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Soggettivita', analisi, esiti politici

(21 Luglio 2006)

Potrebbe apparire troppo facile ironizzare sui travagli “parlamentari” dell'autodefinitasi sinistra radicale.

Travagli intrecciati ai nodi della coerenza con la propria storia di alcuni dei suoi esponenti più significativi; della fedeltà al partito e alla coalizione di governo; del rapporto con quella che si ritiene essere (con una certa presunzione, per la verità) la propria “base sociale” (un dato questo, però, smentito dalla realtà dei fatti); del pericolo del ritorno del vecchio gioco dell'accusa del “favorire la destra”.

In realtà, proprio conoscendo bene la storia ed il percorso politico di molti tra questi compagne e compagni, il moto prevalente – nonostante i decenni di vita politica e “l'averle viste tutte” - è ancora quello dello stupore.

Lo stupore per averli visti, nella primavera scorsa, approdare alla scelta di far parte del centrosinistra, addirittura candidandosi in una posizione tale da farsi eleggere (una posizione, ricordiamolo, non determinata dal voto ma soltanto dalla logica di spartizione interna alle segreterie di partito).

Una scelta di candidarsi compiuta , a mio giudizio (un giudizio formulato da parte di chi, da oltre due anni, sostiene la necessità di costruire una “sinistra non governativa”, che apra con il centrosinistra una dialettica stando all'opposizione) senza aver compiuto una analisi concreta della realtà politica, sociale, istituzionale (o, forse, avendo voluto ignorare l'evidenza di una analisi minimamente corretta).

La politica estera, il drammatico rapporto tra la pace e la guerra (punto nodale di crisi “storica” per sinistra italiana: nel 1990 il PCI si astenne sull'invio delle navi nel Golfo e Ingrao votò contro. Oggi dice “avevo ragione”, mentre quelli votano “NO adesso sull'Afghanistan hanno torto. Nel 1999 il governo D'Alema, Diliberto guardasigilli, mandò i caccia a bombardare la Jugoslavia) rappresenta il tema su cui più netta apparirà questa carenza ( o questa ignoranza) d'analisi, che sta all'origine di questa vicenda, e provocherà , nei prossimi mesi, un terremoto nella sinistra italiana.

In questo frangente erano possibili due scelte:

a) scambiare, semplicemente, il proprio ruolo di potere con la linea politica degli “altri”, sapendo di non potervi esercitare alcuna influenza se non attraverso sterili espressioni verbali. Questa è stata la scelta della maggioranza di Rifondazione Comunista, approdata alla maggioranza per una sorta di “disperazione autoconservativa” che impedisce l'analisi, il ragionamento, la proposta politica consentendo soltanto di accodarsi a quella degli altri. La maggioranza di Rifondazione Comunista ha ormai dismesso qualsiasi “abito” di sede di discussione politica ed appare, ormai, lanciata verso lidi non facilmente definibili se non attraverso l'espressione (un po' gergale) di “ala movimentista” del futuro Partito Democratico. Una scelta meramente politicista cui si sono accodati (lo dico con dolore, dolore sincero) esponenti storici della “nuova sinistra post – '68, forse ammaliati dall'idea di un generico esercizio teorico della categoria della “non violenza” che li ha portati addirittura ad espellere dal loro eccellente vocabolario termini come quello di dominio imperialista, superpotenza unica, ecc, inserendo invece la voce “contrattazione dei termini di appartenenza alla NATO”. Quella discussione sulla “nonviolenza”, che ha lacerato per molti mesi Rifondazione Comunista, alla fine è servita soltanto come grimaldello per far passare la completa dismissione di una identità (compiendo anche la furbata di rinviare il cambio del nome al dopo – elezioni) ed il conseguente allineamento ai meccanismi dominanti. In questo ambito i fenomeni di sottomissione appaiono, sul piano delle soggettività coinvolte, davvero impressionanti. Ancora diversa la posizione del PdCI, soggetto, questo sì per dirla con il Presidente della Repubblica “anacronistico” perché i suoi dirigenti sono convinti di rappresentare ancora, in servizio permanente effettivo, l'esegesi dell'antica “doppiezza” di togliattiana memoria (una tentazione che, in verità, aveva allignato anche in settori più marginali, ed apparentemente più radicali, dell'area politica di cui ci stiamo occupando, richiamati, però, molto presto alla cruda realtà dei rapporti di forza). Sotto questo aspetto il PdCI sopravvive come espressione parlamentare, nella sostanza all'antica “espressione geografica” del principe Von Metternich. Non certo quale espressione politica;

b) Rimangono le compagne ed i compagni che, in Parlamento, stanno esprimendo dissenso, o soltanto intenzione di dissenso, rispetto alla scelta, ormai diventata del tutto emblematica, del rifinanziamento delle missioni di guerra. Qui è mancata l'analisi e qui sta – davvero – la sorpresa. Mi permetto, allora di rivolgere loro alcune domande: Davvero compagne e compagni sperimentati da decenni di militanza nella formazioni più conseguenti della sinistra italiana, pensavano di poter incidere su di una ricollocazione della politica estera italiana portata spregiudicatamente avanti da chi nutre insensate ambizioni, emblematizzando l'ipotetica svolta con i ratei del mutuo da pagare per la fuoriuscita dall'Iraq ?; Davvero si è arrivati a questo appuntamento, dell'aderire al centrosinistra fino al punto di farsi eleggere deputati e senatori, senza una analisi delle dinamiche in atto nelle sfere dirigenti della potenza imperialista e dei suoi alleati, in epoca di unipolarità e di scelta precisa, compiuta subito dopo l'11 Settembre 2001, di esportazione in grande stile dello strumento bellico. Israele con il Libano non ha fatto altro che applicare questo metodo? ; Davvero la piccineria provinciale dell'antiberlusconismo ha prevalso a tal punto da far scomparire decenni di studi, analisi, confronti, risoluzioni politiche assunte in tutti i luoghi “storici” dell'estrema sinistra italiana; Davvero non si è pensato e non si è capito che, proprio sulla politica estera e sul tema decisivo della pace e della guerra (ripeto: bastava ricordare il Kosovo, sette anni or sono, mica un secolo!) l'allineamento della coalizione di centrosinistra alle logiche della potenza imperiale sarebbe stato ancora più netto – se possibile – rispetto a quello alle politiche neoliberiste, in campo economico e sociale? Davvero non si è analizzato, studiato, immaginato che al governo, in caso di vittoria del centrosinistra, sarebbe salita al governo una “Grosskaolition”, più debole e più facilmente inquinabile (anche dal punto di vista morale)? Davvero non si è pensato, non si è preso in considerazione, che sarebbe stato tutto più coerente, serio, affidabile, star fuori – anche soggettivamente – permettendo il riequilibratore innesto dell'UDC nel centrosinistra e cominciando a costruire quella necessaria dialettica di sinistra che manca e che risulta, invece, in questa fase storica, senza voler minimamente assolutizzarla, indispensabile?

Ecco: alcuni interrogativi cui credo, in tutta modestia, sarebbe utile rispondere, aprendo una dibattito serio, approfondito, analizzato a recuperare la realtà.

Se si abbandona l'analisi, allora le scelte politiche diventano mere scelte di potere: ci piacerebbe che di questo, in momento di profonda crisi, fosse possibile discutere.

Savona, li 20 Luglio 2006

Franco Astengo

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