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Detenuto in attesa di giudizio

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(8 Novembre 2009) Enzo Apicella
Secondo i dati di Ristretti Orizzonti sono 82 le persone morte nelle carceri italiane nel 2009. Nella maggior parte dei casi, suicidi; qualcuno morto per cause naturali.

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Sulla Palestina e sulla realtà del nostro paese non ci faremo tappare la bocca

Report della riunione del Forum Palestina

(26 Novembre 2006)

I compagni che in questi anni hanno dato vita al Forum Palestina si sono riuniti per discutere e valutare i risultati e i problemi della manifestazione del 18 novembre a Roma. Schematizziamo per punti le questioni che intendiamo proporre a tutti come elementi di riflessioni e di continuità dell’iniziativa.

1) Ci sembra importante segnalare la sproporzione tra le reazioni e i fatti.

E’ evidente che la manifestazione del 18 novembre - una grande e riuscita manifestazione di massa al fianco del popolo palestinese - ha colto alcuni nervi scoperti ed ha rivelato alcuni fattori di vulnerabilità politica strettamente connessi alla situazione in Medio Oriente e alla politica del governo. Questa contraddizione non è un problema del Forum Palestina ma deve far riflettere anche il resto del movimento contro la guerra, le stesse associazioni pacifiste e le forze della sinistra nel loro complesso.

Non si era mai visto uno schieramento che va dal Presidente della Repubblica agli assessori municipali, che sente l’esigenza di attaccare una manifestazione ed alcuni episodi marginali nella stessa. Un nervo scoperto è sicuramente l’aver esposto pubblicamente e politicamente l’esistenza di un accordo militare tra Italia e Israele. E’ stato come pestare la coda di una vipera. Ci sono in ballo connessioni tra apparati, interessi economici e strategici rilevanti, complicità politiche consolidate che hanno condizionato e condizionano tuttora le scelte decisive della politica estera italiana. L’Italia è uno Stato con legami profondi con gli apparati statunitensi e israeliani che affondano nella storia e nel presente di questo paese. La questione palestinese, in tale contesto, è un tabù che va rimosso e depotenziato con ogni mezzo necessario.

In secondo luogo, le reazioni pesanti alle effigi bruciate e agli slogans sui militari, rivelano il crescente militarismo che impregna, con uno schieramento apertamente bipartizan, la politica nel nostro paese. E già accaduto che l’anno scorso una manifestazione pacifica che contestava la parata del 2 giugno venisse pesantemente caricata. Si è ripetuto con le polemiche sul 2 giugno di quest’anno (che ha visto presenze istituzionali della sinistra “radicale” alla parata militare ed altre che la contestavano). Si è visto con il tentativo politico e mediatico di gestire sempre e comunque in positivo il ruolo dei militari italiani in Iraq, in Afghanistan, in Libano. Si è visto con il tentativo di costruire un consenso di massa al militarismo “umanitario” anche attraverso manifestazioni dei movimenti pacifisti più collaterali al governo (Perugia-Assisi prima e Milano poi).

A nessuno è sfuggito come in Libano la situazione stia rapidamente precipitando (come avevamo ampiamente previsto e denunciato anche con la manifestazione del 30 settembre), mandando a monte ambizioni e illusioni neo-napoleoniche dell’Italia nell’area. I militari italiani sono ancora in Iraq nonostante si sia annunciato il loro ritiro, sono ancora in Afghanistan a fronte di una crisi evidente della missione NATO, sono in Libano con la possibilità di dover intervenire in una crisi interna al fianco di una delle componenti (il governo sostenuto da Francia e USA e dai falangisti) contro altre componenti (Hezbollah, Partito Comunista, nazionalisti, sinistra libanese, palestinesi dei campi profughi). Il governo italiano sa che questa situazione è estremamente delicata e pericolosa. Ogni forma di rottura di un fragilissimo consenso alle spedizioni militari italiane rischia di diventare un serio problema di gestione per il governo. Questa preoccupazione attiene agli slogans di una manifestazione ma anche ai fragili equilibri parlamentari, attiene al controllo dei servizi giornalistici (tanto che per sapere cosa accade in Libano occorre leggere la stampa spagnola) come all’azzittimento tramite pubblico ludibrio di ogni voce dissonante dello schieramento politico.

2) Mantenere le iniziative in cantiere

Non intendiamo farci intimidire né oscurare. Sul piano dell’informazione stiamo dando e daremo battaglia per ripristinare la verità sulla manifestazione del 18 novembre ma ci preme soprattutto tenere al centro la questione emersa come dirimente: la revoca dell’accordo militare Italia-Israele, sia come forma concreta di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese e degli altri popoli dell’area, sia come punto di svolta e rottura delle connessioni politiche, militari, strategiche, industriali tra l’Italia e uno stato bellicista che continua ad occupare i Territori Palestinesi, siriani, libanesi ed a minacciare gli altri paesi della regione.

a) Stiamo mettendo in piedi una grande assemblea pubblica nei prossimi giorni sull’accordo militare Italia-Israele e gli altri punti della piattaforma della manifestazione che hanno cercato in tutti i modi di oscurare. Appena ci saranno le conferme ne daremo ampia comunicazione. A tale proposito stiamo facendo i conti – in positivo – con la raccolta di firme sulla petizione popolare che chiede la revoca dell’accordo militare. Ormai sono in giro centinaia di moduli ed arrivano centinaia di firme da tutta Italia. E’ un esito assai superiore alle nostre aspettative e a quelle dell’Associazione Sardegna-Palestina che ha lanciato l’idea. Si tratta di gestire bene sul piano organizzativo la raccolta di firme, di promuovere su questo iniziative locali ovunque sia possibile e di preparare per l’inizio dell’anno prossimo una iniziativa di massa per la consegna delle firme alla Presidenza del Consiglio.

b) Parteciperemo al convegno su “Informazione e Palestina” del 30 novembre al Senato

c) Dobbiamo pensare già da ora alla mobilitazione in occasione della visita di Olmert a Roma, prevista per il 13 dicembre. Olmert è “persona non gradita”. Porta la responsabilità dell’attacco al Libano e del massacro quotidiano dei palestinesi a Gaza e Cisgiordania.

d) Stiamo approntando il materiale per la campagna di boicottaggio e disinvestimento dall’economia di guerra israeliana. Come avete visto al corteo era presente lo striscione per il boicottaggio della Telecom. Si tratta di far partire questa campagna in modo coordinato in alcune città. A breve saranno disponibili gli adesivi e dei depliant informativi per la campagna di boicottaggio. Specularmene agli enti locali che finanziano e promuovono acccordi commerciali e di studio con Israele chiediamo di sospendere questi accordi.

3) I rapporti dentro il movimento

Quella di sabato 18 novembre era la sesta manifestazione nazionale organizzata (o meglio, autorganizzata) in questi cinque anni di lavoro di informazione e solidarietà con la lotta e la resistenza del popolo palestinese. In questi cinque anni, le nostre manifestazioni hanno talvolta subito attacchi pesanti sia da parte delle forze filo-israeliane sia dentro l’ambito politico della “sinistra”, in altre occasioni ci hanno invece oscurato, ma il nostro lavoro è andato avanti lo stesso perché non siamo subalterni al circo massmediatico.

Quella scattata sabato 18 novembre non è stata e non sarà l’ultima imboscata politica e mediatica contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina. Ma c’è una differenza.

In questi anni abbiamo potuto affrontare politicamente e replicare con efficacia agli attacchi perché attenevano a contenuti, slogans, striscioni, volantini che erano stati decisi collettivamente, discussi e rivendicati come tali. Sia a febbraio sia sabato abbiamo dovuto invece gestire iniziative e scelte che non abbiamo discusso e che sono state sovradeterminate sulla manifestazione senza alcun confronto o discussione con gli organizzatori e della grande massa dei partecipanti, ma - al contrario - infischiandosene delle indicazioni che venivano dagli stessi. In particolare, consideriamo gravissimo e inaccettabile il disprezzo mostrato verso le indicazioni e le richieste delle compagne e dei compagni palestinesi. Siamo abituati ad assumerci le nostre responsabilità fino all’ultimo dettaglio ma non siamo più disponibili ad assumerci decisioni che nostre non sono, qualunque esse siano. Quando e qualora ci saranno provvedimenti giudiziari contro i manifestanti di Roma, ci mobiliteremo per respingerli come abbiamo fatto in tutte le altre occasioni. Di fronte agli attacchi repressivi o al linciaggio politico, non abbiamo mai lasciato nessuno da solo: sia esso un collettivo di studenti universitari o un sindaco, sia essa una associazione o un segretario di partito, anche non condividendo le loro posizioni e le loro interviste.

Vogliamo essere chiari su un ultimo punto: la divergenza che ci divide è sia politica che di metodo, per questo la discussione su servizi d’ordine e muscolosità dei cortei non ci interessa né intendiamo alimentarla.
Sbaglia – da sempre – chi pensa di irreggimentare i movimenti e le manifestazioni politiche e sociali dietro ringhiose file di servizi d’ordine: è una logica che non ci interessa perlomeno quanto quella di chi utilizza le manifestazioni ad esclusivo beneficio dei media. Vogliamo infine chiarire che i nostri rapporti con gli autori di alcuni documenti diffusi in questi giorni - Coordinamento di Lotta per la Palestina e il Campo Antimperialista - finiscono qui. Nulla di più, nulla di meno.

23 novembre 2006

Il Forum Palestina

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