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(Memoria e progetto)

L’italia dei banchieri in crisi per una candidatura trotskista

(5 Marzo 2006)

Niente avrebbe potuto rendere più chiara l’enormità dell’impasse della borghesia italiana quanto la campagna maccartista lanciata contro la candidatura di Marco Ferrando, capo politico dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista (membro del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, del quale fa parte il Partido Obrero).

Ferrando era stato nominato al primo posto della lista al Senato per la regione Abruzzo, da parte del Partito della Rifondazione Comunista, per le elezioni del prossimo 9 aprile. La cancellazione della candidatura di Ferrando è stata chiesta, negli ultimi giorni, dalla quasi totalità dei politici e dei giornali capitalisti, a partire dal proto-fascista Berlusconi, primo ministro dell’Italia; dal cancelliere Gianfranco Fini, del partito ex fascista Alleanza Nazionale; da Romano Prodi, ex primo ministro ed ex presidente della Commissione dell’Unione Europea; da Massimo D’Alema, ex stalinista, ex primo ministro e uno dei dirigenti del partito dei Democratici di Sinistra; fino a giornali “onorevoli” come il Corriere della Sera e molti altri di “prestigio” minore. Con un atto senza precedenti nella storia della sinistra di tutto il mondo, Fausto Bertinotti e la segreteria di Rifondazione Comunista hanno deciso di capitolare a queste pressioni e annullare la candidatura di Ferrando. Hanno ceduto, sulla nomina dei propri rappresentanti, alle pretese delle forze ostili alla sinistra italiana. Con un’azione che aggrava ulteriormente questa precipitazione, la segreteria di Rifondazione ha scavalcato il Comitato Politico Nazionale del partito, al quale spetta per statuto la designazione dei candidati, in modo da evitare il dibattito politico sulla misura presa.

Marco Ferrando aveva ottenuto la candidatura in seguito alla decisione della maggioranza di Rifondazione di concedere la possibilità di una rappresentanza parlamentare alle proprie minoranze interne. Il cambiamento di modalità è dovuto a diverse ragioni, di cui la principale è, senza dubbio, la circostanza che all’ultimo Congresso la maggioranza bertinottiana si è ridotta al 59% dei delegati mentre l’insieme delle minoranze ha raggiunto il 41% (7% per l’AMR Progetto Comunista). Un’altra ragione è, inoltre, il fatto che una recente modifica della legge elettorale permetterà un notevole aumento del numero dei parlamentari di Rifondazione, numero che la maggioranza non avrebbe potuto monopolizzare senza provocare una crisi interna. Per limitare ulteriormente questo monopolio si è aggiunto il fatto che Bertinotti ha offerto candidature a rappresentanti esterni al partito che operano nei movimenti antiglobalizzazione. La generosità della maggioranza ha avuto, in ogni modo, un limite, poiché ha offerto solamente il 15% delle candidature alle frazioni di minoranza, che riunite rappresentano nel partito quasi tre volte questa cifra. Benché Rifondazione Comunista si presenti in modo autonomo alle elezioni, essa integra la coalizione capitalista chiamata Unione, che conta oggi sull’appoggio massiccio della grande borghesia italiana (Moody’s ha appena reso noto che la stragrande maggioranza degli imprenditori ha dichiarato di appoggiare l’Unione). Le candidature delle frazioni di minoranza equivalgono al riconoscimento del loro diritto di frazione a livello parlamentare, cioè al diritto di votare in Parlamento in conformità alle proprie posizioni, almeno sui punti strategici o di principio. E’ evidente che non ha senso attribuire una rappresentanza parlamentare alle minoranze interne pensando che queste facciano in Parlamento ciò che non hanno mai fatto fuori di esso – votare contro i propri programmi.

Tutta questa apertura della maggioranza di Rifondazione è caduta quando la borghesia italiana ha imposto a Fausto Bertinotti di annullare la candidatura di Ferrando. Il procedimento usato per conseguire questo scopo è un vero manuale di maccartismo “democratico”, anche se è ovvio che il maccartismo, cioè la repressione selettiva e costituzionale, è proprio delle “democrazie”. La campagna è stata iniziata dalla rivista Libero, con citazioni di scritti di Ferrando – datati alcuni anni – sul carattere “storico artificiale” dello stato di Israele, nei quali l’autore refuta anche che il sionismo sia l’espressione di “un movimento nazionale del popolo ebreo”. Con l’abilità dell’inquisizione (o, meglio, dei Servizi), il giornalista avverte: “Nell’Unione c’è chi chiede di distruggere Israele” (Corriere , 11/02). Il Corriere della Sera, il principale portavoce del capitalismo italiano, ne ha approfittato per pubblicare un editoriale in cui dà conto della “reazione indignata” di Fausto Bertinotti di fronte alle posizioni di Ferrando, per concludere: “(E’) un primo passo per affermare la necessità che nel Parlamento italiano non circolino espressioni assimilabili a quelle dei teorici di Hamas”. Con ciò è stato dato l’ordine a Bertinotti di espellere Ferrando, senza tener conto, primo, che Ferrando è contrario all’islamismo reazionario di Hamas; secondo, che Bertinotti conosce le posizioni di Ferrando da più di due decadi (di modo che la sua indignazione è solo uno “show”); terzo, che i Berlusconi del mondo si apprestano a negoziare con Hamas (come del resto stanno facendo da molto tempo) ora che ha vinto le elezioni legislative dell’Autorità palestinese.

In che senso questa campagna è espressione della crisi della politica italiana? In modo molto diretto, perché mentre la borghesia italiana ha assegnato ad un futuro governo dell’Unione il compito di fare ciò che Berlusconi non ha potuto, l’Unione non riesce a “disciplinarsi” al suo interno a causa delle pressioni delle lotte popolari. Il conflitto per la costruzione di un corridoio ferroviario con la Francia, nel nord Italia, ha provocato un picchetto delle proporzioni di quello di Gualeguaychù, che non hanno potuto disarmare né il presidente della Repubblica Ciampi, né Prodi, né gli ex “comunisti” dei Democratici di Sinistra. L’impotenza della direzione dell’Unione ad imporre la sua autorità su problemi come questo ha portato il Corriere a dire: “Chiunque sia a vincere, l’ingovernabilità è assicurata” (!!) (editoriale, 14/02). I giornali italiani si lamentano ogni giorno delle contraddizioni dell’Unione al momento di far fronte alle lotte popolari e, neanche a dirsi, della sua incapacità di frenarle. Ogni giorno si scrivono editoriali per esigere ordine e disciplina, in particolare a livello ideologico, oppure delle azioni del governo, specialmente di fronte alle guerre e alle crisi create dall’imperialismo in tutto il mondo. Per colmo, i banchieri alleati dell’Unione si trovano incriminati per aver cercato di acquisire due banche, la BNL e l’Antonveneta, Ma anche a causa di operazioni che compromettono Telecom, Fiat e Banca Intesa. L’attacco a Ferrando è il punto iniziale per procedere a ogni genere di disciplinamento e repressione per poter riordinare le fila e consentire di sviluppare la politica del capitale, perfino togliere dalla galera i capitalisti ladroni.

Il riscatto della borghesia che si propone l’Unione implica il precarizzare a fondo il lavoro e, soprattutto,eseguire un piano di austerità che permetta di ridurre lo straordinario debito pubblico italiano, che ammonta a 110.000 milioni di euro. Senza questo “risanamento” lo stato italiano non potrà finanziare la riconversione dell’industria in stato di fallimento. Per realizzare questo compito, l’Unione ha bisogno contemporaneamente dei voti della sinistra e dell’appoggio di questa sinistra e dei sindacati alla sua politica. La borghesia imperialista si è accordata con Bertinotti su tutto ciò, come dimostra il suo appoggio al recente contratto dei metalmeccanici, che precarizza il lavoro, o il suo appoggio al BBV per comprare la BNL, e perfino sulla politica internazionale, in particolare con il riferimento a un’uscita dall’Iraq negoziata con gli Stati Uniti. La conversione del “comunista” Bertinotti alla non-violenza è un misero espediente per condannare la resistenza all’oppressione da parte dei popoli aggrediti dall’imperialismo, specie nel Medio Oriente.

L’attacco contro Ferrando è aumentato d’intensità a seguito delle interviste successive che gli sono state fatte, nelle quali ha giustificato la resistenza contro l’occupazione militare in Iraq (e ha ripudiato il terrorismo contro la popolazione civile). La reazione alle dichiarazioni di Ferrando ha messo a nudo l’Unione, scesa in campo per difendere la “missione di pace” delle truppe italiane in Iraq (insieme a Bush) quando nello stesso tempo afferma di ripudiare l’occupazione dell’Iraq e, in opposizione a Berlusconi, di chiedere il ritiro italiano. Bertinotti ha dichiarato che le posizioni di Ferrando erano “in-com-pa-ti-bi-li con il partito”; “si tratta, dice, di scelte strategiche” (Corriere 14/02). Le contraddizioni di Bertinotti rasentano il cinismo, ma soprattutto svelano la sua volontà di capitolare davanti al ricatto degli apparati dello Stato e dei media per cancellare la candidatura di Ferrando. Perché, come si concilia il fatto che ripudi e respinga l’occupazione militare italiana dell’Iraq e che pretenda allo stesso tempo di negare legittimità alla resistenza irachena a tale occupazione? L’indignazione che Bertinotti esibisce di fronte a Ferrando nasconde a malapena il suo abbassamento morale. Infine, stretto da un giornalista che gli dice che tutta Rifondazione parla della ragione della resistenza irachena, Bertinotti risponde penosamente affermando che a questo riguardo si deve intendere la lotta delle donne e le elezioni convocate dagli occupanti (!!). Tutto quanto è accaduto rende chiaro che Bertinotti e la maggioranza di Rifondazione sono pienamente coscienti del lavoro sporco che la decisione di far parte integrante di un governo imperialista come sarà quello dell’Unione esige.

La lotta di una piccola ma agguerrita organizzazione trotskista ha messo a nudo la realtà dello Stato e dei partiti italiani come niente avrebbe potuto fare, né in altro modo. Le posizioni dei rivoluzionari sono state discusse ufficialmente in televisione, lunedì 13, nel programma “Matrix”, tra due ex: l’ex fascista Gianfranco Fini, vice premier, e l’ex “comunista” D’Alema, due veri esperti nel terrorismo di stato: Fini ha detto a D’Alema: devi cacciare Ferrando. “Mi domando chi lo ha mandato” (La Repubblica, 13/02) ha replicato D’Alema. Sapendo che in questo modo avrebbe umiliato senza possibilità di recupero Rifondazione Comunista. Prima D’Alema aveva denunciato come l’uso delle bombe al fosforo fosse “incivile”, poi però presenta come assassini coloro che lottano contro quelli che le lanciano. D’Alema, come primo ministro, ha portato l’Italia nella guerra della Nato contro la Yugoslavia.

(…)

Da parte nostra diciamo: Bravo compagno Ferrando! Bravi compagne e compagni dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista. Voi state facendo strada.

Jorge Altamira
(tratto da Prensa Obrera, periodico del Partido Obrero argentino, n° 933, 16/02/2006)

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