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Addio, compagno

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(30 Novembre 2010) Enzo Apicella
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Cosa vuoi di più, compagno, per capire…

un intervento per il dibattito del PCL

(1 Luglio 2006)

La nascita del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori è prima di tutto una boccata di ossigeno. Fuori dai denti: non se ne può più di compagne e compagni che dicono peste e corna di Rifondazione Comunista, ne denunciano pubblicamente le nefandezze ma poi, a conti fatti, non riescono a fare di meglio che continuare a vivacchiare all’interno di quel partito, macerandosi nell’emarginazione e nel mugugno perpetuo.

Il ritornello di una vecchia canzone dice: “Cosa vuoi di più, compagno, per capire…”. Non che sia suonata l’ora del fucile, ma che rimanere ad aspettare Godot dentro o ai margini del PRC è ormai privo di senso.

Sono passati più di quindici anni da quando, dando corpo alle aspettative ed alla determinazione di migliaia di comunisti, nasceva il PRC, risposta alla svolta di Occhetto, ma non solo. L’ambizione era quella di rifondare un pensiero ed una pratica comunisti sulle macerie del socialismo realizzato e nel contesto della “vittoria finale” del capitalismo, che qualcuno si spinse ad interpretare addirittura come fine della Storia. Qualcuno ricorderà, immagino, la valanga di autorevoli sciocchezze che inondava quotidianamente giornali, libri, televisioni: è finita la lotta di classe, è finita la divisione del mondo in blocchi contrapposti, sono finite le ideologie, un luminoso avvenire di serenità, di pace e di progresso ci attende, e il nome di questo avvenire è “democrazia”.

Qualcuno ricorderà anche che le cose non andarono esattamente come profetizzavano i cantori della nuova era: i bombardamenti a tappeto sull’Iraq rivelarono il volto di un’Italia che, per la prima volta dal 1945 e in palese violazione della sua stessa legge fondamentale, si voleva mettere al passo delle altre potenze e reclamava il suo diritto di concorrere allo sfruttamento del sud del mondo. Dopo qualche anno e qualche altra tonnellata di bombe, umanitarie o meno, il tricolore sventola sul petrolio iracheno, sul corridoio strategico che passa per l’Afghanistan e, naturalmente, su quel che resta della Jugoslavia, una nazione che aveva tentato una sua originalissima via al socialismo e che ora è ridotta ad uno spezzatino sanguinolento.

Se il buon nome dell’Italia all’estero è stato così volenterosamente promosso, che dire delle condizioni di vita dei nostri lavoratori e delle nostre lavoratrici? Nel giro di meno di un ventennio, delle straordinarie conquiste sociali e politiche dei decenni 60 e 70 non resta quasi nulla: il lavoro è stato precarizzato in ogni modo possibile ed immaginabile, i diritti e le tutele ridotti al lumicino, la scuola pubblica conciata un po’ come la ex Jugoslavia, la stessa Costituzione già manomessa un paio di volte. E mi fermo qui, per non indurre ulteriore disperazione in chi legge.

In tutto questo sconquasso, il Partito della Rifondazione Comunista ha avuto il merito di rappresentare, bene o male, una prospettiva alternativa, la possibilità di organizzarsi e lottare non solo per qualche obiettivo parziale e immediato, ma anche per una vera alternativa di società. La rottura con il primo governo Prodi e l’opposizione all’aggressione umanitaria contro la Jugoslavia rappresentarono per molti – me compreso – la conferma che, nonostante errori e limiti evidenti, Rifondazione Comunista era la sola alternativa politica credibile ad un “bipolarismo” dove entrambi gli schieramenti condividono le medesime opzioni di fondo.

Da qualche anno, di tutto questo non resta nulla. Ritengo inutile ripercorrere le tappe della lunga marcia di bertinotti e dei suoi famigli verso il governo, anche perché ne ho parlato e scritto molto e penso che possa essere sintetizzata da due immagini a contrasto: la prima è quella del Segretario dell’unico partito che si oppone alla guerra, ai bombardamenti assassini su Belgrado, Pancevo e le altre città jugoslave, marciando in testa ai cortei pacifisti e sfidando l’isolamento politico e istituzionale; la seconda - molto più recente - è quella dello stesso personaggio che, divenuto Presidente della Camera, assiste alla sfilata delle forze armate e dei loro potenti mezzi, in compagnia di generali e ammiragli, con una microscopica spilletta arcobaleno sul bavero della giacca di marca come vezzoso ricordo dei suoi lontani trascorsi pacifisti. In mezzo ci sono state tante cose: la complicità con i governi locali più liberisti e cementificatori, il ripudio della lotta di classe, il ridimensionamento della Resistenza, la liquidazione in blocco del Novecento, l’adesione ad una mistica della nonviolenza la cui risultante è l’assenza di solidarietà con i popoli costretti alla lotta dalla violenza dell’imperialismo e del colonialismo, assenza di solidarietà magnificamente rappresentata dalla lunga sequenza di sabotaggi e criminalizzazioni verso le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese.

Avendo avuto il “privilegio” di far parte della Federazione romana del PRC, ho potuto farmi un’idea precisa del cosiddetto laboratorio romano e dello spazio riservato allo stesso PRC: uno spazio di sottogoverno clientelare in cambio della collaborazione allo svuotamento dall’interno dei movimenti. Dal 1997 (anno di avvio dell’ingresso del PRC nella maggioranza di Francesco Rutelli) ad oggi, anche grazie alla collaborazione del PRC a Roma è stata smantellata ogni parvenza di servizio pubblico, eccezion fatta per i vigili urbani: regalata ai privati la Centrale del Latte, privatizzata metà dell’ACEA, privatizzata gran parte del trasporto pubblico, aumentate le privatizzazioni nei servizi sociali, concesse autorizzazioni per centinaia di antenne alle multinazionali della telefonia mobile, approvato un Piano Regolatore che farà piovere sulla città qualcosa come 64 milioni di metri cubi di cemento, in presenza di una sostanziale diminuzione demografica. Ma non basta: mentre Rutelli prima, e Veltroni poi, contribuivano all’arricchimento di speculatori e palazzinari, i diritti dei lavoratori hanno continuato ad essere calpestati, come ha dimostrato la vicenda delle Delibere di iniziativa popolare sugli appalti del Comune per opere e servizi, delibere rimaste inapplicate, con il risultato che migliaia di operatori dei servizi sociali e di lavoratori edili continuano ad essere sfruttati selvaggiamente con la complicità del laboratorio romano. In compenso, un ragguardevole numero di carrieristi e sottopancia con la tessera del PRC in tasca ha trovato collocazione e stipendio in assessorati e consigli di amministrazione delle ex aziende pubbliche privatizzate.

Guardando questo quadro – che ho tinteggiato a colori sin troppo tenui – provo compassione per i compagni e le compagne onesti che vedono il quadro come e meglio di me, ma hanno paura di saltarne fuori. Non li giudico, figuriamoci, ma credo di avere il diritto di chiedere loro cosa vogliono di più per capire che è ora di fare le valige e portare la propria esperienza e le proprie competenze altrove, dove si rimette mano all’impresa tradita e liquidata da quelli che si spartiscono allegramente Ministeri e Assessorati insieme ad ex democristiani, ex socialisti e servi vari di padroni, banchieri, generali, vescovi e compagnia. E se la compagnia è questa, molto meglio stare da soli.

*****

Oggi, stare da soli significa operare per rompere il bipolarismo che ingessa il sistema politico e tenta di renderlo impermeabile al conflitto sociale. Il PRC, da avversario irriducibile del bipolarismo e del maggioritario, si è ridotto a “presidio dell’alternanza” ed a ruotino di scorta dei supporters del maggioritario, come si è tristemente visto in occasione della riforma paraproporzionale della legge elettorale del governo Berlusconi. Per il costituendo Partito Comunista dei Lavoratori, la rottura del bipolarismo è un terreno di battaglia politica fondamentale. Qui come altrove, non si tratta soltanto di raccogliere la bandiera che bertinotti e i suoi hanno gettato via, ma di chiamare a raccolta le migliori energie che nel Paese si sono già spese nel generoso tentativo di opporsi alla deriva maggioritaria della sinistra, vale a dire lo schieramento che ha dato vita al movimento della Sinistra per il Proporzionale, vero zoccolo duro della resistenza allo stravolgimento in senso presidenzialista del sistema politico italiano, perseguito sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

Per il nuovo movimento politico, la strada è tutta in salita, proprio perché non si tratta solo di riannodare i fili di un discorso interrotto – il che è già di per sé importante – ma anche di iniziare discorsi nuovi, percorrere altre strade. Allo stato attuale, non sono tanto sicuro di quello che bisognerebbe fare, ma sono ragionevolmente certo di quello che non bisogna assolutamente fare, e nemmeno dare l’impressione di voler fare.

Bisogna innanzitutto liquidare immediatamente anche la sola parvenza di arroccamento ideologico, il che significa dare concretezza al sacrosanto assunto che l’adesione al nuovo movimento avviene in base alla condivisione di elementi politici e programmatici, non ideologici. Purtroppo, non sono tanto giovane da aver iniziato da poco ad occuparmi di politica, e di gruppi e gruppetti ideologici ed autoreferenziali ne ho visti tanti, abbastanza per essere assolutamente convinto che non c’è bisogno di inventarne un altro, tanto ce ne è già per tutti i gusti: trotzkisti, marxisti-leninisti, stalinisti, bordighisti, spartachisti, maoisti, tutti con il loro giornalino e i loro volantini da distribuire alla manifestazioni organizzate da altri e tutti così convinti di essere i detentori della giusta ricetta rivoluzionaria che non si capisce come mai la rivoluzione non l’abbiano già fatta. Non è di questo che c’è bisogno, ma di un’organizzazione che abbia la capacità di seguire una linea politica di classe e alternativa al bipolarismo capitalista in sintonia con i movimenti di oggi, che non saranno quelli degli anni 60 e 70 ma testimoniano comunque del disagio e dell’insofferenza provocati, a vari livelli, dallo stato di cose vigente. L’alternativa al bipolarismo non è una velleità estremistica e anacronistica: la tragicomica vicenda della Lista Arcobaleno alle recenti elezioni romane dovrebbe aver mostrato a tutti come non sia possibile praticare un terreno di lotta e di battaglia politica all’ombra del centrosinistra, sia perché è illogico e intrinsecamente contraddittorio, sia perché – come si è visto – i primi a considerare non credibile una simile ipotesi sono proprio quei soggetti sociali che avrebbero dovuto esserne protagonisti.

Dobbiamo costruire gli ambiti in cui possa riprendere fiato e vigore il dibattito sull’attualità e le prospettive dell’alternativa anticapitalista, che – per quanto mi riguarda – si chiama Comunismo, alla luce di tutte le trasformazioni avvenute nella composizione del proletariato multinazionale e nello scenario dei rapporti di forza internazionali. Per questo motivo ritengo che l’opposizione “senza se e senza ma” alla guerra ed alla partecipazione italiana alle guerre sia un elemento centrale dell’azione politica e di massa del nuovo movimento, non meno dell’iniziativa per la ridefinizione e ricostruzione di un fronte di classe e alternativo in grado di dare battaglia, qui ed ora, all’evoluzione antipopolare ed autoritaria in atto nel nostro Paese. Credo sia questa la scommessa del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori, una scommessa che vale la pena di contribuire a far vincere.

Germano Monti (ex Comitato Politico Federale del PRC di Roma)

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