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Facili profezie

(8 Luglio 2006)

Le reazioni alla presentazione del progetto di Documento di Programmazione Economica e Finanziaria per il 2007, accompagnate da quanto già accaduto sui temi della politica estera e militare dell'Italia ed al decreto sulle liberalizzazioni, ci potrebbero far dire, con sicurezza, che siamo stati facili profeti: per il governo uscito fuori dal risultato elettorale del 9 Aprile non c'è stata nemmeno la tradizionale” luna di miele”.

La crisi è già cominciata, e si tratta di una crisi annunciata.

La riduzione dentro allo schema bipolarismo/governabilità della capacità di rappresentatività politica di un paese socialmente complesso come l'Italia, con la sua storia politica e le esigenze derivanti dal quadro di relazione con l'Europa, pongono oggettivamente un tema di fondo: quello di conciliare l'estensione della capacità coalizionale necessaria per vincere le elezioni (fatto verificatosi, per di più, per il classico “rotto della cuffia”) con – appunto – l'esercizio di una governabilità razionale.

Per arrivare ad un risultato di questo tipo è necessario riflettere sul quadro di compatibilità che debbono essere rispettate e sulle scelte che vanno compiute:

Il quadro di alleanze internazionali dentro le quali l'Italia è inserita;

I meccanismi di vincolo esterno in atto sull'economia;

La condizione reale del nostro Paese sul piano della struttura industriale, del sistema delle infrastrutture, dell'assetto del territorio;

La situazione sociale, considerata sia dal punto di vista delle relazioni industriali, del divario nord – sud, dello stato sociale, dei flussi migratori;

La realtà dei poteri operanti e dominanti sul piano economico e politico.

Mi permetto, allora, di chiedere alle forze della cosiddetta “sinistra radicale” che stanno al governo: quale analisi è stata fatta attorno a questi punti?; quale discussione di fondo?; quale modello economico – sociale posto al di fuori dal quadro liberista è stato proposto agli alleati della cosiddetta “area riformista”? Come questa discussione (che a mio giudizio non è stata fatta) è stata, alla fine, tradotta in impegni precisi ? E' stata analizzata, inoltre, la realtà concreta delle esperienze di governo regionale e locale portate avanti dallo schieramento cosiddetto “riformista”? Si è pensato, per un momento, che un sistema politico e sociale come quello italiano abbisognasse di una dialettica politica collocata al di fuori dallo schema bipolare ? Che, occorresse, in sostanza un confronto democratico più ampio, all'interno del quale trovasse posto – in questa fase storica – una sinistra di opposizione, in grado di promuovere insieme, alternativa e conflitto, fondate su di una distinzione che ancora vive tra il liberalsocialismo, la socialdemocrazia, i diversi livelli di ricerca ancora aperti attorno alle “criticità” della riflessione e dell'esperienza comunista in Occidente?

Oppure le forze della cosiddetta “sinistra radicale”(in primis Rifondazione Comunista che rischia, davvero, come ha scritto Eugenio Scalfari lo “sfarinamento”: uno sfarinamento che risulterebbe tanto più grave perché si realizzerebbe sulla base di una mera ricerca del potere, mandando a casa, come sta succedendo, migliaia di quadri attivi) hanno usato strumentalmente il collante dell'avversione verso il tipo di centrodestra al governo tra il 2001 ed il 2006, soltanto per sistemare un ceto politico ormai tutto interno alla logica cui si accennava poc'anzi del maggioritario, della governabilità, dell'idea di una soggettività politica che serva a fare amministrazione (lautamente pagata) e non certo “integrazione di massa”?

Questi sono gli interrogativi che la fase politica attuale pone a chi ha ancora a cuore le sorti della sinistra italiana e l'idea di una alternativa praticabile.

Non credo proprio di aver affrettato i tempi di una analisi che si sta, invece, concretizzando giorno per giorno: il rischio è quello del vuoto a sinistra, del ridimensionamento secco di potenzialità esistenti sul piano sociale e politico, del verificarsi di un disastro – purtroppo – largamente annunciato.

Come si vede non c'è, nella mia analisi, alcun richiamo alla mitizzazione della lotta di classe, al richiamo dell'immediatezza sociale: leggo anch'io le analisi sulla complessità sociale, sulla diversificazione dei bisogni, cerco di esercitarmi tutti i giorni sui tratti caratteristici della società post – industriale.

Di conseguenza mi limito a reclamare una riflessione posta, per intero, sul piano delle dinamiche politiche: consapevole anche che il livello di autonomia di queste dinamiche è tale, per cui è difficile sfuggirne.

Servirebbero nuove soggettività capaci di richiamarsi, innovandola profondamente, ad una tradizione di criticità sempre presente nella storia della sinistra italiana: solo così, a mio avviso e tanto per citare il grande Bardo, sarà possibile uscire da questo “inverno del nostro scontento” che si preannuncia lungo e duro, alle porte della prossima fase politica.

Savona, li 8 Luglio 2006

Franco Astengo

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