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(18 Aprile 2010) Enzo Apicella
L'ex fascista Fini e la sua associazione "Fare Futuro" si candidano alla guida dell'antiberlusconismo

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(23 Febbraio 2007)

E così - se la campagna acquisti in corso produrrà dei risultati apprezzabili - avremo un nuovo governo anche se, a pensarci bene, non sarà proprio nuovo-nuovo dato che i ministri rimarranno gli stessi, e lo stesso Prodi rimarrà al suo posto. Ma sarà comunque un governo “diverso”, senza il belletto fintopacifista che tanti danni ha procurato ai nostri rapporti internazionali, senza la cipria socialeggiante che pretendeva (nientepopodimeno) di rappresentare gli interessi di precari e pensionati, senza quel rossetto, così ben intonato coi colori delle bandiere agitate nelle manifestazioni, da averlo fin’ora fatto scambiare (da poco attenti osservatori e da creduloni ottimisti quali spesso siamo) per un governo “amico”.
E avremo un nuovo programma, agile e stringato, che è poi il vecchio e prolisso programma del centrosinistra sfoltito dalle ambiguità e dalle fumose sottigliezze dialettiche utilizzate per carpire (rubare! scippare!) i voti del popolo di sinistra, quel popolo che ha cacciato Berlusconi perché non voleva la guerra e nemmeno la tav e nemmeno la precarietà e nemmeno ...tante altre cose che ora ritornano prioritarie nell’agenda del “nuovo” governo.

Avremo quindi guerre e basi militari, megatrafori e rigassificatori e - se serviranno i voti di Lombardo - perfino il tanto agognato (dalla mafia e dalla speculazione) ponte sullo stretto. Avremo operai che andranno in pensione più tardi e precari che rimarranno tali a vita. Avremmo finanziarie che redistribuiranno il reddito togliendo decine di euro ai salari e alle pensioni per rimpinguare i profitti delle industrie belliche (+13% nella finanziaria appena approvata) e diminuire le tasse ai padroni e ai ricchi i quali, finalmente, smetteranno di piangere e (soprattutto) ritorneranno a invitare nei loro salotti quell’amabile scapestrato di Bertinotti e (non si sa mai) magari lo stesso Giordano.
Avremo un governo che condurrà, senza infingimenti, una chiara politica di destra, nel solco “ideale” tracciato dalla quarantennale tradizione democristiana e senza gli “ammortizzatori” che - un po’ per paternalismo cristiano un po’ perché di soldi stampati dalla zecca ne giravano tanti – hanno caratterizzato quel passato.

E avremo (soprattutto!) un governo capace di garantire quello che da sempre padroni e poteri forti chiedono: un esecutivo efficiente e decisionista libero dai lacci e dai laccioli che una democrazia parlamentare (seppure monca e gravemente limitata) impone. Niente più confronto, non dico con le espressioni di quei movimenti che vengono visti come fumo negli occhi dai cultori della “governabilità” di destra e di “sinistra”, ma nemmeno fra le stesse forze politiche che sorreggono il governo.
Il punto 12 delle condizioni poste da Prodi (dopo il placit di Mastella e Follini!), e sottoscritto da tutti i suoi alleati, è chiaro. Nessun dissenso sarà permesso (che faranno? manderanno al confino chi viene meno all’impegno? lo linceranno come stanno cercando di fare con Rossi e Turigliatto?), Prodi stesso - novello duce, guida saggia e illuminata della coalizione - avoca a se la decisione finale su tutto quanto rimane di controverso.

Pensate un po’ cosa avremmo detto (e scritto) se a imporre ai propri alleati un tale capestro fosse stato Berlusconi, un anno fa. Si sarebbe gridato allo scandalo, ai valori della democrazia calpestati da un così infame soggetto portatore di una concezione del potere “autoritaria e illiberale”. Si sarebbe denunziato il tentativo di imporre, nei fatti, un presidenzialismo non previsto dal nostro ordinamento, si sarebbe paventato il pericolo di manipoli di forzitalioti pronti ad accamparsi nei corridoi di Montecitorio... i più indulgenti avrebbero ironicamente sorriso sulla megalomania dell’ “unto del signore” e sulle sue aspirazioni bonapartistiche.
E invece nessuno si scandalizza anche se, con poche righe, e senza la defatigante trafila necessaria per variare la carta costituzionale, passeremo da una democrazia parlamentare a una democrazia protetta, dove sarà solo il protettore a decidere (magari dopo essersi consultato con Cossiga e Andreotti).

Potevano Rossi e Turigliatto, quando - con un gesto dignitoso e coerente che li colloca un gradone più in alto dei nanerottoli che li accusano di tradimento (di che? del patto con gli elettori pacifisti?) - hanno votato contro il ministro bombardatore del popolo jugoslavo, immaginare che il loro gesto avrebbe raggiunto il risultato politico di spogliare dei finti abiti di sinistra (che ne nascondevano le sembianze di destra) il re e tutta la sua corte?
Probabilmente no. Ma di certo ora il re è nudo.
Rompendo il patto con le aspirazioni più profonde di tanta parte di quel popolo di sinistra che lo aveva eletto - si contro Berlusconi, ma anche contro la politica di Berlusconi - Prodi ha finalmente gettato la maschera. In quei dodici punti sta tutto il suo progetto politico, un progetto antipopolare e subordinato alle decisioni e agli interessi di quei poteri forti che, l'altro giorno al senato, hanno lanciato il loro altolà (i padroni, gli americani, i preti), lì stanno le basi di un nuovo e più duro attacco alle condizioni di vita di quegli stessi strati sociali che si erano illusi di poter sconfiggere la destra ponendosi nelle mani di un ex boiardo democristiano e della sua corte di folkloristici giullari.

E la chiarezza è comunque un fatto positivo che aiuta a definire i contorni delle forze in campo, costringe a schierarsi, produce forse amare delusioni e drammatiche disillusioni, ma è sulla disillusione (e sulla liberazione) delle energie e delle forze fino a oggi abbindolate dalla “sirena” ulivista che potrà nascere una nuova opposizione. Cacceremo Prodi così come abbiamo cacciato Berlusconi. Resisteremo e continueremo a lottare nei cantieri della Val di Susa così come a Vicenza e a Sigonella, nei call center del precariato istituzionalizzato dal ministro Damiano e nelle fabbriche dove gli operai continuano ancora a cercare, fra le righe della loro busta paga, quei miglioramenti (quella redistribuzione del reddito a favore dei più deboli!) che la finanziaria avrebbe dovuto produrre.
Una opposizione che farà a meno (senza rimpianti) dell’interessata attenzione di quella sedicente sinistra radicale che, disorientata dal fallimento delle proprie elucubrazioni (che potevano assumere la dignità di strategia politica solo nel paese di Pulcinella), si è oggi ridotta a mendicare un allargamento (a destra) della maggioranza capace di garantirgli qualche altro mese di visibilità istituzionale.

Non vi ho votato e non ho nulla da recriminare ma non potete illudervi che domani possiate, con la stessa faccia tosta di ieri, ritornare nelle piazze a chiedere voti per la pace, per l’ambiante, per il lavoro, per le pensioni, per la difesa dello stato sociale... Altro che le forconate (signor Diliberto!) promesse e invocate contro quei due senatori che, soli fra almeno una cinquantina di sedicenti pacifisti, hanno avuto il coraggio (e ci vuole coraggio per resistere ai vostri metodi di convinzione!) di votare no alla politica e alle basi di guerra.
Confesso comunque che non mi aspettavo una Caporetto di tali dimensioni, senza che neanche si possa intravedere all’orizzonte una linea del Piave sulla quale azzardare un minimo di resistenza.
Capisco la “sindrome” della mosca cocchiera che, fino a ieri convinta di trainare il carro (e per giunta in una direzione tutta a sinistra), scopre che il carro lo tirano altri e che basta uno starnuto per essere scacciati via.
Capisco che “cambiare strategia” oggi vorrebbe dire andarsene a casa dichiarando il proprio fallimento politico e personale.
Ma Giordano, Diliberto, Cento (e i loro colonnelli) hanno fatto qualcosa di più che una classe dirigente, sia pur ridotta alla disperazione, possa permettersi di fare: hanno scelto la resa incondizionata, hanno scelto di abdicare perfino al loro ruolo di segretari di partiti sovrani, dichiarandone (di fatto) lo scioglimento o, comunque, sospendendone ruolo e funzioni per tutto il periodo che la situazione di “emergenza” della coalizione lo imporrà. Hanno scelto di rinunciare alla propria autonomia, alla propria storia, alle proprie battaglie, alle proprie stesse radici sociali e culturali.

Hanno scelto la comoda prospettiva del servo che mette nelle mani del padrone la propria stessa vita in cambio di un posto al caldo delle cucine del palazzo.
Cosa faranno quando il ministro “cacciatore di streghe” Amato manderà i poliziotti contro i loro stessi compagni per imporre l’applicazione di quelle decisioni che Prodi ha preso anche grazie alla loro codarda abdicazione?

mario gangarossa

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