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Detroit bankrupt city

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La classe operaia: tra commovente mito e ricerca attuale

(2 Aprile 2006)

Ho partecipato ad una iniziativa culturale di straordinario interesse, almeno per me.

Purtroppo l’abbarbicamento fino al Priamar non consente a tutti i savonesi di raggiungere agilmente la Sibilla, ma questa è davvero l’unica nota stonata, oltre all’assenza delle attempate maestranze operaie.

Torniamo all’iniziativa.

Mi occorre una premessa.
Sono di Savona, ma la mia famiglia non è legata alla storia ed alla cultura della Città: questo mi ha sempre reso difficile, assieme alla mia età, comprendere a fondo quanto la realtà operaia fosse intensamente intrecciata con la vita cittadina.

L’iniziativa, organizzata da Provincia, Comune, Storia Patria e Liceo Chiabrera, aveva come tema un romanzo di Guido Hess (conosciuto come Guido Seborga), ambientato a Savona, anzi: nella Savona operaia dei primi anni ’50, partendo proprio dalla storia vera di quegli anni, che tanti savonesi hanno vissuto e ricordano ancora con dolore.

Il romanzo, commentato a più voci, è stato efficacemente contestualizzato storicamente, anche alla luce degli ultimi decenni di involuzione subiti dalla nostra Città.

L’immagine della Città, e dei suoi abitanti, che ne è uscita è stata tanto reale, come furono davvero quegli anni, quanto commovente: una comunità solidale con i lavoratori dell’ILVA in lotta. Lavoratori stremati dalla fatica e lacerati dagli infortuni sul lavoro che trovarono nella manovalanza marittima, nelle donne, nei commercianti, nei semplici cittadini parti solidali di profondo coinvolgimento, a fronte di un ridimensionamento delle industrie siderurgiche operato dall’allora CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con il piano Schumann.

Le emozioni che ho vissuto, sabato pomeriggio, ascoltando i relatori e alcuni brani del romanzo, mi hanno squassato.

Ero lì come sospesa, seduta in una sala biancheggiante, resa luminosa da un terso sole marzolino sfuggito alle nuvole plumbee, e a pochi passi da me, oltre il Palazzo del Commissario, sapevo che quella realtà così efficacemente raccontata era stata portata via non solo dalla storia, ma anche dalla speculazione edilizia. Pochi giorni prima le ruspe e le benne avevano raso al suolo quanto rimaneva dell’ILVA, e della sfortunata OMSAV.

Fatti i debiti conti, la vita nelle fabbriche savonesi ha dato pane e istruzione a più di un terzo della popolazione cittadina. Da quelle fabbriche, l’ILVA come la Scarpa Magnano, sono usciti tutti i giorni, per tanti anni, migliaia di operai, che si ostinavano a sognare per i loro figli un avvenire meno duro. Forse non esiste famiglia a Savona che non abbia nel suo albero genealogico qualcuno che abbia sudato in quegli opifici.

Mentre le parole dei relatori scorrevano fluide, ho raccolto le idee ed ho sentito forte un sentimento di commossa appartenenza, ma nel contempo anche di rabbia profonda: la Savona dell’oggi deve a quegli operai ciò che avrebbe potuto essere.

Quella Città, raccolta attorno alle fabbriche, al porto, ai cuori produttivi che potevano darle vigore e slancio, è stata abbandonata, accantonata, persino con qualche accenno di ripugnanza. Cancellata con dovizia: penso alla Magrini in Villapiana (fabbrica perfettamente integrata nel tessuto del quartiere), sostituita da due palazzi residenziali.

Ed allora, conclusasi l’iniziativa, ho sentito il bisogno di recarmi a guardare dall’alto del Priamar ciò che era l’ILVA.

In sala un eminente professore aveva appena concluso la sua relazione dicendo che la classe operaia, compatta e battagliera, non c’era più, e che mai sarebbe tornata.

E quelle parole ancora mi ronzavano nelle orecchie: come è possibile che non esista più la classe operaia?
Come è possibile che una Città come Savona non senta il dovere di assumere in se (nelle sue storie difficili di giovani che fuggono da una città resa improduttiva, dal precariato, dall’impossibilità a rendersi autonomi) il ruolo di comunità che ancora abbisogna di cuori produttivi.

Non di occasioni di lavoro sottopagato, svalutante, incerto, magari in occasione dello sbarco dei prossimi croceristi, o in qualche mega-centro di consumo (come si dovrebbero chiamare i centri commerciali).

Come è possibile che Savona si renda cieca di fronte a quanti in questi anni hanno perso il lavoro, magari a metà del proprio ciclo produttivo, rendendo impossibile la loro vita?
O nasconda con inaudita arroganza, dietro palazzi infiniti ed esclusivi, la propria sterilità?
Allora mi chiedo se sia la nostra Città, e più in generale la nostra società, a voler rendere invisibile una classe lavoratrice, certo frantumata, con modelli sociali, provenienze e riferimenti diversi da quelli di mezzo secolo fa, che ancora fatica a costruirsi un futuro dignitoso.

Chi oggi guarda, compiendo una svolta di 180°, all’evoluzione dell’individuo, tralasciando il concetto di classe, perché ritenuto obsoleto, credo faccia una operazione di traslazione, che non nasce però da un errore di analisi (magari!), ma proprio dallo spostamento di un interesse che invece va ricollocato, ricostruito e rilanciato a cominciare dalla cultura politica.

Una cultura che deve essere collettiva e di classe e credo che la storia di Savona possa aiutarci a ricostruirla, non pedissequamente e acriticamente, come spesso veniamo accusati da chi ci addita come nostalgici del tempo passato, magari cascando nell’esercizio della mitizzazione della classe lavoratrice che proprio perché mitica diventa irripetibile, irraggiungibile e improponibile.

Sono convinta sia un compito doveroso e necessario.

Savona, 27 marzo 2006

Patrizia Turchi

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