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Gazprom, il colosso russo che tiene in scacco l’Europa

(17 Febbraio 2006)

In questi ultimi mesi, abbiamo assistito ad un fatto di non poca rilevanza per le economie europee: la riduzione delle forniture di gas da parte della Russia. La situazione mette in risalto il fatto che gli stati membri dell’Ue, chi più chi meno, hanno subito un calo delle forniture, evidenziando come l’intera zona europea, sia dipendente dalla Russia. La strategia che Gazprom intende approntare nel prossimo futuro passa per l’acquisizione di nuovi spazi di mercato verso occidente, Europa e Stati Uniti da sempre paesi importatori di gas. La firma e la conseguente attuazione del protocollo di Kyoto, che impegna i governi a ridurre le emissioni inquinanti prodotte dai combustibili fossili, fornisce una motivazione “ambientalista” a un’operazione squisitamente di mercato.

L’obiettivo di trasformare Gazprom in un’azienda energetica globale indica come il colosso russo abbia le idee chiare su come muoversi nello scacchiere del mercato mondiale: l’azienda russa conta in tre anni di aumentare del 12% l’esportazione verso l’Europa ed iniziare a mettersi in competizione con gli altri paesi esportatori di gas del nord Africa (Libia, Algeria). La strategia globale di Gazprom tuttavia non si limita solo al gas, ma punta ad una avanzata parallela anche nel campo petrolifero: di recente ha acquisito, per 13 miliardi di dollari, il quinto gruppo petrolifero russo Sibneft di proprietà di Roman Abramovich. Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda i legami strettissimi tra i vertici della Gazprom e il presidente Putin (il presidente Dmitry Medvedev e il direttore esecutivo Alexei Miller rispettivamente capo dello staff di Putin e amico del presidente russo) che rappresenta gli interessi della burocrazia statale russa. Interessi che come in passato era accaduto con l’acquisizione da parte dello Stato della compagnia petrolifera Jukos, mostrano come il Cremlino punti a costruire con tutti i mezzi dei monopoli in grado di utilizzare le ricchezze del paese (i pozzi petroliferi e i giacimenti di gas) per rilanciare il ruolo della Russia come potenza politica ed economica. La dipendenza europea dalla Russia in cifre possiamo riassumerla così: Gazprom nel 2006 venderà all’Europa, 151 miliardi di metri cubi (4,1% in più del 2005) arrivando a 158 nel 2007 e 163 nel 2008. Parallelamente l’azienda russa prevede anche un sensibile aumento dei prezzi nell’area europea del 35-40 %.

Ma dove risiede la motivazione che ha spinto l’azienda russa in questi mesi a ridurre le forniture nell’area europea? Attualmente, il gas naturale russo

viene convogliato lungo due direttrici principali (inalterate rispetto a quelle che vi erano nell’Unione Sovietica), una attraverso il Turkmenistan smista il 20% e l’altra è data dal passante ucraino che convoglia il restante 80%. Il gas russo quindi per arrivare a Baumgarten in Slovacchia deve usufruire dei gasdotti ucraini in mano all’azienda Naftogaz che - come è ovvio - fa pagare un pedaggio utile a far quadrare i bilanci dell’Ucraina. Gazprom, l’8 settembre ha siglato un accordo per la costruzione di un nuovo gasdotto di 1200 km che entro il 2010, passando sotto il mar Baltico porterà gas russo in Germania (in futuro il gasdotto potrebbe essere allungato di 1800 km portando il gas anche in Olanda e Gran Bretagna). Di questa partita tra Berlino e Mosca si faranno carico Gazprom (Russia 51%), EON con la sua affiliata Ruhrgas (Germania 24,5%) e BASF con la sua affiliata Wintershall (Germania 24,5%). Costo complessivo dell’opera 4 miliardi di euro. Questo rischia di far saltare gli equilibri della regione baltica, visto che lo scopo di questo gasdotto è quello di bypassare Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, che come l’Ucraina estraggono una grossa fonte di sostentamento nel pedaggio del gas.

Proprio qui stanno le ragioni del calo di forniture di gas all’area europea. In questa operazione Putin tenta di ricattare l’Ucraina affinché in cambio di una costante fornitura di gas non si faccia più pagare il pedaggio o lo si riduca drasticamente e nello stesso tempo la “punisce” per il suo atteggiamento filoocidentale, tenendo sotto minaccia anche gli altri Stati dell’area in rotta di avvicinamento agli Stati Uniti. Ma ciò che ci riguarda più da vicino è che in questo modo Gazprom esercita una pressione sui paesi europei per entrare nel mercato liberalizzato dell’energia. E su questo terreno sta già ottenendo dei risultati. A gennaio il ministro delle Attività Produttive Scajola ha incontrato il Ministro dell’Energia russo promettendogli di aprire il mercato italiano a Gazprom in cambio del ripristino delle forniture di gas al nostro paese. E ha commentato col solito ritornello per cui la presenza di più fornitori di energia permetterà un abbassamento dei prezzi. E’ falso! Negli Usa in seguito alla liberalizzazione del settore energetico il costo di un kilowattora per le famiglie in 6 anni è sceso di appena 3 millesimi di dollaro (ma di ben 17 per gli imprenditori, che già lo pagavano la metà). In compenso interi Stati sono stati colpiti da black out provocati per far salire il prezzo dell’energia. E c’è stato lo scandalo Enron, il gigante texano dell’energia fallito nel 2002: miliardi di dollari persi da cittadini che avevano investito nei fondi pensione, migliaia di lavoratori licenziati che hanno perso stipendio e pensione. C’è di più. Oggi il monopolio statale permette che, come è successo in queste settimane, in caso di crisi energetica il governo decida di ridurre le forniture industriali per non salvaguardare i rifornimenti alle famiglie. Ma quando sarà Gazprom a stipulare contratti direttamente con soggetti pubblici e privati nel nostro paese, chi potrà imporle di dare priorità ai cittadini rispetto alle aziende?

Alessandro Borghi
tratto da "Resistenze Foglio di organizzazione sociale di Progetto Comunista Sinistra Prc"

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