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Giovani Comunisti/e di lotta o di Governo?

(27 Marzo 2006)

Le scelte dei prossimi mesi saranno costitutive per il futuro dell'organizzazione - ne segneranno a fondo ruolo, capacità di intervento e di costruzione, potenzialità di crescita. Avvertiamo per intero una difficoltà profonda nei Giovani comunisti: una difficoltà di progetto, di radicamento, di relazione. Per questo vogliamo che questa conferenza nazionale, al di la del numero dei documenti, non si riduca a una conta. La conferenza dovrebbe essere davvero un percorso di partecipazione e di elaborazione, profondo e possibilmente autonomo di tutta l'organizzazione giovanile. Al centro della discussione crediamo debba porsi l'interruzione del percorso fecondo, seppur contradditorio, di internità ai movimenti che ha caratterizzato i Giovani comunisti da Genova al Train stopping.

I movimenti infatti non si sono per nulla fermati in questi mesi precedenti le elezioni politiche. Il movimento studentesco di ottobre è stato il più importante per intensità e partecipazione dai tempi del movimento della pantera aprendo la possibilità di un nuovo ciclo di lotte studentesche; le mobilitazioni delle donne e del movimento lgbtq sul tema della laicità, delle unioni civili per la difesa e il miglioramento della 194 e dei consultori sono state impressionanti; le lotte contro la Tav hanno dimostrato una radicalità diffusa in una intera popolazione; la campagna contro la Bolkestein e le vertenze ambientali e sui beni comuni hanno visto ovunque una grande partecipazione giovanile; è tornato anche il protagonismo metalmeccanico. Ma di fronte a queste esplosioni i Gc non sono stati in grado di produrre campagne adeguate, materiali utili, convocare riunioni per coordinare i/le tanti/e Giovani comunisti che, nonostante tutto, hanno dimostrato un generoso attivismo in queste lotte. Un'organizzazione nazionalmente ferma, dove l'esecutivo nazionale non si riunisce da mesi, dove il coordinamento discute di temi politici senza nessuna ricaduta d'iniziativa, a meno che non si tratti di riprodurre in sedicesimi l'iniziativa del partito sulle primarie o sul sempre più astratto percorso della Sinistra europea.

Non crediamo che il problema sia risolvibile con generici "proclami" di internità al movimento, o nella frase di un documento che ricordi l'esperienza di Genova o del movimento contro la guerra. Il problema è di natura tutta politica, e riguarda le scelte dell'oggi. L'internità all'Unione di centrosinistra, e la relazione tra questa scelta e la rottura degli spazi unitari di movimento costruiti faticosamente in questi anni, ne rappresentano per noi il cuore. E questa valutazione è alla radice del nostro profondo dissenso e della nostra grande preoccupazione per lo stato dell'organizzazione giovanile.

Le scelte degli ultimi anni di larga parte della maggioranza formatasi alla scorsa conferenza e nata dall'esperienza viva delle giornate genovesi, hanno condotto i Gc a ricoprire nuovamente un ruolo di ripetitori in sedicesimi delle scelte del Prc dominate dall'internità all'Unione di centrosinistra, rinunciando all'autonomia, alla sperimentazione e all'innovazione del partito. In un momento in cui il bisogno di innovazione è enorme, se è vero che una recente ricerca sul nostro partito pubblicata da Il Mulino dimostra che ogni 5 militanti del partito c'è almeno un funzionario o istituzionale pagato. Questa realtà materiale ci parla di una possibile burocratizzazione del partito? Questo ha a che vedere con i fallimenti del '900 e con la centralità del conflitto sociale contro la centralità istituzionale? Nella scorsa conferenza non avevamo posto al centro del dibattito lo sviluppo di un'idea diversa di organizzazione? Partecipazione e militanza contro burocrazia - dicevamo - quasi nulla è stato fatto. E l'esigenza di un'idea diversa di organizzazione e di politica si scontra anche con la "materialità" di una linea politica.

Purtroppo l'anno che abbiamo alle spalle ha dimostrato che la scelta d'internità all'Unione, al di la dei proclami, pesa complessivamente come un macigno sui Giovani comunisti, e rende strettissimo lo spazio dell'autonomia. Quest'affermazione non è astratta, ma vive nella concretezza delle scelte di questi ultimi mesi. Dal movimento contro la guerra, alla mobilitazione contro la Bolkestein, al movimento studentesco, i Giovani Comunisti in quanto tali, al di là dell'impegno di singoli compagni o di Federazioni locali, non sono stati in grado di promuovere la costruzione, la messa in relazione e la radicalizzazione dei movimenti. Non sono stati in grado - o forse meglio non hanno voluto o potuto - riprendere il filo spezzato dopo il referendum sull'art. 18. L'assenza di progetto e di iniziativa sulla costruzione dei collettivi studenteschi e di un soggetto studentesco nazionale è particolarmente grave, tanto più di fronte alle potenzialità espresse dal movimento universitario di quest'autunno.

L'internità all'Unione, ancor prima della nascita del Prodi-Treu-Rutelli-Mastella bis, sta producendo esiti dirompenti sulla pratica concreta dei Gc. Eppure le esperienze europee stanno li a dimostrarci che un'altra scelta non solo era ed è possibile, ma che è vincente.

In Europa crescono i movimenti e la sinistra anticapitalista

In Italia il movimento (inteso come concreto spazio politico e sociale, non come soggetto metafisico) che insieme ad altri/e abbiamo costruito da Genova in poi, attraversa una fase di stasi o addirittura di crisi, mentre i movimenti sociali (studenti-donne-migranti-no-tav...) dimostrano invece tutte le potenzialità che abbiamo di fronte. A livello internazionale quello spazio, politico e sociale, irriducibile alle politiche liberiste e di guerra, si dimostra viceversa vivo, in crescita, ed in grado di ottenere finalmente dei risultati. Potremmo citare l'esperienza Venezuelana o quella Boliviana dove addirittura torna al centro del dibattito e della politica il tema concreto di quale socialismo per il XXI secolo. Ma anche in Europa troviamo esempi di una strada diversa da quella intrapresa dal Prc e dalla maggioranza dei Giovani Comunisti. Si pensi innanzi tutto alla capacità del movimento, e dei partiti della sinistra radicale francese, di condurre e vincere la battaglia referendaria contro il trattato liberista europeo, a fronte del 90% delle forze politiche schierate per il Si. Non a caso la ripresa autunnale in Francia è stata scossa dagli eccezionali scioperi dei portuali, ed ora è esploso un grande movimento studentesco, di massa, in grado di pesare politicamente e soprattutto di costruire grandi alleanze sociali contro la precarietà.

Anche sul piano politico, in Francia assistiamo ad un rafforzamento della sinistra anticapitalista. Ma non si tratta di un fenomeno soltanto francese.

In Germania c'è lo straordinario risultato del Linke, in Inghilterra la nuova formazione politica Respect, in Portogallo il grande successo del Bloco de Esquerda, e in Danimarca l'affermazione dell'Alleanza rosso-verde.

In tutta Europa, a prescindere dalle tattiche elettorali adottate per battere le destre, dove la sinistra radicale si mantiene ben distinta dalla cosiddetta sinistra moderata, cresce in influenza sociale, ed anche elettorale - e, soprattutto, parallelamente crescono lotte e movimenti in un rapporto dialettico.

Di lotta o di governo

Le dinamiche di movimento debbono darsi nella loro autonomia, affermava con nettezza il primo documento alla scorsa conferenza. D'altra parte, lo sappiamo bene, le scelte politiche e le iniziative sociali si intrecciano inevitabilmente, e si influenzano a vicenda.

E la stessa autonomia del sociale e dei movimenti non è nient'affatto sufficiente proclamarla. Non è un dato scontato, è una scelta politica, che va praticata, e difesa. Pensiamo che non per caso, proprio quando Rifondazione comunista, per anni protagonista dello spazio politico-sociale della sinistra radicale e del movimento, ha deciso di entrare mani e piedi nella gabbia dell'Unione di Centrosinistra, quello stesso spazio, in contro-tendenza col resto d'Europa, sia entrato in una fase di difficoltà e di stasi. Una fase che ha certo radici complesse, tutte da indagare, ma Rifondazione non solo non ha contribuito a superare i primi segnali di difficoltà, ma li ha accentuati, tra l'altro inducendo divisioni su dibattiti astratti come quello su violenza-non violenza, e, più in generale, disimpegnandosi dai percorsi di costruzione del movimento.

D'altronde l'incompatibilità programmatica tra l'Unione di Romano Prodi e i contenuti espressi dal movimento di questi anni è evidente, e non si può pensare che, con dei nostri ministri in quel Governo, non influenzerà le nostre scelte e la nostra attività di movimento, come già questi mesi dimostrano.

Come pensiamo possibile stare in un Governo che appoggia le guerre approvate dall'Onu (come la missione in Afghanistan ripetutamente votata dall'Unione) e nello stesso tempo costruire il movimento contro la guerra senza se e senza ma? È realistico pensare di stare in un Governo che appoggia la Costituzione liberista Europea e la direttiva Prodi-Bolkestein e nello stesso tempo costruire il movimento antiliberista e per l'Europa sociale? Come si fa a stare in un Governo in cui il probabile Ministro dell'Università Modica (Ds) propone continuamente di trasformare gli Atenei in fondazioni di diritto privato e nello stesso tempo costruire i collettivi universitari? Come pensiamo di continuare a costruire le may-day e le lotte contro la precarietà stando in un Governo che non vuole neanche cancellare la Legge 30 e che continua a sostenere il pacchetto Treu? Come facciamo a costruire collettivi femministi e Lgbtq stando in un Governo che reputa grave fischiare Ruini e in cui neanche la parola Pacs (che in Spagna era la proposta di Aznar) si può pronunciare? Come si può stare a fianco del movimento dei migranti governando con chi pensa che i Cpt siano una necessità? Come si fa a costruire i comitati popolari No-Tav sostenendo chi dice che la Tav si fa "punto e basta"? Come faremo ad assediare il prossimo G8 se ci saranno ministri del nostro partito dentro? I casi Cofferati e Chiamparino ci preannunciano il futuro, le contraddizioni del centrosinistra non esplodono ma vengono invece assunte da noi, il Prc e i Gc si trovano di traverso tra i movimenti e la controparte. È per questo che il partito di lotta e di governo non può esistere per sua stessa definizione. Non c'è bisogno di dilungarsi sulla storia. Basta guardare il presente: o prevale il partito della lotta o prevale il partito di governo.

Un progetto complessivo per l'organizzazione

Noi puntiamo tutto sulla Rifondazione di lotta e dei movimenti, e crediamo che i Giovani Comunisti debbano esserne il cuore, costruendo l'opposizione sociale in questo paese anche dopo il 9 aprile, in aperto e chiaro dissenso con la Rifondazione di governo. È con questo profilo che dobbiamo rilanciare un progetto concreto di radicamento dell'organizzazione. In questo testo possiamo citare solo i titoli delle priorità: costruire i collettivi universitari e studenteschi, da troppi anni sottovalutati dall'organizzazione, a partire dall'esperienza del movimento di quest'anno per l'autoriforma dal basso dell'istruzione scardinando la Moratti e la Zecchino/Berlinguer, e dall'esperienza francese che ci parla di una alleanza possibile con i conflitti del lavoro contro la precarietà. Lotta alla precarietà che deve diventare il profilo complessivo dell'organizzazione, dentro il quale iscrivere le campagne e i progetti di radicamento sociale.

La campagna contro la legge 30, per il reddito sociale (quello vero non quello approvato in Campania), per una nuova scala mobile, deve dar vita alla costruzione e generalizzazione di esperienze come quelle dei circoli precari, degli sportelli di mutuo soccorso, e il nostro radicamento sindacale, imprescindibile, come ancora la Francia ci ricorda. Le campagne per le libertà e i diritti devono essere un'altro filone di lavoro non occasionale. Un nuovo e moderno antifascismo passa infatti per lotta di massa al razzismo, per la laicità e diritti delle donne, contro la guerra, per una libera sessualità e per un antiproibizionismo consapevole contro tutte le dipendenze e le mafie. Su tutti questi temi bisogna rilanciare una progettualità di radicamento mettendo al centro della nostra iniziativa i luoghi sociali, di studio e di lavoro innanzitutto. In questa direzione dobbiamo intendere le nostre sperimentazioni sugli spazi sociali, intesi non come fine o come soggettività politica, ma come strumento per rafforzare progetti di radicamento sociale. Spazi sociali e circoli devono diventare luoghi dove una socialità diversa possa incontrarsi con le nostre campagne, con la costruzione di un collettivo femminista, studentesco, sindacale con le lotte ambientali sul territorio... questi titoli dovranno trasformarsi in questa conferenza in progetto compiuto di un'organizzazione giovanile capace di rimettere al centro della politica un progetto e la possibilità di un'alternativa ANTICAPITALISTA.

primi firmatari: Danilo Corradi, Chiara Siani, Giulio Calella

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