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Crisi delle classi medie e crisi del bipolarismo in Europa

Contributo scritto di Marco Veruggio al seminario su globalizzazione e bipolarismo del 21 maggio 2006

(28 Maggio 2006)

Parto dal dato elettorale italiano. Come interpretarlo? Aldilà delle chiacchiere sul “paese spaccato” a metà (se fosse finita 51 a 49 non sarebbe stato spaccato?) c’è una chiave d’interpretazione che mi sembra più realistica e più interessante. Berlusconi ha perso ma Prodi non ha vinto. E se è così ciò significa che gli italiani hanno bocciato entrambe gli schieramenti. E’ ovviamente un dato che risulta dalla somma di milioni di scelte individuali prese in qualche misura senza sapere con precisione cosa avrebbero fatto tutti gli altri (fatta eccezione per la piccola cerchia di parenti, amici e conoscenti di ciascuno). E quindi il singolo elettore ha in realtà voluto bocciare solo il candidato che non ha votato. Ma la risultante delle due forze sommandosi ha dato approssimativamente zero e ciò ha un significato che la politica ha l’onere di interpretare. A mio avviso come una bocciatura del bipolarismo. Non c’è una maggioranza vera di elettori che si senta rappresentata da uno dei due poli.

E’ un fenomeno soltanto italiano? Direi proprio di no. Non c’è soltanto il caso tedesco, che sarebbe l’esempio più facile da citare. In Gran Bretagna ad esempio il duopolio dei laburisti e dei conservatori vacilla da qualche anno a causa del ritorno dei liberaldemocratici. Come in Francia le ultime elezioni presidenziali, nel 2002, hanno visto affrontarsi al ballottaggio Chirac e Le Pen, cioè due candidati appartenenti allo stesso emisfero parlamentare. Questa situazione può essere considerata sotto molteplici punti di vista. Ne prendo in considerazione due – che mi sembrano strettamente correlati – e lo faccio enunciando due tesi: la crisi del bipolarismo in Europa è legata
alla situazione di stallo nel processo di integrazione europea
al precipitare di una crisi sociale in cui le classi medie giocano un ruolo importante.

Sono due affermazioni che non hanno la pretesa di esaurire un fenomeno che è assai complesso. Ne colgono semplicemente due aspetti a mio avviso centrali ma che certamente vanno collocati in un contesto più ampio.

L’integrazione europea sotto scacco

Il bipolarismo (abbinato al maggioritario) è l’espressione di una democrazia fondata sull’idea della governabilità piuttosto che sull’idea della rappresentanza che prevale invece in un sistema elettorale proporzionale. La governabilità si otterrebbe attraverso una semplificazione del quadro politico giocata sull’alternanza di due poli, coincidenti con un partito progressista e uno conservatore (modello anglosassone) o con una coalizione (come nel caso italiano) in cui comunque solitamente è presente un partito più grande che svolge il ruolo di guida. In questo modo si eliminano, anche attraverso l’introduzione di apposite soglie di sbarramento, piccole formazioni che rappresentano interessi particolari o difficilmente omologabili e svolgono un ruolo di “disturbo”. In Italia la riforma elettorale in senso maggioritario è avvenuta in seguito al referendum del ’93, cioè poco prima dell’accesso nel regime di Maastricht (patto di stabilità propedeutico all’unificazione monetaria). E viene presentata proprio come un necessario adeguamento ai sistemi elettorali delle “grandi democrazie occidentali” come ad esempio gli Stati Uniti. L’Italia non è il solo paese europeo dove negli ultimi 10 anni sono state approvate riforme elettorali in senso maggioritario (e quindi bipolare). In Germania il maggioritario è stato introdotto con la riforma elettorale federale del 1999. In Francia le leggi n. 696 e n. 697 del 2003, le cui disposizioni entrano progressivamente in vigore e saranno recepite interamente dall'ordinamento nel 2010, hanno modificato la ripartizione dei seggi per il Senato (riducendo il numero di senatori eletti con il sistema proporzionale) e utilizzato meccanismi di sbarramento che penalizzano le piccole formazioni. Insomma l’era del maggioritario coincide con l’era di Maastricht e dell’euro (in Italia spesso siamo all’avanguardia nel farci del male per primi). La spiegazione è abbastanza semplice: il capitalismo europeo, come i capitalismi nazionali, ha bisogno anch’esso di governabilità e per ottenerla ha cercato di uniformare per quanto possibile i sistemi di governo dei paese aderenti. Del resto anche a Bruxelles si fa strada una logica bipolare. La fila di partiti e partitini che confluiscono nei gruppi storici del Pse e del Ppe ne è la conseguenza. In Italia An, Fi, Udc e Margherita sono collocati o ambiscono a collocarsi nel pe. Mentre Ds, Sdi e Italia dei Valori (lista Occhetto-Di Pietro) coabitano nel Pse.

Quindi non è strano se la crisi europea del bipolarismo si manifesta contesualmente allo stallo del processo di integrazione europeo. Uno stallo che è testimoniato da un deficit di consenso popolare manifestatosi nel modo più palese nei referendum costituzionali francese e olandese del 2005. In Francia il sì ha raccolto consensi soprattutto nei distretti cittadini ad alto reddito (Parigi 66,5%, Strasburgo 62,84%, Lione 61%). Per il "no" hanno votato soprattutto i francesi dei sobborghi poveri e delle regioni ex industriali e rurali. Un deficit che tuttavia si manifesta sotto le spoglie di uno scetticismo che sfiora la disaffezione anche all’interno delle classi dominanti. Emblematico il titolo di Limes 1/2006: “L’Europa è un bluff”. L’editoriale inizia in modo icastico: “L’Europa doveva abolire la storia. La storia ha abolito l’Europa.” Un processo di integrazione tra Stati con livelli di sviluppo differenti come Francia, Germania e Italia da una parte e Ungheria, Slovenia e Slovacchia dall’altra, ha un costo sociale elevato anche per i paesi più ricchi. Cito l’esempio italiano. Uno dei requisiti richiesti ai territori per accedere ai cosiddetti fondi strutturali è un reddito medio pro capite inferiore al 75% di quello europeo. L’ingresso dei paesi dell’est seguito all’allargamento a 25 dell’Ue comporta quindi che dai prossimi anni gran parte delle aree del nostro Mezzogiorno non avrà più diritto a tali finanziamenti. Situazioni di questo tipo scatenano ovviamente una serie di resistenze anche in settori di classe dominante che vengono colpite nei propri interessi.

2) IN questo senso – com’è ovvio – la crisi politica del processo di integrazione europeo ha un fondamento sociale. Louis Chauvel in un breve saggio pubblicato qualche settimana fa su Le Monde (e che abbiamo tradotto in italiano su resistenze.blog.tiscali.it) mette in relazione i due aspetti, sottolineando in particolare il ruolo giocato in questo scenario (e nella fattispecie in Francia) dalla crisi delle classi medie: “Questo fenomeno è una delle spiegazioni dei sussulti politici avvenuti da circa cinque anni. I comportamenti politici di una classe media senza prospettive sono per natura instabili, come aveva dimostrato Theodor Geiger nel 1932 a proposito del caso tedesco. Se il referendum europeo del 29 maggio 2005 ha messo in evidenza questa nuova angoscia delle classi intermedie (e più in particolare di quelle che lavorano nel settore pubblico), che hanno ritrovato nel no le classi popolari, la vicenda del Cpe ha fatto capire la richiesta di soccorso delle nuove generazioni.” Anche in questo caso è interessante notare come in questi mesi anche la politica italiana abbia dedicato a quello stesso soggetto – le classi medie – grande attenzione. La campagna elettorale appena conclusa può essere definita un grande (tentativo di) arrembaggio alle classi medie da parte di entrambe gli schieramenti in corsa.

La ragione è abbastanza semplice. La crisi capitalistica che ha aggredito l’economia mondiale, ma in cui l’Europa rappresenta l’anello debole (così come l’Italia è l’anello debole dell’economia europea) ha come naturale conseguenza una forte polarizzazione sociale. In altre parole: chi stava meglio sta sempre meglio, chi stava peggio vede le proprie condizioni precipitare ulteriormente. Chi sta in mezzo – a parte gli strati apicali – tende a sentirsi risucchiare verso il basso. Chi sta sopra lo schiaccia, chi sta sotto lo sente come un peso oltre che come un corpo estraneo. Per questo – come dice Chauvel – le classi medie “non hanno prospettive” e tendono ad avere un comportamento “politicamente instabile”. E per questo è più difficile portarle sotto la propria egemonia anche perché si trovano al confine tra gli opposti schieramenti e una minima oscillazione può far oltrepassare loro il confine in una direzione o nella direzione contraria. In questo senso la crisi della classe media è un potente fattore di instabilità del quadro politico, perturba il bipolarismo e rappresenta quindi un ostacolo alla governabilità.

Il bipolarismo d’altro canto si basa – so di essere schematico – sulla possibilità di attrarre un settore maggioritario di classe media nel campo della classe operaia (centrosinistra) oppure nel campo della grande borghesia (centrodestra). Quando tale schema va in crisi la soluzione più semplice è quella di una rottura del bipolarismo stesso. In Italia oggi a questa situazione – che è presente – si aggiunge anche un quadro di guerra civile in seno alla grande borghesia, di cui gli scandali bancari dell’estate scorsa e quelli calcistici di questa primavera rappresentano diversi capitoli. Una guerra civile anch’essa prodotta da una crisi che intensifica gli scontri per la spartizione dei profitti, assottigliati dalla recessione, minacciati dall’inflazione, dall’aumento dei prezzi del petrolio e delle fonti di energia, dalla minaccia di un crollo del dollaro e della borsa (o se vogliamo di una maxicorrezione dei listini come dicono alcuni con formula più edulcorata) che si fa sempre più ricorrente negli articoli degli analisti economici. La via d’uscita maestra è quella delle larghe intese, che naturalmente si può tradurre in diverse varianti. Quella che mi sembra più gettonata consiste nell’emarginazione di Berlusconi e di Prodi (e D’Alema) e nella loro sostituzione con una nuova leva di dirigenti più convintamene liberisti e più favorevoli all’internazionalizzazione delle imprese e delle banche (Fini e Casini, Rutelli e Veltroni). Cui si accompagna il taglio delle estreme (Lega e Pdci, Verdi, Prc). Ma anche l’allargamento dell’attuale maggioranza sotto la guida di un Prodi che, per non farsi emarginare, le larghe intese le farebbe lui, non è un’ipotesi da scartare. Ovviamente sono scenari costruiti su schemi e vaticini di un aruspice. Il loro valore consiste nel cercare di individuare linee di tendenza che naturalmente possono materializzarsi in diversi modi. E anche essere smentite dall’emergere di fatti imprevisti. L’avvento di una fase di ripresa economica che viene annunciata da qualche settimana potrebbe essere un fattore dirompente e salvifico per il bipolarismo europeo. Ma purtroppo per il bipolarismo europeo mi sembra che al momento sia più una speranza che una realtà.

Credo anzi che i tempi per una rottura del bipolarismo (che sia da destra o da sinistra dipende sostanzialmente da qual è il soggetto che la promuove) stiano maturando abbastanza velocemente. Il che non significa naturalmente che la rottura ci sarà a prescindere da un intervento politico soggettivo. Come inserirsi in questo scenario è appunto il grande interrogativo, su cui certamente vi sono punti di vista differenti. Non è tanto argomento da convegni quanto da congressi o da assemblee e sarà parte del nostro dibattito e del nostro intervento nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Un dibattito e un intervento che dovranno svilupparsi sulla base dei riscontri oggettivi e di una verifica delle ipotesi che oggi mettiamo in campo. In una discussione che dovrà necessariamente proseguire e aggiornarsi

Genova 16 maggio 2006

Marco Veruggio – Segreteria regionale Prc-Se Liguria
Area congressuale III Mozione

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