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Pace, lavoro e libertà

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(16 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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(Contratto Metalmeccanici)

La vertenza dei metalmeccanici

Un anno di dure lotte per il contratto

(16 Gennaio 2006)

La vertenza dei metalmeccanici per il rinnovo della parte economica del contratto nazionale dura ormai da un anno, un anno che ha visto i lavoratori impegnati in dure lotte contro la provocatoria proposta padronale di appena 60 di aumento al 5° livello e accompagnata dall’intento di riprendere totalmente il comando sulla forza lavoro. In una vertenza centrata solo sul salario - in quanto l’appuntamento in atto riguarda il rinnovo del biennio economico - gli imprenditori vogliono fare il pieno di flessibilità operaia, imporre il sabato lavorativo senza contrattare con le organizzazioni sindacali di fabbrica, le Rsu, così da avere a disposizione più sabati lavorativi di quelli che già gli accordi sulla flessibilità permettono e gestire unilateralmente l’orario plurisettimanale. La piattaforma approvata dai lavoratori metalmeccanici dà mandato per trattare sui 105 al 5° livello riparametrati più 25 per chi non fa la contrattazione aziendale, una richiesta peraltro insufficiente a garantire il potere d’acquisto dei salari e al di sotto di quanto chiesto dalla sola Fiom nel 2003. Nella piattaforma non è previsto alcun cedimento su orari, turni e flessibilità. Pertanto i sindacalisti che fanno la spola al tavolo parallelo con il padronato discutendo di mercato del lavoro, apprendistato, flessibilità (legge 30) ed orari (decreto 66/03) non hanno nessun mandato per trattare di eventuali scambi tra salario e flessibilità.

Un anno di lotta, la mancanza di una piattaforma unificante

I lavoratori metalmeccanici hanno sostenuto oltre 40 ore di sciopero, con punte di combattività più alte in alcuni significativi centri industriali; nel corso della lotta l’utilizzo dei picchetti ai cancelli si è notevolmente esteso a dimostrazione della volontà dei lavoratori di andare fino in fondo.
Ultima iniziativa di lotta partecipata e combattiva, in ordine di tempo, è stato lo sciopero nazionale dei metalmeccanici del 2 dicembre che ha portato oltre 250 mila lavoratori sulle strade di Roma. L’adesione allo sciopero è stata alta in tutta Italia.
La vertenza dei metalmeccanici assume un carattere generale di difesa di tutta la classe contro le proposte di modifica dei modelli contrattuali avanzate da Confindustria nel documento del 22 settembre 2005 (vedi articolo sul numero di novembre di questo giornale). La burocrazia sindacale riformista, pur in presenza in questi ultimi anni di un’alta partecipazione alla mobilitazione dei lavoratori, invece di chiamare alla lotta sulla base di una piattaforma unificante tutta la classe contro il padronato e il governo, firma contratti a perdere in tutte le categorie. I partiti e le tendenze della sinistra riformista da parte loro legano mani e piedi dei lavoratori al centro liberale di Prodi, Rutelli e Fassino.

Il contratto delle telecomunicazioni

Sabato 3 dicembre è stato firmato il contratto delle telecomunicazioni, un contratto che interessa 120 mila lavoratori occupati nelle aziende di telefonia che comprendono grossi gruppi come Telecom, Wind, Vodafone, con attorno una serie di aziende in appalto e subappalto (call center, impianti telefonici, manutenzione) dove regna il precariato e lo sfruttamento bestiale. Un accordo che non solo non ricompone tutta la filiera produttiva dentro il contratto, ma in cambio di appena 97 di aumento al 5° livello, in un settore dove le imprese macinano profitti, cede in flessibilità. In tema di flessibilità, tra l’altro, l’accordo recepisce il decreto 66/03 sugli orari: viene quindi cancellato il concetto di orario settimanale e giornaliero a favore dell’annualizzazione della prestazione lavorativa, permettendo all’azienda di decidere unilateralmente sugli orari per sei mesi l’anno. Dopo questo accordo, il vicepresidente di Confindustria, Bombassei, pretende che i lavoratori metalmeccanici lavorino il sabato e sia decretata la totale flessibilità degli orari senza alcuna contrattazione aziendale, esautorando completamente le Rsu. Quanto ottenuto dalle aziende della telefonia si vuole esteso alle aziende metalmeccaniche, tessili, ecc.. Il padronato vuole scaricare la crisi capitalistica di sovrapproduzione totalmente sui lavoratori: quando l’azienda ha commesse da consegnare, gli operai devono lavorare con meno salario e faticando di più, mentre quando i magazzini sono pieni e la capacità produttiva è utilizzata al minimo, li si mette in cassa integrazione, in mobilità, si licenzia. Gli esempi in questo senso sono sempre più numerosi e si estendono in tutto il paese, ultimo annuncio per gravità quello della Fiat che nel 2006 vuole mandare a casa oltre 1000 lavoratori.

L’ambiguità di Fim Cisl

Raffaele Bonanni, dirigente nazionale della Cisl, dopo l’accordo delle telecomunicazioni apre allo scambio tra salario e flessibilità. Il 15 dicembre il segretario della Fim Cisl, Giorgio Caprioli, a fronte della indisponibilità di Federmeccanica di andare oltre 60 di aumento, giudica “esaurite le possibilità del negoziato” e dichiara che “l’unica possibilità di riaprire il confronto era affidata alla capacità di Fim, Fiom e Uilm di costruire una proposta unitaria”, evidentemente un’altra e più arretrata della piattaforma votata dai lavoratori metalmeccanici. Aggiungendo in altre dichiarazioni che “per fare l’accordo dobbiamo fare mediazioni dolorose”, chiaramente a carico dei lavoratori. Un tentativo neanche troppo nascosto da parte della Fim Cisl di sganciamento finalizzato a fornire una sponda a Federmeccanica per costringere il sindacato e i lavoratori ad accettare un accordo a ribasso. Uno sganciamento ad oggi rientrato per la fermezza della Fiom a non indietreggiare, almeno in questa fase, rispetto alla piattaforma votata dai lavoratori. Nell’incontro del 28 dicembre Federmeccanica è passata da un’offerta di 60 a 76 al 5° livello, e, benché non abbia riproposto la questione dei sabati lavorativi, ha avanzato la richiesta di monetizzare i permessi: un ulteriore passo in direzione della flessibilità. A Fiom, Fim e Uilm non rimaneva che aggiornare l’incontro e dichiarare 8 ore di sciopero da effettuare a gennaio 2006.

Quale prospettiva

Dopo un anno di scioperi e manifestazioni non è possibile accettare scambi tra salario e flessibilità, è necessario pertanto rompere il tavolo parallelo sul mercato del lavoro, apprendistato, flessibilità e orari.
Abbiamo visto come il padronato ha utilizzato il contratto delle telecomunicazioni. Ogni breccia nel nostro fronte di classe è usato dai padroni.
Ogni giorno i fatti dimostrano la necessità di una vertenza unificante di tutto il mondo del lavoro salariato. A fronte del tentativo padronale di svuotare il ruolo del contratto nazionale e il ruolo delle Rsu è necessario rilanciare e intensificare la lotta ad oltranza dei lavoratori (al di là delle scelte delle burocrazie sindacali): solo così potremo piegare l’arroganza dei padroni. È necessaria una piattaforma unificante che rilanci la necessità di un forte aumento salariale uguale per tutti; l’assunzione dei giovani lavoratori precari; l’apertura dei libri contabili; la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle fabbriche che licenziano e chiudono. Dobbiamo costruire, a partire dalle rivendicazioni immediate e transitorie, la risposta operaia e socialista alla crisi capitalista. Il compito di portare questo dibattito in Cgil, in questo momento impegnata nel congresso, e nei sindacati di base spetta ai militanti comunisti. La battaglia dei metalmeccanici a difesa del Ccnl è oggettivamente diventata la trincea più avanzata di tutta la classe in difesa del contratto nazionale, di fronte a questa trincea si intravede il programma di Confindustria e del futuro governo.

Francesco Doro
(Direttivo regionale Fiom Cgil Veneto)

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