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Sciopero

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(28 Gennaio 2011) Enzo Apicella
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    (Capitale e lavoro)

    Il capitalismo produce povertà per molti e ricchezza per pochi

    Lottiamo per una nuova scala mobile

    (27 Marzo 2006)

    Nel biennio 2202-2004 il potere d’acquisto reale dei salari e stipendi è diminuito del 2.1% (fonte banca d’Italia).

    Dal 1993, anno nel quale è stato applicato l’accordo che legava gli aumenti salariali all’inflazione programmata, la spesa delle famiglie italiane è aumentata del 40% mentre il reddito pro capite da lavoro dipendente solo del 15%.

    In sintesi, il potere d’acquisto dei salari è diminuito del 25.5%. (fonte Fiom Lombardia)

    In questi ultimi anni il movimento operaio non è riuscito ad impedire che, una politica scellerata della classe imprenditoriale e del Governo, riducesse alla povertà migliaia di famiglie nel nostro Paese.

    Questo scivolare continuo verso una condizione di povertà, per una buona parte delle classi più deboli, ha contribuito all’aggravarsi della crisi industriale dell’Italia.

    L’ultimo rapporto della Banca d’Italia ha fotografato un Paese fermo con una condizione generalizzata di disagio sociale.

    La precarizzazione del lavoro per intere generazioni di giovani e la chiusura di comparti industriali hanno contribuito ad un peggioramento della qualità di vita delle nostre genti.

    La popolazione oltre a dover ridurre i consumi ,sempre di più, privilegiano prodotti con un basso tasso di qualità innescando così una spirale negativa la quale spinge l’Italia verso il fallimento economico e sociale.

    Ma tutto questo non è una novità per i comunisti i quali hanno capito da tempo che “La tendenza generale della produzione capitalistica non è all’aumento del livello medio dei salari, ma alla diminuzione di esso, cioè a spingere il valore del lavoro, su per giù, al suo limite più basso.” Per dirla con K.Marx (da Salario, Prezzo, e Profitto)

    Dobbiamo lottare per una nuova scala mobile perché, almeno in parte, le retribuzioni vengono salvaguardate, ma non basta.

    Infatti: la privatizzazione della sanità costringe molti a pagare esami e prestazioni,e queste non rientrano nel calcolo dell’inflazione, inoltre “ la redistribuzione della ricchezza verso profitti, rendita e finanza non viene registrata dagli indici d’inflazione”

    Per bloccare questa tendenza distruttiva del tessuto sociale nel nostro Paese, occorre pensare ad un nuovo ruolo dello Stato in economia.

    Lucio Miotto

    Fonte

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