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Formazioni identitarie, nascita di partiti, costituenti

Riflessioni su spazi e percorsi a sinistra

(28 Giugno 2006)

Mi permetto di inserirmi in un dibattito che sta prendendo forma, e che riguarda la scomposizione, riallineamento e spazi a sinistra che le dinamiche politiche nazionali ci consegneranno in un futuro pressoché imminente.
Scrivo a ridosso dell’appuntamento referendario che consegnerà, comunque al di là dell’esito, un ulteriore spunto di riflessione per quanti, organizzati o semplicemente sperduti, cominceranno a cogliere gli elementi assai netti che si produrranno nel corso delle prossime settimane a seguito delle prime assunzioni di responsabilità sia del governo di centrosinistra, sia di quelle forze autodefinitesi radicali che di questo fanno parte.

Infatti, oltre alla manovra del Padoa Schioppa, che si preannuncia di lacrime e sangue, sul tappeto ci sono da subito appuntamenti rilevanti: alla vicenda dei rifinanziamenti delle spedizioni e presenze di guerra dei nostri contingenti militari, la politica previdenziale, lavoro e stato sociale, dovrà aggiungersi anche una diversa lettura dell’eventuale NO al referendum confermativo.
Tutti nodi che stanno conducendo le forze radical del centrosinistra a vere e proprie acrobazie per legittimare la propria presenza all’interno di una coalizione che, da subito e senza infingimenti, si è candidata a rappresentare gli interessi della borghesia, in vero stile liberista. Contorsioni e funambolismi che stanno destrutturando definitivamente partiti come il PRC.

Mi preme qui fare una osservazione.
La destrutturazione in realtà è elemento indispensabile e necessario al fine di rendere congrua quella formazione politica ad un principio in realtà assunto da tempo, ma mai esploso in questa dimensione.
Il PRC infatti non gode da tempo di un corpo militante e di adesioni utili al principio (minimo) dell’elaborazione politica, a seguito di analisi necessarie con il fulcro sulle conflittualità e sulla rappresentanza di classe, cui deve far seguito l’azione coerente.
Oggi il PRC vede il suo organigramma interamente annidato nelle istituzioni da cui trae potere e finanziamenti e che investe molto nella comunicazione mass-mediatica ("partito di cartello" secondo Kirchmaier oppure "partito -elettorale – professionale” per adottare Panebianco), e ha sostituito il corpo militante con la base elettorale, la quale gode e soffre delle caratteristiche tipiche della sua “non-struttura”.
Una base elettorale che rischia sempre di più di vedersi contraddire gli obiettivi minimi peculiari della sua scelta.
Con una doppia uscita: o un ulteriore astensionismo o la ricerca di una nuova collocazione.
Sulla prima sono convinta non vi siano preoccupazioni (da parte delle odierne forze politiche).
Stante la scelta “maggioritaria” (nel senso dell’accettazione delle dinamiche tipiche di un sistema politico a concezione maggioritaria e bipolare) che questa formazione ha fatto propria, è del tutto conseguente che una maggior dissafezione o evanescenza della propria base elettorale, per altro condivisa con altre formazioni politiche, non inficia la collocazione politica perché né è la logica conseguenza.
Contemporaneamente può sempre contare su una “transumanza” interna alla coalizione. Che poi è utile non tanto ai fini della rappresentanza sociale ma al peso (e alla assunzione di quadri dirigenti) e quindi alla spartizione del potere, e l’operazione della “sinistra europea” si colloca perfettamente all’interno di uno scenario prossimo alla formazione del Partito Democratico.
Più specificatamente la scomparsa di una base militante genericamente di sinistra rischia di costare cara quando l’antipolitica diventa così abnorme che costringe, per riprendere l’esempio referendario, a combattere la giusta battaglia contro la riforma costituzionale a base di slogan dementi, in perfetta simmetria con quelli della destra berlusconiana.
Per cui tutto si riduce miseramente, in un quadro comunque obiettivamente difficile di perfetta o almeno consapevole conoscenza della materia.
Salvo poi decodificare, con la giusta lente, il messaggio in filigrana: l’apertura di una nuova costituente come esperienza-bis della bicamerale di d’alemiana memoria, con l’aggravante che si tratta sul Titolo II, e quindi di temi come il premierato, gli organi di garanzia e funzioni diverse del Capo dello Stato (come Fassino ha in qualche modo anticipato su Il Foglio col “manifesto presidenziale” il 6 maggio).

Dunque esaminata questa uscita, funzionale allo status quo, rimane l’altra.

Questa mia riflessione vuole svilupparsi premettendo una serie di osservazioni assolutamente personali.
La prima è che davvero questa formazione governativa non solo deluderà il popolo elettore del PRC, ma più in generale quello della sinistra, orientata anche ad un livello minimo di socialdemocrazia.
Che non ci sia più spazio per le “riforme” che mutino le condizioni materiali delle fasce popolari più deboli e sfruttate, credo sia sotto gli occhi anche dei più romantici.
Da tempo infatti la politica europea, figlia della scomparsa dei grandi blocchi mondiali, ci indica una serie di interventi -nel campo della socialità, della produzione, della difesa, del neo-colonialismo- che lascia ben poco spazio alle politiche nazionali minimamente sociali. Bene lo sanno la Germania e la Francia.
Dunque ad ogni provvedimento (o bacchettata a qualche alzata di ingegno di questo o quel ministro) che questo governo assumerà, per dovere di rappresentanza dei ceti liberali e borghesi e del capitalismo, si apriranno, a cascata e a cadenza, una serie di “smottamenti” che ingrosseranno le fila di quanti non si adatteranno alla riducibilità/compressione/inesistenza della propria rappresentanza e ragione sociale di classe.
La seconda: in questo clima di anti-politica, dove l’elettorato si orienta per slogan, se da una parte abbiamo un governo di centrosinistra, dall’altra potremmo assistere alla crescita, anche esponenziale, di una estrema destra - per nulla interessata a allinearsi nel breve periodo - che potrebbe assumere su di se, in un facile convogliamento, la protesta di vasti settori del mondo del lavoro e dei giovani.
Perché del fatto che i lavoratori rimarranno senza rappresentanza adeguata è fin troppo facile presagio. Dal punto di vista sindacale, dopo l’esperienza del cosiddetto “cofferatismo”, finita in pessimo esito (col Cofferati impegnato a sgombrare campi nomadi in nome della legalità ed il mondo del lavoro e della precarietà a sobbarcarsi gli effetti del referendum sull’articolo 18 e della legge 30 alla faccia delle mega-manifestazioni), e il tracheggiamento di Epifani (con il congresso esemplare della CGIL) non si aprono spiragli se non ripartendo dagli spazi assai esigui oggi della collocazione anti-concertativa.
Dal punto di vista politico sarà duro aspettarsi qualcosa di più di qualche pennellata alla legge 30 (… mentre i contratti languono o peggio vengono rinnovati come nell’esempio dei Chimici), mentre si ridurranno sempre di più gli spazi minimi di sopravvivenza materiale, a seguito di tagli sociali, privatizzazioni, precarietà.

Dunque di questo spazio a sinistra occorre parlare. Perché di certo si formerà e sarà necessario occuparlo.

Chi lo occuperà, stante la mia premessa, è cosa su cui vale davvero la pena di riflettere.
Non mi interessa in questa mia riflessione insistere strabicamente “pensando esclusivamente ad un allargamento delle fratture già presenti nel partito della Rifondazione Comunista”. Tutt’altro! Stante la mia analisi in premessa è evidente che l’interesse non è che marginale.
Ma non mi convince l’invito fatto da Astengo che chiede in un suo intervento (Tra folklore e imboscate: quale spazio a sinistra? dell’11 giugno 2006) “un momento di riflessione a quanti si stanno apprestando già, nella crisi evidente delle formazioni sorte al momento dello scioglimento del PCI nel 1991, ad erigere i propri steccati autoidentitari”.
Perché non concordo?
Perché ritengo che in questa, e nelle successive fasi a cascata, assolutamente primitive e ventrali di allontanamento dal centrosinistra occorra necessariamente far convergere sino a “flocculare” diverse identità.
Occorre che le diverse opzioni che si profilano all’orizzonte (saremmo ingenui ed antistorici se pensassimo ad una unica presenza omnicomprensiva) si coagulino in aggregazioni identitarie che colmino il vuoto ideologico e valoriale. Un vuoto davvero non semplice da riempire e ri-animare con la cultura politica: pensiamo alla questione del pacifismo, concetto assunto tra luoghi comuni e vergognose cancellazioni storiche.
Altrimenti si rischia una forma movimentista, magari sul modello girotondino, che non produce altro che un guscio, un contenitore atto alla sedimentazione.
Ed in questo panorama variegato, anche di presenze pre-identitarie, ci sarà uno sforzo per l’egemonia? Probabile, anzi auspicabile.
Ma questo nulla toglie alla possibilità di creare fronti che portino a proposte condivise su temi ed obiettivi.
Si propone, come fa Franco Astengo, un luogo di elaborazione comune?
Ben venga. Sono d’accordo. Ma per realizzarsi senza rischiare l’assemblearismo o il movimentismo, occorre, dal mio punto di vista passare necessariamente dalla maturazione di autonome formazioni.
Astengo parla di steccati, sorta di pre-giudizio dal quale far derivare un moto di distanziamento. Vorrei conoscere quali elementi identitari sono qualificati come steccati, e come mai vengono vissuti come tali, perché mi capita spesso di pensare che alle volte si diano per scontate “incrostazioni” accumulate in analisi politiche ormai desuete e funzionali alla marginalizzazione.
Per me non si tratta di steccati. A meno che non si voglia deliberatamente usare questo termine per dare una connotazione negativa all’identità politica.
Rivelando, forse del tutto inconsapevolmente, una diffidenza non tanto nei confronti di chi già oggi si muove sul terreno della nascita di un partito, ma della concezione stessa di organizzazione partitica.
Non apro un fronte di riflessione su questo -che pure meriterebbe- se non esplicitando una preoccupazione.
Siamo in un contesto politico rappresentato da formazioni partitiche che oggettivamente hanno subito una trasformazione molto forte (e molto negativa come hanno dimostrato le ultime lezioni politiche dove queste aggregazioni senza “basi” hanno un potere decisionale smisurato), a fronte del mantenimento della dicitura nell’immaginario collettivo (perché poche sono le formazioni partitiche che esplicitano nella loro titolazione questo termine, e non è un caso…!).
Ma proprio in virtù di questo si rischia la “banalizzazione” o la squalifica del soggetto “partito”. Che ad oggi non presenta però alternative.
Dunque? Ben vengano, e velocemente, queste “flocculazioni”, perché prima si quagliano prima sarà possibile procedere ad una nuova stagione politica.

Savona, 25 giugno 2006

Patrizia Turchi

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