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La borsa o la vita

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(15 Giugno 2010) Enzo Apicella
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Rompendo col suo popolo la sinistra prepara il terreno all'ennesima rivincita della destra

(9 Ottobre 2006)

Uno dei temi che ricorrono particolarmente da un po’ di tempo a questa parte nel dibattito politico di Rifondazione è la denuncia del politicismo, della separatezza della politica dalla vita quotidiana, della contrapposizione tra le segrete stanze dei partiti e i movimenti sociali che in questi anni hanno attraversato il paese. Nulla di particolarmente originale come si vede e tuttavia in questi giorni di discussione accesa sull’operato del governo voglio fare mio questo argomento. Traggo spunto dai risultati dell’indagine Demos Eurisko pubblicati oggi da Repubblica in merito alla percezione degli italiani nei confronti della situazione sociale e politica del paese.

Le domande sono state poste nella settimana tra il 26 settembre e il 3 ottobre, cioè nella fase cruciale della presentazione della Finanziaria e tuttavia prima che, dietro la rassicurante facciata della “difesa dei più poveri”, emergessero i particolari più inquietanti proprio per i presunti beneficati (la denuncia dello “scippo del cuneo” ai lavoratori dipendenti viene fatta su Il Manifesto proprio il 3 ottobre). Ne emergono sostanzialmente tre considerazioni. 1) Il tasso di soddisfazione nei confronti del Governo passa (da luglio a oggi) dal 59,1% al 38,5% (così come scende, pur meno precipitosamente ¬- dal 40,2% al 34,7% -, l’indice di gradimento dell’ opposizione). 2) Le intenzioni di voto segnalano un capovolgimento di fronte: dal 49,8% a 49,7% a favore dell’Unione nelle elezioni di aprile si passa a un virtuale ma significativo 50,3% a 49,1% di cui godrebbe la CdL se si votasse oggi. 3) Il tasso di gradimento scorporato rispetto ai diversi provvedimenti del Governo vede il massimo di favore per la cittadinanza agli immigrati dopo 5 anni (38,8%) e il minimo verso l’indulto (11,1%). In mezzo la finanziaria (28,5%); il rifinanziamento della missione in Afghanistan (25,2%); la missione in Libano (33,3%); il decreto Bersani (31,2%). Non volendo essere politicisti se ne dovrebbe concludere che questo governo sta portando avanti politiche antipopolari e quindi impopolari (a meno che non si pensi che il 70% degli italiani abbiano lo yacht) e preparando ancora una volta il terreno a uno spostamento a destra del quadro politico. Invece gli interventi da parte delle maggiori organizzazioni della sinistra sociale e politica, dalla Cgil a Rifondazione, sono tutti a sostegno del Governo. Ieri il Manifesto ha intervistato Paolo Ferrero, il quale dice che la Finanziaria non è di sinistra né è la migliore possibile e tuttavia rappresenterebbe un punto di svolta nella politica italiana in virtù della sua logica redistributiva. Non entro nel merito di tale presunta logica redistributiva, che ad esempio ridistribuisce parte del cuneo fiscale di un barista (il famoso 40%) al suo datore di lavoro. E in ogni caso cito e sottoscrivo le parole di Sergio Casanova, mio collega nella Segreteria regionale ligure del Prc: “dopo anni di sacrosante denunce dell’anomalia italiana e dell’impresentabilità del governo Berlusconi, non mi pare qualificante trarre gloria solo dal raffronto con l’ operato, appunto, di un’anomalia impresentabile. E’ come se uno per dire che è una brava persona sostenesse di essere meglio di Jack lo squartatore.”

Il problema è un altro e cioè che - a differenza di quanto pensa Ferrero - questa Finanziaria è probabilmente la migliore possibile nel contesto dei rapporti di forza istituzionali interni all’Unione ma non lo è affatto se invece teniamo conto dei potenziali rapporti di forza sociali che emergono dall’indagine Eurisko (o più semplicemente da una qualche attenzione agli umori della nostra base). Quindi? Basta mobilitare questa base con l’obiettivo di migliorare la politica del governo? Se vivessimo nel mondo dei sogni sì. Ma, nel concreto, qualcuno ci spieghi: come si fa a dire che la politica di Padoa Schioppa rappresenta una svolta redistributiva e poi chiedere alla gente di scendere in piazza contro quella politica. Perché delle due l’ una: o si tratta di “emendare” – e allora dovrebbe bastare la moral suasion della nostra delegazione governativa – oppure si tratta di “capovolgere” la filosofia della legge, ma se è una legge di svolta come si fa? D’altra parte si è mai sentito di una manifestazione di piazza fatta con l’obiettivo di “emendare” una legge? Dal tumulto dei Ciompi alla manifestazione della Cgil del marzo 2002 la lotta di classe si è sempre fatta o a favore o contro qualcuno, mai per dargli un… suggerimento.

E dunque chi è politicista? Chi chiede una svolta reale o chi difende nel complesso la politica di un governo che gli italiani e in particolare la nostra gente giudicano negativamente e finisce di fatto per confinare ogni possibile reazione popolare contro questa politica nell’ambito del semplice mugugno oppure della mediazione istituzionale? Nel 2001 Bertinotti sosteneva che sarebbe stato d’accordo coi movimenti a prescindere; oggi siamo d’accordo con Prodi a costo di essere in netta minoranza nel paese e tra la nostra gente. Col risultato che – per non essere politicisti, estremisti e minoritari – stiamo preparando il terreno al “tavolo dei volonterosi” e consegnando il paese nella mani della destra, che, sia guidata da Berlusconi, sia guidata da un suo epigono un po’ più “a modo”, pur sempre destra è.

Forse invece sarebbe il caso di rivolgersi a tutti coloro che la pensano come quel 70% di italiani insoddisfatti e proporre loro di costituire non il tavolo “dei volonterosi” ma al contrario il tavolo “di quelli che non ne hanno più voglia”: di essere più realisti del re; di continuare a portare acqua al mulino degli altri; insomma di sancire la propria subalternità politica e culturale a entrambe i capitalismi: quello con la faccia truce e quello col volto umano.

Marco Veruggio

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