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(10 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Università e lotta di classe in Francia

Gli eventi francesi di queste settimane meritano alcune riflessioni anche per quanto riguarda il futuro di milioni di lavoratori e studenti qui in italia.

(7 Aprile 2006)

Pensiamo che queste considerazioni possano essere utili nella prospettiva del rilancio del conflitto sociale e della ricomposizione di una vera sinistra di classe all'indomani del 9-10 Aprile

La mobilitazione contro il Cpe (contract de premiere embauche) in Francia richiama l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla questione della precarietà.
La Sorbona di Parigi, da università scenario degli accordi tra i ministri di tutta Europa per le riforme del sistema formativo, diventa centro di una lotta contro gli effetti di quelle stesse politiche di sfruttamento degli studenti proletari. Dal 15 marzo scorso la mobilitazione è esplosa nelle università e nelle piazze francesi. Più di 50 atenei su 85 sono stati occupati e dichiarati chiusi dalle autorità accademiche. Quasi ogni giorno, a Parigi, Marsiglia, Rennes, Lione e in altre città, cortei di decine di migliaia di manifestanti si scontrano contro i manganelli della “gendarmerie”. La risposta dello Stato francese è quella della stigmatizzante criminalizzazione del movimento preludio all’infame e quotidiana repressione. Il governo “socialista” De Villepin ha addirittura cercato di occultare la notizia che un sindacalista si trovi da circa una settimana in coma in seguito alla violenza poliziesca, nel vano tentativo di nascondere ai media e all’opinione pubblica nazionale e internazionale che ci fosse una lotta in corso.
Al fine di analizzare le caratteristiche della composizione sociale e i contenuti politici di questo movimento non si può non considerare il fatto che ci troviamo nello stesso Paese, che nel maggio 2005 ha votato no al referendum sulla Costituzione Europea e che dopo qualche mese è stato il teatro di una rivolta, quella delle “banlieues”, che per settimane ha attirato l’attenzione internazionale sull’emarginazione e lo stato di degrado in cui versano le “periferie interne”. L’enorme esercito di riserva che, in nome delle esigenze di competitività dettate dai padroni, vive relegato nelle periferie delle grandi metropoli imperialiste, in condizioni di totale assenza dei servizi sociali più elementari come scuole, ospedali, ecc. (conseguenza dei continui tagli al Welfare State), completamente ignorato dalla “politica dei palazzi”, sollevandosi nella periferia della capitale francese ha messo allo scoperto un punto debole del sistema.
Proprio in questo contesto di diffusa agitazione e malcontento sociale si inserisce la protesta contro l’introduzione del Cpe (contratto di primo impiego) che pur partendo da una base studentesca trascende i consueti limiti di una rivendicazione “categoriale” e si configura come un elemento di connessione tra il mondo della formazione e quello del lavoro. Infatti il Cpe non è altro che una nuova misura di precarizzazione del lavoro, già presente sotto diverse forme in tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia.

I provvedimenti introdotti in Italia dalla legge Treu del 1997, in Germania i “pacchetti Hartz” (di cui l’ultimo risale al 2003), e ultimo in senso cronologico il Cpe francese, sono tutti espedienti per abbattere il costo del lavoro permettendo alle aziende di acquisire manodopera a costo zero o tendente allo zero attraverso la riduzione delle tutele sindacali e l’introduzione di contratti a tempo determinato (“a progetto”, Co.co.co., “job on call” e quant’altro). Questi tasselli, messi in relazione l’uno con l’altro, ricompongono il quadro generale dell’indirizzo preso dall’Unione Europea con la Strategia di Lisbona (2000): tutti gli Stati componenti, dal Portogallo all’Ungheria, stanno realizzando in maniera sempre più compiuta il processo di privatizzazioni, liberalizzazioni e esternalizzazioni come presupposto fondamentale per l’integrazione delle singole economie nel mercato europeo. Il prezzo di tutto questo è in primo luogo lo smantellamento dello Stato sociale, frutto di anni di lotta del movimento operaio, svenduto attraverso i massicci tagli alla spesa pubblica messi in atto dagli governi per compensare gli sgravi fiscali regalati alle imprese, ed in secondo luogo l’impoverimento dei soggetti più deboli della società, che non hanno, e non potranno mai avere, proprietà e capitali da investire e far fruttare.
In questa precisa direzione si muove la stessa “direttiva Bolkestein” (2006) che attraverso il “principio del paese di origine”, avvalendosi della precedente “direttiva sul distacco dei lavoratori” (1996) e della “legge sull’orario”(2005), crea una competizione al ribasso di tutte le tutele e dei livelli salariali vigenti nei singoli Stati dell’Unione in un settore, quello dei servizi, che comprende il 70% delle tipologie di contratto.

Anche le riforme del sistema formativo degli ultimi dieci anni hanno contribuito a delineare un modello unico europeo avviando un processo di stabilizzazione della presenza delle aziende all’interno di scuole ed università come programmato nel “processo di Bologna” (1999).
In Francia la riforma Allègre del 2000, è infatti del tutto simile a quella Zecchino-Berlinguer attuata in Italia dal governo di centrosinistra nel 1996-99, di cui la riforma Moratti, del governo Berlusconi, non fa altro che accentuare gli aspetti più selettivi.
Il sistema del 3+2, il riordino dei cicli, dall’asilo alle scuole superiori, ma soprattutto l’inserimento di nuovi luoghi della formazione, quali stage, master, corsi di formazione dei più diversi e la costruzione sempre più massiccia di aristocratici poli d’eccellenza, disegnano un quadro di estrema divisione degli studenti in un percorso in cui ogni livello superiore di accesso al sapere è sempre più chiuso ed escludente.

Questa selezione non si ferma al piano puramente didattico, ma si coniuga con il piano strettamente economico che ne costituisce l’ossatura. L’autonomia finanziaria delle scuole e degli Atenei (pilastro portante di tutti i governi da Maastricht in poi) è stata, infatti, lo strumento legislativo che ha determinato l’asservimento dell’istruzione agli interessi di profitto dei privati, lo sfruttamento degli studenti come forza lavoro gratuita, e la crisi di numerose realtà formative considerate poco attraenti per gli investitori. L’ottimismo liberista della mano invisibile per l’ennesima volta è smentito dai fatti.

Una volta chiarito il quadro in cui si articola la nostra analisi ci preme evidenziare la specificità della protesta in Francia. Il fatto che essa raggiunga i suoi momenti più alti all’interno delle facoltà dimostra come ci sia un nesso ormai inestricabile tra la formazione ed il mercato del lavoro.
Il Cpe è parte di una legge, chiamata ipocritamente “per le pari opportunità”, e non ancora ufficialmente promulgata (manca la firma del Presidente Chirac) che comprende tra l’altro anche la possibilità di assumere con contratto di formazione già a partire dai 14 anni d’età e consente il lavoro notturno dai 15 anni in poi. Esso prevede che l’impresa con più di 20 lavoratori possa licenziare, nei primi due anni, il lavoratore con meno di 26 anni in ogni momento e senza giusta causa (nota la similitudine con la proposta del Governo Berlusconi di cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori). Colpendo i giovani lavoratori con meno di 26 anni scandisce ulteriormente la divisione tra gli studenti che hanno bisogno di inserirsi il prima possibile nel mondo del lavoro e quelli che hanno invece la possibilità (economica!) di proseguire verso i livelli più alti della formazione ed i poli d’eccellenza, amplificando quel processo di selezione di classe già insito nelle riforma universitaria e inserendo un ulteriore elemento di frammentazione e di competizione al ribasso nel mercato del lavoro. Infatti, per quanto riguarda la formazione, la realtà ci pone di fronte all’evidenza dell’inesistenza di un unico soggetto studentesco, poiché il funzionamento di scuole ed università prevede una selezione continua, tra chi ha la possibilità di proseguire la carriera accademica e chi può invece accedere solo ai livelli che saranno sufficienti al suo impiego da salariato e da lavoratore dipendente.

Il movimento francese ha il merito di aver messo a nudo questo nesso ponendolo al centro della protesta e, almeno per il momento, esso sta ricomponendo nella lotta l’unità degli interessi tra studenti e lavoratori superando i limiti di categoria e di età. Dalle università la protesta è cresciuta e si è diffusa raccogliendo in maniera trasversale soggetti sociali differenti e organizzazioni sindacali di studenti e lavoratori su posizioni unitarie e non concertative (rispetto al ritiro del Cpe) nei confronti del Governo.

Tuttavia aldilà del “no al Cpe” si impongono una serie di considerazioni sulla posizione di soggetti come Attac, il Partito Socialista, il Partito Comunista Francese che indicano nell’uso degli utili degli azionisti, per finanziare la creazione su vasta scala di posti di lavoro, una soluzione al problema. Innanzitutto non possiamo credere che un governo capitalista, tanto meno quello francese sotto la presidenza di Chirac, tolga alle aziende quei guadagni senza i quali esse non potranno investire e non potranno competere. Si tratta di un problema insito nel rapporto tra capitale e lavoro rispetto al quale l’ipotesi di una tassazione risulta un palliativo perché non sposta di una virgola il rapporto di potere naturalmente sbilanciato a favore del profitto e non del salario: la politica dei sostenitori della “Tobin Tax” e dell’ “Europa Sociale e dei Popoli” è destinata a fallire perché aggira il problema delle condizioni e delle caratteristiche dei famosi posti di lavoro che promette.

Inoltre, sebbene il ruolo svolto dai maggiori sindacati non è uguale dappertutto, anche in Francia è ben presente e chiara la tendenza a non volersi prendere la responsabilità del conflitto laddove esso si radicalizza al punto da minacciare la stabilità dei governi e degli equilibri di potere garantiti dalla concertazione in piena conformità con le indicazioni date dalla Confederazione Europea dei Sindacati. Il fatto stesso che questi usufruiscano di finanziamenti degli Stati dell’Unione e abbiano un posto privilegiato nel Comitato Economico e Sociale (in cui siede la “Confindustria Europea”) basta ad evidenziare il ruolo a cui il sindacato aspira nella bilancia dei poteri: il controllo dei lavoratori e delle spinte verso la lotta è la missione che la borghesia gli ha affidato e che esso sta saggiamente portando avanti.

Ciononostante, le forme di lotta in Francia, nell’ultimo anno solare hanno un filo rosso che le lega e che potrebbe farle diventare vincenti: pongono tutte la questione della precarietà nella vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone accomunate dalla medesima condizione di sfruttamento e ricattabilità. L’unità nella lotta di padri e figli, del proletariato tutto nella difesa di diritti elementari pone le basi per l’avanzamento di un percorso che sviluppi una vera conflittualità di classe in Francia così come in Italia (e nel mondo).

L’esperienza francese ci impone una riflessione sulla situazione nel nostro Paese: è mancato e tutt’ora stenta a delinearsi un terreno unificante delle lotte e delle singole vertenze, unica risposta adeguata nell’attuale momento politico che, aggravandosi ulteriormente in vista delle elezioni di aprile, vede una diminuzione degli spazi di agibilità democratica e un attacco portato avanti su tutti i fronti.

La mobilitazione dello scorso ottobre nelle Università ha riportato dopo anni di sostanziale silenzio e di attacchi, l’attenzione nazionale sui problemi della formazione e sui diritti di chi studia e fa ricerca, ma la mancanza di un’impostazione di classe ha spianato la strada ad un’ulteriore dimostrazione di autoritarismo e presunzione da parte del Governo di centrodestra che, noncurante delle mobilitazioni, ha ugualmente approvato la sua legge. Il movimento italiano contro la riforma Moratti e contro la precarizzazione dei contratti di lavoro dei ricercatori non ha saputo superare il limite soggettivo della rivendicazione di categoria sgonfiandosi nel giro di qualche settimana.

Lo stesso può dirsi delle varie mobilitazioni nate in relazione a rivendicazioni più che legittime ma confinate dal punto di vista settoriale o territoriale, anche a causa del ruolo svolto da sindacati confederali il cui unico obbiettivo è il mantenimento dei propri apparati burocratici e non la difesa delle esigenze reali dei lavoratori di cui continuano a dirsi rappresentanti. Questo scollamento è la naturale conseguenza di anni di concertazione e complicità con le politiche di privatizzazione imposte da Maastricht in poi, di cui il referendum di fabbrica che ha appena approvato l’ “accordo bidone” non è che l’ennesima dimostrazione.

Una responsabilità ancor più grave è imputabile ai sedicenti partiti di sinistra che per primi dovrebbero riconoscere la necessità di questa ricomposizione e che invece risultano concentrati a mettersi in regola per essere ben visti dai salotti della politica borghese contribuendo alla criminalizzazione delle forme più radicali di lotta (vedi PRC), quando non sono addirittura diretta espressione di interi settori di Confindustria (vedi DS e Margherita). Assistiamo così alla brutale repressione di mobilitazioni popolari, come in Val di Susa, a licenziamenti politici, come di recente all’AlfaSud di Pomigliano d’Arco (Napoli) e di cortei antifascisti, come a Milano, eventi che vengono minimizzati da vacue e cattedratiche distinzioni fra “buoni e cattivi”.

Alla luce di quanto detto, e in previsione di una possibile vittoria del centrosinistra, sappiamo che un prossimo governo guidato da Prodi non farà passi indietro nell’applicazione di quelle leggi che servono a Confindustria e al processo d’integrazione per la messa a punto di un nuovo polo imperialista europeo in grado di competere con i suoi concorrenti internazionali. Ne sono ulteriore conferma le recenti dichiarazioni di Montezemolo che ha ribadito l’ “intoccabilità” della legge 30 ha addirittura accennato alla necessità di ulteriori ristrutturazioni del sistema formativo. Con la scusa della competitività continueranno a bastonare la classe operaia e pretenderanno sempre maggiori sacrifici. D’altra parte i fatti che accadono in Francia dimostrano, ancora una volta, che lo strumento della lotta è quello più adatto per opporsi alle politiche dirette dagli interessi del capitale.

Risulta perciò necessario un maggiore coordinamento di tutte le realtà della sinistra di classe e del sindacalismo di classe per mettere in campo una resistenza unitaria e di dimensione europea che, collegando le esperienze di questi ultimi anni, restituisca la possibilità di una coscienza organizzata alle rivendicazioni di tutti i settori del proletariato e di cui le diverse giornate di mobilitazione contro la direttiva Bolkestein e contro la guerra possono rappresentare un significativo punto di partenza.
Parole d’ordine di questa lotta non possono che essere l’opposizione ad ogni imperialismo, la diminuzione complessiva delle spese militari e l’aumento di quelle per i servizi sociali, la messa in discussione di tutti gli accordi concertativi per ottenere forti aumenti salariali su tutto il territorio continentale e il ritiro di tutte le riforme europee che precarizzano lavoro, istruzione e ricerca.



Studenti Comunisti- Napoli

Studenti Comunisti- Area Programmatica Progetto Comunista- Napoli

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