimi guardano alle organizzazioni tradizionali, e lì devono trovare la sponda rivoluzionaria. Certamente questa è una schematizzazione scolastica della questione, ma ha l’unico scopo di tracciare una linea di demarcazione rispetto ad altre impostazioni revisioniste e sterili.

LA STRADA DA INTRAPRENDERE PER I RIVOLUZIONARI

Consci del fatto che siamo in una fase contraddittoria, dove la borghesia ed i poteri forti devono “affidarsi” alle forze del centro-sinistra nel campo dell’alternanza per mantenere l’ordine costituito, dobbiamo capire quale sia la strada che noi dobbiamo percorrere per cambiare i rapporti di forza esistenti.

Innanzitutto c’è da sconfiggere la dirigenza riformista nel sindacato, FIOM in primis. La lotta per l’egemonia in questo contesto diventa determinante.

D’altro canto servirebbe anche un Partito comunista che appoggi materialmente questa prospettiva. Purtroppo la linea della maggioranza bertinottiana rimuove questo caposaldo della battaglia anticapitalista.

Innanzitutto dobbiamo cercare di ricostruire la sinistra nel sindacato, una sinistra che sia realmente su posizioni di classe, apertamente legate alla prospettiva di abbattimento di questo sistema. Sappiamo benissimo che questa è una strada in salita, ma non esistono scorciatoie. O si fa la lotta di classe o ci sediamo nelle poltrone.

Non è accettabile in alcun modo l’attuale “deriva” della burocrazia CGIL che plaude alle politiche dell’asse Prodi-Montezemolo.

Come spiegava Lenin, i comunisti devono lavorare anche nei sindacati reazionari, questo perché la classe si trova spesso lì. Non è corretto pensare che in una fase difensiva come questa si possa creare dal nulla un nuovo sindacato, perché nessuno gli darebbe ascolto. Questa possibilità potrebbe essere motivata e comprensibile solo di fronte ad una svolta apertamente filo-padronale della dirigenza sindacale burocratizzata.

CONCLUSIONI

All’ordine del giorno abbiamo quindi 2 punti strategici essenziali, al di là della necessita imperante di abbattere questo sistema:

1) preservare e rilanciare l’opposizione comunista ai governi dell’alternanza liberale 2) ricostruire la sinistra sindacale su posizioni rivoluzionarie

Per intraprendere questa strada ci servono innanzitutto i militanti, oltre alla delineazione di un chiaro programma generale e di azione. Ogni errore tattico-strategico rischierebbe di demolire alle fondamenta ogni nostra prospettiva di cambiamento. Una scissione avventata e minoritaria per esempio, oppure un proclama fatto troppo presto o troppo tardi.

In altre parole bisogna dire ai vari bertinottiani: volete andare al governo con i banchieri e gli imprenditori? Ok, lo potete fare benissimo, però costituite prima un vostro partito e non lo chiamate comunista!

04/12/05

Marco Sandrin, circolo PRC San Canzian d'Isonzo (Gorizia)

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