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Il partito comunista e la guerra: Gramsci e noi

(19 Luglio 2006)

I comunisti italiani, ancor prima della nascita del Partito Comunista d’Italia (1921), avevano le idee chiare sulla guerra. A questa chiarezza aveva dato un contributo decisivo Antonio Gramsci. Il giovane studioso aveva, infatti, dedicato gli anni del primo conflitto mondiale alla riflessione sulla guerra e sulla posizione del Partito Socialista riguardo ad essa. Ne era scaturita un’analisi, ampia ed articolata, fuori dagli schemi consolidati, sulla natura e sulla struttura del partito della classe operaia, sui suoi compiti, che ritorna oggi d’attualità.

Non è un caso che Gramsci abbia sostenuto l’ultimo esame universitario nel 1915, cioè nell’anno dell’ingresso dell’Italia nel conflitto. Dopodiché si era gettato anima e corpo nell’impegno politico e contro la guerra. Aveva assistito con angoscia alla capitolazione delle socialdemocrazie europee, che avevano sottoscritto i crediti di guerra dei rispettivi governi borghesi. Aveva visto sfumare progressivamente il neutralismo del Partito Socialista Italiano, specie dopo la disfatta di Caporetto, in nome dell’ “unità della nazione” di fronte al nemico “straniero”, invocata, per bocca di Turati, dall’ala riformista del partito. Ma la sua disapprovazione era diventata maggiore di fronte alla capitolazione dell’ala massimalista, preannunciata dal passaggio nel campo avversario da parte di Mussolini. Del vecchio gruppo dirigente socialista solo una figura si stagliava al di sopra di tutte le altre, quella di Giacinto Menotti Serrati, anch’egli massimalista, che aveva mantenuto la sua orgogliosa opposizione alla guerra, pur fermandosi ad un rifiuto etico.

In un articolo del 1914, Gramsci, pur equivocando sul significato dell’iniziale passaggio di Mussolini dal “neutralismo assoluto” al “neutralismo attivo”, non capendo, cioè, che quello era il preludio della conversione del futuro “duce” alle ragioni della guerra, anzi alla guerra come prosecuzione e strumento privilegiato di risoluzione della lotta politica, condanna in maniera incondizionata il sostegno dei partiti della classe operaia alle guerre volute dalla borghesia per meglio tutelare i propri interessi. Sostiene, anzi, che il proletariato deve approfittare delle contraddizioni e delle lacerazioni prodotte in campo borghese da tali guerre per imporre la propria egemonia, presentandosi come forza alternativa, capace di prospettare un sistema economico-sociale diverso, imperniato sulla pace. Così avverrà in Russia, se è vero com’è vero che il primo atto del governo sovietico sarà un atto di pace: il ritiro dalla prima guerra mondiale, con la pace di Brest Litovsk. Nel prosieguo della sua riflessione sulla guerra, Gramsci prevede con lungimiranza che, se i partiti proletari non saranno in grado di fare tutto ciò, prevarrà la reazione. E, difatti, il fascismo si affermerà come strumento del sovversivismo delle classi dirigenti, che, grazie all’incapacità del Partito Socialista, trarranno vantaggio dagli esiti nefasti della guerra, ch’essi avevano voluto.

L’analisi sulla guerra s’intreccia con quella sulla natura e sul ruolo del partito della classe operaia. Se la deriva “moderata” dei dirigenti della sinistra italiana non è un caso isolato, bensì una costante (un precedente ingombrante è rappresentato dalla Sinistra storica, che, andata al potere dopo l’unità d’Italia, diede vita al famoso “trasformismo”), ciò è dovuto a matrici causali che affondano fino nelle radici del Partito Socialista. Si tratta, secondo Gramsci, di un partito dominato dal “dirigismo”, dal “leaderismo”- diremmo oggi. Il gruppo dirigente è costituito da personalità che si affidano al loro carisma, alla loro oratoria, alle loro capacità comunicative e demagogiche per irretire il popolo, chiamato ad un ruolo semplicemente recettivo. Il partito viene visto, non solo dai riformisti e dai massimalisti, ma anche dagli “astensionisti” bordighiani, come elaboratore di teorie, che poi vanno “imposte” al popolo.

Non vogliamo qui strumentalizzare Gramsci per una polemica contingente, come è successo tante volte nella storia del movimento operaio e comunista. Vogliamo, al contrario, avviare una riflessione sulle posizioni gramsciane per verificare la loro attualità, che, a nostro avviso, è persistente, entro i limiti metodologici posti dallo stesso Gramsci quando scrive che “trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità è la più delicata incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo sociale”.

Anche oggi la sinistra definita antagonista (Partito della Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani), presente in Parlamento, ci dice, così come i socialisti riformisti e massimalisti al tempo della prima guerra mondiale, che la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan è sbagliata, ma inevitabile: se ne può solo “limitare il danno”. Sembra non rendersi conto che questo conflitto fa parte della più ampia politica americana di intervento militare nelle aree strategiche del mondo, specie in quelle caratterizzate dalla presenza di ingenti risorse energetiche, che rischiano di scatenare la guerra intercapitalistica del terzo millennio, nonché la reazione violenta, liquidata sbrigativamente come “terrorismo”, dei popoli depredati. Distinguere tra intervento in Iraq e in Afghanistan è, dunque, assurdo. Si tratta di due fronti della stessa guerra predatoria a stelle e strisce. Il governo italiano non può dare un indirizzo di pace al proprio intervento in Afghanistan, se è vero, com’è vero, ch’esso si inserisce, e non può non inserirsi, pena il venir meno della sua stessa ragion d’essere, nell’ambito della politica guerrafondaia portata avanti dagli Stati Uniti d’America e dalla Nato, suo braccio armato. La sinistra riformista (Ds) e massimalista (Prc e PdCI) sembra non rendersi conto che, se le forze del progresso non si schierano contro ogni guerra imperialista, “senza se e senza ma”, l’umanità intera rischia di vivere in un clima di conflitto permanente. Anche il cosiddetto “terrorismo”, essendo la reazione dei popoli derubati alla guerra predatoria americana, è destinato ad aumentare. A livello nazionale, il prevalere della logica guerrafondaia porta sempre più all’isteria patriottica. L’attuale sinistra governativa e governista sta facendo il gioco della destra, sta creando il suo terreno di coltura, sta ponendo le basi, nelle condizioni odierne, di quella ondata reazionaria che Gramsci previde come effetto della prima guerra mondiale e che portò al fascismo. Sta lavorando per far tornare Berlusconi.

Ancora una volta il discorso sulla guerra è strettamente legato a quello sulla natura e sulla struttura del partito della classe operaia. Oggi si parla di “partito leggero”, “movimentista”, tutto affidato alle capacità di comunicazione mass-mediatica ed al carisma del “capo”. Si ripete l’errore dei massimalisti. L’Italia ha oggi più che mai bisogno di un partito comunista fortemente radicato in tutte le pieghe della società, massicciamente presente sul territorio, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni sindacali, nelle associazioni progressiste. Un partito che, invece di “limitare i danni” del capitalismo, si renda protagonista di quella “rivoluzione morale ed intellettuale” di cui parlava Gramsci, e che cerchi il consenso delle masse su una piattaforma politica e programmatica alternativa al capitalismo. Un partito che si dedichi anima e corpo ad una politica di pace e, per ciò stesso, antimperialista. Un partito comunista, cioè, che tragga alimento per la propria analisi dal pensiero di Marx, di Lenin e di Gramsci. Vanno, dunque, contrastati i tentativi, più o meno palesi, di eliminare dalla scena politica italiana il partito comunista per dar vita a delle formazioni che rappresentano l’ala sinistra della socialdemocrazia europea (vedi Sinistra europea o non meglio definita combinazione rosso-verde).

Antonio Catalfamo

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