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A.D. 2010

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Creata la vita in laboratorio. Lo scienziato Craig Venter ha creato una cellula a partire da sostanza chimiche.

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Liberalizzazioni ed intervento pubblico in economia

(7 Luglio 2006)

I primi interventi del nuovo governo di centrosinistra, in campo economico, sono stati contrassegnati dall'antico motto del “lassez fair”: una spinta liberista – imposta addirittura per decreto – rivolta verso categorie numericamente poco rilevanti sul piano elettorale, anche se come nel caso dei tassisti in grado di accentrare sulle proprie espressioni di protesta una grado di elevata attenzione, da parte dell'opinione pubblica.

Sarà uno scorcio d'estate difficile per i turisti (e gli esponenti del Governo) chiamati a spostarsi dagli aeroporti verso i centri cittadini, ma nulla di più: il bello, come annunciano tutti i più autorevoli commentatori, deve ancora venire e arriverà con la manovra della Finanziaria 2007 che avrà nel mirino pensioni, sanità stato sociale.

La linea di marcia dell'Esecutivo è stata, comunque, tracciata ed è facile prevedere che, dopo i temi della politica estera che vedremo come potranno essere affrontati fin dai prossimi giorni, le questioni economico – sociali rappresenteranno uno scoglio arduo da superare, per la tenuta della maggioranza e per il rapporto con quella che è stata definita come “sinistra radicale”.

Insomma, quella previsione che ci era capitato di formulare in precedenza alle elezioni del 2006, circa un rapido riallineamento del sistema politico sembra proprio starci tutta, non soltanto per effetto delle dinamiche politiche, come quella molto importante riguardante la formazione del partito Democratico, ma soprattutto a causa delle dinamiche sociali prodotte dal determinarsi di una nuova qualità delle principali fratture e dell'intreccio tra esse, attorno alla contraddizione principale capitale/lavoro.

E' sperabile che le forze della cosiddetta “sinistra radicale” avessero compiuto, nel momento della stipula dell'accordo di governo, l'analisi giusta, acquisendo piena consapevolezza dello star dentro ad un quadro esclusivamente liberista, che non prevedeva concessioni di “più avanzata amministrazione dell'esistente” (come scrive Fausto Bertinotti, prefando “Il gran balzo all'indietro” di Serge Halimi) in funzione dell'apertura di una classico “secondo tempo” stile Eur'78.

Ci è capitato di affermarlo più volte, nel corso del dibattito politico di questi mesi: ci troviamo ben al di sotto del livello minimo storicamente rappresentato dall'antica socialdemocrazia europea, pure da molti richiamata: le dinamiche politiche sul piano internazionale,legate alla richiesta di cessione di sovranità da parte dello “Stato Nazione”, la qualità delle trasformazioni produttive, le modifiche intercorse nel processo di accumulazione del capitale, fanno sì che il “neoliberismo” della “rivoluzione conservatrice” predicata da Friedman e Von Hayek rappresenti il solo, esaustivo, riferimento dell'azione del governo del centrosinistra italiano, della “GrosseKoalition” tedesca, del “New Labour” britannico, omologati su questo al centrodestra francese: la “diversità”spagnola consiste, invece, soltanto nella fase di più accelerata dinamicità sociale in atto in quel Paese, cui il governo socialista ha deciso di legarsi.

Ci troviamo, dunque, nella condizione di poter affermare che il solo tentativo di contrastare politicamente il neoliberismo può avvenire in Europa, ed in Italia in particolare,soltanto attraverso una ripresa di confronto politico aperto al di fuori dei confini della “governabilità”.

Quella che, una volta, si definiva, nelle sue caratteristiche essenziali, “socialdemocrazia di sinistra” non può non trovarsi all'opposizione delle dinamiche di governo condotte all'insegna della linea neoliberista poc'anzi descritta, sulla base di una capacità di mediazione politica fondata sul concetto di riduzione del rapporto tra politica e società, realizzata nel segno del “taglio” degli eccessi di domanda sociale e di democrazia ( si supera, così, il concetto di rappresentatività su cui si erano basati i grandi partiti ad integrazione di massa, proponendo meccanismi di “neo – partecipazione” che, fondati per lo più sul principio di sussidiarietà, confondono, alla fine, il ruolo dei movimenti con lo “status” e la funzione dei soggetti politici. Alla fine, in questo modo, gli esecutivi, sempre più impostati attorno a figure monocratiche, impongono il proprio predominio ed il ruolo del Parlamento, e degli altri consessi elettivi, è progressivamente svuotato).

Appare evidente che tutto questo discorso proponga a molti soggetti una attenta riflessione: non soltanto a quanti, dall'analisi di questo stato di cose, traggono la conclusione del tirarsi fuori dalla diretta azione antiliberista, per rinchiudersi in iniziative autolegittimanti di mera dimensione identitaria.

Se partiamo dal punto comune di considerare l'azione di governo del centrosinistra europeo (pur con le dovute distinzioni sul piano nazionale) del tutto esaurita all'interno dello schema neoliberista, allora è il caso di avviare un dibattito attorno ad alcuni elementi largamente condivisi, che possono essere proposti a vari soggetti sociali e politici per formare una piattaforma , sulla base della quale, contrastare questa deriva.

Il “caso italiano” reclama non certo la liberalizzazione delle licenze dei taxi o l'abolizione del pagamento del bollo sulle pratiche notarili (tutte cose che ci possono stare, beninteso) ma una ripresa della programmazione economica, dell'intervento pubblico nei grandi settori strategici in cui le privatizzazioni hanno cacciato per aria intelligenza produttiva, qualità di prodotto, capacità di competizione: l'Italia è priva di chimica, di elettronica, di agroalimentare, ha compiuto scelte sbagliate in siderurgia, si è ridotta a produrre un numero limitato di manufatti “finiti” in una sostanziale fragilità di un sistema industriale, che risente molto più di altri dei colpi della concorrenza che arriva dai paesi emergenti, a bassissimo costo del lavoro e dal supersfruttamento intensivo della mano d'opera.

L'Italia non ha bisogno di grandi opere tipo Ponte sullo Stretto o Alta voracità ferroviaria, ma necessitò di un forte intervento di adeguamento ed ammodernamento del territorio (recupero delle Città, assetto idrogeologico), dei servizi pubblici essenziali, dello Stato sociale.

Serve il ritorno ad una programmazione dell'economia ed un intervento pubblico diretto nei settori decisivi della produzione: tutte cose che, certo, sono lontane mille miglia dall'azione di governo del centrosinistra in carica.

Così come deve essere affermata una nuova stagione di diritti sociali.

Le vicende più recenti, che hanno scosso gli sviluppi politici e sociali dell'Unione Europea (dai referendum francese e olandese, al dibattito suscitato dal varo della cosiddetta “direttiva Bolkestain” sulla liberalizzazione dei servizi) hanno rivelato il perdurare di un elevato grado di affezione dell'immaginario continentale, nei riguardi di ciò che è stata e tuttora rappresenta una certa idea dei diritti sociali e del loro modello politico – istituzionale (anche una quota rilevante del voto contrario alle riforme costituzionali, espresso dall'elettorato italiano, lo scorso 25 Giugno può ben essere interpretato proprio in questa direzione).

La riproposizione di una adeguata soggettività politica in grado di fronteggiare efficacemente la frammentazione e l'arretramento che sono state imposte alla classe operaia e alle sue storiche organizzazioni di rappresentanza (non dimentichiamo la necessità di costituire un sindacato conflittuale che contrasti la linea , apparentemente inarrestabile della concertazione) deve rappresentare l'obiettivo per una “sinistra non governativa” che arrivi a ricercare una propria strutturazione, articolata su di un modello pluralista.

L'obiettivo di questa “sinistra non governativa”, che c'è ma ha bisogno di essere politicamente sollecitata e raccolta, deve essere quello di contrapporsi alla grande narrazione neoliberista apparentemente dominante, attraverso una propria autonoma narrazione fondata, ancora, sul recupero della centralità dell'antagonismo sociale, della complessità delle contraddizioni raccolta in una sintesi politica che reclami l'inclusione sociale e la pienezza della partecipazione politica quali risorse indispensabili anche per il futuro, in nome di una nuova stagione di autenticità per l'idea del pieno riscatto sociale.

Savona, li 6 Luglio 2006

Franco Astengo

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