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L'Italia tripudia la guerra

L'Italia tripudia la guerra

(5 Novembre 2010) Enzo Apicella

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I nostri cari alleati

(10 Giugno 2006)

Tre anni dopo l’inizio dell’avventura irachena, George W.Bush e Tony Blair si sono ritrovati a Washington e in una conferenza stampa convocata per giovedì 25 maggio 2006 hanno cercato di ridurre i danni d’immagine causati da una guerra voluta fortemente dai loro governi e che ha contribuito ad un forte indebolimento della loro leadership.
Nelle ultime settimane il summit Bush-Blair era stato rimandato più volte, proprio perché per i due sarebbe stato indispensabile arrivare all’appuntamento con il governo Iracheno in grado di gestire, seppure in modo parzialmente autonomo, la sicurezza dello stato. Ma le aspettative dei “comandanti della Coalizione per la democrazia e la libertà nel mondo” sono andate continuamente deluse: a causa dei tanti contrasti interni tra le diverse fazioni, questo governo di Al Maliki, di “unità nazionale”, è nato e a tutt’oggi rimane privo dei fondamentali ministri degli interni, della difesa e della sicurezza nazionale.
Durante la conferenza stampa ai due capi di governo non è rimasto che ammettere una serie di errori.
Bush ha confessato la sua pretenziosità quando aveva promesso di “acciuffare tutti” i componenti della guerriglia irachena, usando espressioni gergali da saloon, tipo “prenderemo vivi o morti i ribelli”: “Era una frase troppo dura che ha mandato alla gente un messaggio sbagliato”.
Ma l’errore principale per Bush sarebbe stato quello relativo ad Abu Ghraib, lo scandalo delle torture sui prigionieri nel carcere di Baghdad per il quale, sempre secondo Bush, “stiamo ancora pagando un prezzo troppo alto”.
Per Bush, gli USA stanno pagando ancora un prezzo “troppo alto”! Ma in cosa consiste questo prezzo pagato per i 37 prigionieri morti sotto tortura?
Dal rapporto segreto del generale Antonio Taguba, che parla di “atti sadici, sistematici, criminali”, emerge che ad Abu Graib veniva applicato un sistema di torture ben articolato ed organizzato, che vedeva coinvolti militari e personale di imprese private, che avrebbe dovuto essere impegnato nella “ricostruzione” dell’Iraq “liberato”. Si apprende che fra i torturati vi erano anche donne e bambini. Si scopre che tra i torturatori c’erano anche medici che falsificavano i certificati di morte e rianimavano le vittime perché le torture potessero ricominciare. L’FBI ha divulgato un ordine esecutivo della Casa Bianca, quindi dello stesso Bush, che autorizzava l’uso delle torture. Lo stesso Rumsfeld, in visita ad Abu Graib, rivendica le torture e si complimenta con i carcerieri per il “magnifico lavoro”.
Il 10 settembre 2003, il generale Sanchez dirama la “Interrogation and Counter Resistance Policy”, nella quale viene così sintetizzata la procedura da seguire durante gli interrogatori: è necessario “l’uso dell’illuminazione, del calore, del cibo, dei vestiti, dell’igiene personale, delle condizioni delle celle, in modo da manipolare le emozioni e le debolezze dei prigionieri.” Al personale incaricato delle torture viene concessa carta bianca: “Rendetegli la vita un inferno, fategli desiderare la morte!”.
Per tutto questo, George W. Bush, qual’è il prezzo troppo alto che stai pagando?
Forse la caduta di credibilità politica della super potenza militare, ma la comunità internazionale dovrebbe esigere un ben diverso rendiconto, sarebbe giusto un atto formale di accusa da parte della Corte Internazionale di Giustizia contro l’amministrazione Bush e tutti coloro della Coalizione che hanno favorito la “guerra preventiva”, per crimini di guerra, contro l’umanità e la pace.
Secondo Blair, la stupidaggine più grossa era stata commessa con l’epurazione dai ranghi dell’esercito di Hussein degli ufficiali legati al precedente regime baathista e questo ha comportato la conseguenza “per cui oggi l’Iraq è un posto difficile, data la determinazione a sconfiggerci da parte dei nostri avversari.” Per Blair sarebbe stato più opportuno avvalersi dei servizi della dirigenza sunnita, laica, ben istruita, in grado di amministrare l’Iraq anche dopo la deposizione di Saddam.
Bush e Blair hanno anche ribadito la possibilità di un parziale ritiro delle truppe entro la fine del 2007. Bush ha dichiarato: “Desidero che le truppe rientrino, ma sono consapevole anche che dobbiamo finire il lavoro e completare la missione.” Una missione che ha cambiato obiettivo già tre volte: il primo obiettivo era la ricerca di armi di distruzione di massa mai trovate, il secondo consisteva nel recidere i presunti legami fra Saddam Hussein e Osama bin Laden assolutamente inesistenti, il terzo l’esportazione della democrazia in Iraq, che ha avuto come conclusione la frammentazione dell’unità della nazione, causando la morte di quasi 40.000 civili, vittime della guerra, di conflitti interni e di azioni terroristiche degli squadroni della morte, che giustiziano per le strade straziando i corpi.
E il fantasma nero della guerra civile fra sunniti, sciiti, curdi, aleggia ed incombe su tutto l’Iraq, ben manovrato dall’esperto Negroponte e dai suoi squadroni della morte.
Bush e Blair non hanno espresso il minimo dubbio sulla legalità di questa loro “missione di pace”, che però dimostra sempre più tutta la sua pretestuosità, fondata su un terreno inquinato da tante menzogne.
Non è poi male rinfrescare la memoria e ripassare una breve rassegna della lista infinita di queste menzogne

Breve rassegna di menzogne

“Assolutamente stabilito, ora non vi sono dubbi che Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa.” - Dick Cheney, 26 agosto 2002
"Ora è sicuro, l’Iraq sta espandendo e perfezionando impianti che vengono usati per la produzione di armi biologiche." - George W. Bush, 12 settembre 2002

"Se lui dichiara di non avere nulla, allora sapremo che Saddam Hussein ancora una volta sta ingannando il mondo." - Ari Fleischer, Capo Ufficio Stampa della Casa Bianca, 2 dicembre 2002
"Noi sappiamo per certo che là ci sono armi di distruzione di massa." - Ari Fleischer, 9 gennaio 2003
"I nostri servizi di intelligence valutano che Saddam Hussein sia in possesso di materiali per produrre più di 500 tonnellate di sarin, iprite e agente nervino VX." - George W. Bush, messaggio sullo Stato dell’Unione, 28 gennaio 2003
"Noi siamo a conoscenza che Saddam Hussein è determinato a conservare e a nascondere le sue armi di distruzione di massa, è determinato a fabbricarne di più." - Colin Powell, 5 febbraio 2003
"Noi abbiamo fonti che ci informano che Saddam Hussein ha autorizzato di recente i comandanti in campo delle forze Irachene all’uso di armi chimiche." - George W. Bush, 8 febbraio 2003
"I servizi d’intelligence hanno ricevuto da questo e da altri governi informative sicure che il regime Iracheno continua a possedere e tenere nascoste molte delle più letali armi mai progettate." - George W. Bush, 17 marzo 2003
"Bene, non abbiamo nessun problema ad affermare che abbiamo le prove e le informazioni che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa, in particolare di tipo biologico e chimico…tutto questo diverrà evidente nel corso dell’operazione, qualunque sia la sua durata." - Ari Fleischer, 21 marzo 2003
"Non vi è alcun dubbio che il regime di Saddam Hussein sia in possesso di armi di distruzione di massa. Durante lo svolgimento delle operazioni, queste armi saranno identificate, rintracciate, assieme a coloro che le hanno prodotte e che le custodiscono." - Gen. Tommy Franks, 22 marzo 2003
"Noi sappiamo dove sono. Si trovano nella zona attorno a Tikrit e a Baghdad, e a est, ovest, sud e a nord, dappertutto." - Donald Rumsfeld, 30 marzo 2003
"L’Iraq ha addestrato membri di Al Qaeda nella fabbricazione di ordigni esplosivi, di sostanze tossiche e di gas mortiferi." - George W. Bush, ottobre 2002
"Saddam Hussein aiuta e protegge i terroristi, e fra costoro i membri di al Qaeda." - George W. Bush nel messaggio del gennaio 2003 sullo Stato dell’Unione
"Inoltre, l’Iraq ha fornito ad Al Qaeda addestramento su armi chimiche e biologiche." - George W. Bush, febbraio 2003
"…collegamento infame fra l’Iraq e la rete terroristica di Al-Qaeda." - Colin Powell nel suo discorso davanti all’ONU prima della Guerra contro l’Iraq
"Abbiamo eliminato un alleato di Al Qaeda." - George W. Bush, maggio 2003
“Punto fermo è che gli Iracheni hanno fornito all’organizzazione di Al Qaeda informazioni e consulenze di esperti nella fabbricazione di ordigni esplosivi." - Dick Cheney, settembre 2003
"Saddam intrattiene un rapporto consolidato nel tempo con Al Qaeda, fornendo ai membri di Al Qaeda addestramento nell’ambito delle sostanze tossiche, dei gas e nella preparazione di armi convenzionali." - Dick Cheney, ottobre 2003
Dick Cheney, il 14 giugno 2004, affermava che Saddam "aveva da lungo tempo stabilito collegamenti con Al Qaeda."
George W. Bush, il 17 giugno 2004, dichiarava che "Io mantengo le mie ragioni, insistendo che vi era un collegamento fra l’Iraq e Saddam e Al Qaeda, dato che esisteva una relazione fra l’Iraq e Al Qaeda."
Richiamando un luogo comune tipicamente anglo-sassone, “comprereste a cuor leggero e pieni di fiducia un’automobile usata da costoro?”

I nostri cari alleati

Da subito è risultato palese che l’impresa irachena costituiva una missione sbagliata, che la guerra era decisamente illegale e che l’occupazione dell’Iraq da parte delle forze della Coalizione, che comprendono anche il contingente italiano, avrebbe scatenato la miseria, il sopruso, il terrore, la morte nei confronti delle popolazioni.
In Iraq non bisognava andarci e colui che ripete senza scrupoli la propaganda della “missione di pace” si rende responsabile della inutile morte di soldati italiani e di tanti cittadini iracheni.
Lunedì 5 giugno 2006, una bomba con comando a distanza distrugge un blindato italiano a 100 Km da Nassiriya, muore un militare della brigata Sassari, altri quattro rimangono seriamente feriti. Questo blindato fungeva da apripista di scorta ad un convoglio “logistico” Britannico. Era in missione di pace, o svolgeva una funzione di appoggio a belligeranti illegali? I nostri comandi militari avevano ricevuto dal Parlamento italiano questi incarichi di ingaggio? Il mondo politico esprime “unanime cordoglio”, ma tace su questa questione.
Parlano invece di piani di rientro dall’Iraq, ma non è ancora chiaro quali siano questi piani di ritiro di tutto il contingente , cioè quando finirà la nostra partecipazione a quella guerra sempre più sbagliata e tragica.
Il Presidente del Consiglio Romano Prodi ribadisce nelle aule Parlamentari che “i terroristi non detteranno l’agenda del rientro”. Di quali “terroristi” sta parlando? Chi attacca un convoglio militare di un esercito di occupazione deve essere definito un “resistente” che agisce legittimamente per liberare la propria terra dagli aggressori, questo anche secondo le norme internazionali, non un “terrorista”.
Evidentemente, il nostro Presidente del Consiglio ha introiettato naturalmente il linguaggio e le definizione dei nostri cari alleati.
Saranno invece i veri “terroristi”, coloro che hanno bombardato ed invaso una nazione sovrana in pieno contrasto con il Diritto Internazionale, coloro che imprigionano e rapiscono e torturano in nome della “democrazia e della libertà”, coloro che davanti ai consessi internazionali hanno mentito e spudoratamente ancora mentono, che ci detteranno l’agenda del rientro!
Prima, il ministro degli esteri Massimo D’Alema volerà a Baghdad per prendere contatti con il governo Iracheno, il “legittimo governo iracheno”, un governo fantoccio della Coalizione occupante, e presterà orecchio alle richieste, soprattutto economiche, degli iracheni, più che avanzare proposte.
La sua manifesta proposta, in perfetta continuità con quella del governo Berlusconi, ben espressa dall’ex ministro della Difesa Antonio Martino, è sempre quella di convertire le nostre truppe di occupazione in truppe di controllo e di sostegno per i futuri “ricostruttori”.
“Non scappiamo”, aveva detto l’ex ministro della Difesa Martino a Nassiriya, il 17 maggio 2006, ultimo giorno del governo Berlusconi. Ma così si è espresso ieri, 6 giugno 2006, anche il neo segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Franco Giordano: “Non si vuole abbandonare l’Iraq, ma oggi vanno pensati interventi civili concertati con tutta la comunità internazionale”. Che strana convergenza!
Ed è vero: è pronta “Nuova Babilonia”, la missione civile con un capo italiano, un vice statunitense e 600 soldati. Stefano Chiarini de il manifesto rivela che Antonio Martino, nella sua ultima dichiarazione da ministro della Difesa, “ha ribadito il progetto destinato a ‘coprire’ con la nostra bandiera il protettorato USA sulla Mesopotamia: riduzione da 2.600 a 1.600 uomini entro giugno e a fine anno il passaggio da “Antica Babilonia” a “Nuova Babilonia” lasciando a Nassiriya circa 600 uomini”.
Chiarini rileva la fretta con la quale il governo di centrodestra uscente e gli alti comandi dell’esercito hanno proceduto, prima della formazione del governo Prodi, a creare l’infrastruttura della nuova missione. “Il Team provinciale per la ricostruzione di Nassiriya comincerà ad operare ai primi di giugno e sarà pienamente operativo già a metà del mese prossimo. A capo della nuova struttura ci sarà un funzionario del ministero degli esteri italiano con due vice, un ufficiale italiano e un “civile” statunitense. Come sarà possibile portare avanti questo lavoro, visti i fallimenti precedenti e per più in una situazione ancora più deteriorata sotto il profilo della sicurezza e con una componente militare ridotta a soli 600 uomini non è dato sapere. L’unica certezza è che si metteranno a repentaglio inutilmente le vite di tanti nostri concittadini civili e militari”.
Dovrebbero rimanere in Iraq anche i militari italiani presenti presso il Comando Britannico della divisione multinazionale zona sud-est e quelli presso il comando Multinazionale delle Forze in Iraq a Baghdad: in tutto circa 166 uomini, oltre ai militari che operano a Baghdad presso il Centro NATO di Addestramento.
Sempre l’ex ministro Martino era stato molto chiaro: “Intendo ancora una volta rassicurare le autorità irachene: noi non ce ne andiamo, non scappiamo, non ci ritiriamo. Cambia solo la natura della missione: finora è stata prevalentemente militare, dall’inizio dell’anno prossimo sarà prevalentemente civile”. In altri termini, “un semplice cambiamento di pelle”, commenta Chiarini. La nuova missione italiana ruoterà attorno ad una “micidiale miscela di “civile e militare” facente capo al Team di Ricostruzione Provinciale (PRT) di Nassiriya, costruito sul modello degli analoghi organismi messi in piedi in Afghanistan dalla NATO”.
Ma questi, grosso modo, sono i futuri progetti di politica estera per l’area Irachena espressi anche dall’attuale ministro D’Alema e riportati nel programma elettorale dell’Unione!
Chiarini si sofferma pure su questi PRT: “Non si tratta di truppe lasciate a proteggere i ‘civili’, ma piuttosto di uno strumento che garantisce l’inserimento della struttura militare nell’area di operazioni cercando di darle legittimità e di ridurre al minimo gli attriti con la popolazione e la società locale. È una struttura mista con componenti civili e militari ma all’interno di un progetto che è sempre quello dell’occupazione militare a guida USA e del sostegno ai governi e ai governatori fantoccio locali i quali, senza le forze occupanti, non potrebbero più continuare nei loro traffici illeciti, se non nei loro crimini”.
In buona sostanza, si metterà a punto una polizia internazionale, con partecipanti italiani, a difesa di obiettivi strategici di dominio e della speculazione internazionale sul territorio Iracheno!
Il 16 del prossimo giugno, il ministro degli esteri Massimo D’Alema si incontrerà a Washington con la Segretaria di Stato Statunitense Condoleeza Rice nel segno di un “cambiamento di strategia” politica e militare nello scacchiere del Medio Oriente, sempre più instabile. Resteremo ancora in Afghanistan a fare la guerra, camuffati da “missionari di pace”, dove le truppe italiane senza i requisiti minimi di sicurezza sono coinvolte in un conflitto sempre più sanguinoso e del tutto fuori dalla nostra Costituzione?
Cambiano i governi, ma l’atteggiamento nei confronti dei nostri cari alleati Statunitensi e Britannici è sempre costante, supinamente quello di una “totale fedeltà”, che non deve e non può mai essere messa in discussione, e sempre in una posizione gerarchicamente inferiore anche nell’ambito Nato, dell’Alleanza Atlantica.
Ormai la Nato proietta la propria forza militare al di fuori dei propri confini, non solo in Europa, ma anche in altre regioni del Grande Scacchiere, come in Afghanistan, sotto la leadership degli Stati Uniti.
La Casa Bianca ha affermato che “la Nato, come garante della sicurezza europea, deve svolgere un ruolo dirigente nel promuovere una Europa più integrata e sicura.” I governi italiani si sono immediatamente adattati a questa promozione di integrazione! Dunque un’Europa stabile sotto la Nato e la Nato stabilmente sotto gli Stati Uniti. Il tutto, nel quadro di una leadership globale che gli Stati Uniti devono avere, con la capacità di continuare ad esercitarla.
Per contribuire alla stabilità Europea, per sostenere i vitali legami transatlantici, e per conservare il loro predominio, gli Stati Uniti devono mantenere in Europa quasi 100.000 militari in basi opportunamente dislocate, collegate fra loro da “corridoi” che consentano scambi militari ad “Alta Velocità”.
Lo Stato Italiano, all’interno di questa “Santa Alleanza”, a parere degli Stati Uniti e dei nostri governanti, vedrà lo sviluppo completo della sua identità, della sua sicurezza, della sua difesa, ora minacciate da “terroristi globali di una civiltà inferiore! ”
Ma siamo proprio sicuri che le vere minacce all’integrità dei nostri territori e del nostro modello di vita arrivino da questi fantomatici nemici esterni?
Analizziamo di seguito la questione.

Il nuovo ruolo delle basi Statunitensi in Italia

Le forze Statunitensi sono in una fase di ridislocazione dall’Europa settentrionale e centrale a quella orientale e meridionale, e quindi le basi USA e Nato in Italia sono in uno stadio di ristrutturazione e potenziamento per la loro funzione di trampolino di “proiezione di potenza” dell’impero Statunitense verso l’Africa e il Medio Oriente.
Il rapporto ufficiale del Pentagono “Base Structure Report “ del 2003 descrive nei dettagli le dimensioni della presenza militare Statunitensi nel nostro Paese: l’esercito degli Stati Uniti possiede in Italia oltre 2.000 edifici su una superficie di più di un milione di metri quadrati e ha in affitto circa 1.100 edifici, con una superficie di 780 mila metri quadrati. Il personale si aggira sulle 20.000 unità, fra 16.000 militari e 4.000 civili.

L’aeronautica USA ha base soprattutto ad Aviano, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In questa base sono depositati ordigni nucleari di tipo convenzionale, e il nostro governo dovrebbe imporre il loro smantellamento, ma non lo fa e non ci sono positive prospettive a riguardo, e vi sono schierate la 31.esima Fighter Wing e la 16.esima Air Force, con in dotazione i caccia F-16 e F-15. Da Aviano vengono pianificate e condotte operazioni di combattimento aereo anche in Medio Oriente.

La marina USA ha trasferito il suo quartier generale in Europa da Londra a Napoli, con area di responsabilità che comprende i tre continenti Europa, Asia ed Africa, il Mar Nero e il Mar d’Azov, su cui si affaccia la Russia. La marina Statunitense ha una base aeronavale a Sigonella e una alla Maddalena, base di appoggio per i sottomarini di attacco nucleare. All’inizio della Seconda Guerra del Golfo, i sottomarini USA della base della Maddalena hanno attaccato dal Mediterraneo i vari obiettivi Iracheni con missili da crociera.
A Taranto esiste il quartier generale della High Readiness Force Marittime, una forza marittima di rapido spiegamento inserita nella catena di comando del Pentagono. Sempre a Taranto è presente un centro di comando e di intelligence del Pentagono, un centro della marina USA per la “inter-operabilità dei sistemi tattici”, nodo dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, e spionaggio.

L’esercito USA ha proprie basi in Toscana e in Veneto. A Camp Darby, presso Livorno, vi è la base logistica di rifornimenti per le forze terrestri e aeree impegnate nelle zone del Mediterraneo, e del Medio Oriente.
A Vicenza, alla Caserma Ederle è stanziata la 173.esima Brigata aviotrasportata, che nel marzo 2003 è stata lanciata per prima sul Kurdistan Iracheno
Tutte queste forze e basi Statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale Italiano. Da mezzo secolo siamo un Paese a sovranità limitata!

Veniamo alla base di Vicenza.

Che succede a Vicenza?
Gli Americani si apprestano a realizzare un disastro ambientale di notevoli proporzioni, con la devastazione conseguente dei territori circostanti, mediante la trasformazione della loro attuale base presso la Caserma Ederle nella loro piazzaforte europea, base di lancio potenziata per le attuali e future aggressioni.
Francesco Rutelli ha confermato questo in Parlamento, rispondendo il 31 maggio 2006 ad una interrogazione del democristiano Fabris.!
Il vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli, pressato dal democristiano Fabris che lo interrogava, ha confermato finalmente in maniera ufficiale che l'amministrazione americana, con l'assenso del governo e delle autorità italiane, ha deciso di rafforzare la loro piazzaforte di Vicenza. Anche l'aeroporto civile Dal Molin a nord della città passerà sotto controllo USA.
Una nuova grande caserma sorgerà ai suoi limiti, sempre per la 173.esima brigata aviotrasportata airborne, gli sky soldiers, già molto famosi per avere invaso il nord dell’Iraq con la più grande operazione di paracadutisti e che fra le altre imprese hanno “arrostito” i figli di Saddam Hussein, durante un conflitto a fuoco.
La nuova caserma avrà dimensioni enormi, con la conseguente devastazione dei territori destinati a questa ristrutturazione. Addio polmoni verdi per la città!
Quello dunque che veniva tenuto nascosto, ora è confermato. In questo contesto, risulta preoccupante che il potere militare sia riuscito a svincolarsi dal controllo politico. In nome della “sicurezza”, il Parlamento Italiano si ritrova ad essere tenuto all’oscuro di scelte di estrema importanza e privato della sua capacità di controllo su quello che succede nel campo della militarizzazione del Paese.
Scelte importanti come la trasformazione delle basi militari e il loro potenziamento piovono dall’alto senza il benché minimo coinvolgimento delle rappresentanze nazionali, regionali e locali.
In questo caso sembra che lo stesso Governo non sia a conoscenza dei termini esatti dell’accordo segreto di trasformazione di Camp Ederle; certamente il Parlamento non è stato interpellato su una scelta che cambia radicalmente il ruolo militare delle forze Statunitensi in Italia.
La militarizzazione accentuata del Veneto e del Friuli, come se la struttura militare si ritenesse in grado di agire in maniera indipendente dal potere politico e dalla volontà delle popolazioni, esposte anche a rischi di incidenti nucleari (ordigni nucleari ad Aviano!), avviene con modalità arroganti in spregio alle istituzioni locali e al Parlamento stesso, che è all’oscuro dei termini dell’accordo per la base di Vicenza, accordo segreto firmato dagli Stati Uniti e dai rappresentanti del Pentagono e non si sa chi in rappresentanza dell’Italia. Si dice, con l'assenso del governo e delle autorità italiane. Dove sono gli atti governativi in merito? Chi sono stati i rappresentanti del governo o le autorità italiane che hanno apposto la firma, e che se ne devono assumere la responsabilità ? Forse lo stesso Silvio Berlusconi in persona? Non si sa, e non si deve sapere!

La presenza americana verrà raddoppiata e si parla di 4000 uomini almeno, lo afferma il generale americano a due stelle Jason Kamya, durante la visita ufficiale al sindaco di Vicenza, Enrico Hüllweck, una delle personalità della politica amministrativa italiana più vicine a Silvio Berlusconi, che nel gabinetto del sindaco di Vicenza trovava collaboratori di eccezione.
Il sindaco Hüllweck e il suo assessore ai trasporti Claudio Cicero sono veri patiti delle grandi opere, in particolare del TAV.
Pochi giorni prima di andarsene, Berlusconi aveva fatto approvare i progetti del TAV su questa tratta, con grande gioia del sindaco Hüllweck che sbandiera i 115 milioni di euro di impegno di spesa, che dovremo sborsare noi contribuenti, per far attraversare Vicenza dal TAV attraverso un lunghissimo condotto, un tubo di cemento di una ventina di chilometri, con contorno di tutto uno spreco di sventramenti sotterranei, bretelle autostradali, supertangenziali.

Esiste uno stretto collegamento fra TAV e installazioni militari USA e Nato.
Questa tratta del TAV, parte importante del corridoio 5, va di concerto con l'ampliamento dei siti Nato, si configura come una bella lancia imperialista, i suoi bordi sono costellati di basi militari, il raddrizzamento della linea ad Alta Capacità lambisce l'aeroporto nucleare di Ghedi, il comando Nato del Garda e di Verona, Camp Ederle a Vicenza, e passa non lontano da Istrana e dalla superbase nucleare di Aviano, che e' collegata con una bretella alla linea principale.
Una linea ferroviaria ad alta capacità e ad alta velocità, che corre dal Portogallo agli Urali, consentirà un rapido smistamento di truppe e materiale bellico in tempi brevissimi, per le eventuali necessità di arrecare la “democrazia” nelle varie parti di Europa e verso il Medio ed Estremo Oriente.
Non va dimenticato l'insediamento, sempre a Vicenza, della Gendarmeria Europea e che fra la Gendarmeria Europea e gli Americani sono in corso trattative per la costruzione di un carcere di massima sicurezza.
Evidentemente il contesto del Veneto e Vicenza, un contesto fondamentalmente di centro-destra e nord-leghista, deve far sentire gli Statunitensi assai sicuri, come a casa loro, per concentrare in quest’area tante loro attività e tanta logistica. Da ricordare, come esempio di ambiente favorevole, che a Vicenza operavano e forse operano ancora le società che assumevano mercenari per l'Iraq (ricordiamo Quattrocchi e compagni) e per altre zone di guerra in giro per il mondo. Queste società risultavano servirsi come copertura o come infiltrazione iniziale di società, enti, ponti umanitari. Le espressioni politiche di sinistra hanno fatto ben poco per dimostrare la loro avversione alla presenza Statunitense e della Nato su questo territorio e così, al crescere della macchina militare imperialista. capita che gli Americani non solo restano, anzi raddoppiano la loro presenza e ben accetti possono andarsene a massacrare tranquilli nel grande Medio Oriente.
Tanto a noi che ci frega: abbiamo lo spritz!

Scrive Gian Marco Mancassola su “Il Giornale di Vicenza” del 31 maggio 2006: “Vicenza is the right place”. Vicenza è il posto giusto, dicono gli americani, per sviluppare le loro infrastrutture militari. Così la pensa Jason Kamiya, generale a due stelle, che ha fatto visita al sindaco Enrico Hüllweck, nello studio di palazzo Trissino, per fare il punto sulla trasformazione dell’aeroporto “Dal Molin” in una caserma gemella della Ederle. Nell’aria c’era ancora l’eco delle polemiche politiche seguite alla fuga di notizie dei giorni scorsi. Il numero uno degli americani a Vicenza ha quindi voluto incontrare il capo dell’Amministrazione comunale, per provare a serrare le fila in vista della volata finale. Con il sindaco Hüllweck, c’era l’assessore ai Trasporti Claudio Cicero. Con il generale Kamiya, il comandante italiano della Ederle colonnello Salvatore Bordonaro e il consigliere politico del comando Setaf Vincent Figliomeni. Una nuova Ederle. Il generale spiega che Vicenza è il luogo ideale per i loro progetti di sviluppo, “perché l’ambiente è molto favorevole”. Nel suo incipit, Kamiya ricorda quanto i vicentini hanno fatto e dimostrato durante le missioni dei parà nel mondo. Poi puntualizza: “La nuova caserma non sarà nulla di diverso dalla Ederle. La struttura sarà nettamente separata dall’aeroporto civile. Dal “Dal Molin” non partiranno azioni di guerra. L’unico nostro aereo che atterrerà e decollerà è un apparecchio da sette posti. Non ci sarà quindi alcuna interferenza. Il nostro disegno è di creare edifici rispettando le distanze dalla pista”.
Questo significa che Aviano resta l’aeroporto per le missioni americane, mentre al “Dal Molin” verrà creata una caserma “gemella” rispetto alla Ederle, con il medesimo impatto sulla città. E a proposito di impatto, il generale conferma la “disponibilità a migliorare i progetti, soprattutto dal punto di vista della viabilità”.

Chi controllerà l’impatto ambientale che colpirà le popolazioni locali, provocato dall’ampliamento di questa base militare Statunitense in Italia? Spesso si è assistito in circostanze analoghe alla costituzione di commissioni di controllo con membri del ministero della Difesa nelle posizioni più importanti e chiuse alla partecipazione dei rappresentanti e degli esperti della società civile. E questo non fornisce garanzie di indipendenza!

L’accordo. La domanda che circola con maggiore insistenza in città è: a che punto è l’operazione? C’è stato un accordo fra Amministrazione Bush e Governo Berlusconi? Di questo, ad esempio, si è parlato alla Camera, dove l’on. Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur, ha chiesto al Governo di conoscere se corrisponde al vero l’esistenza di un accordo, o quantomeno di un impegno formale, tra il Governo italiano e quello Statunitense per la cessione dell’utilizzo dell’attuale aeroporto militare “Dal Molin”. La risposta che dà l’assessore Cicero è: “Siamo a buon punto, c’è un accordo che sta sopra a tutti noi. Ora deve essere formalizzato dal nuovo Governo Prodi”.
Da queste affermazioni ne deriva che il potere militare è svincolato dal controllo politico.
Allora, esiste un accordo che viaggia sopra le teste dei rappresentanti politici italiani, a vantaggio esclusivo dei nostri cari alleati, che è in attesa di una conferma puramente formale delle amministrazioni locali.
Il colonnello Bordonaro conferma che il progetto è stato giudicato fattibile dal precedente Governo. L’eventuale firma finale fra Roma e Washington avverrà in ogni caso dopo il pronunciamento del Comipar, il comitato misto-paritetico regionale, che si riunirà a metà giugno. Con tutta probabilità, la Giunta Berica si riunirà prima, per votare un documento con cui accoglie favorevolmente il progetto di trasformazione dell’aeroporto, in modo da superare il parere tecnico negativo già inviato dall’Edilizia privata. «Per me fa già fede il voto sugli ordini del giorno presentati in Consiglio comunale, dove la maggioranza ha respinto tutte le proposte negative», commenta il sindaco Hüllweck.

I lavori. Se il cerchio quadrerà secondo la tabella di marcia delineata ieri a palazzo Trissino, i progetti esecutivi saranno pronti entro la fine del 2006 e poi ci saranno le autorizzazioni per avviare i cantieri, che valgono quasi 300 milioni di dollari. “Inizieremo nel 2007 - conferma il generale - per completare tutto entro il 2011. Oggi i soldati presenti a Vicenza sono fra i 2 mila e i 2.500. Una volta completata la nuova base saranno 4 mila, più o meno il doppio. Considerando anche le famiglie, le presenze americane saranno fra le 7 e le 8 mila in tutto”.

L’indotto. Dopo il vertice, Hüllweck presenta un quadro decisamente diverso rispetto a quello a tinte fosche disegnato dopo il dibattito in sala Bernarda, che lo aveva indotto a pensare a un referendum popolare. “L’operazione è un’occasione importante, presenta aspetti positivi che non possiamo ignorare. Primo fra tutti quello economico. Basti pensare che soltanto alla Ederle lavorano più di 700 vicentini. C’è una prospettiva di ulteriore crescita, con un volume di investimenti notevole. Ma se l’operazione non va in porto, c’è il rischio di perdere anche la Ederle, per un fenomeno di trascinamento”.

Così come un tumore, la militarizzazione si innesta dove si manifesta più debolezza sociale ed economica, con l’illusione falsa di arrecare prosperità e ricchezza. Ancora adesso ci sono riscontri che la presenza militare in un territorio non porta guadagno per nessuno, anzi in alcuni casi si è perso in termini di salute e impatto ambientale. Nello specifico di Vicenza, la presenza militare ha portato una limitata ed effimera crescita occupazionale, non duratura e non in grado di generare un reale sviluppo economico. Camp Ederle è una base quasi del tutto auto sufficiente, che scambia economicamente con il territorio in modo trascurabile, e non porta introiti fiscali per l’amministrazione locale. Si tratta in genere di servizi fragili, come ristorazione, locazione, manutenzione, non in grado di sopravvivere ad un futuro trasferimento del personale della base, che non portano niente in termini di sviluppo locale, essendo di fatto a sé stanti, mentre una base militare tanto ampliata potrebbe avere caratteristiche ben poco rassicuranti sulla popolazione.

La nascita di comitati spontanei di cittadini che si oppongono alla presenza e alla ristrutturazione delle basi militari in Italia rappresenta un passo fondamentale: solo partendo dal livello locale è possibile costruire una risposta efficace alla militarizzazione, una sfida alla presenza militare. Solo una vasta partecipazione delle popolazioni locali alle forme di protesta che chiedono la chiusura delle basi, radicata e consapevole innanzitutto delle problematiche locali, può garantire il successo dell’azione.
I pescatori sardi di Capo Teulada stanno intraprendendo questo percorso contro la militarizzazione del mare che porta alla distruzione del loro lavoro.
I giapponesi dell’isola di Okinawa hanno richiesto con ostinazione il rispetto di un referendum contro la base di elicotteri dei Marines, fino ad ottenere che non venisse costruita.
Perché i cittadini di Vicenza e del Veneto non possono essere chiamati ad un simile referendum, vincolante il loro parere, dopo essere stati giustamente informati sui contenuti di un accordo segreto piovuto dall’alto, senza il benché minimo coinvolgimento delle loro rappresentanze politiche?
Riassumendo, l’urgenza della ristrutturazione militare in corso e della ridislocazione delle forze Statunitensi e della Nato in Europa, questi nostri cari alleati, mossa esclusivamente da interessi offensivi nei confronti dei paesi del Sud del mondo, sta provocando un preoccupante calo degli strumenti di controllo e di trasparenza nel mondo militare e politico che appoggia questo mondo, e non è esagerato pensare che questo fenomeno rappresenta un grave pericolo per la nostra democrazia.

Curzio Bettio
Soccorso Popolare di Padova

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