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(8 Ottobre 2012) Enzo Apicella
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(No basi, no guerre)

Ombre nere ed avvoltoi sulla lotta delle popolazioni vicentine contro l’ampliamento della base militare U.S.A.

Un ragionamento per gli attivisti ed i compagni del movimento No War

(21 Gennaio 2007)

Non vogliamo ritornare sul significato politico generale o sulle scelte di strategia militare che sottendono all’ampliamento della base americana di Vicenza. Rinviamo i compagni interessati a prendere visione della corposa documentazione prodotta in loco dai Comitati di Lotta o all’ampia raccolta di analisi e contributi vari presente sui siti internet *.

Ci preme, invece, anche capitalizzando talune vicende di lotte e mobilitazioni No War del recente passato, fare tesoro di ingenuità ed errori che – tutti assieme – abbiamo compiuto nel corso di queste esperienze le quali si riverberano ancora oggi a ridosso della questione vicentina.

Le mobilitazioni di questi giorni a Vicenza sono, senza ombra di dubbio, un segnale positivo ed incoraggiante che testimonia una presente e diffusa volontà popolare contro questo ulteriore passaggio di militarizzazione del territorio con l’obiettivo di determinare una rinnovata e più decisa funzione di aggressione bellica di questa base nell’intera area d’intervento Euro-Mediterranea.
Una vitalità, che premia il lavoro di agitazione, di organizzazione e di radicamento delle locali associazioni e comitati di lotta, che già si era manifestato nella grande Manifestazione dello scorso dicembre con cui, a stragrande maggioranza, era emersa l’opposizione senza se e senza ma all’ampliamento della base americana.

Preoccupazioni ed avvertenze che socializziamo ai compagni.

L’immediata reazione di lotta all’annuncio prodiano con cui si è dato il placet all’ampliamento della base ha costituito una accelerazione nelle dinamiche di movimento e nel rapporto tra queste con i partiti politici ed il governo.

L’intero ciclo del movimento contro la guerra – almeno qui in Italia – si è costantemente misurato ed intrecciato con l’azione della cosiddetta sinistra radicale e con quelle opzioni miranti a ricondurre la portata ideale e politica di questa insorgenza dentro i meccanismi di governance e di gestione delle crisi. Costantemente, nella dialettica del movimento, sono emersi punti di vista ed argomentazioni che, camuffandosi a vario modo, hanno ostacolato ogni anelito di autonomia ed indipendenza dal quadro politico e dalle compatibilità con i soggetti istituzionali. Non è questa la sede per un compiuto bilancio politico della passata stagione del movimento contro la guerra. Altri luoghi ed altri appuntamenti sono già convocati per questo indispensabile confronto collettivo che diventa sempre più necessario.

Vogliamo, però, sommessamente, mentre riparte la mobilitazione di Vicenza, segnalare alcune preoccupazioni che intravediamo ed avanzare alcune utili avvertenze per non sacrificare, anche questa volta, speranze ed obiettivi di lotta, sull’altare del politicantismo e della subalternità.

E’ bastato leggere, nelle edizioni di sabato 20 gennaio, i titoli de “l’Unità” e di “Europa” (il giornale della Margherita), per cogliere la esplicita soddisfazione, degli estensori di questi giornali, per gli scarsi numeri presenti al Presidio, per protestare contro l’autorizzazione del governo Prodi all’ampliamento della base militare americana a Vicenza, svoltosi a Roma nella serata di venerdì 19/1.

Quanto a Rifondazione Comunista, per chi ha partecipato a questo primo ed importante appuntamento, indetto dai compagni di Roma, è stato facile prendere atto del doppio volto del partito di Bertinotti: opposizione a parole alla base militare, sostanziale diserzione al presidio. Il silenzio di “Liberazione” al riguardo è più eloquente di ogni nostro più malevolo commento. Quando ha preso parola lo ha fatto attraverso la Menaguerra per sputare veleno sul presidio accusando i presenti di parassitismo senza pudore per la sua vicenda personale che utilizzando voti dei pacifisti si parassitariamente seduta in parlamento votando tranquillament3e le missioni di guerra del governo.

Crediamo, oramai, che sia a tutti chiaro che nelle rituali (…e, quasi, infastidite) dichiarazioni di un Giordano, di un Ferrero o di un Russo Spena non c’è traccia di alcuna volontà di rompere con l’attuale maggioranza di governo o di offrire una qualche forma di “rappresentanza politica” conseguente alla battaglia ingaggiata dalla popolazione di Vicenza. Come dire: “fate pure le mobilitazioni contro la “base” e non dimenticate, al momento delle prossime elezioni che anche noi ci siamo espressi “contro”, ma noi non possiamo contribuire a farle crescere fino al punto da mettere in pericolo il governo”.

Emerge, così, di nuovo il cinico tentativo di utilizzare la protesta di Vicenza sul tavolo della contrattazione (..al ribasso!) nel governo evitando accuratamente qualsivoglia atto di rottura formale con l’esecutivo e con le sue politiche.

Una scellerata azione tendente a mettere, anche su questo versante dell’azione di governo, la sordina politica ad ogni critica verso la vigenza dell’esecutivo di Prodi. E’ un lavorio tendente a circoscrivere e depotenziare ogni possibile saldatura tra le sacrosante proteste della popolazione vicentina e la indispensabile ricostruzione di un efficace movimento contro la guerra.

Anche l’appellarsi (..con toni sempre più dimessi) ad una più chiara e marcata exit strategy italiana dai teatri di guerra, che dovrebbe palesarsi al momento della votazione parlamentare al decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, ci sembra prefigurare uno sconcertante scenario che abbiamo già subito, nel luglio scorso, all’epoca della passata votazione.

Anzi le premesse politiche alla base del ritiro italiano dall’Irak (che era già previsto e calendarizzato dal governo del Cavaliere) ed il voto di sostegno della cosiddetta sinistra radicale allo scorso finanziamento della missione a Kabul non hanno impedito la partecipazione militare italiana al nuovo capitolo dell’ aggressione neocoloniale in Libano e nell’intero Medio Oriente. Ed è stato sulla scorta di quel ritrovato clima di unità parlamentare che D’Alema ha potuto intrecciare la trama politica necessaria per la nuova collocazione multipolare dell’interventismo del capitalismo tricolore a partire dallo scenario Libanese.

Una politica salutata, come un primo atto significativo di una volontà di rottura dall’imperante unilateralismo di Bush, dal coro estasiato e subalterno della sinistra radicale.

Del resto che il PRC, ma anche gli altri sinistri governativi, non vogliano seriamente disturbare il manovratore non è riscontrabile esclusivamente dal loro posizionarsi nei confronti della questione vicentina ma dalla collocazione/atteggiamento verso l’insieme dei provvedimenti e delle scelte di politica economica e sociale del governo Prodi.

Non a caso le manifestazioni contro l’invio delle truppe italiane in Libano dello scorso 30 settembre ed il corteo tenuto a Roma al fianco della Palestina del 18 novembre sono state pesantemente attaccate e criminalizzate con toni scandalistici, commenti al vetriolo e strascichi giudiziari abbondantemente esagerati rispetto alla reale dimensione di massa di queste mobilitazioni.
Così come ogni fischio o vivace dissenso verso Padoa Schioppa o Damiano sta diventando l’obbligato bersaglio della squallida esecrazione ed obbligata scelta di distinzione di questi sinistri radicali mentre si annuncia una nuova manomissione al sistema pensionistico, si prepara lo scippo del Tfr e si impone la logica di impresa e di privatizzazione nel Pubblico Impiego. Senza dimenticarci delle promesse elettorali di abrogazione della Legge 30, chiusura dei CPT e del varo di nuove “politiche di cittadinanza”!

Soggetti e protagonisti dei movimenti.

Anche in occasione di questo nuovo tassello dei processi di militarizzazione dei territori e di allestimento di nuovi preparativi bellici abbiamo ascoltato la voce di componenti religiose e del pacifismo le quali si sono schierate, anche in maniera veemente, contro la decisione del governo Prodi.

A Vicenza numerosi esponenti religiosi sono impegnati nella costruzione del movimento e nelle attività di mobilitazione. Lo stesso Alex Zanotelli, in una intervista concessa al Manifesto il 20/1/07, ha usato parole di fuoco contro il governo invitando ad azioni di disobbedienza civile e politica.

Ci aspettavamo quindi la presenza di queste componenti già nel presidio sotto Montecitorio, rispetto al quale non potevano neppure opporre, come in occasione del corteo 30 settembre 2006, la pregiudiziale del settarismo politicista. Il presidio di Montecitorio, colto anche dal Manifesto in sintonia con la mobilitazione larga di Vicenza (tant’è che allo stesso vi ha preso parte una folta delegazione della stessa sopportando molte ore di viaggio in pullman) non ha registrato presenze nemmeno simboliche di queste tendenze.

Ciò potrebbe essere dipeso dal caso o da qualche difficoltà contingente. Certo, pesa anche la difficoltà di un rilancio di un movimento generale che sappia dare maggiore forza ad opposizioni vertenziali o locali. Non vorremmo però che ancora una volta queste componenti percorrano la frequente traiettoria che le fa esordire con le buone intenzioni verso il paradiso per farle approdare a logoranti e inutili trattative con le controparti. Non vorremmo che ancora una volta qualcuno voglia riproporre la demenziale pretesa di opporsi alla privatizzazione dell’acqua cercando di portare al corteo anche Bassolino.

Per essere più chiari, non alziamo barriere pregiudiziali nel movimento e ci farebbe piacere, quindi, trovarci con gli attivisti cattolici e pacifisti in questa lotta. Sarebbe però poco utile tacere che, se dovesse palesarsi (come già si sta palesando) la possibilità di un confronto netto ed alternativo con il governo Prodi la nostra critica a questi compagni di viaggio, che affettano di essere portatori di grandi novità nell’agire per il cambiamento, che alla fin fine si riducono alla solita real politik con i suoi inviti a volere “illuminare” gli organi istituzionali (tra cui l’ONU o l’Unione Europea) i quali, a loro dire, potrebbero e dovrebbero tutelare gli interessi calpestati delle popolazioni.

Più o meno la stessa considerazione la facciamo verso quell’arcipelago “antagonista”, variamente collocato in quel che residua della stagione dei Centri Sociali Autogestiti. Tra questi compagni è sempre stata viva la comprensione del rapporto esistente tra le politiche di guerra permanente e la militarizzazione dei territori. Abbiamo, però, la sensazione (..ed il Presidio sotto Montecitorio sembra confermarlo ampiamente) che questi compagni operano una sottovalutazione verso i nuovi ed urgenti compiti di mobilitazione immediata su questo terreno di scontro. La stessa utile e giusta attenzione verso gli aspetti locali delle lotte e l’impegno militante contro la precarietà del lavoro e della vita se disgiunti da una costante mobilitazione contro le politiche di guerra ed i loro effetti nel fronte interno può diluirsi in una dimensione politica assorbibile o, al più, endemicizzabile da parte delle istituzioni.

Ritrovare, quindi, il senso di una battaglia politica a tutto campo riattualizzando e riverificando, in una dinamica di movimento, il grande tema dell’indipendenza e dell’autorganizzazione dei conflitti può contribuire alla ricostruzione di un efficace movimento contro la guerra. In questo contesto la partecipazione alla lotta di Vicenza è un passaggio ineludibile per ritrovare e rilanciare– al di fuori delle chiacchiere strumentali e della inconcludente ritualità – quelle novità teoriche abbozzate dal generale ciclo di lotte degli ultimi anni.

I tempi tecnici e politici della questione/Vicenza non sono lunghissimi. L’amministrazione americana intende iniziare i lavori di ampliamento della base dopo 60 giorni dall’autorizzazione del governo italiano. Nel prossimo mese di marzo, inoltre, è previsto il voto in Parlamento per la missione militare in Afghanistan.
Si addensano, dunque, appuntamenti di lotta e di mobilitazione a cui saremo chiamati a portare il nostro contributo collettivo ed individuale: il 10 febbraio, a Bologna, si terrà il Convegno Nazionale contro le basi organizzato dal Comitato per il Ritiro delle Truppe; il 17 febbraio la Manifestazione Nazionale a Vicenza, alla metà di marzo il Corteo a Roma per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan.
Non mancheranno, quindi, occasioni in cui emergeranno gli snodi e gli ambiti politici e sociali su cui si fonda la politica estera del governo Prodi, le crescenti aspirazioni imperialistiche e le sue scelte concrete. Ed è in tali passaggi che si verificheranno le dichiarazioni di intenti, le promesse di questi giorni e la collocazione di chi è amico dei movimenti e non dei governi!!

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