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Pro mutuo mori

Pro mutuo mori

(19 Settembre 2009) Enzo Apicella
In un attentato a Kabul, sono colpiti due blindati italiani, uccidendo 6 parà della Folgore

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Bilancio del movimento pacifista e necessità di un rinnovato movimento antimilitarista.

Intervento di Roberto Taddeo, del Collettivo RED LINK, al Convegno "Disarmiamoli" di Bologna, del 10/2/07 indetto dal Comitato Nazionale per il Ritiro delle Truppe

(11 Febbraio 2007)

L’esplosione del movimento contro la guerra avvenuta a ridosso della seconda invasione dell’Iraq e che aveva investito i principali paesi occidentali coinvolti o comunque sostenitori di quella aggressione aveva fatto sperare in un radicale mutamento delle caratteristiche dei precedenti cicli di lotta contro la guerra.
L’estensione in termini di consenso alla stragrande maggioranza della popolazione ed il coinvolgimento attivo di settori significativi della stessa sembravano rappresentare un punto di non ritorno in termini di opposizione alla guerra, al punto da mettere definitivamente quest’ultima fuori dalla storia almeno nella coscienza dei popoli.
Tale effetto sembrò confermarsi lì dove, come nei principali paesi europei, il movimento si incrociò con le esigenze delle classi dirigenti locali, in relazione alle loro preoccupazioni circa le ricadute in medio oriente della strategia unilaterale di guerra infinita dichiarata dall’amministrazione statunitense dopo l’11 settembre.
Purtroppo però nonostante le novità rappresentate dalle dimensioni della partecipazione diretta e indiretta alla mobilitazione contro la guerra, nella fase di precipitazione dell’invasione irakena, tale movimento non ha saputo o potuto esprimere la stessa dimensione iniziale nel prosieguo della vicenda mediorientale.
Naturalmente non è proponibile una lettura unitaria del movimento contro la guerra a scala mondiale (ed in verità anche di quello no-global) poiché, soprattutto nei paesi periferici, la politica statunitense veniva percepita e contrastata come chiaramente aggressiva ed anche come un monito verso i popoli delle altre nazioni periferiche dando alle mobilitazioni una più netta caratterizzazione antimperialista. Ma sarebbe una semplificazione anche una valutazione che volesse raccogliere in un'unica sintesi le manifestazioni del movimento a scala occidentale.
Per quanto vi siano caratteristiche simili, è evidente che i due principali paesi della coalizione occidentale Usa e Gran Bretagna fanno testo a sè per vari ordini di motivi. Non a caso si tratta dei paesi, dove il movimento ha avuto una sua continuità e stabilità. Tale fattore si fonda sul ruolo più esplicito e di guida giocato da tali paesi nella strategia del nuovo ordine mondiale e successivamente nella guerra infinita. Inoltre, non si può sottovalutare la storica esistenza di immigrati e la consolidata diffusione di un islamismo che faceva scattare un meccanismo di solidarietà con i popoli ed i paesi principalmente investiti dalla conseguenza di tale strategia.
Per gli Usa va poi ricordato il ruolo svolto dai reduci e dal grado di coscienza di cui essi sono portatori. Questi, insieme ad altri fattori hanno fatto si che anche di fronte agli attentati alla metropolitana di Londra, un minimo di continuità nel movimento contro la guerra vi sia sempre stata, incrociandosi di volta in volta con le varie riprese di partecipazione di massa legate agli episodi più clamorosi ed orrendi provocati dalla politica di aggressione esercitata da tali paesi.
Per quanto attiene il resto dei paesi europei va fatta una ulteriore selezione, poiché nei paesi che hanno evitato di inviare le loro truppe in Iraq, il movimento è stato molto più debole oppure è stato caratterizzato da una forte tendenza ad agire anche come supporto dei propri governi verso una richiesta di una politica multipolare. Indicative a questo proposito sono state in particolare le vicende di Germania e Francia con le loro ulteriori specificità nazionali.
Nei paesi europei della fascia mediterranea, con la particolarità della Grecia, dove per ragioni storiche vi è una forte componente più radicalmente antimperialista, gli elementi decisivi sono stati da una parte la percezione di una totale subalternità dei propri governi verso la politica sostenuta dalla leadership statunitense, ritenuta pericolosa sia per gli interessi più specificamente nazionali ma anche foriera di possibili conseguenze sul piano di reazioni che potevano coinvolgere i propri territori, dall’altra la preoccupazione di una precipitazione verso un conflitto di proporzioni generali rispetto al quale si intendeva esprimere il proprio netto rifiuto di essere coinvolti.
In paesi come la Spagna e l’Italia hanno contato altresì la recente e forte presenza del movimento no-global dove la denuncia e la mobilitazione contro le conseguenze della globalizzazione avevano sedimentato nuove e diffuse sensibilità contro gli interessi delle grandi corporations e gli stati che se ne fanno sostenitori.
A tutto ciò vanno aggiunte ancora le conseguenze oramai ultra decennali del crollo della condizione bipolare (almeno dal punto di vista militare e geopolitico) esistente in precedenza, soprattutto per quanto riguarda quella parte del mondo cattolico, ma non solo, molto sensibile ai temi della pace.
Non vi è dubbio che la situazione di guerra fredda caratteristica della seconda metà del XX secolo, finiva inevitabilmente per inserire ogni movimento di opposizione alla politica occidentale e segnatamente statunitense nell’ambito di quel confronto bipolare.
Ciò indeboliva la credibilità circa la reale indipendenza di tali movimenti e quindi anche la preoccupazione che essi si trasformassero, sia pure involontariamente, in sostenitori di uno dei due contendenti in campo dello scontro sullo scacchiere geopolitico mondiale.
Nel decennio successivo alla caduta del Muro di Berlino, inaugurato appunto dalla prima aggressione all’Iraq nel ’91, è diventato via via più evidente che il venir meno dell’antagonista storico dello strapotere statunitense, non determinava uno scenario mondiale finalmente pacificato, ma anzi ci si trovava di fronte ad una improvvisa diffusione di conflitti militari giustificati dalla volontà di realizzare un nuovo ordine mondiale. Così, se veniva superato quell’equilibrio del terrore, percepito come potenziale pericolo di fondo ma anche come fattore di interdizione reciproca che nei fatti rendeva assai improbabile un conflitto militare generalizzato, dall’altra si assisteva ad una crescente diffusione delle aree di crisi e dei teatri di guerra con rischi, sconosciuti in precedenza, di veder arrivare la guerra se non proprio dentro casa sicuramente ai propri confini a causa della politica unilaterale perseguita dal governo statunitense.
Sono stati il convergere di tali ed altri fattori che hanno reso possibile la diffusione in alcune aree metropolitane di un movimento pacifista di dimensioni sconosciute che si è incrociato con il movimento parallelo, ma non immediatamente identificabile con esso, diffusosi nei paesi della periferia dipendenti dalle grandi nazioni occidentali o comunque più direttamente esposte ai rischi di una aggressione militare, dove si assisteva al rifiorire di una mobilitazione antimperialista come in vari paesi dell’America Latina e dell’Estremo Oriente.

La specificità del movimento pacifista

Troppo spesso si è voluto vedere il movimento no-global come solo fattore decisivo per la diffusione del movimento contro la guerra, ma anche in questo caso si tratta di un riduzionismo che può essere sostenuto solo con una lettura ideologica della realtà.
In verità il nesso tra movimento contro la guerra e le mobilitazioni no-global per quanto indubbiamente esistente non ha avuto quella linearità che pretenderebbero certe analisi semplicistiche.
Non parliamo solo della prima aggressione all’Iraq del ’91 o alla Somalia nel 93, in cui il movimento no-global era ancora lontano dal manifestarsi, e neanche dell’aggressione alla ex-Jugoslavia, quando un discreto risveglio delle tematiche contro le conseguenze della globalizzazione ormai si andava diffondendo e produceva prime significative mobilitazioni.
Il test decisivo a tale proposito è quello relativo all’aggressione dell’Afghanistan. Questa è avvenuta a pochi mesi dell’attacco dell’11 settembre, ma soprattutto a ridosso del punto più alto di mobilitazione no-global a Genova nel luglio 2001. In questo caso, pur tenendo conto dell’inevitabile sbandamento dovuto all’attacco alle torri gemelle e del micidiale ricatto circa la solidarietà nella lotta al terrorismo, non si è assistito in occidente a mobilitazioni oceaniche che pure i portavoce dei global forum avevano invitato a tenere. Probabilmente insieme ai fattori appena ricordati va considerato anche il fatto che quella missione ricevette il beneplacito dell’Onu e che ad essa parteciparono quasi tutte le nazioni occidentali, sia pure con un ruolo secondario rispetto a quello svolto dagli statunitensi.
Si presentava insomma come una classica iniziativa multipolare (come quella nella ex-Jugoslavia condotta dal “democratico” Clinton e dal “sinistro” D’Alema), e se pure vi erano critiche per la sproporzione dei mezzi utilizzati, nella sostanza si riteneva legittima la missione destinata a riportare finalmente la “democrazia” agli afgani e a liberare il mondo dal pericolo terrorista.
Sta di fatto che non si sono avute mobilitazioni paragonabili a quelle tenutesi alla vigilia dell’aggressione all’Iraq, dove appunto si partiva senza il beneplacito esplicito dell’Onu e dove, anche alla luce di quanto era avvenuto in Afghanistan, risultava più evidente il disegno “unilaterale” del governo americano di imporre la propria agenda ed il tentativo di utilizzare la strategia della guerra infinita come mezzo per stroncare qualsiasi velleità di resistenza alla propria politica di dominio, ma anche di ridisegnare una nuova gerarchia mondiale tra le grandi potenze in cui agli Usa spettava il ruolo di leader indiscusso.
Inoltre l’Iraq, nonostante fosse stato azzerato con la precedente invasione e affamato per un decennio con un micidiale embargo sotto egida Onu, non era esattamente paragonabile all’Afghanistan come capacità di reagire, ma soprattutto presentava dei pericoli di incendio dell’intero medio oriente e del mondo arabo musulmano in genere.
Tutti questi fattori hanno contribuito a far coagulare quella poderosa spinta alle mobilitazioni oceaniche con forme di protagonismo diffuso mai viste in precedenza con discreti risultati parziali, se si considera che in Italia, il governo che sgomitava per essere della partita già al momento dell’aggressione vera e propria, ha dovuto rimandare l’invio delle proprie truppe ad invasione già avvenuta e con la sedimentazione di un giudizio nettamente contrario che coinvolgeva la stragrande maggioranza della popolazione, mentre in Spagna l’attentato ai treni materializzava le paure di essere coinvolti nelle conseguenze di quella politica unilaterale di parte statunitense, e spingeva ad una vera e propria esplosione di piazza tale da costringere il governo Aznar a fare le valige e dare spazio alla vittoria di Zapatero più “sensibile” ad una politica europeista autonoma e “multilaterale”.
Le stesse condizioni hanno consentito una sorta di ecumenismo che attraversava quelle mobilitazioni dentro le quali ognuno ci stava con le proprie motivazioni, che però trovavano il proprio punto di raccordo nell’opposizione alla missione in Iraq per come si era andata configurando. È stato il periodo in cui più diffusa si è rivelata la partecipazione del mondo cattolico e dell’associazionismo, ma anche quella dei partiti istituzionali della sinistra, sia come supporto materiale alle mobilitazione, attraverso la messa a disposizione di mezzi e strutture, ma anche di personale politico, oltre ad una base sociale che dalle direttive dei propri partiti vedeva confermata la ragionevolezza della propria opposizione alla guerra.
Insomma sicuramente è intervenuto molto solidarismo, soprattutto di tipo cattolico, ma è difficile cogliere nell’umore maggioritario del periodo un sostegno a chi stava per essere aggredito. Un sostegno del genere si sarebbe qualificato come antimperialistico, nella sostanza oltre che nella terminologia, ma non pare sia stato espresso se non in qualche esecrato striscione di coda. Quel movimento aveva i piedi e la testa, ancor più il cuore, contro la guerra non contro un’aggressione. E quando pure si alludeva con il termine “guerra” ad un’aggressione illegittima ad un piccolo paese, il pensiero correva al caso analogo dell’aggressione alla Polonia che fu preludio appunto della seconda guerra mondiale.
In ogni caso l’accento prevalente non andava oltre l’aspetto pietistico per un intero popolo sottoposto ad un attacco militare di proporzioni inaudite e per ragioni di cui esso non era sicuramente responsabile. Ma si può dire senza esagerare che nel sentimento comune prevalente c’era la consapevolezza della strumentalità delle ragioni addotte per giustificare quella aggressione. Il fotomontaggio molto popolare in quei giorni che rappresentava una manichetta erogatrice di benzina puntata alla tempia di un bambino iracheno a mo’ di pistola, coglieva al meglio la consapevolezza delle ragioni poco nobili che stavano dietro quell’aggressione.

e le sue debolezze …

Nondimeno rimangono da spiegare le ragioni per cui quella possente spinta alla mobilitazione sia progressivamente regredita fino quasi a scomparire ad occupazione ormai avvenuta.
È evidente che uno dei motivi principale va ricercato proprio nei fattori che ne avevano consentito quella ampiezza e che sono stati sommariamente sopra ricordati.
Il fatto che, nonostante le reticenze iniziali, l’occupazione irakena abbia successivamente ricevuto la legittimazione dell’Onu, facendola rientrare in una strategia maggiormente “multilaterale” non è stato tra quelli secondari a creare confusione e sbandamento. Inoltre la consapevolezza che quella crisi non sembrava preludere ad una evoluzione verso una guerra generalizzata, ha contribuito a sdrammatizzare molte paure diffuse tra i partecipanti ed i sostenitori di quelle mobilitazioni.
A creare una ulteriore “complicazione” rispetto all’ecumenismo diffuso contro l’invasione dell’Iraq è stato senz’altro il manifestarsi di una sostanziosa resistenza, che nonostante l’assoluta sproporzione delle forze in campo ha cominciato ad infliggere perdite crescenti alle truppe di occupazione. Proprio per le condizioni in cui si dava, tale resistenza era costretta a ricorrere a forme di lotta non solo cruente, ma spesso anche con conseguenze drammatiche anche per i civili, sia come effetto delle proprie azioni militari ma soprattutto per le ritorsioni punitive delle truppe di occupazione. Senza contare che i riferimenti ideologici dei combattenti oscillavano dal laicismo baathista all’islamismo più militante, quest’ultimo diventato un cemento identitario e comunitario di fronte ad una aggressione percepita come unitariamente sostenuta dall’occidente e dichiaratamente indirizzata verso lo scontro di civiltà.
A questo punto il pietismo cattolico e di tanto associazionismo, sempre pronto a commuoversi per le vittime inermi, è cominciato ad essere condizionato e ad andare in difficoltà di fronte ad un soggetto che non accettava di subire passivamente l’inaudita aggressione cui era fatto oggetto.
Non poco ha contribuito a rafforzare questa difficoltà il cambiato orientamento dei vertici della chiesa cattolica che, da una condanna netta dell’invasione passavano ad un atteggiamento meno netto fino ad assumere in proprio la campagna verso lo scontro di civiltà, simbolizzata dall’elezione di Ratzinger a Papa e dalla sponsorizzazione delle tesi più smaccatamente teocon sostenute ad es. da Pera o dalla Fallaci.
Tanto più è stato rafforzato tale stato d’animo dalla politica portata avanti dalle tendenze moderate e filoistituzionali presenti nel movimento. Queste ultime infatti proprio perché non ostili per principio ad un interventismo anche di tipo militare a condizione che fosse “multilaterale”, avevano guardato al movimento soprattutto come veicolo per una propria affermazione elettorale e giocato la propria internità ed il proprio peso nel movimento soprattutto come arma di contrattazione verso le altre tendenze politiche istituzionali.
Di fronte ad una resistenza che attaccava indistintamente le truppe di occupazione in quanto giustamente percepite come corresponsabili dell’aggressione in atto, queste tendenze lanciavano una campagna a sostegno di un pacifismo assoluto e generale che però nella sostanza si riferiva solo alle forze della resistenza, le quali ultime venivano immediatamente identificate con il terrorismo ed in quanto tali non degne di ricevere sostegno da parte di chi diceva di opporsi a quell’occupazione, e nella migliore delle ipotesi equiparate alle truppe di occupazione, quando non esplicitamente messe al primo posto come pericolo da combattere.
Esplicitamente esse facevano riferimento alla necessità di un maggiore ruolo delle istituzioni internazionali, sotto veste Onu, che desse un maggiore protagonismo all’Europa come unico mezzo per condizionare l’unilateralismo nord-americano
In ultimo facendo finta di non vedere che la coalizione degli occupanti, puntava fattivamente ad attizzare le divisioni confessionali ed interetniche, per indebolire la resistenza in atto, per affermare il proprio dominio e legittimare ulteriormente la propria presenza, si è rafforzata la posizione secondo cui quei popoli non erano in grado di “autogestire” la democrazia, sia pure portata con i cacciabombardieri dall’occidente, e che quindi era necessario un ulteriore supporto dell’occidente per guidarli ed “assisterli” nel familiarizzare con i principi e la pratica delle democrazia.
Quindi, facendo di necessità virtù, si è cominciato a teorizzare che, siccome oramai le truppe si trovavano sul territorio, si trattava di utilizzarle in funzione di una “vera” politica di pace, magari aumentando la componente civile ed umanitaria di tali missioni. Vi era il piccolo particolare per cui gli stessi civili, per gli interessi di cui si facevano promotori e per il fatto di dover agire sotto la protezione quando non sotto il diretto comando delle truppe militari, continuavano ad essere percepite come truppe di occupazione e di neocolonizzazione ed erano soggette ad attacchi da parte delle forze della resistenza. Tutto ciò forniva la base per dare nuova legittimità al permanere delle truppe militari, sia pure come triste necessità per non abbandonare al proprio destino quei popoli che altrimenti avrebbero continuato ad ammazzarsi tra di loro, o che avrebbero dato vita a regimi antidemocratici, nonché ostili all’occidente.
L’assunzione di responsabilità di governo da parte della sinistra istituzionalista ha determinato un ulteriore passaggio che ha visto queste tendenze, e buona parte dell’associazionismo ad esso legato, prima sottrarre tutte quegli strumenti e personale di supporto alle mobilitazioni precedenti, e poi passare al vero e proprio boicottaggio di qualsiasi iniziativa volesse mantenersi su di un terreno di indipendenza dalle scelte governative, fino alla promozione di mobilitazioni “alternative” a quelle del movimento, come è avvenuto con le ultime iniziative della Perugina-Assisi esplicitamente indette a sostegno della politica di governo e all’insegna di slogan come Forza Onu, volendo intendere Forza Europa.
Il punto di svolta simbolico, almeno per quanto riguarda l’Italia, lo si è raggiunto con la vicenda libanese e palestinese. Qui, a fronte di un micidiale attacco portato dall’esercito israeliano finalizzato al sostegno della propria politica espansionista ed al disegno destabilizzante delle maggiori potenze occidentali per tutta l’area medio orientale, si è arrivati da parte di forze come il Prc direttamente ad invocare l’invio di truppe; formalmente per far cessare le ostilità in corso, ma evidentemente come sostegno ad un maggiore protagonismo del governo italiano verso l’affermazione dei propri interessi geopolitici nell’area mediorientale. Il fatto che le truppe si andassero ad insediare nel territorio e tra le popolazioni che erano state vittima dell’aggressione israeliana e che si schieravano a sostegno di un governo illegittimo e subalterno alle politiche espansionistiche occidentali nell’area veniva ritenuto un dettagli secondario. Si è continuato a parlare di un ruolo “diverso” che avrebbe potuto giocare l’Italia nell’area contro l’unilateralismo statunitense, nonostante il governo italiano e l’unione europea si ostinassero a mantenere un micidiale embargo ricattatorio contro il legittimo governo palestinese.
Qui siamo passati dalla opposizione incoerente ed inconseguente alla politica di aggressione del proprio stato alla linea di sostegno attivo ad essa, cercando magari di fornirgli addirittura un consenso di massa e di piazza.
Per fortuna almeno in quest’ultimo tentativo tali tendenze non hanno avuto al momento successo, poiché anche quando hanno provato ad indire una mobilitazione sul medio oriente sulla base delle premesse sopra ricordate ed in aperta contrapposizione alla manifestazione indetta dalle realtà che storicamente sostengono l’appoggio alla lotta di liberazione palestinese, non hanno avuto il successo sperato.
Ma di sicuro tale politica ha contribuito ad accentuare lo sbandamento e la confusione tra quanti continuano a mantenere un giudizio di netta opposizione alla politica di guerra.
Tutte queste valutazioni circa il ruolo svolto dalle tendenze politiche filosistituzionali, non possono naturalmente spiegare da sole le difficoltà intervenute nel movimento contro la guerra e la mancanza di mobilitazioni significative proprio a fronte di un maggiore protagonismo ed interventismo del governo. Se tali manovre hanno avuto successo ciò è dipeso anche dalle debolezze di partenza del movimento stesso, che sono venute a galla in maniera esplicita nel momento in cui si è passati a doversi confrontare con una politica che è fatta della stessa sostanza di quella contro cui ci si è mobilitati in precedenza ma viene portata avanti in un contesto di “multilateralità”.

necessità di “nuovo” movimento…

Queste sono le ragioni che ci spingono a parlare della necessità di un nuovo movimento contro la guerra, che pur raccogliendo quanto di positivo e di innovativo ha espresso il precedente sappia andare oltre anche alla luce di un bilancio e delle esperienze in esse maturate.
Con ciò non intendiamo la costruzione di un “altro” movimento in contrapposizione ad uno dato per ancora esistente. Il fatto è che il movimento così come l’abbiamo conosciuto a ridosso dell’aggressione all’Iraq, sia pure con i suoi limiti ma anche con le sue dimensioni massicce, non esiste più.
Esiste un sedimentato stato d’animo di opposizione alla guerra che però non riesce ad andare oltre la condizione di”opinione pubblica”, ed in quanto tale esposta alle oscillazione indotte dalle campagne mediatiche, tra sensazioni di impotenza, di sfiducia e di vera e propria confusione sullo schieramento da assumere.
Si tratta di un potenziale eccezionale da valorizzare e da mettere in condizione di esprimersi di ritrovare voce, sedi di confronto e di mobilitazione che attualmente sono venute meno.
Sapendo comunque che le difficoltà non possono essere superate solo con il volontarismo, o creando strutture ed organismi adeguati che pure rappresentano una condizione indispensabile per favorire il rideterminarsi di una diffusa e visibile opposizione di massa alla politica espansionista e neocoloniale di cui sono artefici le principali potenze occidentali con l’Italia in prima fila attraverso un ritrovato protagonismo e specifici interessi in gioco.
Ma le evidenti difficoltà del movimento non possono essere addotte a giustificazione di una passività e di un immobilismo in termini di iniziativa di denuncia e di mobilitazione come viene fatto da alcune tendenze che pure sostengono di mantenere immutato il loro giudizio sulla politica estera italiana e la propria opposizione all’interventismo neocoloniale comunque mascherato.
In particolare tra dette tendenze si distinguono aree come quelle di Sinistra Critica, Attac , il 28 Aprile e consimili, che si ostinano a promuovere iniziative comuni con le tendenze politiche più esplicitamente filogovernative, nella convinzione che un fronte più ampio di forze promotrici, anche a discapito dei contenuti circa la netta opposizione alla politica neocoloniale, favorisca una partecipazione più ampia alle mobilitazioni, oppure quando sono costrette a prendere atto della assoluta indisponibilità delle aree filoistituzionali a dare anche il minimo spazio ad iniziative che possano suonare come critiche verso la politica del governo, si sforzano di limitare e di condizionare le mobilitazioni a cui sono costretti a partecipare sul piano di obiettivi minimalisti sempre nella convinzione che ciò possa favorire una più ampia partecipazione di massa.
Le “preoccupazioni” accampate tendono ad accreditare l’idea che vi siano frange del movimento costituzionalmente votate al minoritarismo ed al sostituzionismo avanguardistico che impedirebbero alle potenzialità pacifiste di riconoscersi e di partecipare alle mobilitazioni contro la guerra.
Eppure i recenti esempi che abbiamo alle spalle, dalla citata Perugia-Assisi alla manifestazione separatista di Milano sul Medio Oriente del 18 novembre, dovrebbero dimostrare con la forza dei fatti come tale supposizione sia assolutamente infondata, mentre servono abbondantemente ad aumentare il clima di confusione e di indeterminatezza di quelle stesse iniziative in cui non si capisce contro e per che cosa si stia manifestando e quando lo si capisce diventa veramente difficile inquadrarle in mobilitazioni di opposizione alla politica di guerra.
La verità che queste stesse forze sono sotto ricatto per la propria collocazione nell’area di forze politiche che sostengono il governo oltre che vittime della parzialità della propria impostazione politica che si rifiuta di prendere atto della natura altrettanto imperialista perseguita dalla costruenda Europa e dall’Italia e li vede alla continua ricerca di una vera politica “multilaterale” come unica soluzione per condizionare l’aggressività statunitense.
La cartina di tornasole è ancora una volta rappresentata dalla vicenda libanese dove il ruolo autonomo della politica e degli interessi italiani emerge con maggiore nettezza.
Magari nei confronti di corridoio si è anche disposti ad ammettere che tale missione è caratterizzata dalle identiche spinte che hanno portato alla partecipazione prima alla missione irakena e poi a quella afgana, ma poi si fanno le barricate per evitare di inserire nelle piattaforme comuni una denuncia esplicita su detta missione e la richiesta del ritiro immediato anche di quelle truppe di occupazione.
In tal modo si riesce solo ad indebolire la possibilità di rendere visibile una opposizione conseguentemente antimilitarista che possa rappresentare un incoraggiamento proprio per quelle energie, oggi sfiduciate e sdegnate dalle promesse tradite del governo “amico”, verso la possibilità di continuare ad esprimere in forma pubblica ed organizzata la propria opposizione alla guerra senza se e senza ma.
Altrettanto preoccupante è stata la sostanziale scomparsa dalle mobilitazioni contro la guerra di tutto quel circuito riconducibile all’area dei centri sociali. Questi, tanto nella loro versione radicale che in quella più moderata legata a doppio filo ai finanziamenti ed ai “riconoscimenti” delle istituzioni nazionali e soprattutto locali, sono stati completamente assenti nelle ultime scadenze di lotta, con le motivazioni più disparate e spesso anche “nobili”, ma nei fatti boicottando la riuscita delle iniziative contro la guerra.
Questo circuito che in parte era stata la componente animatrice e spesso di coagulo in Italia delle spinte contro la globalizzazione sembra essere ripiombato in una logica autoghettizzante che mira soprattutto alla propria stentata sopravvivenza ed attento a tutti i meccanismi che possono garantirla anche quando si traveste di un linguaggio radicale. Nella migliore delle ipotesi ci si è concentrati su iniziative territoriali assolutamente dignitose e spesso efficaci che però non ci si preoccupava di inserire e di coordinarle in un percorso di respiro almeno a carattere nazionale

l’importanza della lotta di Vicenza

Se questa è la fotografia e la descrizione realistica di quanto abbiamo sotto gli occhi per quanto riguarda le tendenze che hanno animato il precedente movimento contro la guerra, l’impegno che ci dobbiamo assumere come attivisti che mantengono immutata la propria opposizione alla guerra e che intendono contribuire a mantenere viva la lotta al militarismo è quello di produrre riflessioni e controinformazione, rispetto al circuito mediatico predominante, circa le logiche neocoloniali che sottendono la politica delle classi dominanti ben rappresentate dalla attuale compagine governativa. Un governo dove la presenza delle forze della cosiddetta sinistra radicale si limita ad un ruolo che lo stesso Prodi in un impeto di sincerità ebbe a definire come folkloristico, o più prosaicamente come canale di corruzione e compromissione che attraverso mille rivoli, anche materiali, cerca di depotenziare e contrastare qualsiasi seria opposizione indipendente rispetto alla politica dello stesso governo.
Produrre iniziative di mobilitazione per quanto di minoranza in questa fase, che contestino palmo a palmo tutti i singoli passaggi attraverso i quali si afferma il crescente protagonismo italiano in politica estera ed il militarismo che lo accompagna con le sue conseguenze tanto sul piano interno che internazionale, rappresenta un elementare dovere per separare nettamente le nostre responsabilità da quelle della politica italiana e l’apporto che concretamente come attivisti antimilitaristi possiamo dare alla ripresa di un diffuso movimento contro la politica di dominio imperiale portato avanti dalle potenze occidentali.
In questo senso vicende come quelle dell’opposizione alla costruzione della nuova base di Vicenza rappresentano delle occasioni decisive per ridare consistenza di massa alla lotta contro il militarismo. Si tratta di dare ad esse il massimo sostegno e diffusione sul resto dei territori, per contrastare i vari tasselli attraverso cui si va definendo la strategia di guerra infinita contro i popoli della periferia e di crescente blindatura autoritaria interna che in nome della lotta al terrorismo si intende veicolare attraverso tali passaggi.
La proposta che va subito fatta è quella di realizzare un coordinamento tra le varie situazioni impegnate a contrastare la presenza delle basi militari sui propri territori e le produzioni di morte come nel caso della produzione del supercaccia JSF. Va costituita una vera Rete contro le Basi militari, che includa naturalmente anche quelle italiane, soprattutto quelle da dove partono le missioni militari verso l’esterno e che costringa a pronunciarsi innanzitutto le amministrazioni locali spesso gestite dalle stesse coalizioni dell’attuale governo e che sono sempre pronte a sventolare i propri sentimenti pacifisti.

Ma anche in questo caso non possiamo esimerci di essere interni a tali mobilitazioni portando la nostra opposizione al complesso della strategia imperialista e denunciando la corresponsabilità del governo italiano.
Non è un caso che su tale vicenda siano tornate in gioco proprio alcune di quelle tendenze filoistituzionali e filogovernative che per il resto fanno di tutto per boicottare ogni iniziativa di opposizione alla guerra infinita.
Ancora una volta si è tornati a suonare la grancassa sull’unilateralismo statunitense e sulla presunta subalternità del governo italiano che non saprebbe imporre una propria autonomia. Per sottinteso ne consegue che se quella base l’avesse realizzata il governo italiano con gli stessi armamenti e con le stesse finalità aggressive verso l’esterno, si sarebbe anche potuta accettare.
Ora è bene chiarire una volta per tutte che nel caso della base vicentina vi è stata sicuramente una forzatura statunitense per ottenere la concessione, ma si è trattato di una forzatura che trova la sua efficacia nella condivisione di fondo da parte del governo italiano della strategia a cui quella base è destinata a servire.
Detto altrimenti: se il ricatto statunitense ha trovato il governo consenziente, fino alle ali della “sinistra radicale” che a voce dichiarano la propria opposizione ma nei fatti non traggono da ciò nessuna conseguenza pratica, non è stato per servilismo ma perché il ricatto americano aveva a che fare con la minaccia di escludere l’Italia dalla spartizione dei bottini di guerra che gli è consentita proprio dalla compartecipazione alla coalizione che fa capo alla Nato e alla alleanza occidentale, dalla quale non ha nessuna intenzione di separarsi, quanto casomai di aumentare al suo interno il proprio potere contrattuale e la propria autonomia relativa.
In questa chiave di lettura va interpretata anche la vicenda del decreto di rifinanziamento delle missioni all’estero con la relativa frizione determinatasi con la diplomazia statunitense, che tanto ha inorgoglito la “sinistra radicale” di governo al punto da rivendicare come un proprio risultato le “modifiche” di strategia, di cui non si è accorto nessuno se non loro stessi, contenute in detto rifinanziamento.
Infatti le stesse forze che si sono riattivizzate sulla mobilitazione contro la base di Vicenza, si oppongono fieramente ad una mobilitazione per la metà di marzo contro il rifinanziamento delle truppe tanto quelle presenti in Afghanistan, missione alla quale dicono di essere contrari e a maggior ragione delle tante altre truppe presenti in giro nei vari teatri di guerra. Esse hanno indetto una assemblea pubblica chiaramente in alternativa a detta mobilitazione con il chiaro intento di depotenziarne l’efficacia e di aumentare la confusione tra gli oppositori alla guerra.
Dovrebbe essere evidente anche ai ciechi che le ossessioni e l’insistenza ricattatoria per contenuti più condivisi e presuntamene più coinvolgenti (leggi più indefiniti e blandi) agitati da tali settori in ogni occasione non hanno nulla a che vedere con l’intenzione di aumentare la partecipazione alle mobilitazioni e di renderle più efficaci, quanto con il suo esatto contrario e, se proprio non possono impedire che esse avvengono come nel caso di Vicenza, il loro è il classico ruolo di pompieraggio e di sabotaggio delle ragioni della lotta per confinarle in un ambito localistico ed isolarle da un più generale movimento contro il militarismo.

prossimo bersaglio l’Iran

Viceversa la sedimentazione di un minimo di tessuto anche organizzato centrato sull’opposizione a tutto tondo contro la strategia di guerra preventiva, dentro cui lo ripetiamo è perfettamente inserita l’Italia con i propri specifici interessi, diventa tanto più urgente dal momento che all’orizzonte si profila un ulteriore drammatico passaggio di tale strategia con l’aggressione all’Iran.
Una minaccia che è già entrata nella sua fase operativa, e di cui quotidianamente assistiamo alle sue tappe di avvicinamento, che consistono soprattutto nella preparazione dell’opinione pubblica a subire passivamente impotente, o addirittura con il consenso, questa ulteriore aggressione che sarà di proporzioni tali da far impallidire le precedenti missioni. È noto infatti che in caso di attacco all’Iran, viste le dimensioni del paese, si parla esplicitamente di utilizzo “tattico” di bombe nucleari, che, si sostiene con la solita faccia da corno, sarebbero utilizzate per rendere più breve il conflitto e per limitare l’entità delle vittime.
Tale campagna viene gestita non solo nella più totale indifferenza dalle forze che dicono di richiamarsi a quel pacifismo assoluto -soprattutto per quel che riguarda le vittime- ma nei fatti viene assecondata da discorsi denigratori verso il regime iraniano ed il suo mettersi fuori dal “diritto internazionale”.
Come se non fosse evidente la strumentalità di tale campagna, come se dovesse essere ancora dimostrato il doppio metro di misura utilizzato dalle potenze occidentali verso i vari regimi autoritari in giro per il mondo in base alla dipendenza ed alla subordinazione alle politiche delle stesse grandi potenze.
Lo stesso allarme diffuso ad arte contro l’islamismo radicale, in questo caso nella sua versione sciita, è tutto interno a questo battage da parte delle istituzioni e della stampa delle potenze occidentali al solo scopo di preparare il terreno alla nuova inaudita aggressione che si va preparando.
Eppure ancora c’è in giro chi, vivendo in paesi che sono dotati di armamenti nucleari di proporzioni spaventose, fa finta di scandalizzarsi e di esecrare il pericolo che anche l’Iran possa dotarsi di un proprio armamentario nucleare, cosa che, tra l’altro, al momento non è nemmeno vera.
Come giustificare tale strabismo se non con un eurocentrismo di fondo che si nutre di quello stesso brodo di cultura promosso nella sua forma più sguaiata dai vari teocons internazionali e nostrani?

superare la visione eurocentrica

Qui veniamo ad uno punti critici e di maggiore debolezza del precedente movimento contro la guerra di cui si è gia accennato.
A parole si assume che la globalizzazione ha contribuito ad aumentare la polarizzazione sociale non solo nei paesi metropolitani ma anche e soprattutto tra i paesi del centro e della periferia, si è disposti a denunciare la politica di accaparramento delle risorse da parte dei paesi occidentali ed il ricorso all’utilizzo della sterminata forza lavoro a basso costo che la stessa globalizzazione consente alle grandi multinazionali, ma guai se da questi paesi si leva un grido di rivolta che mira almeno a ridurre questa sperequazione. O meglio, si è disposti a versare qualche lacrimuccia per la fame nel mondo e a promuovere gli organismi umanitari e le varie Ong, che dovrebbero alleviare tali sofferenze e che in realtà servono solo a rafforzare la dipendenza di quei paesi e a meglio favorire la penetrazione degli interessi occidentali, si è persino disposti ad occhieggiare con le proteste se queste si mantengono nei limiti del politically correct dettato dai crismi del democraticismo occidentale, ma ci si eleva immediatamente a giudici insindacabili se quelle rivendicazioni assumono la forma di una lotta antimperialista, sia pure spesso utilizzata dalle dirigenze locali, che intende limitare seriamente le pretese di dominio delle potenze occidentali.
Facendo finta di non vedere la foresta della rapina e dello sfruttamento esercitato attraverso la diplomazia, il controllo dei flussi finanziari ed il militarismo da parte dei paesi occidentali, si punta l’indice contro il mancato rispetto delle forme di democrazia occidentale da parte di questi paesi.
Il risultato concreto di tale attitudine è di restare passivi e silenti, quando non addirittura consenzienti verso le campagne xenofobe e denigratorie che sempre più scientificamente vengono promosse proprio dagli apparati istituzionali e mediatici dei paesi occidentali.
Sintomatica da questo punto di vista la vicenda palestinese, che è stato per anni un terreno su cui sembravano convergere tutte le varie sensibilità del movimento, anche perché la dirigenza storica della resistenza si faceva promotrice di un programma fortemente intriso di valori delle sinistre occidentali. Quando questa stessa dirigenza sotto i colpi delle continue pressioni e ricatti cui è stata sottoposta, ma anche come risultato della sua politica compromissoria, si è trasformato in uno strumento di controllo e di freno per la lotta delle masse palestinesi con la successiva affermazione dell’ala più radicale di Hamas sono cominciati i distinguo ed i mal di pancia tra i tanti amici della Palestina.
Di fronte alle pretese della corrotta e subalterna direzione storica dell’Olp di continuare a governare, nonostante l’esito delle elezioni che registravano l’ulteriore radicalizzazione di quella lotta, non si è sollevata nessuna perplessità circa il mancato rispetto dei tanto decantati meccanismi democratici e si è rimasti silenti anche di fronte al sostegno finanziario e militare sempre più esplicito da parte delle potenze occidentali per attizzare la guerra civile interna, per indurre alla ragionevolezza anche la dirigenza di Hamas, fino a tollerare impunemente l’embargo strangolatorio decretato dall’Europa e rivendicato come titolo di merito da D’Alema.
Si continua a proporre la falsa e strumentale alternativa secondo cui, proprio chi si oppone alle conseguenze della globalizzazione da parte dei paesi dominanti, non può a sua volta identificarsi o appoggiare le forme in cui si danno le resistenze contro tale dominio.
C’è il piccolo particolare che tale argomentazione diventa sempre più frequentemente uno strumento paralizzante verso la denuncia e la lotta contro le responsabilità delle proprie istituzioni e degli interessi capitalistici che esse assecondano.
Un compito questo che dovrebbe avere la priorità assoluta e che nessuna eventuale distanza da chi si ribella contro tali conseguenze può giustificare. O no?
Ma questo dovrà essere una tematica da meglio approfondire nel prosieguo del nostro impegno a rafforzare le ragioni e a dare maggiore consequenzialità all’opposizione al militarismo.

per un antimilitarismo conseguente

Propongo che la nostra iniziativa, oltre che essere a sostegno e promotrice di tutte le mobilitazioni contro i singoli aspetti del militarismo, si concentri proprio sulle ragioni di fondo che stanno alla base della politica bipartizan seguita dai vari schieramenti politici istituzionali in politica estera e delle sue conseguenze tanto verso l’esterno quanto verso l’interno.
Dobbiamo fare uno sforzo che ci consenta di motivare con maggiore efficacia, come il militarismo crescente non porti solo a distruzioni, rapina, supersfruttamento nei confronti di altri popoli che già di per sé rappresenta un sufficiente motivo per manifestare la propria incondizionata opposizione, ma che essa non porta nessun beneficio, nemmeno indiretto alle masse dei paesi oppressori, nonostante tale argomento venga agitato spesso in maniera implicita dai media e dagli ideologi della guerra preventiva permanente.
La realtà dei fatti ci consente di argomentare come, a distanza di un ultradecennale rinnovato protagonismo del governo italiano, le condizioni interne dei lavoratori dei precari dei disoccupati e di tutti coloro che non vivono sulle spalle dell’altrui lavoro, sono materialmente peggiorate.
Del resto se le risorse vengono dirottate per le missioni militari all’estero, per incrementare le spese militari come abbiamo verificato anche con l’ultima finanziaria, è evidente che per sostenere tale politica interventista è necessario attaccare ancora di più il reddito diretto ed indiretto dei lavoratori, che bisogna tagliare ancora di più la spesa sociale e privatizzare i servizi sociali. Senza contare il crescente autoritarismo ed il rafforzamento delle misure giudiziarie e poliziesche che attraverso il clima di guerra permanente si cerca di far passare impunemente.
In buona sostanza si tratta di dimostrare come la politica liberista sul piano interno sia strettamente correlata a quella praticata sul piano internazionale. Anzi la politica di disgregazione e di destrutturazione, di subordinazione esercitata delle potenze occidentali utilizzando non solo lo strumento militare, verso i paesi della periferia serve anche a realizzare le condizioni di accesso diretto a quell’enorme serbatoio di forza lavoro da utilizzare sia come possibile campo per investimenti ad altissimo profitto, ma anche come arma di pressione diretta ed indiretta per rafforzare la subordinazione dei lavoratori metropolitani.
La diffusione della precarietà della flessibilità selvaggia, del peggioramento delle condizioni di lavoro e dei trattamenti salariali non è forse legata all’enorme potere di ricatto esercitato dagli imprenditori con la minaccia di delocalizzare la produzione?
Non è forse legata all’utilizzo degli immigrati che fuggono dalle loro realtà infernali determinate dal complesso della politica occidentale, in condizioni di illegalità, di ricatto che li costringono ad accettare i trattamenti più infamanti?
Per tale motivo la lotta contro le campagne xenofobe ed a sostegno delle rivendicazione degli immigrati fanno parte integrante di una mobilitazione contro la politica liberista della nostra classe dirigente.
Insomma si tratta di superare la logica del generico movimento contro la guerra, che nella situazione attuale contiene un elemento di ambiguità, poiché esso o allude ai pericoli di un conflitto mondiale attualmente inesistenti, oppure lascia intendere che in giro per il mondo vi siano dei conflitti tra contendenti paritari, che si tratta con la propria azione di ricondurre alla pace, mentre quello cui concretamente assistiamo è una politica di aggressione a senso unico, da parte delle più grandi potenze economiche e militari occidentali, direttamente o per interposta persona, contro paesi assolutamente non in grado di potersi confrontare né sul piano economico e tanto meno su quello militare e difendersi da tali aggressioni, se non ricorrendo a forme di resistenza e di guerriglia popolare.
Propongo quindi di caratterizzare la nostra iniziativa più coerentemente come antimilitarista, poiché tale definizione esprime al meglio la nostra opposizione contro le cause e le conseguenze del complesso della politica portata avanti dai nostri governi e dalle nostre istituzioni.

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