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Sulla legge di Revisione Costituzionale.

Resoconto del dibattito sulla recente legge di revisione della Costituzione promosso dai "Giuristi Democratici" a Padova

(28 Maggio 2006)

PREMESSA

Martedì 28 febbraio 2006, presso la sala del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati del Tribunale di Padova, si è svolto il dibattito sulla recente legge di revisione della Costituzione varata dalla allora maggioranza di destra.
Ha introdotto la discussione l’avvocato Luigi Ficarra e sono stati relatori la prof.ssa Lorenza Carlassare, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Padova, e Domenico Gallo, giudice di Cassazione, profondi esperti della materia costituzionale; sono intervenuti il prof. Silvio Lanaro, storico dell’Università di Padova, e il Procuratore della Repubblica Pietro Calogero, che hanno apportato al dibattito la forza delle idee maturate in lunghi anni di esperienza civile, a difesa della Costituzione repubblicana.
Importanti sono stati anche tutti gli interventi di partecipanti all’assemblea, di seguito agli interventi ufficiali.
Il costituzionalismo, sviluppatosi a prezzo di dure battaglie nel corso dei due precedenti secoli, sia per garantite i diritti fondamentali e il principio di eguaglianza politico-sociale (art. 3 Cost.), in specie dopo la seconda guerra mondiale, sia per sottoporre il potere a regole ferme, per delimitarlo e controllarlo, viene, come ci insegna la prof.ssa Carlassare, sostanzialmente negato dalla recente riforma imposta dalla destra.
Con questa riforma è stata operata, a colpi di maggioranza, una rottura "rivoluzionaria" rispetto all'impostazione del Costituente del 1947, che aveva voluto fosse la Costituzione il patto comune di regole, valori e principi condivisi, che tutti sono impegnati ad osservare e realizzare si è scelto di "liberare" il potere dai vincoli e dai limiti prima posti al fine di evitarne l'esercizio arbitrario.
Circa il primo aspetto ricordiamo che Hans Kelsen, uno tra i più grandi giuristi democratici, ha insegnato che l'ordinamento costituzionale non può essere stravolto ed asservito ad interessi di parte, contrariamente a quanto ha sostenuto invece Carl Schmitt, "giurista principe del Terzo Reich". Proprio per questo motivo, la sua sostanziale revisione comporta il necessario coinvolgimento di larghe, qualificate maggioranze.
In merito al secondo aspetto, osserviamo che la revisione non può superare, se non con una rottura "rivoluzionaria", determinati limiti inviolabili, quali il sistema parlamentare e l'assetto democratico, e, quindi, il sistema poliarchico di pesi e contrappesi coordinati al fine di impedire la concentrazione del potere in una sola persona: al contrario, con la recente riforma, come insegna la Carlassare, "il centro dello Stato diviene ... il Primo Ministro, dotato di poteri assoluti" ed in particolare di un forte potere di ricatto e controllo sulla maggioranza parlamentare.
Altro limite che la maggioranza dei costituzionalisti ritiene inviolabile è la immodificabilità della prima parte della Costituzione, limite che è stato invece superato, incidendo la cosiddetta “devolution” direttamente sul principio di uguaglianza, affidando competenza esclusiva alle Regioni in materia di sanità ed istruzione. La “devolution” crea infatti ostacoli a che si realizzino la libertà e l'uguaglianza di tutti, ostacoli che ai sensi dell'art. 3 Cost. sarebbe invece compito dello Stato rimuovere, a prescindere dal luogo dove si è nati e si vive.
Inoltre, con la riforma operata, limitando il ruolo della Corte Costituzionale, per renderlo in sintonia con la maggioranza parlamentare, è stata operata una riduzione grave della garanzia voluta dal Costituente del 1947 a tutela dei diritti affermati nella prima parte della Costituzione, superando un altro limite ritenuto pure invalicabile.
E' stata compiuta, come ci ha insegnato il Mortati, una "rivoluzione" eversiva anche dei principi istituzionali dell'ordinamento, "realizzata con le procedure legali previste per il suo mutamento"; rivoluzione che è giusto definire conservatrice, anzi, reazionaria. Infatti, la vera posta in gioco è, da quindici anni in qua, la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l’archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l’introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del Parlamento. Ovvero il progetto che dal 1994 tiene incollata la destra tricipite italiana, Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord, e che la “riforma” costituzionale varata in Parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente. Contro tutto questo, come per primo affermò il Locke, e poi, fra i nostri recenti maestri, il Mortati, è giusto e legittimo che il popolo organizzi una attiva resistenza. Azione che oggi, intelligentemente, è stato deciso di portare avanti in forme legali dal Comitato in Difesa della Costituzione con la raccolta di più di ottocentomila firme per sottoporre a referendum lo “sbrego” fatto alla nostra Costituzione da forze politiche che si esprimono in personaggi come il razzista Calderoli e suoi alleati.

INIZIO DELLA REGISTRAZIONE DEGLI INTERVENTI

Introduzione dell’avv. Luigi Ficarra:

Voglio ricordare che dodici anni fa, nel 1994, poco dopo l’insediamento del primo governo di destra di questa nuova era della nostra Italia, alla minaccia apertamente dichiarata di voler riformare radicalmente la Costituzione con la concentrazione dei poteri sul Primo Ministro, modificando così il sistema di democrazia parlamentare sancito da questa Costituzione, (si parlava allora del Progetto Gelli della Loggia P2), secondo la grande riforma auspicata negli anni ’80 da Bettino Craxi, organizzammo a Padova, sulla scia dell’appello lanciato da Giuseppe Dossetti, il Comitato per la Difesa della Costituzione.
Una delle più riuscite iniziative di questo Comitato aveva visto la partecipazione di Ettore Gallo e della prof.ssa Carlassare; fu una grande manifestazione in difesa della Costituzione!
Ancora due anni fa, su questi temi era stato organizzato un dibattito in un’aula al piano terra di questo Tribunale con la partecipazione di Massimo Pallotta, della Carlassare e del dott.Campo.
Oggi riapriamo la discussione, dopo che la legge di Riforma Costituzionale è stata varata in modo definitivo dai due rami del Parlamento. Abbiamo organizzato questo dibattito come “Giuristi Democratici” e “Magistratura Democratica”, che sono fra le associazioni dei giuristi più sensibili ai problemi sulla difesa della Costituzione. Per fortuna, non siamo gli unici!
La Costituzione, per noi e per tanti altri, è la legge fondamentale, base di tutto il nostro ordinamento giuridico e della nostra vita democratica.
L’appello del febbraio 2005, che ora in allegato agli atti è stato distribuito a voi partecipanti, firmato dalle due associazioni “Giuristi Democratici” e “Magistratura Democratica”, denunciava il disegno di riforma della seconda parte della Costituzione come un progetto eversivo, che, se attuato, avrebbe portato allo svuotamento dei principi del pluralismo, dell’uguaglianza, della libertà, della partecipazione, che costituiscono il fondamento dell’edificio costituzionale.
Dopo la votazione definitiva delle Camere, nel novembre del 2005, abbiamo lanciato un secondo appello, che abbiamo affisso in tutto il Tribunale e distribuito per via telematica, in cui si affermava che la revisione costituiva una lacerazione, non si trattava solo di una semplice legge di riforma della Costituzione. Ne auspicavamo, e ne auspichiamo, il rigetto da parte del popolo Italiano, in occasione del prossimo Referendum.

Il tema, oggetto della nostra odierna discussione sulla revisione della Costituzione, è stato centrato essenzialmente sul rapporto fra volontà popolare ed autonomie locali.
Questo tema viene preceduto da un nostro forte appello di lotta: “Salviamo la Costituzione!”, che corrisponde all’appello lanciato dal Comitato Nazionale in difesa della Costituzione, presieduto dall’ex Presidente della Repubblica, on.Oscar Luigi Scalfaro, e che è anche il titolo significativo di un libro scritto da Domenico Gallo e Franco Ippolito.
Perché “Salviamo la Costituzione!”? Perché non si tratta solo di una operazione di lacerazione della Costituzione, ma siamo in presenza di una riscrittura di una nuova Costituzione, voluta, e questo bisogna sottolinearlo profondamente, da forze che sono state estranee alla creazione della Carta Costituzionale del 1948, che è comunque tuttora in vigore fino all’esito del Referendum popolare, che ci auguriamo con esito positivo di rigetto di questa legge.
Le forze che hanno voluto questa revisione, questa riscrittura della Costituzione, sono Forza Italia, la Lega Nord, Alleanza Nazionale, che sono estranee alla partecipazione alla creazione della nostra Carta Costituzionale, e che hanno operato una rottura della continuità costituzionale, proprio per fondare, anche formalmente, la Repubblica sulle forze naturalmente ostili ed estranee a questa Costituzione del 1948.
Si tratta di un disegno, che noi contrasteremo a tutti i livelli, impegnandoci al massimo delle nostre forze nella battaglia referendaria.
Il clima che è stato creato in questi anni, che stiamo tuttora vivendo, è quello di un attacco sfrenato per il sovvertimento della democrazia: non siamo in presenza di un’operazione di riforma conservatrice, come è accaduto anche in altri Stati Europei nella storia delle democrazie occidentali,
siamo in presenza di un’operazione reazionaria molto pericolosa, un sovvertimento della democrazia, a partire dal disprezzo dichiarato del Parlamento, di cui bisogna avere consapevolezza, per poi poterla contrastare con la massima decisione a tutti i livelli, al nostro livello come giuristi, e a livello politico, in una battaglia culturale.
Le prime battaglie, gli scambi politici più duri avvengono a livello filosofico, a livello culturale. Lì si gioca la partita, e la destra in Italia ha vinto in parte la partita, in quanto ha compiuto un grande sforzo di revisione culturale, a livello storiografico, a livello filosofico e anche a livello giuridico.
Il disprezzo del Parlamento, definito ripetutamente “perdita di tempo”, la violazione dell’art.11 Cost. per cui si partecipa alle guerre contro il dettato costituzionale, con il Parlamento messo davanti al fatto compiuto, la demolizione del diritto del lavoro, la giustificazione degli evasori fiscali con reiterate dichiarazioni davanti alle massime autorità della Guardia di Finanza, “gli evasori fanno bene ad evadere il fisco, perché la gente deve difendersi”, in aperta violazione dell’art. 53 Cost., l’attacco sistematico e continuo all’indipendenza della Magistratura, e, prima ancora, in contrasto con quello che afferma l’art.1 Cost.,”l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, l’affermazione a livello culturale, politico, economico del primato del mercato, del profitto, sul lavoro, tutto questo costituisce una modifica radicale del nostro ordinamento. Chi si occupa di Diritto Costituzionale si rende conto di tutto questo.
Uno degli attacchi più duri, che incide sulla libertà dei cittadini, è quello rivolto contro l’indipendenza della Magistratura, con l’intento di asservirla al potere esecutivo, in contrasto con l’art.101 Cost.: e la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario mira essenzialmente a questo.
Come ha detto qualche giorno fa il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Ciro Righezzo, a conclusione del Congresso dell’Associazione, che ha coinciso con il centenario dell’Associazione che si è costituita nello stesso anno della costituzione della CGIL, il 1906, viene messa in discussione la divisione dei poteri dello Stato, il dovere della giurisdizione di esercitare il controllo della legalità, sempre! Quello che non ci si può chiedere, con riferimento alle richieste alla Magistratura, di non interferire, di non criticare, è di arretrare rispetto al dovere di applicare la legge in modo uguale per tutti, sempre!
Questo è il clima, questa è la situazione in cui si cala questa nostra battaglia, questa nostra discussione.
In merito alla revisione della Costituzione, voglio fare due osservazioni: la “revisione” di cui noi parliamo, in effetti la riscrizione di tutta la seconda parte della Costituzione, è stata sì operata secondo le modalità prescritte dall’art. 138 Cost., quindi nel rispetto formale della legge, ma si può rispettare la legge, rispettandone la forma, e, nel contempo, violarla.
Costantino Mortati e Hans Kelsen, nei loro trattati di diritto pubblico, ci hanno insegnato che questa revisione, pur attuata con il formale rito nel novembre 2005, è illegittima, perché ha comportato un mutamento totale dell’ordinamento costituzionale, non solo di piccole sue parti. È mutata la forma di Stato, viene mutata la forma di governo, è tutta l’essenza ad essere stravolta.
Mortati asserisce che non si è trattato di un’attività costituente, il Parlamento non è una Assemblea Costituente, ma di attività derivata, costituita, messa in atto dal Parlamento, che modifica l’art.138 Cost., e quindi questa attività trae i suoi poteri dalla prima, l’attività costituente, e perciò deve muoversi nei limiti imposti da questa.
Aggiunge il Mortati, e anche Kelsen, che “un mutamento totale della Costituzione non potrebbe avvenire nelle forme della revisione, ma può avvenire attraverso una instaurazione di fatto con la creazione di un nuovo ordinamento irriducibile a quello precedente”. Ed è proprio questo che è avvenuto.
Rispettando la forma della revisione costituzionale, quindi si è operato legittimamente; ma non è consentito ad un potere derivato modificare l’ordinamento costituzionale. Perciò, bisognava seguire la via indicata da Giuseppe Dossetti, convocare l’Assemblea Costituente, perché solo una Assemblea Costituente, con poteri costituenti, può modificare radicalmente la Costituzione nelle sue parti essenziali, non un potere derivato, il Parlamento.
Il secondo aspetto da sottolineare, come indicato dalla prof.ssa Carlassare, è che corrisponde al vero che l’utilizzo dell’art.138 si è formalmente espresso per questa modifica, ma l’Assemblea Costituente, quando ha scritto questo articolo, aveva presente il sistema proporzionale.
Tutto l’ordinamento della nostra Costituzione è basato sul principio della rappresentanza proporzionale, sul pluralismo, sul pluricentrismo.
L’art. 48 Cost. recita “il voto è personale ed eguale”, ed “eguale” significa che ha uguale peso ed uguale rappresentanza.
E la legge elettorale è una legge di riserva dell’Assemblea Costituente; è stata questa a volere e a deliberare una legge elettorale proporzionale, quella con cui vennero convocati i comizi nel 1948, ed in seguito, e che subì nel 1953 l’attacco della “legge truffa”. Quindi la legge elettorale è una legge proporzionale. Ora, in base ad una rappresentanza proporzionale, è quasi impossibile che una parte del Parlamento possa raggiungere quella maggioranza assoluta, secondo l’art.138 Cost., per modificare la Costituzione.
Però, il nostro Parlamento attuale è stato eletto secondo un sistema maggioritario e la rappresentanza è di tipo maggioritario.
Ecco perché bisognava seguire l’insegnamento di Dossetti, e convocare l’Assemblea Costituente.
Per ultimo, vengo all’aspetto della matrice culturale di questa operazione eversiva. Non voglio reiterare i riferimenti ai concetti culturali che hanno ispirato la Loggia P2 e il modello di Costituzione strutturato da Licio Gelli.
Questa operazione eversiva, opposta all’azione attuata dall’Assemblea Costituente del 1947, che aveva voluto che la Costituzione fosse il patto comune di regole e di principi condivisi da tutti, si è realizzata come una imposizione di una nuova legge, a colpi di maggioranza. La sua matrice culturale risiede nelle tesi eversive espresse da Gianfranco Miglio in una dichiarazione all’Indipendente del 25 marzo 1994, in cui veniva affermato: “La Costituzione è un patto che i vincitori impongono ai vinti. Metà degli Italiani fanno la Costituzione, anche per l’altra metà, poi si tratta di mantenere l’ordine nelle piazze.” Questo significa l’attuazione di un colpo di stato, e se necessario, si farà ricorso alla forza. Noi, questi concetti, queste espressioni, le abbiamo sentite ripetere più volte, e questo crea senso comune, per cui oggi abbiamo Ministri, uno di questi, il Ministro Calderoli, è fresco dimissionario, che usano linguaggi di attacco volgare, di tipo fascista, di cultura fascista. Allora si è venuta a creare una situazione molto grave e pregna di pericoli.
Ora, fatte le debite differenze di livello culturale fra Miglio e Carl Schmitt, "giurista principe del Terzo Reich", le tesi da entrambi espresse sono le medesime, medesima è la concezione che la Costituzione venga imposta come un atto di forza.
Al termine di questo mio intervento, prego i due relatori, se possibile, di toccare un problema, il rapporto fra la Costituzione formale voluta oggi con la riforma del novembre 2005 e la Costituzione materiale che in Italia in gran parte si è già inverata, per cui occorre una lotta di lunga durata per far sì che i principi fissati nella Costituzione del 1948, principi in gran parte rivoluzionari, basta pensare all’art. 3 Cost., diventino il Diritto Vivente, superando quelle modifiche entrate nell’ordinamento che sostanzialmente hanno già cambiato a livello di diritto di Costituzione materiale lo spirito della nostra Costituzione primitiva.

Intervento della prof.ssa Carla Carlassare, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Padova:

Prendo subito uno spunto da quello che ha detto l’avv. Ficarra. Ecco, questa non è una revisione costituzionale! La nostra Carta Costituzionale prevede un meccanismo, come quello dell’art. 138, che è stato usato “correttamente”, diciamo, per cambiare la Costituzione. Appunto, “correttamente”, ma con un trucco. Voglio sottolineare ancora che, quando si fece la Costituzione, imporre la maggioranza assoluta, cioè 50+1 dei componenti dell’Assemblea Parlamentare, serviva per imporre una maggioranza di salvaguardia, che garantiva veramente. Siccome si partiva dal presupposto che il sistema era del tutto proporzionale, risultava chiaro che nessuno dei partiti politici presenti avrebbe potuto da solo cambiare la Costituzione, vista l’imposizione della maggioranza assoluta.
Esistono due meccanismi: l’art.138 Cost. prevede, o la maggioranza dei 2/3 del Parlamento dopo due deliberazioni, quindi una maggioranza che comprenda anche gruppi minoritari e di conseguenza un consenso largo e diffuso al cambiamento, oppure, se esiste, la sola maggioranza assoluta. A quel momento questa situazione era importante, ma oggi non lo è più con questa distorsione degli effetti del voto che si sono avuti nel risultato tra voti e seggi; la maggioranza che ha messo in atto la revisione godeva di un centinaio di seggi in più rispetto a quelli che avrebbe dovuto ottenere proporzionalmente ai voti.
Per fortuna esiste la salvaguardia del referendum oppositivo, con il quale il popolo può pronunciarsi in via definitiva. Confido, anzi sono certissima che questa “riforma” non passerà, che il popolo farà opposizione.
Ma la questione è comunque preoccupante, in quanto si è diffusa da anni in modo subdolo un’idea, “parla, parla, qualcosa resterà”, un’idea eversiva, l’idea di soppiantare questa Costituzione che , effettivamente come è stato accennato, è già stata cambiata, soppiantata nel suo spirito.
Alcuni valori di fondo sono andati indebolendosi al massimo grado, non voglio dire irrimediabilmente perduti, ma anche lo stesso concetto di democrazia, come rispetto per la volontà manifestata dal corpo sociale, è caduto.
Uno degli articoli base della nostra Costituzione, l’art.11, che afferma il ripudio della guerra, è stato non solo violato, è stato violato nonostante forti manifestazioni popolari a difesa del principio del ripudio della guerra; eppure chi ci governa è andato avanti tranquillamente, facendo finta che nessuno di noi avesse parlato.
Per questo, in un certo senso, lo spirito della Costituzione e il suo senso democratico è già perduto.
L’art.138 Cost. serve per cambiare parti della Costituzione, per modificarne dei punti, lasciando comunque intatto il disegno complessivo, lasciando intatti i principi, i valori, gli interessi, l’assetto sociale su cui si basa. Invece, in questo caso, l’art.138 è stato utilizzato per cambiare il complesso della Costituzione, e questo non è possibile. Si viene a formare veramente una nuova Costituzione!
Prima, l’avv. Ficarra ha affermato che vengono cambiate sia la forma di governo che di Stato.
Io vorrei dire che la forma di governo si può cambiare, non è una cosa impossibile. Con “forma di governo” si vuol significare i rapporti fra gli organi politici che si trovano ai vertici dello Stato, quindi i rapporti che intercorrono fra il Presidente della Repubblica, il Parlamento, il Governo, cioè fra gli organi del circuito politico, anche se il Presidente è esterno a questo, ma in qualche modo sempre collegato. Quindi non è scandaloso passare, ad esempio, ad un vero “presidenzialismo”, a parte l’opportunità di farlo, perché il sistema presidenziale è un sistema, se lo prendiamo nel suo senso vero come quello americano, che lascia fortemente salvi quelli che sono i capisaldi dello Stato di Diritto, o Stato Costituzionale, cioè quella divisione dei poteri, quel rapporto di limite reciproco che deve intervenire fra i vari organi che si trovano ai vertici dello Stato, in modo che nessuno concentri il potere. Per tutto questo, cambiare la “forma di governo” può essere consentito.
Quello che non è consentito è cambiare la “forma di Stato”, e questa legge di revisione costituzionale approvata a colpi di maggioranza solo apparentemente muta la forma di governo, ma in realtà cambia la forma di Stato. Infatti, si passa da uno stato di Diritto ad uno Stato autoritario, nel senso che i rapporti che si instaurano fra Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica sono tutti a vantaggio unicamente di una persona, il Primo Ministro, il quale concentra in sé poteri di una tale dimensione, di una tale grandezza che sovvertono proprio il senso dello Stato costituzionale, come Stato costruito attorno ai limiti al potere. Non c’é nessuno in grado di opporsi al Primo Ministro, non c’é nessuno che possa limitarlo.
Ne risulta uno scenario veramente preoccupante per tante ragioni, soprattutto perché ci si trova in presenza di una specie di germe malefico che lentamente si è inoculato e a poco a poco si è diffuso nella nostra società, questa idea che è importante su tutto la “governabilità”, alla quale tutto il resto può essere sacrificato. Che non importa la rappresentanza, non importa salvare la rappresentanza e il pluralismo del pensiero, la dialettica, la critica politica; quello che interessa è che qualcuno riesca a governare in modo veloce e “funzionale”. Non mi soffermo su questo punto, ricordo solo che in un sistema completamente autoritario le decisioni sono prese immediatamente, perché se la decisione viene presa da uno solo, questo la può prendere anche in un momento. Mi terrorizza l’idea che la decisione sia presa da uno solo, e abbiamo già visto in passato cosa questo comporta. Allora, rinunciamo a tutto per la governabilità?
Quando nasce una nuova Costituzione? Una nuova Costituzione nasce di solito, come ci insegna la Storia, quando ne esiste la necessità, in presenza di un cambiamento radicale di tutto il sistema, di tutti i rapporti. Le prime Costituzioni scritte nascono in seguito a Rivoluzioni.
Con la Rivoluzione Americana, gli Stati membri della Federazione Americana, ancora non costituiti in Federazione, erano colonie inglesi, si dichiarano indipendenti e si danno una Costituzione con principi nuovi, in verità in parte mutuandoli dal sistema inglese. In Europa, la prima Costituzione scritta, quella Francese, nasce dalla Rivoluzione Francese. La Carta Costituzionale Italiana nasce dai moti del 1848, per i quali i Sovrani restaurati sono costretti a limitare i loro poteri e ad assumere dei limiti e delle regole nei confronti del popolo, sotto l’azione di un corpo sociale un po’ elitario, che comunque voleva difendere i diritti.
Ecco, è questo il nostro caso, è questa la nostra situazione attuale? Io credo che in parte sia cambiata la classe politica che, come è stato detto efficacemente, non è più quella che aveva ingenerato la Costituzione. Invece, io non credo che noi siamo cambiati, che vogliamo uscire da quei principi e da quei valori. Voglio ricordare sempre che la nostra Costituzione si basa proprio su un valore antitetico a quello dell’autoritarismo, si basa sulla persona, sulla persona nei suoi valori, secondo due aspetti che bisogna sottolineare, quello della tutela dei diritti della persona, del suo spazio, del suo intorno, e quello dinamico dello sviluppo della persona, quindi sul principio di uguaglianza, inteso anche come possibilità di accesso ad una vita politica, quindi alla cultura e a tutte le condizioni che rendono possibile la democrazia. Io non credo che noi vogliamo rinunciare a tutto questo.
Esiste un’altra idea perversa che sta circolando, “che andrebbe bene indire una Assemblea Costituente”. A questa idea io sono completamente ostile e contraria. Un’Assemblea Costituente viene convocata per costruire una Costituzione radicalmente nuova, fondata su altri valori. Ma noi vogliamo una Costituzione radicalmente nuova, fondata su altri valori, mutata completamente anche nella prima parte? Non ne abbiamo bisogno!
Invece, il problema è quello di poter applicare e far funzionare la Costituzione che esiste, e che purtroppo in larga parte è stata disattesa. I problemi del nostro sistema non sono tanto quelli di cambiare la Costituzione, quanto quelli di farla funzionare.
In gran parte, la nostra Costituzione non è stata attuata, soprattutto in tutta la parte del secondo comma dell’art. 3 Cost., che voleva diminuire le distanze esistenti all’interno della società, in qualche modo portare un minimo di omogeneità nel tessuto sociale, eliminando le fasce di ignoranza, quindi promovendo un minimo di cultura e di istruzione, dando a tutti la possibilità di accedere allo studio, ai meritevoli e anche a tutti gli altri, garantendo a tutti un efficace servizio sanitario, dando ai lavoratori la possibilità di una vita dignitosa, una sicurezza quando il lavoro non c’è, tutte questioni che all’oggi si vedono ben poco realizzate.
Quindi, il problema è questo: la società è cambiata? Effettivamente riscontriamo la necessità di tante piccole riforme, ma si tratta di questioni di piccole dimensioni.
Allora, “Salviamo la Costituzione”, perché non siamo in presenza di una Costituzione da eliminare!
Si è concentrata l’attenzione su un particolare discorso, quello sulla “devolution”. Con il termine “devoluzione” si indica il trasferimento di un diritto o di un bene da una persona ad un’altra. Comunque, giuridicamente abbiamo delle figure che conosciamo, e si parla di autonomie locali, di regionalismo e di federalismo.
Si sente parlare di federalismo e di Senato federale. Intanto questo ultimo termine è ridicolo, in quanto il Senato proposto non ha nulla di federale. Allora cominciamo con il dire che tutta la struttura di questa “devolution” può essere considerata una presa in giro: tante volte parlano per manifestare l’intenzione di mettere in atto certe azioni, e così accontentare qualcuno, e poi tutto questo risulta evanescente all’atto pratico. Però non la facciamo tanto semplice, perché all’interno di questa “riforma” ci sono norme fortemente ambigue che, manipolate da cattive mani, possono produrre effetti assolutamente reali.
Infatti, questa “riforma” ha in sé germi pericolosi che intaccano, non direi tanto l’unità, ma il settore dei diritti, l’uguaglianza nei diritti sociali in particolare, perché, per la disciplina di questi diritti, che devono servire ad eliminare le differenze nel campo dell’istruzione e nel settore della sanità, vengono attribuiti poteri agli organi degli enti locali. In questo modo, vengono differenziate le soglie di tutela e le garanzie connesse a questi diritti, e si introduce qualcosa di molto grave all’interno della struttura sociale.
La combinazione delle varie norme potrebbe eludere il senso e la pericolosità di queste disposizioni, però il discorso complessivo rimane ambiguo e può dare adito a differenti possibilità.
Alla lettura degli articoli e da un attento confronto con quella “riforma” fatta propria e votata dal centro-sinistra, ma frutto del lavoro precedente a cui varie componenti del Parlamento avevano contribuito, per certi versi siamo davanti ad un arretramento. Relativamente alle materie di attribuzione alle Regioni, prendiamo ad esempio la “comunicazione”; il problema della comunicazione è un problema fondamentale.
Adesso si parla di “comunicazione locale o regionale”, quindi siamo scesi di livello rispetto a quello che si vuole attribuire. A parte le tre attribuzioni nei settori dell’istruzione, della sanità e di questa polizia, sulla quale incombe una temibile incognita, dato l’oscuro suo significato, per il resto tutto si palesa di scarso spessore.
Veniamo al cosiddetto Senato federale. Negli Stati Uniti, modello di Stato federale vero, che nasce dall’unione di più Stati che si mettono insieme, pur mantenendo integra la propria entità, il Senato federale e la Camera dei Rappresentanti hanno le medesime funzioni, rispetto all’approvazione delle leggi. Di diverso, il Senato federale si vede attribuito un peso più forte sull’approvazione del bilancio federale; anche la Camera ha questo potere, ma di solito sono le Commissioni Senatoriali che mettono soprattutto dei paletti sulle leggi di bilancio e sul bilancio federale. Invece, solo il Senato ha voce nella politica estera e sui rapporti internazionali: i Trattati Internazionali che gli USA concludono con altri Stati, quindi tutta la politica estera, devono ricevere il consenso del Senato. Con questo, sono gli Stati membri della Federazione ad aver peso a livello di politica estera.
In questo nostro pasticcio di “riforma”, il Senato federale ha qualche attinenza con il Senato federale degli stati Uniti?
Inoltre sono presenti notevoli differenze anche fra le attribuzioni della Camera dei Deputati e il Senato federale, che hanno competenze diverse. Che cosa manca però al nuovo Senato federale?
All’art. 80 (nuovo), 19 del nuovo “Progetto” sta scritto: è autorizzata con legge approvata ai sensi dell’art. 70, primo comma, la ratifica dei Trattati. (Un’altra caratteristica di questo progetto è la sua illeggibilità: è scritto per non farsi capire, non si trovano cose scritte con chiarezza, ci sono continuamente rinvii ad altri articoli e commi…e si perde la pazienza!). Cosa vi troviamo scritto in questo art. 70, primo comma? Che quelle materie sono di competenza della sola Camera dei Deputati. Il cosiddetto Senato federale, a differenza del vero Senato federale degli USA, non ha voce in capitolo nella ratifica dei Trattati! Già da questo si capisce quanto poco federale questo Senato sia, e quanto ridicolo sia il nome che gli viene attribuito.
Ma non è finita! Anche sulla legge di approvazione del bilancio, che è uno dei controlli principali sul Governo che dovrebbe avere l’organo rappresentativo, l’Assemblea Parlamentare, sta scritto di far riferimento sempre ai sensi dell’art. 70, primo comma. Chi è che approva il bilancio? La Camera dei Deputati, e il Senato federale non incide nemmeno su questo controllo.
A questo punto mi fermo, ma potrei continuare ancora per molto, mettendo in risalto la necessità di respingere questo progetto di revisione costituzionale, in quanto progetto autoritario.

Intervento di Domenico Gallo, giudice di Cassazione

Prima di tutto, ringrazio i Giuristi Democratici, Magistratura Democratica del Veneto e il Consilio dell’Ordine degli Avvocati che ci ha offerto questa sala e quindi ci ha consentito di incontrarci e di dibattere.
Ho visto che Padova è una delle città del Veneto che si sono impegnate di più nella raccolta delle firme per il Referendum oppositivo: sono state raccolte molte più firme a Padova che non a Venezia, le 11.263 firme di Padova contro le 8298 di Venezia. Quindi, Padova è una città che è molto sensibile a questo problema e questo significa che tanti cittadini si sono impegnati.
Io ho partecipato un po’ come “militante di base” alla raccolta delle firme sui banchetti che si sono fatti a Roma e devo dire che la difficoltà maggiore che abbiamo incontrato è stata quella di trovare una denominazione alla “riforma”.
Quando chiedevamo ai cittadini di firmare, io, per prima cosa, mi avvicinavo e dicevo: “Guardi, stiamo raccogliendo delle firme per chiedere un referendum costituzionale per impedire che la riforma della Costituzione vada in vigore.” La gente mi guardava stranita e mi rispondeva: “Quale riforma? Noi non ne sappiamo nulla. Ma perché, c’è stata forse una riforma della Costituzione?”
Interloquendo, mi veniva di pronunciare il termine “devolution”, e allora mi rispondevano: “Ah, la “devolution” di Bossi!”
Quindi, in effetti il primo problema che dobbiamo affrontare è che la gente non sa che è avvenuta una riforma della Costituzione. Il fatto che la stampa e i mass-media, tutti, abbiano utilizzato l’espressione “devolution”, che ci è stata imposta dalla destra per indicare questa riforma, (non capisco poi perché i mezzi di comunicazione di sinistra abbiano recepito la stessa espressione), è diventata una convenzione linguistica. Di conseguenza, la gente non sa nulla di quello che è successo, perché il termine “devolution” nasconde quello che è stato fatto, non serve a svelare e a formare un’idea di quello che è successo.
La cosa più importante, che dobbiamo far capire a tutti nella campagna elettorale per il referendum, è che non ci troviamo in presenza di una modifica della Costituzione, di una semplice revisione della Costituzione, ma della sostituzione della Costituzione partorita nel 1947, frutto della lotta di Resistenza e frutto di una contingenza storica particolare in cui l’Italia ha dato il meglio di sé, con un’altra Costituzione, scritta in una baita del Cadore da “saggi” del livello…dell’ex ministro leghista Calderoli, estranea ai valori costituzionali che sono stati alla base della Costituzione del 1948.
Questi saggi sono persone estranee a questi valori, e sono portatori di una cultura che va a ridisegnare completamente l’orizzonte della nostra vita collettiva, come comunità politica organizzata in Stato. Il metodo utilizzato da costoro è un metodo che serve fortemente a ridurre l’impatto, perché apparentemente sono rimasti in vigore lo stesso numero di articoli, però è il loro contenuto che è stato radicalmente mutato. Sono stati radicalmente cambiati 50 su 84 articoli effettivi che compongono la seconda parte della Costituzione.
Per questo, risulta necessario far capire ai cittadini Italiani che la Costituzione, che ha segnato l’orizzonte nel quale si è svolta la nostra vita politica e le nostre vicende personali, umane, di cittadini, questa Costituzione viene sostituita da un’altra Costituzione.
Quali sono le linee di fondo di quest’ultima?
Certamente non la cosiddetta “devolution”, che tra l’altro, anche se viene presentata come una grande vittoria di accrescimento del potere delle Regioni, non corrisponde a questo. Non è questo il punto dirimente.
Il punto dirimente è che noi ci troviamo davanti ad una nuova Costituzione. Il popolo Italiano potrà approvarla o rigettarla, ma si deve sapere che la scelta che si andrà a fare, il 25 giugno 2006, è una scelta istituzionale, come quella che si fece il 2 giugno del 1946 fra Monarchia e Repubblica.
Si tratta di una scelta pesante, però con un significato inverso. Mentre nel 1946 il popolo Italiano veniva chiamato ad abbandonare un regime monarchico, che aveva dato una pessima prova di sé, per fondare un nuovo ordinamento repubblicano, nel 2006 noi veniamo chiamati ad abbandonare l’ordinamento repubblicano per fondare un nuovo ordinamento autocratico, un ordinamento peggiore dell’ordinamento monarchico in vigore ancora per la prima metà del 1946.
Quindi, si tratta della scelta che riguarda il nostro futuro e la nostra identità come collettività politica organizzata attraverso le istituzioni, lo Stato e la Costituzione.
In questo volume “Salviamo la Costituzione”, a cura di Franco Ippolito e mia, ci siamo sforzati di fornire ai cittadini strumenti per conoscere. La “riforma” è un oggetto misterioso, che nessuno conosce, tant’è che non ci sono pubblicazioni che la illustrano e che ne danno diffusione; i giornali, quando ne danno conto, lo fanno in modo estremamente semplificato e riduttivo, se non mistificante, e quindi il popolo Italiano si troverà di fronte ad una scelta fondamentale per il suo futuro senza avere gli strumenti di cognizione minimi necessari.
Quindi, per prima cosa, bisogna far capire che siamo in presenza di un progetto di nuova Costituzione. Nello stesso tempo bisogna sforzarsi di far capire qual è il valore della posta in gioco, quali sono i valori fondamentali della attuale Costituzione Italiana, di cui purtroppo molti di noi hanno perso memoria in una sorta di analfabetismo costituzionale di ritorno, perché i ceti politici dirigenti, in fondo, da anni hanno abbandonato questi valori come punti di riferimento. Per questo, anche noi stessi, popolo Italiano, un po’ alla volta abbiamo perso il senso del significato, della forza di questi valori.
In questo volume abbiamo avuto l’ambizione di fornire una sorta di guida ai valori della Costituzione Italiana legale del 1948, e ai disvalori della sua “riforma” e sulla demolizione costruita attraverso questa “riforma”, che in effetti sostituisce completamente la nostra Costituzione.
Uno degli argomenti che sono stati usati nel dibattito parlamentare per tranquillizzare gli Italiani è stato quello che, in fondo, la “riforma “modifica soltanto la seconda parte della Costituzione, mentre alla prima parte, quella sui diritti, sulle libertà dei cittadini, in alcun modo è stato messo mano. Ai cittadini Italiani si racconta questa favola, ma tutto questo è falso!
La prima parte della Costituzione viene fortemente ridimensionata, per non dire travolta, dalla modifica della seconda parte. E questo è facile da spiegare. La seconda parte della nostra Costituzione è l’ordinamento della Repubblica; ora, quando noi parliamo di uguaglianza, di diritti di libertà, di diritti dei lavoratori, di diritti della famiglia, quando parliamo di tutti questi beni e valori fondamentali repubblicani, che sono indicati nella prima parte, questi beni, per esistere, hanno bisogno di essere attuati attraverso un ordinamento democratico. Se questo non esiste, la prima parte della Costituzione diviene come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, un bel documento, ma se non viene accompagnato da alcun ordinamento democratico, sono belle parole al vento. Quindi, sostituendo l’ordinamento democratico con un nuovo ordinamento, in realtà, hanno pensato di devastare anche la prima parte della Costituzione.
Pensiamo al principio democratico, che è il primo principio affermato dall’art. 1 della Costituzione. Questo fondamentale principio viene sviluppato nella seconda parte, dove si parla del Parlamento, della rappresentanza, dell’organizzazione dei poteri. Se viene modificato dove si crea un sistema, un ordinamento fondato sulla centralità del Parlamento, luogo deputato ad esprimere la rappresentanza, attraverso cui si dovrebbe costruire la partecipazione dei cittadini alla vita politica, così funziona il principio democratico, anche se, dal punto di vista formale, apparentemente non è stata modificata alcuna norma della prima parte, questa risulta completamente assorbita e devastata.
Se viene cancellata la centralità del Parlamento, viene fortemente inciso il principio democratico, tanto da ridurlo a moncherino.
Il cuore di questa “riforma” non è la “devolution”, ma è la modifica della “forma di governo”, e la forma di governo è il cuore di ogni ordinamento democratico.
La modifica è stata così radicale e così profonda che noi usciamo fuori da un ordinamento di tipo parlamentare, di tipo occidentale, così come è conosciuto nell’esperienza del costituzionalismo moderno, e comunque nell’esperienza delle democrazie occidentali. E noi entriamo in un altro ordinamento, che non esiste in alcuna democrazia dell’Occidente, però non sconosciuto nel nostro Paese, perché noi abbiamo già sperimentato un ordinamento fondato sul governo e sul predominio del Primo Ministro.
Infatti, il passato Regime Fascista dai costituzionalisti dell’epoca veniva considerato non come dittatura, stato totalitario od altro, ma come ordinamento politico fondato sul governo del Primo Ministro. Non a caso, quando è stata instaurata quella forma di governo incentrata sul Primo Ministro, è cambiata anche la denominazione dell’organo, perché nello Statuto Albertino il capo del governo si chiamava Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel 1922, quando la carica fu affidata a Benito Mussolini, veniva mantenuta questa denominazione, ma nel 1925 venne mutata con la Legge 24 dicembre 1925 n.22/63. Con questa legge fu modificata la forma di governo, e fu modificata la figura del capo dello Stato, che per legge, e non a caso, cambiò nome, da Presidente del Consiglio dei Ministri a Primo Ministro. Con questa legge vennero attribuiti al Primo Ministro dell’epoca, Cav. Benito Mussolini, poteri di supremazia sul Parlamento.
Ora, in questo libro “Salviamo la Costituzione!” viene pubblicata una scheda comparativa fra la Legge del 24 dicembre 1925 con i poteri di Benito Mussolini e le disposizioni di questa nuova Costituzione del 2006 con i poteri del “nuovo” Primo Ministro, con i due testi a fronte.
Dal confronto di questi due testi, si scopre che il “nuovo” primo Ministro ha poteri maggiori, almeno da un punto di vista legale, del Primo Ministro dell’epoca dell’ordinamento fascista, perché il Primo Ministro del 1925 incontrava dei limiti ai suoi poteri dal fatto che esisteva una diarchia di poteri, esisteva un altro organo, anche se spesso complice del primo Ministro, che comunque non poteva essere controllato dal Primo Ministro, e questo organo era il Sovrano.
Il Primo Ministro era costretto a dividere i suoi poteri con i poteri del Sovrano. Nella “riforma” il Primo Ministro non deve dividere i propri poteri con i poteri del Presidente della Repubblica, che vengono drasticamente ridimensionati, ma concentra tutti i poteri nelle sue mani.
Quindi, mentre il Primo Ministro definito con la Legge del 1925 non aveva il potere di nominare e revocare i Ministri, il “nuovo” Primo Ministro ha questo potere.
Mentre il Primo Ministro del 1925 veniva nominato dal Sovrano e poteva da questo venire revocato, il “nuovo” Primo Ministro viene nominato per obbligo di legge dal Presidente della Repubblica, ma non può essere da questo revocato, perché il Presidente della Repubblica non ne ha il potere.
Il primo Ministro Benito Mussolini dirigeva l’attività del Consiglio dei Ministri come una sorta di “primus inter pares”, perché dal punto di vista legale non aveva poteri di supremazia sui suoi Ministri, anche se poi aveva dei poteri di supremazia di fatto; invece, il “nuovo” Primo Ministro è gerarchicamente sovraordinato ai Ministri, che allora non costituiscono più un Consiglio, ma sono suoi dipendenti, che lui nomina e revoca a piacere.
D’altro canto, tutto questo è stato rivendicato esplicitamente nell’aprile 2005 dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale nel corso dell’unica crisi di governo avvenuta durante l’ultima legislatura, è intervenuto al Senato affermando che “nei Paesi Europei, dove il sistema istituzionale già lo consente, il Premier eletto dal popolo adegua la squadra di governo ogni volta che se ne presenti la necessità, sotto la sua diretta responsabilità, senza lunghe ed estenuanti crisi politiche e verifiche parlamentari. Così si fa nelle più avanzate democrazie occidentali!
Per consentire questo risultato, il sistema Costituzionale del nostro Paese richiede una serie di passaggi formali, a partire dalle formali dimissioni del Governo. Però, la Riforma Costituzionale di questa maggioranza adeguerà il nostro sistema di Governo alle moderne democrazie.”

In realtà adegua sì il sistema di governo, ma non alle moderne democrazie, ma al precedente regime del Fascismo Italiano.
Non si tratta più di un sistema Parlamentare, perché il Primo Ministro predomina sul Parlamento, impone la sua volontà al Parlamento, e, se il Parlamento è riluttante ad accettare la sua volontà, lo scioglie e quindi convoca nuove elezioni in una situazione in cui tutti i poteri sono concentrati nelle sue mani. E per questo ha una forte potenzialità di orientare il risultato delle elezioni.
Quindi, esiste una soggezione formale, costituzionale, non solo di fatto, del Parlamento alla volontà del Primo Ministro, come è assicurata una soggezione del Governo alla volontà del Primo Ministro.
Quando nel programma dell’Unione di Romano Prodi si parla che questa “riforma” introduce il rischio della dittatura della maggioranza, si sbaglia: non si tratta della dittatura della maggioranza, questa è la dittatura del Capo del Governo! Infatti, non è una maggioranza, ma è il Capo del Governo che predomina sul Consiglio dei Ministri, predomina sul Parlamento, predomina sugli organi di garanzia, come sul Presidente della Repubblica che non garantisce più nulla. Allora, non si può parlare di dittatura della maggioranza, ma di potere concentrato nelle mani di una sola persona, il Primo Ministro.
Avremo una forma di democrazia dell’investitura, avremo una forma di governo del Primo Ministro, così come il popolo Italiano ha già sperimentato durante il passato Regime Fascista.
Non è una prospettiva esaltante!
Ci viene detto che questa “riforma”prevede il federalismo e il Senato Federale.
Nella legge del 1925 veniva affermato il potere di supremazia del Capo del Governo dell’epoca sul Parlamento e si stabiliva che, se una legge proposta dal Primo Ministro veniva bocciata da una delle Camere, il Primo Ministro poteva presentarla all’altra Camera dove ne riceveva l’approvazione.
In questa “riforma” si prevede che il primo Ministro non può condizionare il Senato, dato che non lo può sciogliere: il Senato non può scadere, non sono nemmeno previste elezioni periodiche, i Senatori vengono eletti ogni qualvolta avvengono elezioni Regionali. In apparenza questo costituisce un limite all’onnipotenza del Primo Ministro, ma, date le assonanze culturali fra la maggioranza che ha strutturato la “riforma” e coloro che hanno scritto la legge del 1925, è stato individuato un sistema per superare questo limite e garantire la supremazia del Primo Ministro. Se a questo sta particolarmente a cuore l’approvazione di una legge, esiste una procedura particolare autorizzata dal Presidente della Repubblica, che in questo caso interviene non come organo di garanzia ma come organo gregario del Primo Ministro, attraverso la quale il Primo Ministro si presenta al Senato e afferma di esigere l’approvazione della legge conformata in un certo modo; se il Senato rifiuta o approva la legge in una diversa versione, il Senato perde il potere di decisione e la legge passa automaticamente alla Camera, esattamente come nel passato ordinamento fascista. E la Camera, condizionata dai poteri di supremazia del Primo Ministro, concede sicuramente l’approvazione.
In questo contesto, c’è un imbarbarimento delle fonti della legge che renderà assolutamente ingestibile il sistema.
Basti pensare che nella nostra Costituzione del 1948, ora terribilmente resa provvisoriamente in vigore fino alla risoluzione del dilemma attraverso il referendum popolare, il procedimento legislativo è regolato da una norma formata da 9 parole, mentre nella “nuova” Costituzione il procedimento legislativo è regolata da una norma composta da 579 parole.
Già da questo si può comprendere quanto diventa complicato od impossibile il procedimento legislativo, per cui la legislazione diventerà una sorta di odissea nella giungla. Ad esempio, mentre nella situazione attuale un deputato, un senatore, o anche il governo, che abbia la volontà di presentare un disegno di legge, basta che si presenti presso gli uffici della Camera o del Senato, e lo deposita, nella nuova legislazione questo non sarà assolutamente possibile: verrà valutata l’ammissibilità del disegno di legge da parte di uffici preposti della Camera e del Senato, per cui, a discrezione, l’ufficio della Camera potrà dichiarare la Camera non competente per quel disegno di legge, e questo vale anche per l’ufficio del Senato, con un conseguente palleggiamento del disegno di legge fra i diversi uffici. Per risolvere il contenzioso, che non sempre si potrà risolvere, esiste tutta una procedura farraginosa. Sullo sfondo campeggia la Corte Costituzionale, alla quale ci si potrà sempre rivolgere per dichiarare la supposta esistenza di una violazione del procedimento legislativo.
In conclusione, possiamo riassumere che ci troviamo di fronte allo sfascio dell’Italia!

Intervento del prof. Silvio Lanaro, docente di Storia all’Università di Padova

La Costituzione della Repubblica entrata in vigore l’1 gennaio 1948 non è, ne’ poteva essere, una Costituzione perfetta. Risentiva di tutti i limiti, di tutti i condizionamenti di una situazione tragica da cui era uscito da poco il Paese.
Un esempio di imperfezione è proprio quello che riguarda l’art. 138 Cost.. La sua formulazione, come è stato già sottolineato, parte da un’ipotesi proporzionalista, visto che una maggioranza assoluta era ben lontana dall’essere conseguita. Però la formulazione dell’art.138 obbediva ad una sorta di stortura perdurante nell’ordinamento, in quanto la riforma della Costituzione veniva sottoposta a referendum confermativo, ma non essendoci ancora la legge istitutiva del referendum, non poteva esistere nemmeno l’ipotesi di una riforma. Come tutti sappiamo, la legge istitutiva del referendum arriva addirittura nel 1970. Ancora perdurava il sistema proporzionale, ma i giochi si stavano riaprendo, una nuova coalizione, un’alleanza ferrea fra forze politiche a maggioranza del 50% + uno dei voti poteva accedere alla modifica della Costituzione, circostanza che i Costituzionalisti non avevano previsto.
Altri limiti nella Costituzione del 1948 derivano dal fatto che, per la fretta che i Costituzionalisti si sentirono addosso di concludere il lavoro entro il 31 dicembre 1947, termine imposto loro perentoriamente per legge, dovettero delegare molte materie delicatissime ed essenziali alla legislazione ordinaria. Questo condusse ad un risultato che Piero Calamandrei, con una formula felicissima, imputò all’ostruzionismo della maggioranza, (fino al 1956, cioè con la Presidenza Gronchi che dette avvio al cosiddetto “disgelo costituzionale”, in questo Paese non ci furono ne’ Consiglio Superiore della Magistratura, ne’ Corte Costituzionale), e quindi si scelse di tagliare le unghie al potenziale rinnovatore della Costituzione semplicemente eludendone le norme che si potevano eludere.
Questo per dire quanto questa Costituzione, pur con i suoi limiti, le sue ingenuità e i suoi difetti, fosse una Costituzione profondamente, radicalmente innovativa.
Io ricordo che nel 1947, quando, dopo i lavori della commissione dei 75 deputati, incominciò la discussione in aula del testo Costituzionale, ci fu un intervento di Piero Calamandrei, condito da tutta l’arguzia toscana di cui il personaggio ne era capace. Si trattava di un articolo che polemizzava contro l’art.1 della Costituzione, quello che recita appunto “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Calamandrei, da quel bravo allievo di Chiovenda che era, si poneva la seguente domanda: “Qual è il contenuto normativo, il contenuto prescrittivo di questo articolo? Nessuno! Si tratta di una enunciazione priva di contenuto, priva di significato. Se io, domani, dovessi spiegare ai miei studenti che cosa vuol dire ‘l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’ dovrei arrampicarmi sugli specchi e spiegare, ad esempio, che tutti coloro che percepiscono rendite non sono cittadini italiani, perché non lavorano. Cosa francamente piuttosto ardua e difficile.”
Tuttavia, ciò che in quel discorso pur brillantissimo, pur profondamente suggestivo, sfuggiva a Piero Calamandrei era un aspetto sul quale io, oggi, vorrei insistere in modo particolare.
La Costituzione della Repubblica Italiana, (che non ha un preambolo, più o meno solenne, presente invece in quasi tutte le Costituzioni occidentali, si passa direttamente al primo articolo), è un programma politico! Cosa che a Calamandrei, allievo di Chiovenda, che amava le prescrizioni chiare e le normative limpide, sfuggiva.
La nostra Costituzione era un programma politico per il futuro, era l’enunciazione di traguardi da raggiungere attraverso un’azione coerente del sistema politico. E allora, è proprio questo che rende attuale la Costituzione Repubblicana, oggi nel 2006, e la sua qualità, la sua vitalità, la sua vigoria deriva dal fatto che era e rimane un programma politico in gran parte ineseguito ed eluso. Proprio per questo motivo è stata attaccata, proprio per questo motivo è stata demolita e distrutta, per essere sostituita da un’altra e diversa Costituzione, perché era un programma politico che contrastava il programma politico delle forze andate al potere con le elezioni del 2001.
Nei nostri quotidiani spesso si afferma che la maggioranza di Silvio Berlusconi non è assolutamente fascista: “Ma vogliamo scherzare?! Il Fascismo era un’altra cosa, non facciamo paragoni impropri, non costruiamo parallelismi privi di senso e di fondamento. Volete mettere sullo stesso piano l’UDC con il Fascismo?”
A parte il fatto che l’UDC ha votato tutte le leggi di Berlusconi, nessuna esclusa, Benito Mussolini, il suo partito, il suo regime non si sono mai sognati di toccare lo Statuto Albertino. Oggi sappiamo che lo Statuto Albertino era una Costituzione elastica, flessibile, che poteva essere modificata con legge ordinaria. Però, l’atto di imperio e di arroganza di contestarne l’impianto complessivo non fu mai compiuto dal Fascismo e dal suo leader Benito Mussolini, dal Partito Nazionale Fascista, neppure in piena dittatura fascista.
Oggi è avvenuto tutto questo, tutto questo è stato compiuto, si è distrutta la Costituzione del 1948, e non possiamo non tenerne conto. Come pure non possiamo non prendere in considerazione il nostro disappunto e il grande rammarico di fronte ai chioschi vuoti, ai banchetti deserti dove si raccolgono le adesioni al referendum per la bocciatura della “riforma” Costituzionale.
Dobbiamo pur guardare in faccia la realtà, non possiamo nulla nasconderci: oggi siamo in presenza di un ceto politico che rivela, complessivamente parlando e nel suo insieme, una scarsa sensibilità per i temi politico-istituzionali che riguardano la vita civile dei cittadini. Mi auguro che le urgenze per la lotta politica imposta dalla campagna elettorale sentano una ripresa di interesse per questi temi, ma all’oggi le cose purtroppo stanno esattamente in questi termini.
Per questo, è impossibile non riandare al clima, all’ambiente, alla mentalità, alla cultura che presiedettero alla stesura del Testo Costituzionale nel 1946-47.
Ogni volta che mi capita di ritornarci sopra, rimango sbalordito che durante i mesi della Guerra Fredda, mentre nella seconda metà del 1947 il mondo occidentale era lacerato dalla Guerra Fredda e nel maggio del 1947 i socialisti e i comunisti Italiani venivano sbarcati dal governo, si sia riusciti a scrivere quel testo entro il dicembre del 1947 in spirito di collaborazione e di armonia. Questo è stato il prodotto di un ceto politico uscito dalla cospirazione e dall’esilio, che non aveva esperienza, ma che la seppe trovare e seppe dalla tragedia trarre motivi di saggezza e di autorevolezza tali da darci questo Testo che ancora oggi noi vogliamo a tutti i costi mantenere e conservare nella sua completa integrità.
Vorrei fare un’ultima considerazione. Mi è sembrato di capire dagli interventi precedenti che, insomma, gli amici seduti a questo tavolo siano, chi più, chi meno, federalisti. Io, no! Io sono un unitario intransigente.
Per questo motivo non posso non essere preoccupato quando penso al futuro, a quello che potrà essere in una prospettiva prossima ventura, per ciò che verrà messo in azione attraverso la “devolution”, ma anche attraverso quei principi di rilevanza costituzionale che sono già stati approvati dal centro-sinistra nella legislatura precedente, nel 2001, a poche settimane dalle elezioni, con 3 voti di maggioranza! Perché, quando io leggo che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Regioni, dalle aree metropolitane,…e dallo Stato, io non capisco più nulla. In questa prospettiva, evidentemente, non si può più parlare di “Stato Repubblicano”, perché Stato e Repubblica non coincidono più, non sono sinonimi!
Quindi, avvertendo tutta la gravità del pericolo che ci minaccia, non dimentichiamo che la situazione generale non è eccellente, e che forse, quando fu elaborata quella revisione del Titolo V della Costituzione dal Senatore Bassanini, costui non era dotato in quei momenti di grande lucidità. Noi stiamo vivendo in questo clima e il problema della “riforma” costituzionale nasce negli anni Ottanta. Si tratta di un vecchio problema, prova ne sia un testo scritto da Giuliano Amato proprio in quegli anni dal titolo “Una Costituzione da riformare”.
Da lì nasce tutto, e si riceve l’impressione che si sia sempre scelta la strada sbagliata, la strada meno pervia, meno limpida, meno “garantista per i cittadini”, se questo termine di cui si è fin troppo abusato ha ancora un significato attuale. Certamente andremo a votare il prossimo 25 giugno per fermare questo dissennato, sciagurato progetto, ma già dal 26 giugno vigileremo ancora, dobbiamo vigilare ancora perché non possiamo essere certi che qualche piccolo o grande scempio alla Costituzione del 1948, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, non venga ancora apportato.
Ieri, stavo consultando due antologie, una francese e una di Felice Battaglia dal titolo “Le carte dei diritti”, e mi sono accorto rabbrividendo che nessuna Costituzione democratica di qualche Paese dell’Occidente conosce norme come queste della Costituzione “riformata”.
Questo mi fa dormire male alla notte, e penso che questo succeda anche a molti di voi. Però dormo male anche per questa convinzione, per questa persuasione che voglio sinceramente trasmettervi: se il 25 giugno, come è auspicabile, come tutti speriamo, come è probabile, spero anche sicuramente, gli Italiani voteranno contro questa ipotesi di “riforma” della Costituzione, non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia e calare la vigilanza, perché il clima che ci avvolge è quello di una disinvoltura legislativa ed istituzionale molto pericolosa.

Intervento di Pietro Calogero, Procuratore della Repubblica

Il parlamentarismo, il bicameralismo, questi che sono principi cardine della democrazia, vengono soppiantati da un “monocameralismo attenuato”, anzi meglio, fortemente squilibrato.
Da un lato, il Senato Federale è una larva, un ectoplasma perché non ha voce in capitolo su temi di grande importanza, come quello dell’approvazione di bilancio dello Stato e come la ratifica di trattati internazionali, ma non è chiamato nemmeno ad esprimersi, a votare sulla fiducia al Primo Ministro, sulla fiducia ai membri del governo, e tanto meno sul programma di governo. Inoltre, non viene mai autorizzato a formulare una eventuale mozione di sfiducia che possa portare alle dimissioni del Primo Ministro.
Quindi, un organismo di questo tipo non è una Camera in senso proprio, è un organismo che è fuori dal gioco politico in quanto non può per legge, per dettato costituzionale, determinare le sorti dell’esecutivo, l’attuazione del programma, e così via.
Questo è il Senato Federale, una finzione! Non possiamo parlare di seconda Camera, è inutile, il Senato Federale non è una seconda Camera!
D’altro canto, esaminando le competenze della Camera dei Deputati, possiamo verificare che neppure la Camera accorda la fiducia al Primo Ministro, nemmeno ha il potere di esprimere alcuna valutazione sulla scelta dei Ministri, viene solo chiamata a votare sul programma. E questo, all’atto dell’insediamento del governo. Successivamente è legittimata a presentare una mozione di sfiducia che determina le dimissioni del Primo Ministro, però la mozione deve essere approvata dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera, condizione ben difficile da realizzare.
Così, con questa configurazione, questa Camera è in una situazione di fortissima debilitazione, di fortissima sperequazione, o squilibrio, rispetto ai poteri del Primo Ministro, che esamineremo subito.
Quindi siamo in presenza di un sistema monocamerale, con la mono-Camera assolutamente debole, squilibrata. Dove lo squilibrio diventa evidente risulta dal confronto con i poteri del Primo Ministro.
Il Primo Ministro può decidere lo scioglimento della Camera “ad libitum”. A questo riguardo, si parla di responsabilità politica condivisa con il Presidente della Repubblica, ma in realtà il Capo dello Stato deve decretare solamente lo scioglimento della Camera come atto dovuto. Quindi è il Primo Ministro che, a suo piacere, determina lo scioglimento della Camera attraverso la “longa manus” del Capo dello Stato ridotto a mero organo esecutivo.
Questa Camera viene configurata come un organismo che risente, più che di un fortissimo condizionamento e squilibrio, di un soffocamento. La Camera viene soffocata in modo intollerabile! Non è accettabile un tale squilibrio, non si può consentire di continuare a parlare ancora di parlamentarismo, nel senso di una dialettica su basi paritarie e ragionevolmente equilibrate fra un potere dello Stato e un altro potere dello Stato.
Per quanto concerne il Capo dello Stato, questo non può nominare i Ministri. La Costituzione del 1948 prevede la nomina dei Ministri da parte del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel nominarli, a volte è accaduto che il Capo dello Stato non abbia accettato la proposta di nomina a Ministro per qualche personaggio di “chiara fama” e il Presidente del Consiglio dei Ministri ha dovuto prenderne atto. Ebbene, nella nuova configurazione costituzionale è il Primo Ministro che nomina i Ministri, che poi prestano giuramento sulle mani del Presidente della Repubblica. Solo questo fa il Capo dello Stato, ridotto a meno di organo gregario, ad organo puramente esecutivo.
Ma soprattutto dove esiste lo squilibrio, come abbiamo rilevato con riferimento alla Camera dei Deputati, è al punto in cui il Capo dello Stato, ricevendo da parte del Primo Ministro la richiesta di scioglimento della Camera, non può far altro che decretarne la fine.
Quindi, il Primo Ministro ha un potere enorme, un potere “assoluto ed incontrollato” (così è stato detto!). Il mero richiamo ad una vaga, indeterminata, responsabilità politica del Primo Ministro non può essere indicato, assunto, come un criterio moderatore di questo immenso potere che ha il Primo Ministro, che lo colloca in una posizione di assoluta centralità.
Ecco perché, giustamente, la più avvertita dottrina costituzionalista, con riferimento a questo modello di “premierato”, ha parlato di un modello di “premierato assoluto”, che sarebbe un unicum, non solo nell’esperienza costituzionale italiana, ma anche nel Diritto Comparato, un modello assolutamente anomalo che rappresenta, questo sì, un vero, concreto, immanente pericolo per la democrazia nel nostro Paese.
Ora questa è la situazione, e mi sono limitato a questi due versanti; se il tempo mi verrà concesso, vorrei più tardi esaminare altri due versanti, non meno importanti, in cui si collocano la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura.
Il quadro di questi mutamenti determina una rottura della Costituzione, perché infrange un limite esplicito, quello costituito dall’art. 139 Cost. che recita: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.
Perché affermo questo? La “forma repubblicana” non può essere intesa soltanto nello schema riduttivo di una antitesi fra Capo di Stato ereditario e Capo di Stato elettivo. Questo era stato già affermato con il referendum del 1946, l’impossibilità di passare da Capo di Stato elettivo a Capo di Stato ereditario.
La verità è che questa locuzione “forma repubblicana” ha una portata più complessa ed ha il valore, il significato e l’effetto di una implicazione di tutti gli istituti che contrassegnano la democraticità dell’ordinamento.
In buona sostanza, l’art. 139 Cost. va letto, come ha sottolineato alcuni decenni fa Costantino Mortati, in connessione inscindibile con l’art. 1 Cost. Risulta assurdo pensare che l’art. 139, affermando la “forma repubblicana”, abbia voluto limitare l’intangibilità della forma dello Stato soltanto alla parte repubblicana, e non alla parte democratica che evidentemente è parte dello stesso tessuto fondamentale, dello stesso pilastro di questa architettura elevata dai Costituenti nel 1948.
Siamo in presenza di un modello di “premierato assoluto”, con squilibri, con sbilanciamenti nella ripartizione dei poteri, di una “riforma” che polverizza il principio parlamentare, che mortifica il pluralismo, che è anche pluralismo fra istituzioni, e fra istituzioni e vertice.
Se manca il pluralismo, nel senso che il Primo Ministro ha pieni poteri, può sciogliere “ad libitum” la Camera, la soffoca, e la Camera non può nemmeno votare la fiducia, non può determinare le sorti della politica di governo, è chiaro che in questo modo è venuta meno una parte essenziale del principio democratico che è implicito nell’art.139 ed è reso esplicito dall’art.1.
In questo senso, possiamo affermare che si è prodotta una lacerazione, perché risulta massimo il contrasto tra questa nuova architettura costituzionale e la Costituzione del 1948, del cui edificio vediamo distruggere le fondamenta.
Sul versante di grande rilievo della Corte Costituzionale si avverte un notevole ridimensionamento del ruolo, della funzione della Corte Costituzionale, che esercita la funzione di garanzia della continuità dell’ordine costituzionale e della identità della comunità e dell’apparato dello Stato mediante l’azione di difesa dei principi fondamentali dell’ordine costituzionale.
La Corte Costituzionale è oggi composta per un terzo dalla componente di nomina del Capo dello Stato, per un terzo da quella della Magistratura e per un terzo da quella del Parlamento. Nella nuova composizione, come si profila nella legge di revisione c’è uno sbilanciamento a favore della parte politica, perché il Presidente della Repubblica da cinque passa a nominare quattro membri, le Magistrature da cinque passano a nominare quattro membri ed aumentano a sette i membri di nomina politica.
Un altro dato molto importante: con la nuova Costituzione si legittimano a fare ricorsi, accanto alle Regioni, anche le Province, i Comuni e le Città Metropolitane, che sono in totale circa 80.000, il che comporterà un prevedibilissimo incremento alluvionale di ricorsi, e quindi verranno mortificate, polverizzate, annullate quelle funzioni di garanzia e di salvaguardia assolutamente essenziali nella prospettiva della continuità dell’ordinamento costituzionale.
Per quanto riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura, la legge di revisione ne ridimensiona soltanto il potere di nomina del vice Presidente, che passa dall’assemblea primaria del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) al Capo dello Stato.
Però il ridimensionamento dei poteri del CSM era già stato realizzato, non bisogna dimenticarlo, con la legge sull’ordinamento giudiziario, con riferimento ad una attività del tutto essenziale nell’ottica dell’autonomia dell’ordine giudiziario, che è l’attività di formazione, di aggiornamento professionale dei Magistrati, e con riferimento alla scuola di formazione e al sistema di valutazioni, alle nomine e alla progressione in carriera dei Magistrati, che con la “riforma” vengono affidate ad un intricato sistema di concorsi.
Così, la stessa Magistratura, rispetto alla quale nel sistema democratico il CSM svolge una basilare funzione di salvaguardia, viene limitata fortemente nelle sue connotazioni di indipendenza interna. Perfino gli Stati totalitari, anche quello Fascista, non hanno mai negato l’indipendenza degli organi giudiziari, ma hanno operato sul piano dell’organizzazione dei poteri, e quindi sul piano dell’indipendenza interna, come nel nostro caso.
Di fatto, l’indipendenza interna viene limitata, e a volte vanificata, in quanto per la progressione di carriera viene previsto un sistema di concorsi che impegnerà i Magistrati non solo in attività che non sono quelle di carattere propriamente giurisdizionale, ma soprattutto li sottoporrà al giudizio dei Capi degli Uffici, dei Capi delle Corti Supreme, della Corte di Cassazione e dello stesso Ministro della Giustizia.
Questo già ingenera una situazione di sofferenza, di condizionamento, che a volte può funzionare maggiormente nel limitare l’autonomia, più di quanto possa funzionare un esplicito condizionamento esterno.
E veniamo al sistema gerarchico, alla gerarchia che assolutamente viene determinata nell’ambito dei rapporti e nell’organizzazione dell’Ufficio del Pubblico Ministero, dove con la nuova “riforma” l’unico titolare esclusivo dell’azione penale diventa il Procuratore della Repubblica, mentre i Sostituti diventano meri delegati. Non solo, i Sostituti non possono più disporre fermi giudiziari, non possono emettere misure cautelari, se non con l’assenso e sotto il controllo del Procuratore della Repubblica. Solo il Procuratore della Repubblica imposta addirittura le indagini, è lui che imposta il sistema dei rapporti con la polizia giudiziaria.
È evidente che un sistema di questo genere è un sistema tracotante che annienta l’autonomia del singolo magistrato, che deve essere piena ed indipendente: non solo il sistema giudiziario deve essere indipendente, lo deve essere anche ciascun singolo magistrato! In questo senso si parla giustamente di un potere della Magistratura “diffuso”, con riferimento all’esercizio della giurisdizione. Ebbene, questo sistema, sicuramente contrasta già nello specifico con il principio costituzionale che vuole i Magistrati distinti per funzione e soggetti solo alla legge. È del tutto palese che ci si trova in presenza di una soggezione, di un condizionamento a fattori, ad entità diverse dalla legge, e soprattutto di una vocazione all’idea di gerarchia, che certamente non consente la piena realizzazione della indipendenza.
In conclusione, in una situazione di questo genere, cosa bisogna fare?
Intanto bisogna sperare che si prenda consapevolezza di tutto questo, che avvenga un esercizio responsabile del voto al momento della consultazione referendaria. Ma questo non basta, vista la tanta non cultura che rasenta l’indifferenza!
Per questo è necessario adoperarsi, anche in forme organizzate, attraverso incontri come questo, per diffondere una cultura costituzionale di base.
Bisogna esporre in modo chiaro i termini essenziali della questione per allertare le coscienze di tante persone, che devono essere convinte che la Costituzione è un bene intoccabile, intangibile e che le sue modificazioni non possono tradire lo spirito originario, che investe la forma di uno Stato pluralista, democratico, che non può essere trasformato in uno Stato autoritario, e soprattutto che la Costituzione non può essere usata come strumento di lotta politica.

Intervento di Luca Finazzi, coordinatore per la “Difesa della Costituzione”.

Prima di tutto, mi unisco anch’io al ringraziamento e al compiacimento per questa iniziativa dei Giuristi Democratici, che fra l’altro è una delle Associazioni che compongono il Coordinamento nazionale e padovano “Salviamo la Costituzione” e che al Coordinamento, nella espressione padovana, ha portato non solo un contributo politico e dottrinale, ma anche fortemente operativo a partire dalla presenza ai banchetti per la raccolta delle firme. Per tutti, è obbligo ricordare il Segretario, avv. Luigi Ficarra, che tutte le settimane ha gestito un banchetto.
Devo anche dire che è necessario augurare al prof. Lanaro, ma anche a tutti noi, di dormire bene alla notte, visto che le angosce notturne non producono risultati; al contrario, bisogna augurarci di essere ansiosi di giorno. Infatti, se posso riprendere una frase di Bob Kennedy, “Badate che i posti più caldi dell’inferno sono riservati alla gente troppo tranquilla”, (non mi addentro nella esistenza più o meno dell’inferno), penso però che, se venisse approvato, non oso nemmeno pensarlo, questo mostriciattolo di “riforma” prodotto prima nella baita di Lorenzago e poi a colpi di maggioranza in Parlamento, gli esiti per la nostra democrazia assomiglierebbero molto all’inferno in terra.
La questione non va per nulla sottovalutata, e noi, con le nostre limitate forze abbiamo provato a dirlo raccogliendo le firme a Padova.
Dai numeri espressi dal consigliere Gallo ho appreso che sono state raccolte più firme di quante ne avevamo conteggiate noi: probabilmente si sono aggiunte le firme raccolte presso le segreterie comunali e da gruppi spontanei, in tutta Italia.
Queste firme sono servite non tanto per indire il referendum, già chiesto ed indetto dai Consigli Regionali e dai Parlamentari dissenzienti, ma per cominciare a dire alle cittadine e ai cittadini che questo testo di legge va buttato a mare, e che concretamente si dava inizio alla difesa della democrazia firmando la richiesta di “referendum confermativo”, così definito dal punto di vista formale, o meglio “oppositivo” come ha detto benissimo la prof.ssa Carlassare.
Si tratta di un testo aberrante, che demolisce la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza.
Altro non poteva uscire da un governo di cui, fra gli altri, faceva parte il Ministro Tremaglia che a suo tempo era stato milite volontario della Repubblica di Salò e che tuttora rivendica dignità e diritto di avere fatto ciò. Non si poteva pensare che costoro celebrassero la Costituzione non dei vincitori contro i vinti, ma fatta da chi aveva vinto per ristabilire la democrazia, cercando punti di intesa, di ragionevole mediazione in una fase di scontro politico che non era certo minore di oggi, e che ha consentito un’idea e una pratica evolutiva della democrazia.
Al di là delle asperità del testo, delle oscurità, delle contraddizioni, penso che fra alcuni mesi questi signori del governo ci verranno a dire che anche questa “riforma” era stata scritta male, come hanno già fatto con quella sull’ordinamento giudiziario. Io spero che queste dichiarazioni ci vengano rese dopo la loro bocciatura elettorale data la loro funzione di governo, ma anche in quanto legislatori costituzionali, e che questo rappresenti un sano esercizio di autocritica.
Questa “riforma” sarà anche scritta male, ma il suo filo conduttore è chiarissimo, ed è quello di una restrizione degli spazi della democrazia, di un’idea di governabilità come potere di un uomo solo, di fronte ad un aumento della complessità sociale, di fronte ad un aumento delle interrelazioni fra soggetti diversi e fra gli Stati.
Da questo punto di vista, i “riformatori” non si sono inventati niente e il tentativo di modificare la Costituzione, la battaglia contro questa Costituzione del 1948, contro questo “programma politico”, come affermato bene dal prof. Lanaro, data da prima dell’ultimo Miglio, data quantomeno dalla Commissione Bicamerale, data addirittura dalle teorizzazioni di trent’anni fa che, a fronte dell’aumento della complessità sociale, indicano la necessità di trovare meccanismi che la tagliano automaticamente.
Questi “riformatori” hanno tradotto le formulazioni dell’economista e sociologo statunitense Mancur Olson, che nel 1965 produceva la teoria dei “gruppi di interesse” secondo la quale, mentre interessi diffusi come quelli dei lavoratori o dei consumatori non si prestano ad essere tutelati, i gruppi dotati del potere di esclusione nei confronti dei non aderenti possono ottenere migliori vantaggi. Quello che è stato trovato a Castiglion Fibocchi nelle carte della Loggia P2 era una traduzione volgare di queste formulazioni, ma nemmeno tanto!
Andiamo ad analizzare questi tre punti: il meccanismo legislativo, il Senato Federale e il rapporto fra “devolution” e welfare.
Per quel che concerne il meccanismo legislativo, io ho provato a leggere con attenzione e reiteratamente questo documento composto da 579 parole, e anche se non sono un avvocato, un magistrato, un operatore del diritto, è anche vero che per l’attività professionale che svolgo ho dimestichezza con le interpretazioni delle leggi. Dopo le attente riletture, mi sono fatto l’idea che questo meccanismo legislativo corrisponde ad un gigantesco ingorgo autostradale.
Io non credo che questi “riformatori” siano dei pazzi o degli stupidi, e allora se ne può concludere che esista nel retroscena l’idea di una robustissima semplificazione dei meccanismi decisionali, perché l’ingorgo legislativo si supera con i meccanismi che sono stati descritti, con il Primo Ministro che afferma che un certo provvedimento risulta fondamentale per il suo programma ed esige che lo si voti, imponendo la fiducia ad ogni piè sospinto.
E basterebbe questo per dire come il rapporto tra sfera della politica e sfera del sociale in tutte le sue dimensioni ampie verrebbe messo in dubbio e ridotto a vuote forme.
Il Senato Federale non è una cosa seria! Il Senato degli Stati Uniti, oltre a svolgere le competenze già richiamate, si basa su un criterio fondamentale per una Federazione di Stati, cioè che lo Stato dello Utah di piccole dimensioni ha gli stessi rappresentanti della California con molti milioni di abitanti in più; quindi, sulle scelte fondamentali si introduce un meccanismo di parificazione fra soggetti diversi.
Il nostro cosiddetto Senato Federale ha i senatori eletti in proporzione alla popolazione, e questo non vale per il Senato degli USA e nemmeno per il Bundesrat Tedesco o Austriaco, dove in questi ultimi casi esistono piccole differenze fra chi possiede due o tre rappresentanti, che in ogni caso rappresentano i governi Regionali, non gli elettori di quello Stato o di quel Land. Rappresentando i governi Regionali votano in modo bloccato, e in questo modo si è costruito un compromesso, come succede attualmente in un organismo non elettivo come la nostra Conferenza Stato – Regioni.
Risulta evidente che non siamo in presenza dell’attuazione di un vero federalismo, ma risulta un tratto chiaro, che quel poco di federalismo introdotto non è un federalismo cooperativo, ma è il federalismo dei ricchi e dei forti.
E veniamo al rapporto fra “devolution” e welfare, che in qualche modo va inquadrato tra crisi fiscale degli Stati, crisi dei sistemi di welfare e restrizioni degli spazi di democrazia.
La cosiddetta “devoluzione”, che ricentralizza comunque molte cose, dovrebbe eliminare il servizio sanitario nazionale unico, sia pure gestito regionalmente, per introdurre 21 sistemi sanitari e 21 sistemi scolastici, tanti quante sono le Regioni Italiane. Per quel che compete alle polizie regionali, non riesco ad immaginare cosa potrebbe accadere, e per ora preferisco non pensarci!
Certamente non siamo in presenza di un’invenzione di “pazzi”, ma comunque il nodo vero è come tutto questo viene finanziato. Come si finanzia il servizio sanitario, al di là di chi andrà a gestirlo?
Già oggi, con un meccanismo di legislazione concorrente, le scelte di gestione dell’articolazione regionale dei servizi sanitari sono diverse fra di loro: il servizio sanitario della Regione Veneto è molto simile a quello umbro, emiliano o toscano, rispetto a quello della Regione Lombardia. Eppure, quello lombardo, che io personalmente avverso fortemente, non è in violazione delle norme attuali; quindi già è stata consentita questa articolazione.
Eliminare la legislazione concorrente, introdurre l’esistenza di una sola legislazione esclusiva, non dire come avvengono i finanziamenti, non attuare l’art. 119 Cost., significa in realtà affermare una volontà di sfasciare e di lavorare per contravvenire a quella norma costituzionale introdotta con la riforma del 2001, che aveva molte pecche, a partire da quella radicale dell’essere stata decisa a stretta maggioranza, ma che aveva inserito la determinazione dei livelli essenziali di assistenza fra i principi con dignità costituzionale. E questa è stata cosa buona, perché in precedenza questi livelli essenziali di assistenza erano attribuiti a legge ordinaria, ora venivano costituzionalizzati.
Però, se si lascia questa pur utile previsione, e poi si smonta lo strumento operativo, se si sottrae alla legge dello Stato la possibilità di dettare anche solo i principi generali, se non si indicano i sistemi di finanziamento, si ha ben in mente un’idea di welfare in realtà residuale, un’idea di diritti del tutto residuali.
Già di per sé mi sembrano argomenti più che sufficienti per bocciare l’intero impianto.
Ora, dopo la raccolta delle firme che è servita a rompere il ghiaccio, a creare sensibilità su queste problematiche, a coinvolgere in attività meritorie ambienti giovanili come il Liceo Cornaro di Padova, nei prossimi giorni dovremo usare tutti i registri possibili perché le persone vadano a votare ed esprimano il loro voto con un “NO”.
Dovremo usare gli argomenti più raffinati, da quelli della dottrina, dell’analisi storica, della politica, fino a quelli più immediati, dal dire che non è bene lasciare il potere ad un solo uomo, e comunque che è cosa pericolosa in generale in una società molto complessa, al dire che ci stanno raccontando delle storie, “che avverranno delle semplificazioni, che la macchina della gestione pubblica così funzionerà al meglio”. Dovremo sottolineare che siamo in presenza di un’idea stravolta di democrazia, per toglierci i diritti, i diritti sociali, per indebolirci.
Questo va detto in tutte le occasioni, e in questo senso penso che l’Associazione Giuristi Democratici abbia un ruolo importante, poiché si deve produrre un’azione larga e diffusa, dato che si tratta di un referendum in cui chi va a votare decide.
Questo sicuramente aiuta la nostra comune battaglia, chi va a votare decide, per fortuna non esiste un quorum, e allora dobbiamo portare a votare le persone il 25 giugno, cosa che presenterà qualche difficoltà dopo una tornata elettorale politica e amministrativa. Bisognerà convincere le persone, e quindi bisogna lavorare in modo diffuso, nei paesi, nei quartieri, fra gli studenti, con volantinaggi, scrivendo sui giornali, in mezzo ai cittadini.
Ultimo tema, quello dell’esatto ribaltamento delle ragioni per le quali vogliono cambiare, riscrivere, stravolgere la Costituzione, è il tema del dopo!
Terminata la “pars destruens”, cosa costruiamo?
Questo è il tema di come si possa tenere insieme, di come si possa coniugare, certo, la necessità di una maggiore efficienza del sistema politico, certo, la necessità di ragionevoli livelli di governabilità, con la maggiore complessità sociale, con un sistema dei partiti che non è più in grado di fare la sintesi che bene o male ha fatto per tanti anni, con un ruolo delle forze sociali molto più sfaccettato e molto più ampio, con una domanda di partecipazione anche molto ambigua ma esistente.
Allora il problema non è solo quello di difendere la Costituzione che abbiamo, ma di difenderla per attuarla e per ragionare su come possiamo allargarne gli spazi.
Il problema è quello di allargare la democrazia, di realizzare una democrazia efficiente, che valorizzi la partecipazione e la ragionevole conciliazione fra interessi diversi. Il problema è quello di avere la possibilità di gestire anche i momenti di conflitto politico e sociale, magari molto duro, ma in un quadro in cui ci sia un idem sentire, in modo che chi perde non si senta mai vinto, anche se sconfitto in una battaglia, un idem sentire che fornisca a tutti un terreno sul quale operare.
Il nostro Coordinamento, con grandissima modestia, anche con grandissima passione, ci sta provando e andremo avanti fino al 25 giugno, convinti che bisogna vincere questa buona battaglia.

Intervento dell’avvocato Antonio Lovatini

Vorrei che prima di tutto si capisse esattamente il significato base della nostra Costituzione, messo a confronto con quello di una Costituzione materiale che da vent’anni sta imponendosi.
La Costituzione Italiana ha una peculiarità, quella di essere una Costituzione in cui al centro è posta la persona umana. Viene detto espressamente dall’art.3 Cost., in contrasto con quelle che sono le altre Costituzioni che invece parlano di cittadino o di individuo.
La differenza è molto semplice da capire: il cittadino è soggetto alla legge, è soggetto allo Stato come soggetto di tipo passivo, invece la persona ha diritto a che lo Stato, e quindi lo Stato diventa oggetto di diritti, rimuova tutti gli impedimenti di carattere economico e sociale derivanti da “disuguaglianze di razza, di sesso, di religione, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Quindi, il cittadino diventa soggetto di diritti perfetti, di diritti soggettivi, non di diritti affievoliti, o di interessi di tipo legittimo.
Questa parte della Costituzione non è mai stata attuata, come assolutamente mai è stata attuata quella che era una riforma fondamentale, la riforma della giurisdizione di tipo amministrativo, con la conseguenza che ancora una volta è prevalente uno Stato di tipo centralista rispetto ad uno Stato di tipo decentrato.
Innanzitutto, questa nuova “riforma” Costituzionale è una riforma, a mio avviso, eversiva di quello che è lo zoccolo duro della nostra Costituzione, e che non deve assolutamente essere cambiato.
L’art. 5 Cost. recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.” Questo art. 5, nell’ambito dell’Assemblea Costituente, doveva essere inserito nel Titolo V; poi, improvvisamente, è stato spostato ed inserito nei Principi Fondamentali della Costituzione. Come si è pronunciata la Corte Costituzionale in una recentissima sentenza del 2004, risulta palese che, se modifichiamo i Principi Fondamentali, salta l’impianto complessivo della Costituzione.
L’art. 5 era stato inserito nei Principi Fondamentali perché i Costituenti avevano presente il dilaniamento che era avvenuto fra Repubblica Sociale Italiana e il resto dell’Italia, avevano presente con esattezza quello che significavano i particolarismi, a livello di regionalismi e a livello di frattura di quella che era l’unità nazionale.
Questo articolo veniva radicalmente spostato da una situazione di livello inferiore ad un livello superiore, affermando che la Repubblica è aperta al contributo di tutti i cittadini, che partecipano attraverso le autonomie locali a quello che è il governo complessivo del Paese, non al governo dei propri interessi particolari.
E allora, consideriamo la questione della Costituzione materiale.
Se si parla di Repubblica fondata sulla concorrenza, o di Repubblica fondata sul mercato degli oligopoli, o di Repubblica fondata sul consumatore, si mette in atto un’eversione di tipo costituzionale.
La nostra Repubblica è basata sulla persona e sul lavoro: quando entrambi gli schieramenti considerano come il “Dio Moloch” la concorrenza, il mercato, l’individualismo, è chiaro che spinte di tipo eterogeneo, decentrate, localistiche, prendono il sopravvento su quella che è la Costituzione di tipo formale. Facciamo un semplicissimo esempio: i Comuni che decidono “ad libitum” di passare dalla Regione Veneto alla Regione Friuli-Venezia Giulia o alla Regione Trentino-Alto Adige, per i propri interessi.
Eppure, queste esperienze negli Stati Uniti le hanno già vissute; come è riportato dall’Istituto Aspenia, esistono degli Stati Federali che sono arrivati alla bancarotta totale, perché hanno concesso incentivi enormi ad una stessa azienda, nel caso specifico un’azienda automobilistica, la quale ha trovato di estrema convenienza allocare le sue strutture in un determinato Stato, mangiando per quattro anni le risorse messe a sua disposizione, per poi trasferirsi in un altro Stato, all’esaurirsi del “foraggio”. Qual è la cosa grave?
Nell’ambito di quella che è la cittadinanza, bisogna rivendicare nuovamente questo aspetto della centralità della persona, della centralità dei diritti, soprattutto di quei diritti di tipo sociale, questo sia a livello nazionale sia a livello europeo.
Entriamo nel merito delle autonomie locali
Molti hanno letto lo sciagurato art.117 Cost. dal loro punto di vista, quello liberista, della demolizione dell’organizzazione statale del sevizio sanitario nazionale, chiaramente in nome del mercato a favore degli istituti di assistenza gestiti dai privati. Si pensa di demolire anche il sistema statale pubblico dell’istruzione per favorire il sistema delle scuole private, imponendo con la legge Moratti una visione della scuola di tipo aziendalista.
Per quel che concerne la polizia locale, basta andare sul sito della Lega Nord e porgere l’attenzione su cosa sono i “Giovani Padani”. Nella nostra normativa abbiamo già le polizie locali e regionali. Ci devono spiegare chi saranno questi “sceriffi”! Potrebbero essere questi componenti delle “bande verdi”, che andranno ad assumere una loro collocazione all’interno di queste polizie?
Ma arriviamo ai principi fondamentali sociali.
Gli articoli della “nuova” Costituzione ci danno le misure dei nostri principi costituzionali, misure relative all’assistenza sociale, tenendo comunque conto della necessità di mantenere la competitività dell’economia della comunità. E questo discorso, a quali diritti fa riferimento?
Esattamente si fa riferimento al diritto al lavoro, previsto dall’art. 4 della nostra Costituzione, al diritto alla tutela della salute, art. 32, al diritto all’assistenza sociale per gli inabili sprovvisti di mezzi necessari per vivere, art. 38 primo comma, al diritto all’istruzione e all’educazione, art. 33 e art. 34, al diritto all’educazione e all’avviamento professionale per gli inabili e i minorati, art. 38 terzo comma, al diritto dei lavoratori a che siano prevenuti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione volontaria, art. 38 secondo comma, al diritto di parità per i minori e le donne lavoratrici, art. 37.
Questi “riformatori” non sono persone dementi. Tutte le competenze che non sono dello Stato residualmente sono delle Regioni. Ebbene, questi diritti fondamentali che dovrebbero essere assicurati dallo Stato passeranno integralmente sotto l’assicurazione delle Regioni! A questo punto, quale sarà l’essenziale, minima, tutela di questi diritti, che la Corte Costituzionale ha dichiarato essere diritti di “natura essenziale”?
Basterebbe solo questo per far capire come questa “riforma” Costituzionale deve essere decisamente bocciata e, nel contempo, deve essere ripreso quel discorso fondamentale di tipo solidaristico, regionale ed interregionale, e non i principi che tendono ad atomizzare e a decelerare quei processi della struttura fondamentale dello Stato che si fondano sull’obbligo di rimozione da parte dello Stato di tutti gli ostacoli allo sviluppo organico ed armonico in tutti i settori della persona, non del cittadino, ma della persona umana!

Intervento di don Albino Bizzotto, dei Beati Costruttori di Pace

Desidero solamente fare un richiamo ed esprimere una proposta.
Voglio riferirmi alla relazione introduttiva fatta da Luigi Ficarra, sulla quale io non concordo sulla parte che riguarda la deriva culturale. Secondo me, il problema culturale non riguarda esclusivamente la destra; il mutamento culturale è già avvenuto all’interno di tutto l’arco costituzionale, anche nell’ambito del centro-sinistra.
Lo strappo della Costituzione da parte della sinistra è avvenuto in relazione all’art.11 sulla guerra (Kosovo). Il cambiamento culturale è evidente con gli attuali approcci al nuovo assetto della NATO, alla sua nuova costituzione e funzione.
Rispetto alla relazione fra governabilità e il sistema maggioritario non è stata la destra per prima a fornire delle proposte. Lo stesso vale per la questione del lavoro: la legge Treu ha costituito un inizio di rottura. Non parliamo poi dell’impostazione data alla Commissione Bicamerale e del rapporto con l’istituzione giudiziaria.
Io credo che il problema culturale oggi si ponga nei confronti della modernità e della governabilità, e questo problema, purtroppo mi dispiace dichiararlo, è costituito anche dalla supponenza dei “professori della politica” a sinistra, che sono inamovibili! Ecco, questa questione io la sento molto forte, e quindi il problema non è soltanto riposto a destra.
Veniamo alla proposta. A questa seduta partecipano persone molto autorevoli, ed io desidero comunicare loro un mio problema. In questa campagna elettorale io non conosco quali sono i programmi e i progetti della sinistra su questi temi essenziali. Si continua a ripetere che non si vuole rispondere a Berlusconi, ma che si desidera parlare alla gente. Però, io non ho notato se e come la Costituzione sia stata introdotta nelle priorità di questa campagna elettorale da parte delle forze politiche a sinistra. Io propongo che voi, dall’alto della vostra autorevolezza, lanciate un forte monito a questi politici per decisivi interventi affinché la questione Costituzionale entri nelle priorità politiche. Fino a questo momento non ho sentito nessuno dichiarare questa come una priorità, si dichiarano tante intenzioni a non entrare in uno scontro dialettico con la destra, ma non si sente alcuno parlare della priorità di salvare la nostra Costituzione.

Intervento di replica dell’avv. Luigi Ficarra

Ringrazio don Albino e l’avv. Lovatini per avere ripreso e trattato a fondo il tema della Costituzione materiale nei loro interventi, e i loro argomenti vengono da me condivisi completamente.
La nostra Costituzione è stata considerata come la Costituzione più avanzata nell’Occidente democratico. Ricordo che la Magistratura Francese ha preso a modello la nostra Costituzione quando esprimeva l’esigenza di autonomia, quell’autonomia che la Magistratura Italiana aveva visto riconosciuta dalla Costituzione del 1948.
Giustamente il prof. Lanaro ci ricordava che la nostra Costituzione è un “programma politico” rivoluzionario solo parzialmente attuato e disatteso nei suoi principi fondamentali, ed io ho aggiunto che serve ancora una battaglia di lunga durata per la sua completa attuazione.
Questa lotta di lunga durata non si esaurisce nel referendum del prossimo giugno, perché i problemi prospettati sono enormi. Pensiamo solo allo stravolgimento dell’art. 11 della Costituzione messo in atto dalle forze politiche di governo e con il consenso di quasi tutto l’arco parlamentare..
È una battaglia culturale contro il primato dell’impresa, contro il primato dell’azienda, contro il primato del mercato; l’assolutismo del mercato non è una questione nata in questi ultimi dieci anni, ma data dall’inizio degli anni Ottanta, e in modo radicale dopo l’ottobre del 1980, dopo le grandi battaglie sindacali e la rottura del patto sindacale.
Ma per avere la prospettiva di vincere questa battaglia, perché la Costituzione materiale si adegui alla Costituzione formale, perché i principi di questa Costituzione diventino veramente la Costituzione vivente, la Costituzione reale, occorre bloccare questo progetto di “riforma” che instaura un assolutismo.
Voglio aggiungere una piccola annotazione al discorso del prof. Lanaro. È vero quello che è stato affermato su Pietro Calamandrei rispetto all’art. 1 Cost., ma in seguito Giorgio La Malfa, che si muove politicamente ormai nell’ambito dello schieramento della destra, ha ribadito la necessità e la volontà di modificare l’art. 1 proponendo di alterarne il testo, affermando che “l’Italia è una Repubblica fondata sull’impresa”. E questa proposta ha trovato tanti consensi!

Intervento di replica della prof.ssa Carla Carlassare

Volevo sottolineare come il discorso di don Albino Bizzotto vada preso nella opportuna considerazione, in quanto è importante mettere in risalto che siamo in presenza di un orribile progetto di “riforma”. Però, come tutti abbiamo ribadito in precedenza, certe idee, piano piano, si sono fatte strada. Non possiamo ignorare che queste idee culturali si sono imposte ed è per questo che la mobilitazione è indispensabile. Non è necessario solamente vincere il referendum, che a mio parere è senza ombra di dubbio già vinto, è importante essere in tanti per far capire a chiunque ci governerà che noi questa Costituzione la vogliamo salvare, perché tuttora ne condividiamo i principi e i valori.
Assolutamente bisogna ribadire che la Costituzione materiale non è la Costituzione vivente.
Quando noi parliamo di Costituzione materiale non parliamo di quello che avviene e di come sia stata deformata la Costituzione, parliamo di Costituzione materiale nel senso di Mortati, cioè parliamo dei principi, dei valori, degli interessi delle forze dominanti, cioè di chi è riuscito ad imporsi e strutturare quella Costituzione.
Io credo che quei principi, valori, interessi siano ancora validi, ed allora non è poco importante segnalare a chiunque ci governerà che per noi la questione è irrinunciabile, che vogliamo che le forze politiche ne parlino; esigiamo che su questo punto si scoprano, perché alcune cose sono state decise malissimo anche dal governo di centro-sinistra, precedentemente al governo Berlusconi.
Io ho dichiarato sempre il mio forte dissenso e ho lottato contro la “forma di governo delle Regioni”, in quanto costituisce lo stesso modello che adesso è stato riportato in questa “riforma”:
il Presidente che praticamente ha pieni poteri, il Consiglio Regionale pressoché silente, le minoranze ininfluenti e prive di voce in capitolo. Francamente, questo punto va ridisegnato completamente!
Tanti hanno definito la nostra Carta Costituzionale come la più bella del mondo, ma non siamo riusciti ad applicarla interamente. Visto che non siamo riusciti ad attuarla come si doveva, mi viene da pensare che adesso con una scorciatoia si pensa di scavalcarla.

Intervento conclusivo di Domenico Gallo

Il confronto e la discussione di oggi sono stati bellissimi.
Dobbiamo essere orgogliosi della nostra Costituzione e dobbiamo capire che i mali vengono da lontano e non provengono tutti da questa destra selvaggia che in questo momento ci governa.
Siamo in presenza di un indebolimento dei valori, che ha avuto il suo inizio con la non osservanza dell’art.11 Cost., è avvenuto un indebolimento della democrazia che si accompagna ad un indebolimento del principio di rappresentanza innescato con l’introduzione del sistema maggioritario, quando questo sistema è stato fatto passare addirittura come una conquista popolare.
E allora, noi siamo costretti a lavorare controcorrente!
Alcune delle proposte peggiori, che sono contenute in questo progetto di “riforma”, in parte si trovavano in precedenti progetti di “riforma”, portati ad elaborazione poi nel corso di questa legislatura.
Porto come esempio la sfiducia costruttiva nell’ambito della maggioranza, che era già prevista nella “bozza Amato”: la sfiducia costruttiva viene votata dai soli parlamentari della maggioranza, mentre quelli della minoranza devono tacere perché privi di diritti.
Per fortuna, questa proposta è stata eliminata dal programma dell’Ulivo, c’è stato un ripensamento, e credo che questo ripensamento sia dovuto anche alla mobilitazione crescente, che esiste anche a livello di base del popolo Italiano, sul patrimonio Costituzionale.
Sicuramente gli Italiani stanno cominciando a preoccuparsi e ne abbiamo i riscontri. La cosa bella di questa disorganizzatissima campagna di raccolta delle firme è stata che, a fronte dello scarso impegno delle macchine dei partiti, tanti cittadini anonimamente si sono impegnati e spontaneamente si sono recati presso le segreterie comunali a firmare, portando un contributo di sessantamila firme che si sono aggiunte alle altre raccolte presso i banchetti, a raggiungere la quota di quasi un milione di firme.
Indubbiamente esiste la possibilità che la battaglia possa continuare, perché esiste un diffuso sentimento popolare per cui la gente cerca di recuperare le radici del proprio vivere insieme, come comunità politica organizzata. Tante sono le persone che cercano di recuperare i valori, non nel senso del Presidente del Senato Marcello Pera, quelli della guerra di civiltà, ma i principi fondamentali sui quali ci siamo organizzati, i beni pubblici repubblicani, perché l’uguaglianza, l’istruzione, la sanità, la pace, la protezione dall’arbitrio e dal potere sono beni pubblici repubblicani. Questi beni pubblici repubblicani ci sono stati lasciati in eredità, dopo essere stati conquistati come frutti di lotte durissime, di grandi tragedie storiche, non solo dalla nostra Resistenza, la nostra Costituzione viene da più lontano.
Ebbene, noi a questi beni pubblici repubblicani ci siamo affezionati e non possiamo e non vogliamo perderli! Costituiscono il patrimonio che ci hanno lasciato in eredità i nostri padri, e che noi dobbiamo consegnare intatti ai nostri figli. Altrimenti, a questi nostri figli cosa andremo a consegnare?
Dobbiamo portare avanti questa battaglia con orgoglio, sicuri che il 25 giugno 2006 sarà come un nuovo 25 aprile 1945, che attraverso questo voto non solo verrà gettata nella spazzatura della Storia questo dissennato disegno costituzionale, ma si darà una nuova legittimazione, una nuova vita, una nuova forza alla nostra Costituzione Italiana e ai suoi valori fondanti. E questo, proprio per far saltare quelle idee di “grande riforma” che il pensiero debole, in questi anni anche a sinistra, ha costruito, senza nulla realizzare, ma che ha aperto la strada alla controffensiva della destra, che noi rintuzzeremo con forza il 25 giugno. Vi ringrazio.

Intervento della prof.ssa Giuliana Beltrame, consigliere comunale di Padova

Dato che è stato fatto notare come pochi siano stati i giovani che si sono recati ai tavoli per firmare e che questo forse è dovuto ad un loro stato di indifferenza e di non cultura rispetto alla questione Costituzionale, causato dal fatto che la Costituzione e l’educazione civica non sono materie di studio nelle scuole, devo confermare che con la riforma Moratti è stato eliminato lo studio del Diritto dall’organigramma delle materie scolastiche, fatta eccezione per un corso unico in abbinamento con lo studio dell’Economia negli Istituti Tecnici Commerciali. Anche questo è decisamente significativo!
Io credo che il problema fondamentale per quel che concerne questo referendum costituzionale non sia tanto quello di vincerlo, penso anch’io che la vittoria sia sicura, ma che i problemi arrivino più tardi, proprio a causa di quella cultura diffusa che bene avete qui stigmatizzato.
Richiamo solo un esempio: nessuno parla della legge elettorale, che è in assoluta linea e sintonia con questa “riforma” della Costituzione.
La “riforma” della Costituzione, grosso modo, manda a casa il Parlamento, l’attuale riforma elettorale manda a casa gli Elettori. Da un lato, esiste una concentrazione del potere decisionale nelle mani del Capo del Governo, dall’altro nelle Segreterie dei Partiti.
Io penso che sarebbe più opportuno parlare di “designazione” e non più di “elezione” dei futuri membri del Parlamento.
Io credo che questo sia uno degli argomenti di cui tenere in massimo conto, proprio nell’ambito di quella cultura che ci ha regalato la sinistra, con Massimo D’Alema alla Commissione Bicamerale, che ha reintrodotto il premio di maggioranza, inserito nel 1924 da Mussolini e cacciato dalla porta come “legge truffa” nel 1953, e fatto accettare come normale e in funzione del sistema maggioritario.
Reputo che questo sia il problema, ci fanno accettare come normali le loro “riforme”. Lampante esempio di questo è che ci hanno fatto accettare come normale la “riforma” scolastica del Ministro dell’Istruzione Giovanni Berlinguer, che ha acquisito ed inserito nel sistema scolastico nazionale il sistema delle scuole private, senza porre alcun paletto e stravolgendo l’art. 33 Cost. che recita “senza oneri per lo Stato”, e noi finanziamo queste scuole con le nostre tasse.
Penso che tutti questi siano i temi da tenere presenti per il dopo, e questa sarà la parte decisiva del lavoro politico che bisognerà affrontare.

Intervento dell’avv. Francesco Brunello

Voglio esprimere una mia riflessione, un pensiero in pillola, che però può portare in qualche modo ad una sintesi di quella che può essere la percezione che l’uomo della strada riceve di questa “riforma”, nel caso in cui venisse definitivamente approvata, ma anche nel caso contrario di ripulsa, perché ormai il messaggio è stato dato. Ed è questo: parto proprio dall’idea dei rapporti e dei poteri del Presidente del Consiglio, il Primo Ministro, in ordine allo scioglimento della Camera.
Ora, Beccaria scriverebbe un libello, “dei simulacri e delle apparenze”, nel senso che con l’apparenza di garantire la “governabilità” si trasforma il Parlamento in un simulacro, in qualche cosa di inutile, anzi in un ostacolo, in una palla al piede dello stesso interesse del popolo.
Quindi venga restituito all’intero popolo il potere di eleggere una nuova Camera, così deve sembrare almeno in apparenza, con un gesto puramente simbolico di trasmissione del potere al popolo, così come recita l’art. 1 della Costituzione.
Ora ci troviamo davanti ad una apparenza evidente, il potere assoluto risiede nelle mani del Primo Ministro e non del popolo, ma anche ad un messaggio culturale che passa nella testa della gente comune, messaggio che indica come il Parlamento possa essere, diventi necessariamente, un ostacolo alla “governabilità”. E che la volontà del Parlamento, e di coloro che sostengono la legittimità del Parlamento a discutere e a risolvere le crisi politiche all’interno di questo che è l’unico organismo della rappresentanza, sia in realtà la volontà di sottrarre il potere al popolo, e quindi in qualche modo sia un limitare anche l’articolo fondante della Costituzione.
È un messaggio culturale che, valutato sotto l’aspetto antropologico-culturale, diventa fondamentale ed è deleterio perché corrisponde a qualcosa che va ben oltre a quelli che possono essere i pur negativi effetti dell’approvazione e dell’entrata in vigore di una Costituzione di questo tipo.

Intervento conclusivo del prof. Silvio Lanaro

Telegraficamente voglio concludere con due osservazioni.
La prima, che mi preme molto, riguarda il fatto che non sussisteva alcun bisogno, questo inchiodiamocelo bene nella testa, di votare quello sciagurato articolo della vecchia “riforma” del centro-sinistra, quando la Costituzione già afferma che lo “Stato riconosce e promuove le autonomie locali”. Questo mi sembra del tutto bastante.
La seconda osservazione riguarda un aspetto fondamentale, che vorrei non venisse fatto cadere, non andasse perduto, del discorso fatto oggi dal dott. Calogero, ricollegando l’art. 139 all’art. 1 della nostra Costituzione. Se esiste un caso in cui quel programma politico che era la Costituzione Repubblicana non è stato realizzato è proprio questo, perché oggi in Italia il termine “repubblicano” significa “non monarchico”, non corrisponde al significato che ne danno, ad esempio, i Francesi che contiene un insieme di connotazioni comprensive, tanto profonde e partecipate.
Se colleghiamo l’articolo sulla immodificabilità della forma repubblicana dello Stato all’art. 1 sulla Repubblica democratica fondata sul lavoro, otteniamo un chiarissimo esempio di un vuoto normativo che passa ancora attraverso la carenza o la insufficiente soddisfazione dei diritti sociali, quei diritti sociali che erano stati già ampiamente previsti e codificati da un testo costituzionale come quello della Repubblica di Weimar, un testo che ci può sembrare archeologico, ma che archeologico propriamente non è.

FINE DELLA REGISTRAZIONE DEGLI INTERVENTI

Nota finale del curatore

Mercoledì, 10 maggio 2006, è stato eletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sono risultate tattiche poco limpide sia la candidatura di Massimo D’Alema sia il suo ritiro a favore del nuovo eletto. Ma la mossa che il segretario dei Ds Piero Fassino ha fatto verso Silvio Berlusconi tramite la sua intervista al “Foglio” non fa parte più di una tattica sotto banco, ma di un mercato a cielo aperto del tutto illecito, prova ne sia del mutamento culturale e del disprezzo verso la Costituzione di questa classe politica, ben stigmatizzati negli interventi precedenti.
Il segretario dei Ds chiede infatti i voti della destra per il suo candidato offrendo in cambio quattro impegni programmatici che questi prenderebbe. L’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida subito ha denunciato questa come una manifesta violazione delle regole, perché in Italia il Capo dello Stato non viene eletto in base ad un programma, ne’ può formulare programmi. Il suo ruolo è di garante della Costituzione, non è un ruolo di indirizzo del governo.
Nell’offerta di Fassino si prefigura una Repubblica presidenziale o una dualità di poteri. Da tempo questi sono gli obiettivi dell’on. Silvio Berlusconi, sulla base del progetto di costituzione formulato dalla Loggia P2. Forse siamo stati informati che questi sarebbero anche gli obiettivi nell’animo dei Democratici di sinistra che li vanno negoziando nel modo più extraparlamentare possibile sulle pagine del “Foglio”?
Esaminiamo l’offerta di Fassino.
Primo, viene garantito che il “suo” Presidente non permetterà interferenze fra giustizia e politica: allora avevano ragione Previti e Berlusconi a dire che ci sono state!
Secondo, si garantisce che il nuovo Presidente opererà per la più grande convergenza in politica estera con la Casa delle Libertà, dopo che l’Unione aveva dato assicurazioni di essere contraria alla guerra in Iraq e all’unilateralismo degli Stati Uniti, per il ritiro immediato delle truppe da quello scacchiere, in modo da rattoppare la lacerazione dell’art. 11 della Costituzione, in completo contrasto con il centro-destra. Il maggiore partito del centro-sinistra, mentre si rimpatriano i corpi delle nostre inutili vittime, cerca convergenze politiche con questi devastatori costituzionali.
Terzo, questione più grave: Fassino promette una revisione della Costituzione “per completare la transizione italiana” assieme alla destra, e gli uomini politici di destra non perdono l’occasione di far sapere come Massimo D’Alema, fin dai tempi della Commissione Bilaterale, sia il loro più credibile interlocutore. Fassino pensa forse che gli Italiani vadano alle urne il 25 giugno per respingere l’attuale “riforma” costituzionale, per poi progettarne un’altra, magari con l’apporto della Lega, che in cambio riceverà il compenso di una opportuna “devoluzione”? Sembra proprio di sì! Da ultime dichiarazioni sue e di Veltroni il tema ricorrente della “governabilità” e del “decisionismo” sono rispuntati, perché una democrazia compiuta, secondo questi signori, non può dirsi realizzata senza un premierato forte.
Quarto: come può impegnarsi il nuovo Presidente della Repubblica a sciogliere immediatamente le Camere in caso di crisi di governo, quando lo scioglimento è l’assoluto atto di cui sta al Presidente deciderne la convenienza e i tempi? L’art. 88 recita: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” La Costituzione non afferma che lo scioglimento deve essere automatico in caso di crisi di governo. Anche in questo caso Fassino non tiene in nessun conto la Costituzione.
Rossana Rossanda ha scritto su “il Manifesto”: “Non penso che sia stata una trovata del solo Fassino. Certo i Ds non lo hanno ne’ smentito ne’ corretto. Vuol dire che quale che sia il Presidente della Repubblica che uscirà eletto, salirà al Colle con questo mandato del maggior partito della sinistra? Prodi si è limitato a sorridere e non commentare. Non ci siamo mai illusi sulla democrazia rappresentativa, ma ci sono dei limiti alla decenza che è pericoloso superare”.
La prof.ssa Carlassare con forza ha ribadito che “i principi della nostra Costituzione sono ancora validi, ed allora non è poco importante segnalare a chiunque ci governerà che per noi la questione è irrinunciabile, che vogliamo che le forze politiche ne parlino; esigiamo che su questo punto si scoprano”. Con amarezza devo constatare che si sono scoperte in un modo inaccettabile, e quindi la battaglia per la difesa della Costituzione, che non è una battaglia di retroguardia di nostalgici conservatori, sarà lunga e dura e orientata all’attuazione decisa del suo programma politico.

a cura di Curzio Bettio (Soccorso Popolare di Padova)

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