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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Il logo della campagna di tesseramento del prc 2010 è una scarpa col tacco a spillo

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Il PRC sopravviverà alle svolte di Bertinotti?

Intervista di Aprileonline a Claudio Grassi, direzione prc, coordinatore “Essere comunisti”

(24 Marzo 2006)

– Pensi che il primo incontro dei promotori della sezione italiana della Sinistra europea sia un passo verso la fine dell’esperienza di Rifondazione comunista?

– No. Nessuno in Rifondazione Comunista pensa a questo. Né chi come me è critico nei confronti della Sinistra europea, né chi la condivide. Il problema è un po' più complesso, ma, per come viene oggi concepita la politica, anche a sinistra, è sempre più difficile sviluppare un ragionamento, farsi ascoltare. Se non hai cose da dire che possano servire per sparare titoli sui giornali, non esisti. In questo contesto può succedere che si parli di un partito politico, non per le proposte di cui è realmente portatore, per i contenuti espressi dalla sua reale dialettica interna, ma per una dichiarazione, magari stravolta, rilasciata da un suo candidato.
La stessa semplificazione la vedo in questo dibattito che si è aperto dopo la riunione della Sinistra Europea: se sei d'accordo vuoi fare una nuova Bolognina, cancellare il nome e il simbolo al Partito, se sei contrario sei un povero nostalgico, incapace di vedere il nuovo.
Cerco di spiegare come la pensiamo noi dell'area Essere Comunisti e perché siamo contrari al progetto della Sinistra Europea. In Europa, a sinistra dei partiti che si riconoscono nella socialdemocrazia, vi sono numerose forze politiche, comuniste, anticapitaliste e ambientaliste: solo una parte di loro ha aderito alla Sinistra Europea. Noi riteniamo che un progetto di unificazione sul piano europeo di queste forze sia necessario, ma deve essere fatto in modo tale che le raccolga tutte e non solo una parte. Come si può pensare di costruire una soggettività politica europea anticapitalista, capace di incidere in tutti i paesi, amputando in partenza circa il cinquanta per cento di forze che si muovono come noi contro la guerra e il liberismo? Questa è la nostra critica: si è voluto forzare su un progetto che alla fine ha diviso la sinistra europea e, quindi, l'ha indebolita.
Pur in un contesto diverso, anche nel nostro paese - con la costruzione della sezione italiana della sinistra europea - si rischia di ripetere il medesimo errore. Il ragionamento che noi facciamo è molto semplice. Nel 1991, rifiutando la cancellazione di una forza comunista, abbiamo dato vita a Rifondazione ritenendo vi fosse lo spazio in Italia per un partito che, pur dentro un riflessione critica della storia passata, non ne recidesse le radici. Avevamo ragione. Questi anni hanno confermato non solo che quello spazio esiste, ma che il ruolo che può svolgere un partito come Rifondazione comunista è molto importante. Come Essere comunisti riteniamo che l'insediamento organizzativo ed elettorale di Rifondazione Comunista possa crescere ulteriormente e che su questo sia necessario prioritariamente investire. Mi pare che la proposta di costruire la sezione italiana della Sinistra europea dia per scontato il fatto che più di tanto Rifondazione non possa crescere e che quindi si debba costruire una nuova soggettività che riesca a farlo. Ritengo che ciò, al contrario di quanto auspicato dai promotori, possa rivelarsi un doppio errore. Da un lato il nostro partito rischia di introiettare la convinzione che più di tanto non può crescere e che quindi non vale nemmeno la pena di spendervi molte energie; dall'altro si allontanerebbe ancora di più nel tempo la costruzione della Sinistra di alternativa, poiché anche in Italia, come in Europa, diverse forze politiche e movimenti schierati come noi contro il liberismo e la guerra non sono interessati al progetto della Sinistra europea sezione italiana.

– Quali sono le principali critiche che muovi alla maggioranza del tuo partito?

Sul piano politico, essere passati in poco tempo da un estremo all'altro. Nel 2001 abbiamo fatto un congresso che assumeva la teoria delle due destre e dava un giudizio liquidatorio di tutto il centro sinistra e delle organizzazioni sindacali, per arrivare ad oggi con una posizione di totale internità all'Unione e con una eccessiva timidezza nell'opporci agli affondi quotidiani che vengono portati alle nostre idee da parte della Margherita, della maggioranza dei Ds e dello stesso Prodi.
Inoltre, sul piano dell'identità - dal tema della nonviolenza, passando per la valutazione del Novecento, fino ad arrivare alla centralità o meno della contraddizione capitale-lavoro - ritengo che le proposte avanzate dalla maggioranza non siano contributi utili per procedere nella ricerca necessaria della Rifondazione Comunista, ma rotture, che rischiano di dare al nostro partito una connotazione sempre più consona ad un soggetto di sinistra radicale piuttosto che ad un partito comunista e di classe.
E infine riteniamo che, sul piano della gestione del Partito, l’aver utilizzato il principio maggioritario escludendo le minoranze (26,4% Essere Comunisti, complessivamente il 41%) dalla segreteria e da tutte le decisioni politiche rilevanti, abbia alimentato divisioni e prodotto una vera e propria balcanizzazione del partito stesso.

- Non ti sembra che il marxismo sia stato superato dall’evoluzione stessa del capitalismo? L’intero Capitale di Marx nasce dall’analisi di un capitalismo industriale e di una società divisa per classi. Oggi abbiamo un capitalismo finanziario che crea plus-valore senza bisogno di strumenti di lavoro e di forza lavoro. Ai tempi di Marx, tutto ciò non esisteva. Ritieni che si possa ancora parlare di lotta di classe. Se sì, perché?

Andiamo con ordine. Quando parliamo di evoluzione del capitalismo è necessario innanzitutto distinguere tra gli elementi effettivamente mutati e quelli rimasti uguali a se stessi.
Il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, a dispetto di quanto lei afferma, non fa parte della prima categoria. È un fenomeno che ha indubbiamente conosciuto, negli ultimi decenni, una forte crescita quantitativa ma che è presente, nella realtà del modo di produzione capitalistico e nelle analisi del pensiero marxista, già tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento: si pensi, per esempio, alle acquisizioni di economisti quali ad Hilferding o a quelle dello stesso Lenin.
Non posso condividere, poi, l’affermazione secondo cui la speculazione finanziaria crea plus-valore; semmai la speculazione finanziaria crea plus-valenza, nella misura in cui produce un aumento della massa monetaria all’interno del valore creato dal lavoro.
Non vorrei essere frainteso: il riconoscimento del fatto che questo processo sia nuovo non in realtà ma soltanto in apparenza non ci impedisce di avere consapevolezza dei contraccolpi, politici e sociali, che la crescita quantitativa di questo stesso fenomeno produce.
Il quadro analitico di riferimento, ripeto, da questo punto di vista in ogni caso non varia.
Cosa c’è, invece, di nuovo? La composizione di classe, ossia l’elemento della soggettività. Ma anche su questo terreno stiamo attenti: Marx parla di arbeiter, di lavoratore, non parla delle tute blu, che ai suoi tempi neppure esistevano. Sappiamo che le forme della produzione cambiano e con esse le figure sociali messe al lavoro. Cambia l’organizzazione materiale della produzione e con essa, conseguentemente, mutano le divisioni e le fratture sociali; muta, in definitiva, il quadro della composizione di classe. Tutto ciò è soggetto a continuo cambiamento: perché la classe operaia di fine Ottocento è diversa da quella di cui parla Gramsci nei suoi studi sul fordismo ed è ancora diversa da quella che si afferma nel secondo dopoguerra.
Il punto centrale invece è un altro: persiste o no, oggi, il rapporto tra capitale e lavoro, la contraddizione tra capitale e lavoro? Il motore della riproduzione è ancora o non è più, oggi, lo sfruttamento del lavoro salariato, in qualunque forma esso si presenti?
Io credo di sì. Questo è il punto di partenza sul quale si innesta la politica con i suoi compiti: da un lato aggiornare l’analisi, e quindi interrogarsi sui concreti e molteplici sviluppi delle forme dell’organizzazione materiale della produzione e, dall’altro lato, organizzare i soggetti salariati.
Per concludere: Marx ci serve, eccome. Sebbene noi riconosciamo che in Marx non vi è già tutto e che il suo stesso pensiero deve essere fatto oggetto di un continuo processo di aggiornamento ed approfondimento, non pensiamo minimamente si debba uscire da quel quadro di riferimento.
A quanti ciclicamente si dimenticano che le continue innovazioni sono connaturate al capitalismo, e che dunque invocano la fuoriuscita da Marx, chiediamo: quale sarebbe oggi il modo di produzione? Delle due l’una: se siamo fuori dal capitalismo, che siano in grado di presentarci un’altra teoria della riproduzione sociale; se invece ancora di capitalismo si tratta, Marx, sempre aggiornato ed approfondito, è tuttora validissimo.

– Come intendi il partito del futuro?

Comunista, che ha nel lavoro il suo principale riferimento sociale, con una vita interna realmente democratica, con una costruzione collegiale della linea politica e che realizzi contemporaneamente una crescita di un gruppo dirigente allargato e che – in quanto tale - abbia una visibilità. Un partito che vive nei movimenti - essenziali per qualsiasi progetto di trasformazione della società - e che, pur riconfermando la centralità del conflitto capitale-lavoro, assuma la contraddizione di genere e quella ambientale come elementi decisivi su cui impostare la propria iniziativa politica. Un partito al fianco degli immigrati - vittime contemporaneamente del razzismo e del più bieco sfruttamento – e dei popoli che resistono contro le guerre, l'imperialismo e il neocolonialismo. Un partito che senza incertezze dica che nel Medio Oriente vi è un aggredito, che è il popolo palestinese, e un aggressore che è Israele; e che si deve creare al più presto lo Stato di Palestina.
Un partito che punti decisamente al radicamento nella società e che quindi destini gran parte delle sue risorse umane e materiali alla costruzione dei circoli sul territorio, nei luoghi di lavoro. Che infine ritenga l'adesione, e quindi il tesseramento, non un atto burocratico, ma una parte essenziale del proprio progetto politico.

– Se la maggioranza proseguirà verso la strada intrapresa, siete pronti a lasciare il partito?

E' un problema che non si pone. Siamo convinti che la grande maggioranza dei compagni e delle compagne di Rifondazione Comunista voglia continuare a lavorare per rafforzare un partito comunista, di classe, che lotta per l'uguaglianza. Ritengo sarebbe più opportuno che in questi ultimi giorni di campagna elettorale, anziché alimentare dibattiti improbabili su nomi e simboli, ci concentrassimo tutti sul compito di raccogliere voti per Rifondazione Comunista che, mai come in questa occasione, possono rivelarsi utili: per cacciare Berlusconi e per far pesare di più la sinistra all'interno dell'Unione.

22 marzo 2006

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