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Alcune considerazioni sulla manifestazione del 18 novembre per la Palestina

(31 Dicembre 2006)

La manifestazione per la Palestina dello scorso 18 novembre a Roma si è inserita in un quadro politico molto diverso dagli anni precedenti. La contromanifestazione organizzata a Milano dal cartello di forze che si è raccolto dietro lo slogan “Forza Onu” ha segnato un salto di qualità negli ormai consueti tentativi di boicottaggio e va considerata come l’espressione di una più ampia trasformazione dello scenario politico nazionale. Molto è cambiato rispetto agli anni appena trascorsi. Non solo perché, come previsto, i partiti e le forze politiche “di sinistra” che ieri invocavano a gran voce il “ritiro delle truppe, senza se e senza ma”, oggi hanno votato a favore delle missioni militari (in Afghanistan e in Libano) e dell’aumento delle spese di guerra previsto dalla finanziaria di Prodi; ma soprattutto perché gli stessi partiti e le stesse forze politiche che hanno dismesso così indecorosamente il loro “pacifismo” stanno provando con tutte le forze a trascinare il movimento contro la guerra nel pantano del collateralismo governativo.

L’obiettivo è chiaro: di fronte al dato oggettivo rappresentato dal fatto che le ragioni e le contraddizioni che hanno portato alla nascita del movimento contro la guerra sono più vive che mai, le forze interne o collaterali alla maggioranza governativa provano ad evitare che il movimento stesso sviluppi una reale autonomia (condizione essenziale per la sua crescita quantitativa e qualitativa). E’ inutile dire che gli strumenti adottati per controllare il movimento sono molteplici: vanno dalla propaganda su un “imperialismo dal volto umano” funzionale ad arruolare collaborazionisti proprio tra i “pacifisti” (la pagliacciata “Forza Onu” rientra in questa tattica), ai veri e propri tentativi di corruzione (di cui molti già riusciti alla perfezione), fino alle campagne di denigrazione, criminalizzazione, disinformazione e boicottaggio (ovviamente “bipartisan”) contro chi continua a schierarsi al fianco dei popoli oppressi e della loro Resistenza - in Iraq, in Palestina, in Afghanistan, in Libano, ecc.

Le violentissime reazioni seguite all’innocuo falò di tre pupazzi di cartone, il 18 novembre a Roma, hanno evidenziato quale immane potenza di mezzi e quale aggressività la nuova maggioranza governativa è disposta ad impiegare pur di stroncare qualsiasi tentativo di opposizione all’imperialismo italiano. Non solo. Hanno dimostrato tangibilmente come il processo di compressione delle libertà all’interno del paese (di cui lo Stato dei padroni ha bisogno anche per procedere più agevolmente nelle operazioni militari all’estero) prosegua spedito in un clima da “unità nazionale” che prescinde del tutto dai governi in carica. Mentre la cosiddetta “sinistra radicale” parlamentare si è confermata essere null'altro che l’ultima appendice periferica di un fronte nazionalista e sciovinista che unisce maggioranza, opposizione, apparati ideologici di Stato, apparati repressivi, ecc.

Quanto accaduto durante e in seguito alla giornata del 18 novembre, costituisce un prezioso promemoria anche per alcune componenti del movimento che certamente non sono compromesse con l’opportunismo filogovernativo, ma che purtroppo si lasciano spesso fuorviare da una sorta di ossessione per manovre “tattiche” il più delle volte controproducenti. Ci riferiamo a quei compagni che hanno provato ad “aprire contraddizioni” nell’“ala sinistra” della maggioranza e che a tal fine hanno consentito che la piattaforma della manifestazione venisse “gestita” quasi decontestualizzando la “questione palestinese” dalla più ampia aggressione imperialista in Medio Oriente. I violenti attacchi alla manifestazione di Roma hanno invece ricordato a tutti che non è possibile scindere la “questione palestinese” dalla lotta contro l’imperialismo, dato che i più elementari diritti del popolo palestinese sono in contraddizione con l’assetto imposto dalle potenze occidentali nell’area mediorientale, con i loro piani per il futuro e con il ruolo specifico già assunto dall’imperialismo italiano. E’ quindi del tutto naturale che gli imperialisti nostrani considerino ogni manifestazione coerentemente schierata dalla parte del popolo palestinese come una manifestazione contro di loro (e che reagiscano di conseguenza). L’illusione di poter separare “tatticamente” ciò che politicamente non è separabile, produce l’unico effetto di ostacolare una corretta percezione del livello reale dello scontro, esponendo il movimento agli attacchi dell’avversario e indebolendo la sua capacità di crescere politicamente e quantitativamente.

Il linciaggio scatenatosi contro la manifestazione del 18 a Roma, del resto, è in perfetta continuità con l’offensiva ideologica permanente scagliata dai diversi governi succedutisi negli ultimi anni. E’ infatti difficile non accorgersi che, contestualmente all’intensificarsi delle operazioni militari all’estero e all’attacco contro i diritti dei lavoratori all’interno, ha preso corpo un’ampia mobilitazione di forze – istituzionali, politiche, sociali, culturali, mediatiche – volta a propagandare e istillare nella popolazione il nazionalismo più aggressivo. Tutte le articolazioni dello Stato, dal presidente della Repubblica, alle istituzioni scolastiche e universitarie, fino all’ultimo giornalista di regime, sono mobilitate in una campagna sciovinistica che agisce come un rullo compressore: da un lato si prova a suscitare un artificioso consenso attorno alle imprese dell’imperialismo italiano, dall’altro si mira a creare un clima di “solidarietà nazionale interclassista” che agevoli l’imposizione ai lavoratori dei soliti “sacrifici per la competitività del paese” e ostacoli la ricomposizione dei momenti conflittuali che pure si dispiegano nei luoghi di lavoro, nei quartieri e con le lotte degli immigrati. Chi si oppone all'imperialismo del “proprio paese” è quindi etichettato come un criminale, esattamente come quei lavoratori e sindacati autorganizzati che non si vendono al padrone, che non accettano il suicidio della concertazione, che rifiutano gli accordi-capestro e che difendono i diritti conquistati con anni di lotte. Gli uni sono indicati come “amici dei tagliatori di teste”, gli altri sono additati come sabotatori dell’“economia nazionale” e responsabili della perdita di “competitività” del “sistema-paese”. La retorica sulla “comunità nazionale”, sui soldati italiani dipinti come “missionari di pace” o “vittime del terrorismo” e gli appelli alla concordia tra le “parti sociali” in nome della “concertazione” o della “competitività del sistema-paese”, sono solo diverse declinazioni di un’unica offensiva ideologica volta ad imporre le ricette padronali fatte di sfruttamento, precarietà, oppressione e morte.

Non c’è dunque da stupirsi del fatto che illustri esponenti del sindacalismo collaborazionista si siano prontamente accodati al coro di critiche e voci scandalizzate piovute sulla manifestazione per la Palestina, associando esplicitamente la manifestazione di Roma del 18 novembre alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà e allo sciopero generale del 17 novembre (indetto unitariamente dall’insieme del sindacalismo di base) e rubricando il tutto sotto l’equivoca etichetta di “piazze violente”. Non c’è da stupirsene perché ciò che il fronte governativo e le sue appendici intendono distruggere è il processo di costruzione di un intervento autonomo dei lavoratori, colpendo sul nascere ogni sua possibile espressione: sia che avanzi sul terreno dell’opposizione alla guerra imperialista, sia che si coaguli attorno a quello della difesa delle condizioni di vita e di lavoro. I padroni e i loro servi hanno consapevolezza del fatto che questi due terreni di intervento vivono dello sviluppo di un unico, medesimo, spazio di autorganizzazione politica e sociale. Uno spazio potenzialmente enorme, vista l’incapacità strutturale della borghesia di risolvere le contraddizioni in cui è attanagliata: come dimostrato dalla crescita delle Resistenze dei popoli oppressi sul piano internazionale e, sul piano interno, dalla piena riuscita dello sciopero generale del 17 novembre (anche le contestazioni di Mirafiori hanno lo stesso significato). Ed è proprio il timore di tale potenzialità espansiva a spiegare la fretta e la drasticità con la quale i padroni e il loro governo intendono chiudere, sterilizzare, blindare, criminalizzare (persino preventivamente!) questo spazio politico e sociale d’opposizione. In questo senso, la piena riuscita dello sciopero generale del 17 novembre, avendo segnato un importante passaggio unitario nella costruzione dell’opposizione di classe al governo Prodi, contribuisce certamente a spiegare la virulenza delle reazioni padronali alla manifestazione del 18. Chi non ha spento il cervello all’arrivo del nuovo governo, infatti, si è facilmente reso conto che i violenti attacchi indirizzati alla manifestazione del 18 novembre col pretesto dei fantocci bruciati possedevano un chiaro significato politico: intendevano lanciare un’intimidazione nei confronti di chiunque osi muoversi fuori dalle compatibilità definite dagli interessi padronali per provare a costruire un’opposizione di classe e autorganizzata (sociale, politica e sindacale) al governo Prodi. Questa chiara volontà intimidatoria e preventiva, espressa proprio all’indomani dello sciopero generale del 17, spiega l’enfasi eccessiva, grottesca e apparentemente caricaturale con la quale si è stigmatizzato l’episodio dei fantocci (è intervenuto persino il presidente della Repubblica!). Chiunque abbia letto con attenzione i quotidiani nei giorni successivi alla manifestazione per la Palestina, non ha potuto fare a meno di avere la netta sensazione che l’attacco mediatico al 18 fosse anche una “vendetta trasversale” contro il 17 e un “avvertimento” per il futuro.

Purtroppo, però, dobbiamo constatare che all’interno del movimento si è fatta strada la tendenza a rifuggire da una lettura politica degli attacchi alla manifestazione per la Palestina e a concentrare l’attenzione sul falso “problema dei fantocci di cartone”. E’ chiaro che in molti l’idea che l’atto del falò abbia determinato la campagna di aggressione alla manifestazione svolge una funzione autoconsolatoria, impedendo di prendere atto del fallimento di quelle manovre “tattiche” che si propongono di “sollevare contraddizioni” all’interno della maggioranza o nella sua “ala sinistra”. Solo chi cerca una “interlocuzione” con pezzi della maggioranza parlamentare, può fingere di non comprendere che il gesto simbolico del falò è stato processato sulla stampa per il condivisibile contenuto politico che ha veicolato, cioè per aver espresso in maniera chiara ed inequivocabile l’opposizione all’imperialismo del “proprio paese” e alle sue guerre. Siccome, chiaramente, gli squallidi personaggi della maggioranza che di giorno votano i crediti di guerra e che di notte “interloquiscono” con alcune realtà del movimento contro la guerra, aborriscono proprio questo contenuto politico, ci è toccato assistere al tentativo di salvare comunque l’interlocuzione e di togliersi dall’imbarazzo agitando un inesistente “problema dei fantocci bruciati”. Se una simile “tattica” fosse dannosa solo per chi l’adotta, non ce ne occuperemmo affatto. Il punto è che tali comportamenti producono effetti deleteri per l’intero movimento. Ed infatti, all’indomani del 18 novembre, proprio quando era ancor più essenziale schierarsi a difesa dell’autonomia del movimento, perché la vera posta in gioco era (ed è) l’agibilità politica di un’opposizione internazionalista all’imperialismo e alle politiche antiproletarie del governo Prodi, abbiamo visto alcuni compagni non rispondere adeguatamente all’ondata intimidatoria della stampa padronale. Come sempre, la miopia politica del “tatticismo” ha impedito di vedere che il modo migliore per difendersi non era certo quello di scendere sul terreno paludoso della disinformazione padronale, né di analizzare il significato attribuibile a tale o talaltro slogan (fingendo di non comprenderne l’unico significato politico), né di criticare l’opportunità politica del falò: era piuttosto necessario invitare tutto il movimento a ricompattarsi per difendere la libertà di esprimere e organizzare l’opposizione all’imperialismo “di casa propria” evidenziando il reale, profondo, significato politico dell’attacco mediatico. La spirale attacco-mediatico/autocensura (o repressione), che la disinformazione padronale punta a suscitare, dev’essere disinnescata subito. Ma per farlo è indispensabile non chiudersi sulla difensiva, è essenziale ribadire forte e chiaro che sul banco degli imputati devono salirci i guerrafondai, non chi alla guerra si oppone, è necessario denunciare con determinazione la cappa di piombo militarista che si vuol calare sull’intera società e che porta ad incriminare per vilipendio chi si oppone alla guerra (fatto che prelude ad una sorta di controllo preventivo sui cortei). Questo è l’unico modo per difendere il presente e il futuro del movimento.

Più in generale, anziché farsi dettare l’agenda del dibattito dai media borghesi, è urgente lavorare per costruire un radicamento territoriale che dia nuovo slancio al movimento contro la guerra sulla base di riferimenti politici chiari. Ogni ipotesi di rafforzamento del movimento e della sua autonomia passa ineludibilmente dalla capacità di sviluppare in avanti il dibattito politico e di estenderne le basi di massa saldandolo con lotte che attraversano i territori. Si tratta innanzitutto di fare in modo che le mobilitazioni contro le aggressioni imperialistiche e le mobilitazioni dei lavoratori, degli immigrati e degli studenti contro le politiche “interne” del governo, siano finalmente percepite come due aspetti di una medesima lotta, due percorsi da intersecare e fondere perché possono e devono rafforzarsi vicendevolmente. La lotta contro l’imperialismo italiano e lo sviluppo dell’autorganizzazione del proletariato non sono infatti dinamiche separabili: si sviluppano solo reciprocamente. La disorganizzazione e lo sbandamento scaturiti dal previsto passaggio di rilevanti componenti del movimento nell’orbita della maggioranza governativa non ci sorprendono affatto, confermano, piuttosto, quanto abbiamo già più volte ribadito in tempi non sospetti: non può esserci alcuna reale autonomia del movimento contro la guerra senza lo sviluppo dell’autonomia di classe, senza il protagonismo dei proletari, degli studenti e degli immigrati che lottano. Non capiamo, del resto, coloro che si dilettano a discettare di autonomia del movimento contro la guerra senza curarsi di coinvolgere seriamente quelle energie e quelle soggettività che sole possono e devono concretizzarla. Fare affidamento non sui processi di autorganizzazione della classe, dei soggetti sociali, di chi già lotta, ma su formule organizzative più o meno inventate caso per caso, trattando la guerra come un “settore” isolabile dall’insieme delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, ci sembra un’illusione che può giovare unicamente a chi vuole mantenere solo una parvenza di autonomia all’interno di un quadro “tatticamente” collaterale alla triste “minoranza della maggioranza”.

Sappiamo bene che non è facile muoversi nella direzione appena indicata, tuttavia pensiamo che esperienze come quella dello sciopero generale del 17 novembre, le lotte contro la repressione, le mobilitazioni degli studenti di questi mesi, le lotte dei migranti, le rivolte contro le basi militari, i movimenti contro il saccheggio del territorio (a partire dal movimento NOTAV), ci indichino l’unica strada effettivamente percorribile nei prossimi anni per non lasciare che il movimento contro la guerra deperisca nel pantano del collateralismo governativo.

Di fronte all’offensiva dell’imperialismo (che è unica: economica, politica, ideologica e repressiva all’interno, anche bellica all’estero) è indispensabile collegare la battaglia per il ritiro immediato di tutte le truppe dall’estero ad una prospettiva di unificazione delle lotte sociali, innanzitutto investendo politicamente nelle esperienze che già si sono mosse in questa direzione: le sorti del movimento contro la guerra oggi dipendono dalla capacità di costruire un’opposizione di classe al governo di Prodi, Bertinotti e Padoa-Schioppa.

Dovrebbe essere superfluo sottolineare che per avanzare realmente in questa direzione, pur senza avere la pretesa di ottenere risultati immediati, è necessario muoversi con un approccio realmente unitario nella costruzione delle scadenze di mobilitazione e nel radicamento territoriale del movimento contro la guerra; occorre adottare un metodo che non salti, ma anzi favorisca, tutti i necessari passaggi di confronto, discussione politica, coinvolgimento, coordinamento, approfondimento, tra/con tutte quelle soggettività della sinistra di classe che, pur collocandosi all’interno di percorsi diversi (sul piano politico-organizzativo o sindacale), costituiscono una leva indispensabile per rilanciare seriamente l’opposizione alla guerra. Tutto ciò implica, evidentemente, uno sforzo particolare da parte delle realtà che negli ultimi anni hanno assunto la lotta contro la guerra come un terreno privilegiato del proprio intervento politico. Uno sforzo volto anche a riqualificare il proprio contributo alla luce delle attuali condizioni, dato che battaglie per l’egemonia o per la “direzione” organizzativa del movimento non rientrano nei compiti politici del momento: esprimono semmai una propensione al suicidio politico e alla desertificazione delle già ridotte capacità di mobilitazione.

Oltre a favorire in tutti i modi l’indispensabile processo di riaggregazione sul piano territoriale delle realtà della sinistra di classe (nella forma di comitati, coordinamenti, ecc…) e costruire in tal modo le condizioni per un più vasto intervento di sensibilizzazione e coinvolgimento di massa, è indispensabile affrontare anche quei nodi politici e ideologici che pesano sulla ripresa del movimento frenandone lo sviluppo (quantitativo e qualitativo). In quest’ottica, riteniamo particolarmente importante dar vita ad una campagna contro l’imperialismo italiano che coinvolga quanti più compagni è possibile a livello nazionale, per mettere in campo un intervento politico ampio e articolato che sveli gli interessi, le complicità e l’azione dell’imperialismo, da tutti i punti di vista (economico, politico, militare, repressivo), organizzando iniziative che ne denuncino sistematicamente le malefatte e seppelliscano il mito degli “italiani brava gente”. Allo stesso modo, è indispensabile avviare un lavoro metodico che metta a nudo la natura intrinsecamente e strutturalmente imperialista dell’Unione europea e smascheri il ruolo dell’Onu in quanto strumento delle potenze imperialiste. Anche la costruzione di un’attività stabile di informazione e controinformazione sulla Resistenza popolare in Medio Oriente e la realizzazione di campagne specifiche che uniscano comunicabilità e contenuti politici (ponendo al centro, ad esempio, la condizione dei prigionieri arabi e palestinesi) è da assumere come una priorità essenziale: per rompere il muro di denigrazione e disinformazione che l’imperialismo costruisce attorno alle Resistenze e opporsi efficacemente al clima islamofobico sempre più diffuso. Si tratta certamente di un lavoro complesso e impegnativo, ma la possibilità che il movimento contro la guerra concretizzi le sue ancora enormi potenzialità, dipende anche dalla capacità soggettiva di costruire un intervento politico ampio, organizzato e puntuale, su questi temi.

18/12/2006

Collettivo internazionalista di Napoli (kollintern@gmail.com)
Corrispondenze Metropolitane – Roma (cmetropolitane@yahoo.it)
GCR – Gruppo Comunista Rivoluzionario (lav_com@tin.it)

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