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Iraq

Iraq

(12 Agosto 2010) Enzo Apicella
Dopo numerosi rinvii, sembra che gli Stati Uniti rispetteranno i tempi previsti per il ritiro delle truppe dall’Iraq

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(Iraq occupato)

Le prove di Washington contro Teheran

(13 Febbraio 2007)

La grande stampa internazionale, tutta unita come per le grandi occasioni, strombazza: “il generale William Caldwelly, un pezzo da novanta del comando statunitense a Baghdad, ha mostrato le prove, ovviamente inconfutabili, di ordigni e frammenti di ordigni fabbricati in Iran che avrebbero ucciso almeno 170 soldati statunitensi e ne avrebbero feriti più di 620”.

Come per la sceneggiata dell’ex-segretario di stato Colin Powell alle Nazioni Unite, quando esibì le false provette contenenti le false armi batteriologiche di Saddam Hussein, potrebbe essere la “smoking gun”, la pistola fumante per l’attacco contro Teheran. La grande stampa ha ripreso senza dubitare “le prove inconfutabili” statunitensi. Del resto si sa che chi osa pensar male fa peccato e, anche se quasi sempre ci azzecca, va isolato: è antiamericano.

E' lo stesso Pentagono a fornire indiscrezioni e dettagli al New York Times: secondo i servizi statunitensi, l’Iran fabbrica e fornisce la più pericolosa arma adoperata dalle milizie sciite in Iraq: un ordigno esplosivo fatto a forma di cilindro e dotato di una parete metallica che la detonazione trasforma in un proiettile capace di perforare la blindatura dei mezzi americani.

I miliziani sciiti di Moqtada al Sadr posizionerebbero i cilindri, facendoli detonare quando un sensore a infrarossi segnala il passaggio di un mezzo militare. Sarebbero armi sofisticate, i pasdaran iraniani avrebbero addestrato i miliziani ad adoperarle in maniera talmente efficiente da essere divenute la causa della morte del maggior numero di occupanti. Le indiscrezioni non spiegano se la colpa dei fabbricanti iraniani è quella di erodere quote di mercato ai produttori di armi statunitensi, né se tendere imboscate ai marines con armi di produzione statunitense sarebbe considerata colpa meno grave.

LAVORARE PER IL RE DI PRUSSIA

Il fatto è che non funziona proprio nulla in Iraq. Moqtada al Sadr è brutto e cattivo, ha scippato a Bush perfino il cimelio del cappio di Saddam Hussein, e ammazza i boys con i cilindri prodotti a Teheran. Ma cavolo, è pure quello che tiene in piedi il nostro uomo all'Avana... ops... a Baghdad, al Maliki, il capo del governo collaborazionista. Senza la benevolenza di Teheran, e senza partiti, milizie e squadroni della morte sciiti, che intanto fanno lo scalpo all'Iraq intero, il "democratico" Maliki si scioglierebbe come neve al sole mesopotamico. Questo Bush lo sa, anche se ultimamente ha quasi dato gli otto giorni a Maliki stesso, considerato inefficiente per pacificare a stars and stripes l’Iraq.

Il problema è che l’efficienza di Maliki dipende dai punti di vista. Per Teheran Maliki è efficientissimo. I sapientoni neoconservatori pensavano di trasformare l’Iraq in un protettorato statunitense e invece se lo ritrovano come satellite dell’Iran. Il brutto –i democratici se ne scandalizzano molto- è che regalare l’Iraq all’Iran è stato fatto a spese del “contribuente americano”. Intanto gli sciiti si stanno levando tanti sassolini dalle scarpe. Nel '91 furono prima incitati a sollevarsi contro Saddam Hussein da George Bush padre e poi, traditi da questi, furono abbandonati alle rappresaglie di Saddam. Adesso incassano il conto. Da una parte si fanno aiutare dall'esercito degli Stati Uniti per portare a termine una metodica pulizia etnica contro i sunniti, che per la grande stampa internazionale, si sa, sono tutti terroristi. Dall'altra però si divertono a stuzzicare i loro aiutanti/alleati/ex-traditori statunitensi, con i cilindretti di provenienza Teheran. A dar retta a un generale a quattro stelle come Caldwelly ne hanno già fatti fuori 170 di aiutanti/alleati/ex-traditori, ma con gli sciiti è difficile rompere perché sono pur sempre i migliori (infidi) amici che gli statunitensi hanno nel paese.

Teheran ispira spiritualmente, politicamente, economicamente e militarmente il governo iracheno e la gran parte dei partiti e delle milizie sciite irachene. Li benedice ed è la grande beneficiaria della guerra irachena. Sembra che lo abbiano capito perfino a Washington, anche se ci hanno messo quattro anni. Da mesi, in maniera molto goffa, gli occupanti stanno cercando di smettere di lavorare per il Re di Prussia, ovvero per Teheran. Ma non è facile per Bush un giro di valzer che ribalti le alleanze . Gli statunitensi stanno incontrando non poche difficoltà nel tentativo di colpire almeno un po' i loro compagni di merende delle milizie sciite con le quali hanno a lungo collaborato, organizzando attentati e ne hanno coperto e spalleggiato gli squadroni della morte.

Come fare allora a sferrare l'attacco contro "l'influenza iraniana" se in Iraq ti devi appoggiare a un governo legato a Teheran? Molte tracce fanno pensare che, di fronte al labirinto iracheno, il fondamentalismo protestante dei neoconservatori, continui a pensare alla guerra come "sola igiene del mondo". Non contenti delle bastonature fin qui ricevute, per i neocon solo un “regime change” in Iran creerebbe le condizioni per tornare a rendere docili gli sciiti iracheni. Colpire l’Iran per educare l’Iraq.

Fonti dei servizi statunitensi, citate dal Guardian, disegnano vari scenari: un blitz aeronavale americano in primavera o nella seconda metà del 2008, oppure un attacco israeliano con bombe anti-bunker fornite da Washington a Gerusalemme. Il presidente Bush è pressato, come nel 2002-2003, dal blocco neoconservatore, capeggiato dal vicepresidente petroliere, Dick Cheney, che di nuovo non vede l’ora di menare le mani. Titubanti appaiono la Segretario di Stato Condoleezza Rice e il capo del Pentagono Robert Gates. Ma anche Colin Powell, nel gioco delle parti, sarebbe stato contrario alla guerra in Iraq, almeno fino ad un attimo prima di prestarsi alla sceneggiata alle Nazioni Unite.
Il Washington Post -citato da La Stampa di ieri- che conosce bene i suoi polli, implora la prudenza. Ricorda che proprio Teheran è il più importante -indiretto ma fermo- alleato statunitense nella lotta contro Al Qaeda. Proprio un eventuale attacco contro l'Iran potrebbe, per il Washington Post, portare ad un rovesciamento di alleanze avvicinando Al Qaeda agli ayatollah e scatenando una controffensiva mondiale. Non svegliare il can che dorme, supplica il Post al Pentagono.

Gennaro Carotenuto
http://www.gennarocarotenuto.it

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