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(17 Luglio 2013) Enzo Apicella

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(No basi, no guerre)

No al raddoppio della base Usa di Vicenza!

Via le truppe italiane da tutte le missioni all’estero!

(17 Febbraio 2007)

Il governo Prodi, in perfetta continuità con il precedente governo Berlusconi, ha deciso che la nuova base Usa di Vicenza si farà. Questa nuova base militare, affiancandosi a quella già esistente (Camp Ederle) e inglobando l’aeroporto Dal Molin, darà vita ad uno degli avamposti di guerra Usa più imponenti, per dimensioni e capacità offensive, tra quelli collocati sul continente europeo. Si tratterà di una base centrale per la proiezione militare statunitense, che servirà a moltiplicare le aggressioni già in corso, principalmente in Medio Oriente. La città di Vicenza ospita numerose altre strutture militari sia italiane che statunitensi, ed è anche la sede della Gendarmeria europea (Eurogendfor), un nuovo corpo militare dell’Unione europea, nato per essere impiegato in missioni militari all’estero. Anche la base dell’Eurogendfor, attualmente ubicata nella caserma “Chinotto”, è il frutto della solita continuità di governo tra centrodestra e centrosinistra.

Con tale affollamento di presenze militari, il territorio di Vicenza sembra rispecchiare con precisione la duplice strategia adottata finora dalla borghesia italiana, e cioè: da un lato, proseguire la relazione di cooperazione con gli Usa, puntando ad appoggiarsi sulla proiezione militare della superpotenza nordamericana per “farsi spazio” in specifici contesti internazionali (è il caso dell’occupazione dell’Iraq, della concessione del Dal Molin, ecc…); dall’altro, contribuire alla costruzione delle capacità militari ed all’aumento di capacità egemonica del polo imperialista europeo, ritagliandosi al suo interno un ruolo sempre più significativo, anche attraverso interventi militari concertati tra le potenze e la valorizzazione della presenza italiana nei più importanti ambiti multilaterali: Nato, Onu, ecc. (è il caso di strutture come l’Eurogendfor, della missione militare in Libano, ecc…). I due aspetti – per il momento complementari – di questa strategia, corrispondono perfettamente agli interessi (di rapina e sfruttamento) dell’imperialismo italiano.

Se quindi il governo Prodi ha concesso l’allargamento della base statunitense all’aeroporto Dal Molin, lo ha fatto nel contesto di una strategia di alleanza e collaborazione militare con gli Usa che, per il momento, continua ad essere attivamente perseguita e ricercata dalla borghesia imperialista italiana. Tra l’altro, visto che la nuova base ospiterà corpi speciali statunitensi attualmente impegnati a massacrare il popolo iracheno, la concessione del “raddoppio al Dal Molin” permetterà al governo Prodi di continuare a rivendicare un “contributo logistico” dell’Italia nell'occupazione militare dell'Iraq. Nulla di più sbagliato, dunque, che descrivere la decisione del governo italiano come l’“ennesimo” esempio di “sottomissione”, “servilismo”, “vassallaggio”, ecc., nei confronti degli Stati Uniti o come l’“ennesima” dimostrazione del fatto che l’Italia sarebbe una “colonia” degli Usa. Chi usa tali espressioni, oltre a compiere un grave errore analitico, non fa che accodarsi all’ala “sinistra” della stessa compagine governativa, che si sgola per sostenere che l’unica responsabilità attribuibile al governo Prodi sarebbe quella di aver accettato l’“ennesima imposizione americana”! Tra l’altro, in tal modo si scivola inevitabilmente tra le braccia di quel fronte eurosciovinista trasversale (ma che ha il suo campione proprio nel premier) che anche in Italia va organizzandosi parallelamente all’avanzare del “processo d’integrazione europea”. Anche affrontare la questione dell’allargamento della base al Dal Molin brandendo la rivendicazione del “recupero della sovranità nazionale” è un modo per fare un favore al “governo amico” (cioè al vero responsabile) o per assecondare, nei fatti, le correnti del militarismo italiano che hanno come unico scopo quello di sostituire i bombardieri a stelle e strisce con bombardieri tricolore o europei. Il pacifinto Bertinotti ha già dichiarato che il problema non sono le basi militari ma «la conquista dell'autonomia dell'Europa dalle altre potenze mondiali», un noto reazionario come l’ex ambasciatore Sergio Romano si è espresso in termini del tutto simili a quelli di Bertinotti… osservando una siffatta coppia ci si accorge in quale pantano sciovinista e militarista conduca l’assurda retorica che dipinge l’Italia come una “colonia degli Usa”.

Di fronte a simili aberrazioni – che purtroppo trovano sponda anche in alcune realtà di compagni – è necessario ribadire che l’Italia è un paese imperialista e che la vera questione posta dall’allargamento della base Usa al Dal Molin è quella della progressiva militarizzazione del territorio, da intendersi innanzitutto come conseguenza delle aggressioni imperialistiche. Infatti, l’ampliamento delle basi militari (a Vicenza come a Napoli) e l’intensificarsi delle attività militari lungo tutta la penisola, rappresentano la propaggine interna della nuova ondata di aggressioni scagliata dall’imperialismo e rispecchiano fedelmente il ruolo di primo piano che l’imperialismo italiano ha assunto in quest’offensiva. Le basi militari di cui è costellato lo stivale, tutte, anche quelle Usa, sono l’inevitabile corrispettivo interno della proiezione esterna, politica e militare, messa in campo dall’Italia e dell’inevitabile gioco di alleanze e collaborazioni che ne consegue. Conviene in proposito non dimenticare che gli “eroici” soldati italiani, sono già dispiegati su 25 fronti di guerra (non per nulla le spese militari aumentano costantemente!).

Non è un caso, del resto, che tutti gli opportunisti si sforzino di negare questo legame, cercando ogni pretesto per provare a separare la mobilitazione contro l’allargamento della base Usa di Vicenza da quella per il ritiro dei soldati italiani da tutte le missioni all’estero. E’ fin troppo evidente che in tal modo le forze della maggioranza governativa (spesso per il tramite dei finti “critici” che presidiano entrambe le mobilitazioni dall’interno) provano a conseguire un duplice obiettivo: da un lato, isolare la lotta della popolazione vicentina condannandola ad un rapido deperimento nella ristretta dimensione “locale”; dall’altro impedire che la lotta contro la guerra si rafforzi contaminandosi con la radicalità espressa in queste settimane dalla mobilitazione “NO Dal Molin”.

Conviene allora ribadire forte e chiaro che l’allargamento della base di Vicenza e le missioni all’estero in cui è impegnata l’Italia, sono la medesima cosa vista da due angolazioni differenti, poiché le basi militari, tutte le basi, anche quelle statunitensi, sono un effetto delle missioni all’estero, sono le missioni stesse che si ripresentano all’interno in forma “territorializzata”. I diversi colori delle basi dislocate lungo lo stivale rispecchiano le alleanze, le collaborazioni, gli scambi, le relazioni, cercate e volute dall’Italia stessa per affermare un complessivo e sempre più intenso ruolo di guerra sul piano internazionale. Quindi, lottare contro l’allargamento della base al Dal Molin equivale inevitabilmente – lo si voglia o no – a lottare contro le guerre di aggressione e occupazione che dall’Iraq, all’Afghanistan, ai Balcani, al Libano, ecc., vedono l’Italia schierata in prima fila.

Le soggettività che in questi anni si sono mobilitate contro la guerra imperialista, hanno perciò il dovere di sostenere la lotta contro l’allargamento della base di Vicenza. Essa, per i suoi caratteri di lotta autorganizzata ed autonoma dai partiti, ha le potenzialità per trasformarsi in un momento di coagulo e moltiplicazione della forze, tale da consentire di rilanciare la battaglia per il ritiro di tutti i militari dall’estero. E’ evidente, del resto, che per bloccare realmente l’allargamento della base – per esprimere la forza necessaria, senza cadere nelle trappole dei “tavoli per la riduzione del danno” e nei giochetti delle istituzioni locali – è indispensabile allargare la mobilitazione sviluppando tutti gli elementi di generalizzazione racchiusi nella “questione Dal Molin”.

Conviene in proposito ricordare che il proliferare di basi e attività militari è solo una delle “facce interne” della guerra imperialista. Le scelte di guerra del governo Prodi hanno come ulteriore e inevitabile corollario i drastici tagli alla spesa sociale previsti dall’ultima Legge finanziaria, tagli realizzati proprio per far posto ad un corposo aumento delle spese militari (portate a 21 miliardi di euro). La mobilitazione contro l’allargamento della base Usa di Vicenza, dunque, si colloca pienamente all’interno della più vasta dinamica di opposizione sociale al governo Prodi che va sviluppandosi grazie all’impegno del sindacalismo di base e alle lotte dei lavoratori. Non solo. E’ necessario non dimenticare che la militarizzazione del territorio prodotta dalle basi procede parallelamente alla “militarizzazione sociale” generata da una sempre più drastica legislazione “emergenziale” che con la scusa della “lotta al terrorismo” cerca di comprimere gli spazi di agibilità politica per l’autorganizzazione dei lavoratori. Opporsi alle politiche guerrafondaie del governo Prodi, opporsi all’allargamento della base di Vicenza e alla militarizzazione, significa anche contrastare il complessivo clima di guerra che i padroni vogliono calare nel paese, innanzitutto respingendo le campagne scioviniste e islamofobiche che prendono di mira soprattutto gli immigrati, volte ad annichilire qualsiasi prospettiva di unificazione degli oppressi e degli sfruttati.

La mobilitazione contro l’allargamento della base di Vicenza può segnare l’atto di nascita di un nuovo percorso di autorganizzazione sociale in grado di unificare e generalizzare la lotta contro tutte le basi militari (statunitensi, italiane, europee, ecc… ) e quella contro il saccheggio del territorio (dalla Val di Susa a Scanzano Jonico), realizzando al contempo un complessivo rilancio del movimento contro la guerra. Quest’ultimo oggi è chiamato a riaffermare con determinazione la propria autonomia politica, innanzitutto ricostruendosi come parte integrante della più ampia opposizione di classe al governo padronale di Prodi, schierandosi senza riserve a fianco dei popoli che resistono alle aggressioni dell'imperialismo e adoperandosi per sostenerne attivamente le componenti comuniste radicate nel proletariato e tra le masse lavoratrici.

Contro TUTTE le basi, per la completa smilitarizzazione dei territori!

Contro il rifinanziamento delle missioni di guerra in Afghanistan, Libano, ecc.!

Rilanciamo la mobilitazione per il ritiro immediato dei militari italiani da tutte le missioni all’estero!

Fuori l’Italia dal Libano! Contro la missione Onu “Unifil II” e tutte le occupazioni mascherate da “missioni di pace”!

Contro il governo guerrafondaio e antioperaio di Prodi, contro la Legge finanziaria che aumenta le spese militari e taglia le spese sociali... rilanciamo l’autorganizzazione dei lavoratori!

Contro l’imperialismo italiano e tutte le sue “missioni”, siano esse con o senza gli Usa, con o senza la Nato, con o senza l’Ue, con o senza l’Onu!

Difendiamo l’autonomia del movimento: via gli opportunisti, complici del governo e della sua maggioranza!

Afghanistan, Libano, Dal Molin… governo Prodi, governo di guerra!

Collettivo internazionalista di Napoli (kollintern@gmail.com)
Corrispondenze Metropolitane – Roma (cmetropolitane@yahoo.it)
GCR – Gruppo Comunista Rivoluzionario (lav_com@tin.it)
Circolo Internazionalista di Torino (cinternazionalistato@libero.it)

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