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Ricordando Stefano Chiarini

Ricordando Stefano Chiarini

(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
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Difesa della democrazia e rilancio della lotta di classe.

un incontro a Pisa il 9 aprile

(1 Aprile 2006)

L' associazione di politica e cultura comunista Il Pianeta Futuro (Pisa) invita tutti i compagni ad un incontro di analisi, discussione e confronto tra comunisti sul programma dell'Unione e sul ruolo dei comunisti nel dopo elezioni del 9 aprile dal titolo:

Difesa della democrazia e rilancio della lotta di classe.
Responsabilita' e ruolo dei comunisti nelle elezioni, nel referendum costituzionale e nei movimenti sociali


L'incontro si terrà in via San Lorenzo 38 a Pisa, alle ore 21,15.
Parteciperà il compagno Salvatore d'ALBERGO
Di seguito il documento che l'associazione presenterà all'attenzione dei compagni.

PREMESSA

Le energie prevalenti della campagna elettorale dell'Unione sono concentrate nell'obiettivo primario di sconfiggere Berlusconi, indicato come il male peggiore per l'Italia. In base alla condivisione di questa analisi da parte dei comunisti prima del PdCI e adesso del PRC si è determinata l'alleanza organica dell'Unione.

Condividiamo l'analisi che Berlusconi abbia rappresentato in questi anni l'elemento intorno a cui si sono coagulate la volontà vendicatrice della borghesia verso le classi popolari con la demagogia populista e le ideologie razzistiche buone per distogliere le masse dai loro reali interessi di classe. Tuttavia, vi è una domanda in sospeso: se è necessario cacciare Berlusconi, è sufficiente questo per rilanciare un processo politico e sociale che renda i lavoratori e i settori popolari protagonisti del rilancio democratico del nostro paese senza che subiscano nuovamente le imposizioni del padronato e della borghesia?

LA FASE ELETTORALE

La strategia del Governo Berlusconi si è contraddistinta per un attacco frontale e classista alle garanzie e tutele sociali, colpendo molti diritti individuali e collettivi, reprimendo il dissenso e l'opposizione politica attraverso una criminalizzazione sociale sempre più diffusa.

A questo si aggiunga che le destre stanno attivamente recuperando i fascisti e riabilitando la stessa esperienza storica del fascismo (con l'equiparazione dei repubblichini ai partigiani, estremo oltraggio revisionista alla Resistenza da cui è nata la Repubblica e la Costituzione). Oltre alla caduta della pregiudiziale antifascista per opportunismi elettoralistici (qualche voto nero in più per il Cavaliere), vi è peraltro un obiettivo di più ampio respiro, quello di smantellare gli stessi principi fondativi della Costituzione, di cui ricordiamo in particolare due articoli sotto schiaffo in questi anni: Art.1 - L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro (e non sull'impresa capitalistica come vorrebbero -bypartisan- i due schieramenti); Art.11 - L'Italia ripudia la guerra (principio ignorato non solo per le missioni in Afghanistan ed Iraq, ma anche per la guerra in Yugoslavia del governo D'Alema).

A questi argomenti sulla necessità di cacciare Berlusconi si aggiunga che ha coagulato attorno alla sua figura di caudillo manageriale istanze e tensioni altrimenti destinate a scontrarsi e disperdersi: dal separatismo xenofobo e razzista della Lega al post-fascismo filostatunitense e filoisraeliano di AN, dal centrismo anticomunista doroteo dell'UDC all'aziendalismo autoritario liberal-liberista di FI, fino all'ultima imbarcata di neonazisti e fascisti vari con Alternativa Sociale della Mussolini (dietro cui si stagliano le ombre inquietanti del Fronte Nazionale Sociale di Tilgher, Forza Nuova di Fiore), il MS-FT di Romagnoli e il Movimento Idea Sociale di Pino Rauti. Infatti, in questi anni l'egemonia del berlusconismo non si è fondata tanto su un blocco storico in senso gramsciano, ma su un "blocco ideologico" (centrato su "valori" e "culture" quali l'individualismo esasperato, il disprezzo per la cosa pubblica e per la legalità, la xenofobia che ha individuato nello str
aniero
il nuovo capro espiatorio; il dio denaro come valore supremo; l'odio sociale per qualsiasi forma di dissenso antagonista; ecc.) capace di conquistare, con una coalizione di partiti che rappresentano storicamente interessi economici diversi e anche contrastanti, un consenso politicamente e socialmente trasversale tutt'oggi esistente, anche se appannato.

Tuttavia, pur ponendosi come "contrapposizione" nella logica maggioritaria e formalmente bipolarista, l'Unione non rappresenta un'alternativa economica e sociale reale, poiché il baricentro dell'alleanza politica di centrosinistra sta proprio nella volontà di rappresentare i settori di capitalismo e padronato nostrani organizzati in Confindustria, anche dei suoi settori più attivi nella concentrazione economico-finanziaria e speculativa (fino all'appoggio incondizionato ai vari "capitani coraggiosi" o "corsari", da Colaninno a Fiorani, a Consorte a Ricucci, abbandonati poi repentinamente sull'orlo del baratro delle loro vicende penali!).

Questo baricentro dell'Unione trascinerà inevitabilmente le strutture sindacali confederali (ben liete di esservi trascinate, beninteso) in una riedizione della concertazione che nel decennio appena trascorso ha permesso il massacro di diritti, salari e occupazione per i lavoratori, mentre nel contempo non ha limitato minimamente i profitti aziendali e le rendite speculative e finanziarie.

LA RISTRUTTURAZIONE DELLO STATO

Se si affronta il tema della pubblica amministrazione, non si può dimenticare che i processi di privatizzazione e svendita delle aziende pubbliche e di disimpegno dello Stato dai servizi sociali sono stati avviati massicciamente dal centrosinistra che rivendica la "modernizzazione" attuata dai governi Prodi e D'Alema, inclusi i processi di esternalizzazione e di privatizzazione con la scusa inconsistente della necessità di migliorare i servizi e renderli più efficienti (cosa che si sta rivelando ovviamente una assoluta falsità).

Nel programma dell'Unione si sostiene che alcuni servizi e beni non possono essere privatizzati (passo in avanti significativo), ma nello stesso tempo si individuano alcune priorità alquanto discutibili, collaudate da anni nelle amministrazioni locali e regionali governate da centrosinistra (con la variabile, talvolta in maggioranza e talvolta all'opposizione, di Rifondazione Comunista) che vanno dalla introduzione del modello manageriale e aziendalistico, sempre più pervasivo nella Pubblica Amministrazione, agli incarichi ad esterni per le consulenze tecniche, dalle privatizzazioni dei servizi -con le conseguenti perdite di occupazione e di salari per gli addetti- alle spese eccedenti da tagliare che non ci viene spiegato quali siano; ma soprattutto cala il silenzio su quanto accaduto negli ultimi 15 anni: le colpe delle inefficienze ricadono tutte ed esclusivamente su Berlusconi, che certo del suo in negativo ne ha messo in abbondanza, ma non si dice che il centrosinistra h a navigato nella medesima direzione per anni.

IL PROGETTO ECONOMICO-SOCIALE DELL'UNIONE

"Prima il risanamento" è lo slogan dell'Unione, in seguito verrà la distribuzione dei redditi. Quindi una nuova stagione di sacrifici si profila all'orizzonte, giustificata con il rilancio dell'economia messa in ginocchio dalla sciagurata gestione personal-aziendalistica del governo Berlusconi. I grandi proclami di Bertinotti che nel nuovo programma dell'Unione si sarebbe superata la logica dei due tempi saranno sottoposti alla verifica dei fatti, qualora vincesse il centrosinistra e si formasse un governo guidato da Prodi.

D'altronde, il patto siglato dalla Cgil con L'Unione, "per affrontare con successo la concorrenza globale" consiste in una nuova stagione di concertazione, di politica dei redditi, di introduzione di ulteriore flessibilità e precarietà nel mondo del lavoro: l'impegno comune delle forze politiche, sindacali e sociali, è per la costruzione di un "nuovo Welfare", nelle forme di una grande concertazione allo scopo di eliminare ogni elemento di conflitto sociale e di rivendicazione radicale.

Lo scopo di questa nuova stagione di concertazione si salda alle analisi della crisi italiana: all'Italia si imputa l'incapacità di adattamento ai grandi cambiamenti internazionali, una economia stagnante e poco innovativa. Per l'Unione, il rilancio dell'economia si ottiene attraverso una sinergia tra aziende, pubblica amministrazione e virtuosità governativa, cioè una variante complessa e più articolata del principio della sussidiarietà e delle privatizzazioni dell'amministrazione e dei servizi pubblici; tuttavia, non si fa cenno a quali dovrebbero essere le priorità e gli interessi fondamentali, dato che il Programma non lo dice, mentre si ripetono in ogni pagina i soliti temi (innovazione, modernità, efficienza, ricerca) cari alla borghesia.

Se la crisi della economia italiana è rappresentata dal nanismo e dal familismo, le ricette vincenti sarebbero quelle di un capitalismo moderno coniugato ad un sistema solidaristico, mentre si rimuove il problema della precarietà della forza lavoro e dello sfruttamento anche nel terzo settore: non si parla infatti di eliminazione della Legge 30 (detta strumentalmente "Biagi"), ma di un suo "superamento", che ambiguamente significa la conservazione di molte delle forme di lavoro precario, con qualche ritocco normativo che possa dare l'illusione di una spinta riformatrice.

Il rilancio delle strutture capitalistiche nazionali va comunque inserito nel quadro neo-imperialista europeo ed internazionale: ulteriore elemento di ristrutturazione capitalistica per l'Unione sarebbe la trasformazione delle Regioni in agenti commerciali all'estero (approfondendo ancora di più la disgregazione federalista dello Stato), mentre esplicitamente si parla di liberalizzazione dei servizi pubblici, di un sistema bancario e di credito (magari ancor più concentrato, come ha suggerito il neoDirettore di BankItalia Draghi) in stretta connessione all'ambito produttivo, ed infine dell'esigenza di agganciarsi alle grandi reti europee (TAV e scempi ambiental-urbanistici compresi).

Per la previdenza si tornerebbe alla Legge Dini, ribadendo la centralità del sistema di calcolo su base contributiva (meno vantaggiosa del restributivo) e soprattutto intensificando la previdenza complementare e lo scippo del TFR al quale un eventuale Governo di centrosinistra si dedicherà attivamente.

Infine, al centro dei pensieri dell'Unione c'è la famiglia a cui si elargisce un bonus bebè pari a 2500 euro (1000 era la promessa di Berlusconi per i nuovi nati nel 2006): si offrono soldi per i nuovi nati togliendo risorse ai servizi per la prima infanzia come gli asili nido pubblici.

ISTRUZIONE, FORMAZIONE CULTURALE, RICERCA

Anche per questo capitolo le discontinuità tra la reazionaria gestione delle destre e le proposte dell'Unione non sono così marcate, anzi possiamo senz'altro affermare che siamo in presenza di forti elementi di continuità, come del resto già avvenuto tra Berlinguer e Moratti sulle leggi dell'autonomia finanziaria degli istituti scolastici e di parità che assegna fondi statali alle scuole private.

La questione più pressante per quanto riguarda la scuola è la formazione professionale, che viene affrontata in un quadro analogo a quello proposto da Moratti: canalizzazione precoce verso l'apprendistato lavorativo, con una divisione di classe tra chi proseguirà negli studi e chi sarà avviato al lavoro. Analogamente avverrà per chi giungerà all'Università, in cui la distinzione tra "lauree brevi" e "corsi completi" provocherà una distinzione tra laureati marcatamente di classe.

Inoltre, per quanto riguarda la ricerca sempre più ci sarà la diffusione del precariato intellettuale se non ci saranno inversioni di tendenza negli orientamenti.

Non va poi dimenticato che il progetto di creazione di Fondazioni Private per la gestione delle Università è stato pensato ed elaborato da esponenti del mondo accademico e politico dei DS, Modica e Settis, tutt'altro che alieni dalla logica delle privatizzazioni dell'Università.

Infine, va ricordato che la battaglia per la laicità dello Stato passa anche e soprattutto dalla scuola, sottoposta a pressioni e incursioni da parte delle gerarchie vaticane che sono riuscite ad imporre, oltre ai finanziamenti alle scuole private cattoliche, l'assunzione di 15mila insegnanti di religione, pronti a passare su altre discipline e a confessionalizzare l'intero corpo degli insegnanti della scuola pubblica, in barba ai principi costituzionali sul reclutamento e sull'uguaglianza tra i cittadini.

LA POLITICA INTERNAZIONALE

La collocazione internazionale dell'Unione resta completamente nell'ambito dell'atlantismo e di quella politica preventiva "di pace" che indica nel ritorno all'ONU e nel suo potenziamento una soluzione. Ovviamente, si rimuove del tutto la questione che è proprio la politica imperialista Usa la causa oggettiva di ogni perdita di ruolo degli organismi internazionali, e che il perdurare di un'alleanza filo-atlantica comporta necessariamente una subalternità verso gli USA. Anche le posizioni espresse da Bertinotti (vedi Corsera, 5 marzo 2006) vanno nella direzione di una sostanziale subalternità agli USA, con una sorta di riedizione della politica estera da "prima Repubblica", nel tentativo di conciliare filo-americanismo con l'attenzione al Mediterraneo, dove l'Italia vorrebbe giocare il ruolo di potenza egemone. Riportiamo le dichiarazioni di Bertinotti perché ci sembrano illuminanti: «Nel secolo scorso la discriminante in politica estera era il rapporto con gli Stati Uniti:
c'era
la visione atlantica, quella avversa e quella neutralista. Oggi la scelta è tra una politica estera che ridefinisce il Mediterraneo come mare di pace, in cui l'Europa riscopra la sua vocazione al dialogo». E più in là aggiunge: «Quello che mi preoccupa è la subalternità non all'America ma all'amministrazione Bush».

Nel merito, in caso di vittoria del centrosinistra il ritiro delle truppe dall'Iraq non sarebbe immediato, ma graduale e legato alla transizione democratica in Iraq stesso; verrebbe inoltre ribadita la lotta al "terrorismo", espressione nella quale vengono comprese anche tutte le lotte antimperialiste dei popoli oppressi. Per quanto riguarda le basi militari USA/NATO, questo capitolo non è neppure nell'agenda futuribile di un governo dell'Unione.

Infine, verrebbe rilanciato il Nuovo Modello di Difesa all'interno del quadro europeo, con il potenziamento di un esercito professionale composto da truppe addestrate ad interventi rapidi nelle zone di crisi (le operazioni di peace-keeping evocate da Martini?).

L'unione garantirà dunque la piena lealtà agli Stati Uniti, con una politica aggressiva di marca imperialista europea: altro che impegno di pace!

IL PROGRAMMA DELL'UNIONE: RISTABILIRE IL POTERE DEL GRANDE CAPITALE

Se la priorità della fase è quella di cacciare Berlusconi, va tuttavia riconosciuta la necessità per i comunisti di discriminare tra le politiche ed i suoi obiettivi. In tal senso vanno distinti liberismo, riformismo keynesiano e socialdemocratico dall'anticapitalismo generico e da quello comunista che traccia una transizione al socialismo.

Il programma dell'Unione rappresenta dal punto di vista economico-sociale un organico disegno di ristrutturazione del capitalismo nazionale nel quadro moderato, liberista e neo-imperialista dell'Unione Europea, con la scelta classista di rappresentanza politica principalmente di Confindustria e la riattualizzazione della politica, falsamente solidale, neoconcertativa; tuttavia, neppure le priorità del PRC, né tantomeno del PdCI, rappresentano in alcun modo una prospettiva di transizione al socialismo, neppure nel senso soft dell'introduzione di "elementi di socialismo". Se poi si guarda al riformismo socialdemocratico, non sono previste "riforme strutturali" tali da far pensare ad un ruolo dello Stato come strumento di programmazione economica, ma neppure di redistribuzione; anche nella versione "debole", keynesiana, il riformismo non pare sfiorare l'Unione, che si presenta semmai come una variante articolata, organica e complessa del liberismo (con gli obiettivi di privatizz azioni e di liberalizzazioni del mercato).

Gli aspetti introdotti dalla cosiddetta "sinistra critica/radicale" sono marginali, importanti ma non tali da determinare uno spostamento degli equilibri della coalizione a sinistra; semmai, si tratta di una "limitazione del danno", che rende la sinistra di classe (o il suo simulacro) sempre più subalterna alle logiche del capitale nella fase della globalizzazione imperialistica.

In crisi la forma dell'unilateralismo oltranzista e reazionario statunitense, si ripresenta la gestione dei conflitti e della governance imperialistica planetaria come multilateralismo, nel tentativo disperato di ripristinare un equilibrio tra gli USA, l'Europa, la Russia ed i paesi asiatici (Cina in testa). Occorre dunque al capitale, dopo la fase acuta della guerra voluta a tutti i costi dagli USA di Bush e della lobby petrolifera, tornare alla gestione dei conflitti in maniera più diluita, attraverso la strategia della guerra a bassa intensità (se così si possono definire le guerre dei Balcani e nella ex-Yugoslavia). L'Unione garantisce dunque al consorzio europeo, pur senza rompere il legame strettamente filostatunitense, una gestione più attenta al quadro dell'UE, già incrinato dalla politica più atlantista che europeista dell'Inghilterra di Blair.

VOTARE LE CONTRADDIZIONI

Da qui deve sorgere la riflessione dell'atteggiamento dei comunisti: appoggiare una coalizione elettorale in vista della cacciata delle destre, ma non l'appoggio organico ad un eventuale governo Prodi per l'intera legislatura. La scelta di essere organici alla coalizione (da parte del PdCI prima e del PRC adesso) comporta un arretramento ed una rinuncia alla analisi dei comunisti rispetto alla fase storica; non è sufficiente la presenza dei comunisti in un governo per rendere quella coalizione se non di sinistra almeno progressista dal punto di vista economico e sociale. L'esperienza nei governi Prodi e D'Alema (dal lavoro interinale alla guerra in Jugoslavia) dimostrano eloquentemente l'impossibilità per i comunisti di modificare le scelte governative sulle questioni determinanti come quelle della pace, del lavoro, del salario, dei diritti collettivi: i comunisti non sono riusciti neppure ad incidere nella difesa della Costituzione, vista la ferita inferta dal centrosinistra con la modifica del Titolo V sul federalismo.

E allora, alla luce di queste considerazioni, che fare nel difficile passaggio elettorale?

Se la subalternità dei due partiti comunisti esistenti (PRC e PdCI) è ormai dimostrata nei fatti (citiamo solamente il mancato inserimento nel Programma dell'Unione dell'abrogazione della Legge 30 e della riforma Moratti, nonché del ritiro immediato "senza se e senza ma" delle truppe italiane dagli scenari di guerra , ad esplicitazione delle nostre affermazioni), crediamo comunque necessario evitare la facile tentazione di astrarsi dalla consultazione elettorale in mancanza di una organizzazione politico-sociale con radicamento di classe che presenti un programma minimo comunista.

La reintroduzione della legge proporzionale, pur con tutti i limiti e le contraddizioni che presenta per il perdurare della logica bipolare, innescherà comunque processi di riattribuzione della rappresentanza parlamentare ed istituzionale, su cui occorre lavorare in prospettiva per determinare a livello sociale e nella proiezione istituzionale le contraddizioni che potranno scaturire dal conflitto sociale di una opposizione ancora da costruire, ma in cui il ruolo dei comunisti dovrà tornare ad essere determinante.

Rappresentiamo dunque il voto come un indicatore delle contraddizioni che si agitano nell'Unione. PRC e PdCI sono le uniche forze che, tra mille contraddizioni, opportunismi, tiepidezze, richiamano ancora ad un orizzonte di trasformazione sociale, intercettando nella propria base compagni sinceramente comunisti, ma sempre più delusi e sconcertati dalle scelte politiche e dagli orientamenti generali delle proprie organizzazioni.

È una parte di questa base sociale di militanti, iscritti, simpatizzanti che potrebbe entrare in fibrillazione per le tensioni delle scelte economico-sociali e di politica estera che il governo dell'Unione dovrà fare per rispettare le compatibilità della fase economico-imperialistica attuale, sviluppando il malcontento e la delusione sociali che inevitabilmente l'Unione al governo susciterà.

Il PRC ed il PdCI rappresentano perciò il ventre molle della coalizione, l'anello debole (non per volontà dei dirigenti, ma per le contraddizioni politico-sociali che si apriranno con i propri referenti sociali) di una alleanza di governo in cui le ragioni dei comunisti non sono neppure state presentate ed il Programma non è che un elenco infinito di ritocchi generici e inconsistenti che non determineranno alcuno "spostamento a sinistra" dell'azione del governo di centrosinistra, ma solamente una gestione più efficiente della ristrutturazione capitalistica nel nostro paese.

Il voto a queste due forze politiche rappresenta dunque per noi non la scelta del "meno peggio", o il tentativo di "ancorare a sinistra" il programma dell'Unione, ma la condizione per aprire dentro le istituzioni le contraddizioni che si potranno sviluppare nella società, con l'obiettivo di rompere l'alleanza interclassista (fatale per le classi subalterne) con il padronato.

Naturalmente, è necessario che le istanze anticapitalistiche dei movimenti, unite alla fase economico-sociale difficile, riacquistino la centralità che consenta una radicalizzazione di alcuni elementi politici (dentro e fuori le istituzioni) e soprattutto sociali, che riaccenda il conflitto sociale in modo da determinare la rottura da parte dei comunisti con il centro moderato e liberista dell'Unione.

Necessario dunque lavorare coerentemente per la ricostruzione di una nuova soggettività comunista, unica forza organizzata in grado potenzialmente di fornire orientamenti e obiettivi di rottura politica con il liberismo ad un movimento che deve radicarsi socialmente e riappropriarsi di una coscienza di classe senza la quale fermare la devastazione sociale ed ambientale dell'attuale sistema capitalistico non appare possibile.

DOPO LE ELEZIONI: DAL REFERENDUM PER LA COSTITUZIONE AL RILANCIO DELLA PRESENZA ORGANIZZATA DEI COMUNISTI NELLE LOTTE SOCIALI

La tornata elettorale non si conclude con le elezioni politiche di aprile: l'appuntamento successivo, oltre a quello amministrativo, è quello determinante del referendum di giugno per la bocciatura della riforma costituzionale voluta dalle destre. La devastazione che provocherebbe l'entrata a regime di quella riforma non è minimamente paragonabile a tutti i provvedimenti economico-sociali emanati in questi anni.

L'impegno deve dunque essere completo e senza esitazione per la buona riuscita del referendum, affinché sia bocciato lo smantellamento della Costituzione repubblicana.

Tuttavia, il nostro impegno come comunisti non si potrà fermare qui: occorrerà un ulteriore slancio perché anche le riforme volute dal centrosinistra, prima tra tutte quella del Titolo V che introduce il federalismo, siano ritirate.

Il vero problema è infatti che il progetto di affossamento della Costituzione dell'Unione è molto simile a quello del centro-destra: rafforzamento ulteriore degli esecutivi, premierato, annullamento dei poteri parlamentari (nel programma dell'Unione si fa solo riferimento a norme che tutelino contro la "dittatura della maggioranza", in un Parlamento che verrebbe comunque reso subalterno agli esecutivi), negazione del pluralismo politico con la reintroduzione del sistema maggioritario, sbarramenti, ecc. La battaglia per abrogare la "devolution" rappresenta quindi solo l'inizio di una necessaria ripresa della mobilitazione per la difesa e il rilancio della Costituzione, contro l'autoritarismo liberal-liberista che entrambi i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra incarnano.

In questo quadro dobbiamo avere chiaro che la sorte dei principi fondanti la vita democratica repubblicana si giocheranno nei prossimi mesi, quando la questione della rielezione del Presidente della Repubblica si intreccerà in modo perverso con il risultato delle politiche e quello del referendum costituzionale: la difesa degli interessi delle classi subalterne e il rilancio di un progetto comunista avranno come primo banco di prova quello della difesa della Costituzione antifascista e della Repubblica fondata sul lavoro.

In definitiva, che vinca il centrosinistra o il centrodestra, dopo il 10 aprile arriveranno i tempi delle scelte per i comunisti.

Se non ci sono le condizioni (e le volontà politiche) di un percorso organizzativo per la nascita di una forza comunista non organica all'Unione, sono invece maturi i tempi per la ricostruzione di una presenza coordinata dei comunisti nelle dinamiche di movimento per agire nelle contraddizioni (dalla lotta contro la TAV a quella contro gli inceneritori e i rigassificatori).

Non crediamo necessario che gli elementi caratterizzanti dell'analisi e della pratica politica debbano essere prevalentemente ideologici, che relegherebbe i comunisti ad un ruolo di mera testimonianza marginale. Siamo invece convinti che i comunisti debbano muoversi sul terreno sociale, evitando di cadere nella logica dello scontro di piazza fine a se stesso, ma agendo per ricomporre settori sociali e rilanciare una proposta politica complessiva.

In questo senso vanno perseguiti alcuni obiettivi:
- la costruzione del sindacato di classe, a partire dai sindacati di base ed autorganizzati schierati in questi anni contro la concertazione e le organizzazioni sindacali subalterne alla Confindustria;
- il rafforzamento della solidarietà con i popoli che resistono;
- una battaglia culturale e politica che sappia costruire iniziative di massa contro il revisionismo storico e politico con percorsi che riattualizzino (e trasformino in iniziative politiche) i principi determinanti per i comunisti, l'anticapitalismo, l'antifascismo e l'antimperialismo.

Il Pianeta Futuro (Pisa)

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