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Singolarita' del momento politico

(2 Ottobre 2006)

Il momento politico sta vivendo, in Italia, un punto di vera e propria singolarità (forse prevedibile, ma del tutto anomalo comunque).

La fase è caratterizzata da avvenimenti di grande importanza sul piano economico: caso Telecom e varo della Legge Finanziaria.

Ebbene: nonostante l'apparente vivacità del dibattito e la delicatezza di alcune delle questioni in ballo (pensiamo, al riguardo della Telecom al nodo dell'intervento pubblico in economia ed al nesso, evidente, con la vicenda delle intercettazioni abusive) registriamo una sostanziale unanimità dei contendenti all'interno dell'arena parlamentare.

Una unanimità mai registrata nella storia repubblicana, neppure al tempo della solidarietà nazionale, laddove a destra (con il MSI) e a sinistra (con PdUP, DP e PR che, in allora,poteva ben essere considerato in quella precisa collocazione politica) erano visibili forze collocate fuori dal “sistema”, se non proprio, per definirle con una terminologia classica, “antisistema”.

Mai come in questo momento l'effetto “convergente” del sistema bipolare, ridotto nella sostanza ad una pura competitività elettoralistica, si era fatto sentire.

Esaminiamo, allora, tre elementi sui quali questo vero e proprio fenomeno di omologazione appare quanto mai evidente:

Ruolo del Parlamento. Sono note a tutti le polemiche scatenate, dall'opposizione e all'interno della maggioranza, per costringere il Presidente del Consiglio ad intervenire alla Camera dei Deputati sul caso Telecom. Ebbene, sono state scomodate varie interpretazioni giuridiche per definire l'obbligatorietà di questo gesto: dal richiamo all'articolo 64 della Costituzione (che riguarda tutti i membri del governo), alla legge 400/98 sulle attribuzioni d'indirizzo della Presidenza del Consiglio. Ebbene: il punto della vicenda, così come è ben apparso dal dibattito in aula svoltosi ieri, non era proprio rappresentato dalla presenza del Presidente del Consiglio, ma dall'assenza di qualsiasi iniziativa parlamentare sulla vicenda. Assenti qualsivoglia “straccio” di documento, ordine del giorno, mozione. Una passerella, nel corso della quale nessuno si è permesso di disturbare il manovratore e si è imbellettato davanti alle telecamere senza sollevare minimamente i temi veri della struttura industriale del Paese, risolvibili soltanto attraversa una radicale alternativa nell'impostazione della politica economica. Alcuni economisti della cosiddetta “rive gauche” avevano cercato, nei giorni scorsi, di sollevare timidamente temi neo – keynesiani. Nemmeno un accenno, nel concreto, è venuto dall'aula, così come del tutto sotto silenzio è stata lasciata la frase pronunciata dal Presidente del Consiglio sul ruolo del Governo sul “rafforzamento del capitalismo”;

Il tema del ruolo pubblico in economia, che mi permetto di riprendere dal primo punto per sollevarlo in una dimensione minimamente più ampia, è stato in realtà sollevato nel corso dell'intervento svolto dal segretario del Partito dei Comunisti Italiani. E' mancata, però, una proposta concreta sul piano della programmazione, della proprietà e della gestione dei principali servizi a rilevanza industriale ( trasporti, energia, telecomunicazioni, includeremmo in questo elenco anche la sanità, non relegabile alla “zona welfare” sulla quale cercheremo di ritornare più avanti). Programmazione, proprietà, gestione pubblica (tra Stato, Regioni, Enti Locali) dei principali servizi a rilevanza industriale rappresentano il possibile, vero, punto di discrimine sul quale rappresentare una effettiva alterità nel dibattito politico italiano, schierandosi dalla parte di precisi soggetti sociali e per una politica economica posta in grado di contrastare efficacemente la globalizzazione liberista e l'individualismo consumistico;

La legge finanziaria, al di là dell'entità della manovra e del meccanismo di “tagli” che vi saranno contenuti, sposa in toto il quadro liberista e non si muove, minimamente, in una direzione di ricontrattazione (almeno!) dei parametri europei (il “Patto di stabilità” rimane Vangelo) e di una ripresa di visione universalistica del welfare. Non c'è traccia di un minimo, non diciamo di riferimento ad Hilferding, ma nemmeno ad una socialdemocrazia che promuove l'accumulazione collettiva per spenderla nello stato sociale, del tipo di quella svedese. Questo è l'elemento più sorprendente (almeno per gli ingenui) di questa evidente unanimità parlamentare, che si esalta poi, alla fine, nella separatezza con i soggetti organizzati della società civile ( o, addirittura, con i soggetti concorrenti sul piano istituzionale come gli Enti Locali, diventati – appunto – concorrenti in applicazione del principio di sussidiarietà e dell'applicazione dell'articolo 114 del titolo V della Costituzione) cui non si riesca ad offrire altro che un patto di tipo “corporativo”. Insomma, un ritorno agli anni'30.

Attorno a questo assieme di questioni registriamo, allora e nella sostanza, una convergenza delle forze parlamentari, di maggioranza e di opposizione, al di là delle etichette che insistono a mantenere sulle loro insegne: insomma, una specie di “melting – pop, neo liberista”.

Queste considerazioni non suggeriscono nulla, nel dibattito in corso a sinistra?

Grazie per l'attenzione

Savona, li 29 Settembre 2006

Franco Astengo

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