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Saddam Hussein: una morte annunciata

(29 Dicembre 2006)

Mancano pochissimi giorni alla scadenza dell' annunciata morte di Saddam Hussein. Salirà al patibolo a breve. Il suo corpo inerme, senza vita, penzolerà dal cappio per simboleggiare che la legge degli uomini è la più forte. La meritata sentenza placherà gli animi più accesi. Li placherà con la vendetta. Quelli che ancora pensano che “occhio per occhio dente per dente” sia la via più facile alla civilizzazione di un paese. Qualunque esso sia.


Saddam Hussein nasce ad Auja nel 1937. Si dedica alla politica molto presto, militando nel partito socialista arabo Bath. Nel 1959 viene condannato per l'uccisione del leader politico Qasim e fugge prima in Siria, successivamente al Cairo.

Solo nel 1964, dopo essere rientrato in Iraq, viene eletto nelle file del Bath e ne diventa uno dei protagonisti carismatici, tanto che nel ‘68 è l'indiscusso promotore della rivoluzione irachena, che lo vede agire in diversi colpi di stato tesi a rovesciare il governo allora in carica. Nel 1979 è segretario del Bath e nello stesso anno diventa il presidente della repubblica Irachena.
Un anno dopo gli attriti fra Iraq e Iran si fanno sempre più aspri a causa dell'occupazione iraniana di alcuni territori iracheni. Il risultato è una dura guerra, cruenta e drammatica. Saranno migliaia i morti contati alla fine del conflitto durato quindici anni, e nessuno ne uscirà vincitore.
E' il 1988.
Lo Stato iracheno in quel periodo è debole ed estenuato dalla guerra da cui è appena uscito, ma la sete di potere di Saddam non si placa. Due anni dopo, nel 1990, invade il Kuwait. Ignorando completamente le ripercussioni non solo nei paesi arabi, ma anche nei paesi ad essi alleati, continua la sua avanzata fino al gennaio 1991, quando partirà la controffensiva americana denominata “desert storm”.

La ritirata non sarà la giusta via di fuga. I telegiornali di tutto il mondo mostreranno il fallimento iracheno.
Migliaia di invasori giaceranno per le strade che vanno dal Kuwait all' Iraq senza vita, ma con un bottino in mano. Un presepe di morte annunciata.

Nonostante la dura sconfitta inflittagli, Saddam resta al potere e continua il suo sterminio a scapito delle minoranze curde, da sempre emarginate dai vertici dirigenziali della dittatura irachena. Si parla di 100.000 curdi eliminati
nelle maniere più efferate, ma questi dati restano pressoché sconosciuti.
Le limitazioni di sorvolo sull’area irachena impediscono a Saddam di portare avanti questo nuovo olocausto contro i popoli curdi, ma la sua ben radicata egemonia inizia a traballare a causa delle sanzioni imposte dall' Onu e per la fragile congiuntura economica che si va prospettando, dovuta anch’essa agli embarghi internazionali.
Nonostante il petrolio sia una fonte indiscussa di introiti sicuri, la popolazione è privata completamente di tutti i beni necessari alla propria sopravvivenza. Il declino di Saddam inizia lentamente a
profilarsi, benchè lui stesso abbia ordinato la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la vittoria sui Kuwatiani.
Dopo l' attacco terroritstico dell'11 settembre 2001 gli Stati Uniti, alla ricerca dei mandanti dei presunti terroristi complici e di armi chimiche letali, attaccherrano l' Afghanistan e successivamente l'Iraq.

Nel 2003 l' Iraq è invasa dalle truppe americane, e il 13 dicembre dello stesso anno viene catturato Saddam Hussein. Il rais viene trovato all'interno di un buco scavato nella terra. Il volto trasfigurato da una barba incolta
e uno sguardo perso nel vuoto farà il giro del mondo.

Nel 1982 viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail di 148 sciiti. Il 5 novembre il proclama della sentenza viene espresso dalla stessa giuria: condanna a morte per impiccagione per crimini contro l'umanità.
Il dado è tratto, si chiude il capitolo e la storia continua a percorrere il suo interminabile cammino.

Non vi sono escamotage religiosi, non esistono appelli ad oltranza. L'unica legge che vige è la legge dei potenti signori della terra. Quelli che la domenica vanno in chiesa a benedire i loro peccati, con il perdono, con la comprensione…e appena voltato l'angolo non perdono occasione per giustiziare uomini già intrappolati nelle loro schizofreniche sciagure. Avranno il tempo che meritano, nelle loro celle anguste, nel loro perpetuo isolamento, emarginati dalla vita.

Una condizione che li riporta inevitabilmente allo stato embrionale della loro pazzia, ripercorrendo giorno dopo giorno, ora dopo ora, ciò che avrebbero potuto godere della semplicità esistenziale.
Una condanna esemplare.

Alessandro Ambrosin

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