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Difesa della democrazia e rilancio della lotta di classe.

Contributo scritto dell'Associazione comunista "Il pianeta futuro" di Pisa al seminario su globalizzazione e bipolarismo del 21 maggio 2006

(28 Maggio 2006)

DIFESA DELLA DEMOCRAZIA E RILANCIO DELLA LOTTA DI CLASSE.
RESPONSABILITA’ E RUOLO DEI COMUNISTI NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE E NEI MOVIMENTI SOCIALI


PREMESSA

Le energie prevalenti della campagna elettorale dell’Unione sono state concentrate nell’obiettivo primario di sconfiggere Berlusconi, indicato come il male peggiore per l’Italia. In base alla condivisione di questa analisi da parte dei comunisti prima del PdCI e adesso del PRC si è determinata l’alleanza organica dell’Unione.
Condividiamo l’analisi che Berlusconi abbia rappresentato in questi anni l’elemento intorno a cui si sono coagulate la volontà vendicatrice della borghesia verso le classi popolari con la demagogia populista e le ideologie razzistiche buone per distogliere le masse dai loro reali interessi di classe. Tuttavia, vi è una domanda in sospeso che va riproposta proprio adesso che l’Unione ha vinto le elezioni e si appresta a governare: se era necessario cacciare Berlusconi, è però sufficiente questo per rilanciare un processo politico e sociale che renda i lavoratori e i settori popolari protagonisti del rilancio democratico del nostro paese senza che subiscano nuovamente le imposizioni del padronato e della borghesia?

Pur ponendosi come “contrapposizione” nella logica maggioritaria e formalmente bipolarista, l’Unione non rappresenta un’alternativa economica e sociale reale, poiché il baricentro dell’alleanza politica di centrosinistra sta proprio nella volontà di rappresentare i settori di capitalismo e padronato nostrani organizzati in Confindustria, anche dei suoi settori più attivi nella concentrazione economico-finanziaria e speculativa (fino all’appoggio incondizionato ai vari “capitani coraggiosi” o “corsari”, da Colaninno a Fiorani, a Consorte a Ricucci, abbandonati poi repentinamente sull’orlo del baratro delle loro vicende penali!). La composizione del neo Governo Prodi rende evidente questo aspetto: il Ministero dell’Economia a Padoa Schioppa (liberista, convinto sostenitore del ‘mercato’ e vicino a Confindustria), la sottrazione del Lavoro al PRC (su cui ha posto il veto sempre Confindustria) e la sua attribuzione a Damiano, evidenziano da subito come non vi sarà alcuna inversione di tendenza, ma anzi una più efficace e determinata spinta verso le politiche di restaurazione capitalistica e di ‘modernizzazione’ liberista e neoimperialista.
Questo baricentro dell’Unione trascinerà inevitabilmente le strutture sindacali confederali (ben liete di esservi trascinate, beninteso) in una riedizione della concertazione che nel decennio appena trascorso ha permesso il massacro di diritti, salari e occupazione per i lavoratori, mentre nel contempo non ha limitato minimamente i profitti aziendali e le rendite speculative e finanziarie.

LA RISTRUTTURAZIONE DELLO STATO

Se si affronta il tema della pubblica amministrazione, non si può dimenticare che i processi di privatizzazione e svendita delle aziende pubbliche e di disimpegno dello Stato dai servizi sociali sono stati avviati massicciamente dal centrosinistra che rivendica la “modernizzazione” attuata dai governi Prodi e D'Alema, inclusi i processi di esternalizzazione e di privatizzazione con la scusa inconsistente della necessità di migliorare i servizi e renderli più efficienti (cosa che si sta rivelando ovviamente una assoluta falsità).
Nel programma dell’Unione si sostiene che alcuni servizi e beni non possono essere privatizzati (passo in avanti significativo), ma nello stesso tempo si individuano alcune priorità alquanto discutibili, collaudate da anni nelle amministrazioni locali e regionali governate da centrosinistra (con la variabile, talvolta in maggioranza e talvolta all’opposizione, di Rifondazione Comunista) che vanno dalla introduzione del modello manageriale e aziendalistico, sempre più pervasivo nella Pubblica Amministrazione, agli incarichi ad esterni per le consulenze tecniche, dalle privatizzazioni dei servizi -con le conseguenti perdite di occupazione e di salari per gli addetti- alle spese eccedenti da tagliare che non ci viene spiegato quali siano; ma soprattutto cala il silenzio su quanto accaduto negli ultimi 15 anni: le colpe delle inefficienze ricadono tutte ed esclusivamente su Berlusconi, che certo del suo in negativo ne ha messo in abbondanza, ma si tace che il centrosinistra ha navigato nella medesima direzione per anni.

IL PROGETTO ECONOMICO-SOCIALE DELL’UNIONE

”Prima il risanamento” è lo slogan dell'Unione, in seguito verrà la distribuzione dei redditi. Quindi una nuova stagione di sacrifici si profila all'orizzonte, giustificata con il rilancio dell'economia messa in ginocchio dalla sciagurata gestione personal-aziendalistica del governo Berlusconi. I grandi proclami di Bertinotti che nel nuovo programma dell’Unione si sarebbe superata la logica dei due tempi saranno sottoposti alla verifica dei fatti, qualora vincesse il centrosinistra e si formasse un governo guidato da Prodi.
D’altronde, il patto siglato dalla Cgil con L'Unione, "per affrontare con successo la concorrenza globale" consiste in una nuova stagione di concertazione, di politica dei redditi, di introduzione di ulteriore flessibilità e precarietà nel mondo del lavoro: l’impegno comune delle forze politiche, sindacali e sociali, è per la costruzione di un “nuovo Welfare”, nelle forme di una grande concertazione allo scopo di eliminare ogni elemento di conflitto sociale e di rivendicazione radicale.
Lo scopo di questa nuova stagione di concertazione si salda alle analisi della crisi italiana: all'Italia si imputa l’incapacità di adattamento ai grandi cambiamenti internazionali, una economia stagnante e poco innovativa. Per l'Unione, il rilancio dell'economia si ottiene attraverso una sinergia tra aziende, pubblica amministrazione e virtuosità governativa, cioè una variante complessa e più articolata del principio della sussidiarietà e delle privatizzazioni dell’amministrazione e dei servizi pubblici; tuttavia, non si fa cenno a quali dovrebbero essere le priorità e gli interessi fondamentali, dato che il Programma non lo dice, mentre si ripetono in ogni pagina i soliti temi (innovazione, modernità, efficienza, ricerca) cari alla borghesia.
Se la crisi della economia italiana è rappresentata dal nanismo e dal familismo, le ricette vincenti sarebbero quelle di un capitalismo moderno coniugato ad un sistema solidaristico, mentre si rimuove il problema della precarietà della forza lavoro e dello sfruttamento anche nel terzo settore: non si parla infatti di eliminazione della Legge 30 (detta strumentalmente “Biagi”), ma di un suo “superamento”, che ambiguamente significa la conservazione di molte delle forme di lavoro precario, con qualche ritocco normativo che possa dare l’illusione di una spinta riformatrice.
Il rilancio delle strutture capitalistiche nazionali va comunque inserito nel quadro neo-imperialista europeo ed internazionale: ulteriore elemento di ristrutturazione capitalistica per l’Unione sarebbe la trasformazione delle Regioni in agenti commerciali all'estero (approfondendo ancora di più la disgregazione federalista dello Stato), mentre esplicitamente si parla di liberalizzazione dei servizi pubblici, di un sistema bancario e di credito (magari ancor più concentrato, come ha suggerito il neoDirettore di BankItalia Draghi) in stretta connessione all'ambito produttivo, ed infine dell’esigenza di agganciarsi alle grandi reti europee (TAV e scempi ambiental-urbanistici compresi).
Per la previdenza si tornerebbe alla Legge Dini, ribadendo la centralità del sistema di calcolo su base contributiva (meno vantaggiosa del restributivo) e soprattutto intensificando la previdenza complementare e lo scippo del TFR al quale un eventuale Governo di centrosinistra si dedicherà attivamente.
Infine, al centro dei pensieri dell'Unione c'è la famiglia a cui si elargisce un bonus bebè pari a 2500 euro (1000 era la promessa di Berlusconi per i nuovi nati nel 2006): si offrono soldi per i nuovi nati togliendo risorse ai servizi per la prima infanzia come gli asili nido pubblici.

LA POLITICA INTERNAZIONALE

La collocazione internazionale dell’Unione resta completamente nell’ambito dell’atlantismo e di quella politica preventiva “di pace” che indica nel ritorno all'ONU e nel suo potenziamento una soluzione. Ovviamente, si rimuove del tutto la questione che è proprio la politica imperialista Usa la causa oggettiva di ogni perdita di ruolo degli organismi internazionali, e che il perdurare di un’alleanza filo-atlantica comporta necessariamente una subalternità verso gli USA. Anche le posizioni espresse da Bertinotti (vedi Corsera, 5 marzo 2006) vanno nella direzione di una sostanziale subalternità agli USA, con una sorta di riedizione della politica estera da “prima Repubblica”, nel tentativo di conciliare filo-americanismo con l’attenzione al Mediterraneo, dove l'Italia vorrebbe giocare il ruolo di potenza egemone. Riportiamo le dichiarazioni di Bertinotti perché ci sembrano illuminanti: «Nel secolo scorso la discriminante in politica estera era il rapporto con gli Stati Uniti: c’era la visione atlantica, quella avversa e quella neutralista. Oggi la scelta è tra una politica estera che ridefinisce il Mediterraneo come mare di pace, in cui l’Europa riscopra la sua vocazione al dialogo». E più in là aggiunge: «Quello che mi preoccupa è la subalternità non all’America ma all’amministrazione Bush».
Nel merito, in caso di vittoria del centrosinistra il ritiro delle truppe dall'Iraq non sarebbe immediato, ma graduale e legato alla transizione democratica in Iraq stesso; verrebbe inoltre ribadita la lotta al “terrorismo”, espressione nella quale vengono comprese anche tutte le lotte antimperialiste dei popoli oppressi. Per quanto riguarda le basi militari USA/NATO, questo capitolo non è neppure nell’agenda futuribile di un governo dell’Unione.
Infine, verrebbe rilanciato il Nuovo Modello di Difesa all'interno del quadro europeo, con il potenziamento di un esercito professionale composto da truppe addestrate ad interventi rapidi nelle zone di crisi (le operazioni di peace-keeping evocate da Martini?).
L’unione garantirà dunque la piena lealtà agli Stati Uniti, con una politica aggressiva di marca imperialista europea: altro che impegno di pace!

IL PROGRAMMA DELL’UNIONE: RISTABILIRE IL POTERE DEL GRANDE CAPITALE

Se la priorità della fase è quella di cacciare Berlusconi, va tuttavia riconosciuta la necessità per i comunisti di discriminare tra le politiche ed i suoi obiettivi. In tal senso vanno distinti liberismo, riformismo keynesiano e socialdemocratico dall’anticapitalismo generico e da quello comunista che traccia una transizione al socialismo.
Il programma dell’Unione rappresenta dal punto di vista economico-sociale un organico disegno di ristrutturazione del capitalismo nazionale nel quadro moderato, liberista e neo-imperialista dell’Unione Europea, con la scelta classista di rappresentanza politica principalmente di Confindustria e la riattualizzazione della politica, falsamente solidale, neoconcertativa; tuttavia, neppure le priorità del PRC, né tantomeno del PdCI, rappresentano in alcun modo una prospettiva di transizione al socialismo, neppure nel senso soft dell’introduzione di “elementi di socialismo”. Se poi si guarda al riformismo socialdemocratico, non sono previste “riforme strutturali” tali da far pensare ad un ruolo dello Stato come strumento di programmazione economica, ma neppure di redistribuzione; anche nella versione “debole”, keynesiana, il riformismo non pare sfiorare l’Unione, che si presenta semmai come una variante articolata, organica e complessa del liberismo (con gli obiettivi di privatizzazioni e di liberalizzazioni del mercato).
Gli aspetti introdotti dalla cosiddetta “sinistra critica/radicale” sono marginali, importanti ma non tali da determinare uno spostamento degli equilibri della coalizione a sinistra; semmai, si tratta di una “limitazione del danno”, che rende la sinistra di classe (o il suo simulacro) sempre più subalterna alle logiche del capitale nella fase della globalizzazione imperialistica.
In crisi la forma dell’unilateralismo oltranzista e reazionario statunitense, si ripresenta la gestione dei conflitti e della governance imperialistica planetaria come multilateralismo, nel tentativo disperato di ripristinare un equilibrio tra gli USA, l’Europa, la Russia ed i paesi asiatici (Cina in testa). Occorre dunque al capitale, dopo la fase acuta della guerra voluta a tutti i costi dagli USA di Bush e della lobby petrolifera, tornare alla gestione dei conflitti in maniera più diluita, attraverso la strategia della guerra a bassa intensità (se così si possono definire le guerre dei Balcani e nella ex-Yugoslavia). L’Unione garantisce dunque al consorzio europeo, pur senza rompere il legame strettamente filostatunitense, una gestione più attenta al quadro dell’UE, già incrinato dalla politica più atlantista che europeista dell’Inghilterra di Blair.

APRIRE LE CONTRADDIZIONI

L’esperienza nei governi Prodi e D’Alema (dal lavoro interinale alla guerra in Jugoslavia) dimostrano eloquentemente l’impossibilità per i comunisti di modificare le scelte governative sulle questioni determinanti come quelle della pace, del lavoro, del salario, dei diritti collettivi: i comunisti non sono riusciti neppure ad incidere nella difesa della Costituzione, vista la ferita inferta dal centrosinistra con la modifica del Titolo V sul federalismo.
La subalternità dei due partiti comunisti istituzionali (PRC e PdCI) è ormai dimostrata nei fatti: citiamo solamente il mancato inserimento nel Programma dell’Unione dell’abrogazione della Legge 30 e della riforma Moratti, nonché del ritiro immediato “senza se e senza ma” delle truppe italiane dagli scenari di guerra , ad esplicitazione delle nostre affermazioni. Bisogna comunque evitare la facile tentazione di rifugiarsi esclusivamente nel lavoro sociale (necessario, ma non sufficiente) in mancanza di una organizzazione politico-sociale di classe con radicamento di massa.
Occorre dunque lavorare sulle e nelle contraddizioni che si agitano nell’Unione, ma soprattutto nel PRC e nel PdCI che, tra mille contraddizioni ed opportunismi, richiamando ancora ad un orizzonte di trasformazione sociale, intercettano compagni sinceramente comunisti, ma sempre più delusi e sconcertati dalle scelte politiche e dagli orientamenti generali delle proprie organizzazioni.
È una parte di questa base sociale di militanti, iscritti, simpatizzanti a cui dobbiamo rivolgerci, per intercettare le delusioni e le tensioni per le scelte economico-sociali e di politica estera che il governo dell’Unione dovrà fare per rispettare le compatibilità della fase economico-imperialistica attuale, sviluppando il malcontento e la delusione sociali che inevitabilmente l’Unione al governo susciterà.
Il PRC ed il PdCI rappresentano perciò il ventre molle della coalizione, l’anello debole (non per volontà dei dirigenti, ma per le contraddizioni politico-sociali che si apriranno con i propri referenti sociali) di una alleanza di governo in cui le ragioni dei comunisti non sono neppure state presentate ed il Programma non è che un elenco infinito di ritocchi generici e inconsistenti che non determineranno alcuno “spostamento a sinistra” dell’azione del governo di centrosinistra, ma solamente una gestione più efficiente della ristrutturazione capitalistica nel nostro paese.
Dobbiamo individuare ogni elemento che provochi dentro le istituzioni le contraddizioni che si potranno sviluppare nella società, con l’obiettivo di rompere l’alleanza interclassista (fatale per le classi subalterne) con il padronato.
Naturalmente, è necessario che le istanze anticapitalistiche dei movimenti, unite alla fase economico-sociale difficile, riacquistino la centralità che consenta una radicalizzazione di alcuni elementi politici (dentro e fuori le istituzioni) e soprattutto sociali, che riaccenda il conflitto sociale in modo da determinare la rottura da parte dei comunisti con il centro moderato e liberista dell’Unione.
Necessario dunque lavorare coerentemente per la ricostruzione di una nuova soggettività comunista, unica forza organizzata in grado potenzialmente di fornire orientamenti e obiettivi di rottura politica con il liberismo ad un movimento che deve radicarsi socialmente e riappropriarsi di una coscienza di classe senza la quale fermare la devastazione sociale ed ambientale dell’attuale sistema capitalistico non appare possibile.

DOPO LE ELEZIONI: DAL REFERENDUM PER LA COSTITUZIONE AL RILANCIO DELLA PRESENZA ORGANIZZATA DEI COMUNISTI NELLE LOTTE SOCIALI

La tornata elettorale non si conclude con le elezioni politiche di aprile: l’appuntamento successivo, oltre a quello amministrativo, è quello determinante del referendum di giugno per la bocciatura della riforma costituzionale voluta dalle destre. La devastazione che provocherebbe l’entrata a regime di quella riforma non è minimamente paragonabile a tutti i provvedimenti economico-sociali emanati in questi anni.
L’impegno deve dunque essere completo e senza esitazione per la buona riuscita del referendum, affinché sia bocciato lo smantellamento della Costituzione repubblicana.
Tuttavia, il nostro impegno come comunisti non si potrà fermare qui: occorrerà un ulteriore slancio perché anche le riforme volute dal centrosinistra, prima tra tutte quella del Titolo V che introduce il federalismo, siano ritirate.
Il vero problema è infatti che il progetto di affossamento della Costituzione dell’Unione è molto simile a quello del centro-destra: rafforzamento ulteriore degli esecutivi, premierato, annullamento dei poteri parlamentari (nel programma dell’Unione si fa solo riferimento a norme che tutelino contro la “dittatura della maggioranza”, in un Parlamento che verrebbe comunque reso subalterno agli esecutivi), negazione del pluralismo politico con la reintroduzione del sistema maggioritario, sbarramenti, ecc. La battaglia per abrogare la “devolution” rappresenta quindi solo l’inizio di una necessaria ripresa della mobilitazione per la difesa e il rilancio della Costituzione, contro l’autoritarismo liberal-liberista che entrambi i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra incarnano.
In questo quadro dobbiamo avere chiaro che la sorte dei principi fondanti la vita democratica repubblicana si giocheranno nei prossimi mesi, quando la questione della rielezione del Presidente della Repubblica si intreccerà in modo perverso con il risultato delle politiche e quello del referendum costituzionale: la difesa degli interessi delle classi subalterne e il rilancio di un progetto comunista avranno come primo banco di prova quello della difesa della Costituzione antifascista e della Repubblica fondata sul lavoro.

Dopo il 10 aprile sono arrivati i tempi delle scelte per i comunisti.
Se non ci sono le condizioni (e le volontà politiche) di un percorso organizzativo per la nascita di una forza comunista non organica all'Unione, sono invece maturi i tempi per la ricostruzione di una presenza coordinata dei comunisti nelle dinamiche di movimento per agire nelle contraddizioni.
Non crediamo necessario che gli elementi caratterizzanti dell’analisi e della pratica politica debbano essere prevalentemente ideologici, che relegherebbe i comunisti ad un ruolo di mera testimonianza marginale. Siamo invece convinti che i comunisti debbano muoversi sul terreno sociale, evitando di cadere nella logica dello scontro di piazza fine a se stesso, ma agendo per ricomporre settori sociali e rilanciare una proposta politica complessiva.
In questo senso vanno perseguiti alcuni obiettivi:
- la costruzione del sindacato di classe, a partire dai sindacati di base ed autorganizzati schierati in questi anni contro la concertazione e le organizzazioni sindacali subalterne alla Confindustria;
- il rafforzamento della solidarietà con i popoli che resistono;
- una battaglia culturale e politica che sappia costruire iniziative di massa contro il revisionismo storico e politico con percorsi che riattualizzino (e trasformino in iniziative politiche) i principi determinanti per i comunisti, l’anticapitalismo, l’antifascismo e l’antimperialismo.

POSTILLA POST-ELETTORALE

COME GLI ASSETTI POLITICO-ISTITUZIONALI DEL DOPO ELEZIONI CHIAMANO IN CAUSA LA SOGGETTIVITÀ DEI COMUNISTI.

Come da tempo andiamo dicendo l’entrata organica nel governo dell’Unione che, se durerà, sarà necessariamente il governo dei poteri forti dell’economia capitalista, dei due partiti che si dicono comunisti – Prc e PdCI – segna anche formalmente uno spartiacque e aprirà contraddizioni importanti che i comunisti non istituzionali devono saper cogliere in tempo.

La deriva delle classi dirigenti di quei due partiti viene da lontano e si è accelerata negli ultimi tempi: il PdCI nasce con la scissione già sotto il segno della compatibilità con gli obiettivi e le politiche che si candidano a rappresentare gli interessi dei settori forti della borghesia imperialista, la quale sotto l’egida del capitalismo temperato ha come suo programma strategico quello di annientare ogni opposizione sociale e politica al governo dell’impresa. Tentativi più o meno strumentali dei dirigenti del PdCI di apparire un po’ più antimperialisti rispetto ad altri sull’Iraq e la Palestina, cozzano col passato sostegno al governo che ha bombardato la Jugoslavia e col progetto di votare a favore del rifinanziamento della missione in Iraq. Per non dire che quel partito è nato portando con sé i funzionari sindacali e di partito più proni alla concertazione e alla collusione con i moderati nelle amministrazioni locali. Dall’altra parte il PRC ha sviluppato un percorso tra opportunismo e insipienza politica che è stato simboleggiato dalle varie svolte Bertinottiane (enfasi sul movimento dei movimenti, non violenza, banalizzazione della questione del potere e della libertà, ecc.) che riconducono, al di là del farsesco movimentismo, quel gruppo dirigente nell’alveo dell’Unione.

Ma non è un problema solo di gruppi dirigenti, una parte importante di iscritti, militanti, simpatizzanti e votanti di quei due partiti hanno subito una mutazione culturale e politica, sia a causa della forza dell’ideologia dominate, sia a causa dei tradimenti e degli opportunismi dei gruppi dirigenti, e sostengono di fatto la svolta governista.

Ma c’è anche una larga parte di compagni comunisti ancora legata a quei partiti che sta già entrando in fibrillazione e sempre più forti diventeranno le contraddizioni nei prossimi mesi. Ci sono poi migliaia di comunisti che seppur sparsi e frammentati continuano a sviluppare lotte e lavoro politico seguendo una teoria della prassi di classe e marxista. Ci sono poi ancora migliaia di comunisti che sono tornati a casa in questi anni, delusi e privi di riferimenti che permettesse loro di continuare la lotta militante. E poi ci sono ancora migliaia di compagni che, seppur non si dicono comunisti, lavorano politicamente sull’ambiente, contro la guerra, nei centri sociali, consapevoli che dentro la gabbia del modo di produzione capitalistico non si può dare una vera trasformazione.

Se le condizioni oggettive delle contraddizioni in atto sono quelle di cui voi parlate e che noi sostanzialmente condividiamo, la fase politica attuale richiede ai comunisti la capacità di indicare strategicamente un progetto di riunificazione nella teoria e nelle lotte che deve certo passare da una fase di “accumulo di forze” ma che non può essere rinviato sine die.

Si tratta di ri-assumere un atteggiamento strategico. Oggi anche le condizioni che attraversano queste diverse soggettività ci impongono di indicare strategicamente un primo traguardo di questo processo/progetto di riunificazione dei comunisti e delle forze anticapitaliste anche su un piano politico-organizzativo, che può vedere anche una serie di passaggi organizzativi intermedi.

Come comunisti abbiamo di fronte compiti enormi già nell’immediato: costruire una difesa e un rilancio della Costituzione che vada oltre il no al referendum e non cada nell’abbraccio mortale dell’Unione che ha in progetto controriforme istituzionali anche più gravi di quelle della destra politica; come rilanciare la lotta contro la guerra permanente e lo stato d’eccezione, contro il patriottismo dilagante costruito intorno ai nostri eroi uccisi dai terroristi in missione di pace, contro la crescita degli armamenti e delle servitù militari, già a partire dall’appuntamento del 2 giugno che dovrà vedere una mobilitazione di massa e non meri presidi simbolici.

Si tratta allora di prospettare pubblicamente l’apertura di una nuova fase, di una fase costituente di un nuovo partito comunista, chiedendo a tutti i soggetti in campo (ovviamente noi compresi) di abbandonare quegli atteggiamenti settari che caratterizzano storicamente i gruppi della sinistra comunista e di cimentarsi nella teoria e nella prassi nella costruzione di un cammino e di un progetto comune, indicando seppur in modo flessibile, tappe e tempi di questo percorso.

Reti e laboratorio di varia natura non sono più sufficienti, tanto meno sembrano utili le derive elettoralistiche, tipo quella Arcobaleno che sosterrà il “bolscevico” Veltroni nella sua campagna elettorale.
La costituzione del nuovo partito non la intendiamo come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza, uno strumento essenziale, per ricostruire l’unità dei comunisti e un nuovo blocco sociale anticapitalista all’altezza delle contraddizioni attuali.

Se non riusciremo a rispondere all’esigenza ormai diffusa e urgente di unificazione delle analisi e delle lotte in un vero partito comunista, rischiamo di assistere ad una nuova emorragia di compagni e militanti che torneranno a caso più soli e delusi che mai: i rischi della svolta reazionaria, magari sostenuta da ampi settori popolari, si faranno ancora più forti.
Siamo di fronte a responsabilità di fronte alle quali non possiamo abdicare.
Non possiamo continuare a pensare che in questa fase in Italia una teoria e una prassi marxista e di classe possa continuare stentatamente a sopravvivere nella frantumazione di gruppetti e riviste che non hanno alcuna possibilità, al di là della loro generosità, di incidere sullo stato di cose presenti, dove il comunismo è invece innanzitutto quel movimento che trasforma lo stato di cose presenti.

Associazione comunista "Il pianeta futuro" - Pisa

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