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Sul 17 marzo e oltre

Lettera dei compagni di Red Link agli altri promotori della manifestazione del 17 marzo per il ritiro delle truppe

(26 Marzo 2007)

Cari compagni,
non ci è stato possibile essere presenti alla riunione del 22 poiché non avvisati per tempo ma anche perché ci risulta difficile liberarci per appuntamenti infrasettimanali a Roma. Anzi cogliamo l’occasione per segnalare l’utilità, salvo casi di estrema urgenza, di fissare tali riunione per i fine settimana, per facilitare la partecipazione di chi deve venire da fuori Roma.
Detto ciò siamo naturalmente d’accordo con la necessità di dare seguito alla mobilitazione contro il rifinanziamento della missione in Afghanistan e per il ritiro immediato delle truppe, a cominciare dal presidio sotto il parlamento del 27 prossimo a cui cercheremo di intervenire.

Lo scopo della presente è quello di sollecitare sia una valutazione sugli ultimi passaggi della nostra iniziativa comune quanto di caldeggiare una riflessione di più ampio respiro sui compiti che ci possiamo assumere nell’ambito di una più generale denuncia ed opposizione al militarismo crescente.

Sul primo punto, considerando tutti i fattori negativi che ci siamo ripetuti più volte, va detto che la partecipazione registrata alla manifestazione fosse probabilmente il massimo ottenibile oggi ed in questo senso va dato un giudizio positivo di cui possiamo essere orgogliosi per aver contribuito a bucare quella patina di generale unanimismo che i media ed i partiti istituzionali tentano di dare rispetto alla politica militarista del governo. Naturalmente i numeri rivendicati nei comunicati sono molto sovradimensionati, e va bene così per rafforzare l’impatto a livello di propaganda di quella manifestazione, ma tra di noi possiamo dirci di essere arrivati ad un numero di partecipanti reali che, per quanto non disprezzabile, non ci consente di fare facili trionfalismi.
Quello che forse ci segnala maggiormente i punti su cui lavorare è il fatto che, salvo la delegazione vicentina e per altre ragioni lo spezzone del partito umanista, i partecipanti provenivano prevalentemente da quel settore di attivisti da lungo tempo schierato contro la guerra ed anche spesso già incasellato politicamente. Niente di male anche in ciò anzi, vista la notevole differenza con la mobilitazione del 30 settembre scorso, dobbiamo registrare positivamente di essere riusciti a convogliare realtà politiche e singolarità che in quella occasione vennero meno (in verità anche per il tema più “ostico”, ma ineliminabile, del Libano, che era al centro della nostra iniziativa allora).
Si tratta in ogni caso di un “patrimonio” da valorizzare per il futuro per rafforzare il coinvolgimento attivo (superando lo stato di opinione pubblica contraria alla guerra che però non riesce a trovare forme di espressione visibili ed incisive) di ulteriori settori e realtà nelle prossime mobilitazioni che sicuramente saremo chiamati convocare, vista la sostanziale impermeabilità del governo e a maggior ragione di tutto l’arco costituzionale. Tale passaggio è possibile provare a praticarlo proprio in base alla “autorevolezza” che ci siamo conquistati sul campo, come unico settore realmente determinato a mantenere la propria opposizione alla politica di aggressioni e di occupazioni militari “senza se e senza ma”.
Come dato sicuramente negativo rispetto alla preparazione e allo svolgimento della manifestazione c’è da registrare la spiacevole vicenda dello striscione invocante la libertà per Mastrogiacomo.
Non tanto e non solo nel merito, al quale restiamo assolutamente contrari come vi abbiamo segnalato con relativa mail, poiché si tratta di un immotivato ed ingiustificato “pedaggio” pagato sull’altare della credibilità e della “ragionevolezza” che, al di là delle convinzioni di chi se ne è fatto promotore, ha nei fatti stemperato la priorità dell’obiettivo della mobilitazione, ma soprattutto perché metteva sullo stesso piano il rapimento di un giornalista (sia detto per inciso appartenente ad uno dei paesi occupanti e ad un giornale che della sponsorizzazione di quella occupazione ha fatto il proprio vessillo) con l’occupazione di un intero paese da parte delle “nostre” truppe.
Come prevedibile quella immotivata disponibilità a farsi carico della liberazione di Mastrogiacomo, non ha contribuito a portare in piazza una sola persona in più, nel mentre ha consentito ai pochi media che hanno parlato della manifestazione di focalizzare l’attenzione proprio sullo striscione e trasmettere un messaggio di “interlocuzione” della manifestazione stessa con gli sforzi del governo tesi a liberare il prigioniero; alla stregua della marcia del giorno successivo centrata sullo stesso obiettivo.
Ci pare che vi sia una difficoltà tra di noi ad assumere fino in fondo che in Afghanistan non c’è una guerra combattuta male dal nostro esercito, ma è in atto una occupazione militare di truppe di invasione che vede il nostro governo tra i principali protagonisti, tanto con strumenti militari quanto civili. In tale contesto chi viene catturato dai ribelli non è un ostaggio ma un prigioniero di guerra, che paga le conseguenze della politica perseguita dal proprio governo (e dal proprio datore di lavoro). Se proprio si voleva fare uno striscione affrontando la vicenda si poteva fare una scritta che denunciasse appunto le responsabilità del governo ed evidenziare la necessità di un immediato ritiro.
Naturalmente nel merito ognuno è libero di fare le proprie valutazioni ed avere le proprie idee ma non può pensare di imporle arbitrariamente e surrettiziamente agli altri.
La cosa che più ci ha lasciato perplessi infatti è stata la modalità con la quale si è arrivati alla decisione di portare in piazza lo striscione, anche se vi sarebbe da fare degli appunti pure sulla progressiva edulcorazione della stessa piattaforma su cui abbiamo sorvolato per spirito unitario.
A quanto sappiamo nell’ultima discussione in preparazione della manifestazione a tale eventualità non è stato nemmeno accennato e quindi essa non era stata oggetto di discussione.
Il venerdì, ad un giorno dalla mobilitazione, inopinatamente si comunica la decisione da parte di alcune componenti del comitato di aprire la manifestazione con lo striscione in questione, nei fatti lanciando una sorta di diktat.
Fino ad ora ci siamo regolati sulla base di un criterio di condivisione dei vari passaggi effettuati con un punto di accordo in grado di fare una sintesi accettabile delle diverse sensibilità. Ma in questo caso si è scelto di non seguire tale criterio, ed il fatto che la sera prima non se ne sia parlato non ci pare che possa essere giustificato con motivi di urgenza poiché, se non ci siamo distratti, nel corso della notte non ci sono state novità “improvvise” tali da cambiare lo scenario.
Se tale attitudine dovesse prefigurare una sorta di azionariato di maggioranza, diciamo subito che non ci convince e lo riterremmo oltremodo dannoso per una proficua collaborazione futura.
Ognuno di noi ha fatto degli sforzi, proporzionati alle proprie energie, per la riuscita della mobilitazione e, per fare l’esempio di Napoli si è riusciti a fare 4 pullman, certo non solo per nostra iniziativa ma sicuramente con il nostro contributo determinante. Se si dovessero valutare i risultati in termini di mobilitazione sulla base degli aderenti dichiarati non siamo così sicuri che tale rapporto premierebbe i compagni di quelle sigle che si sono arrogati il diritto di decidere in nome e per conto di tutti.
Sarebbe utile su tale punto avere un franco scambio di opinioni per evitare incresciosi incidenti per il futuro. Se invece si intende praticare la linea dei fatti compiuti e di presunti rapporti di forza da far pesare vuol dire che ne prenderemo atto e ci regoleremo di conseguenza per il futuro.

Sul secondo punto ci pare evidente che nonostante i notevoli risultati conseguiti sul terreno della mobilitazione, siamo stati finora costretti necessariamente ad inseguire le scadenze dell’agenda politica parlamentare. Ciò era probabilmente inevitabile se si voleva segnalare, in occasione di un minimo di attenzione sulle tematiche delle missioni militari all’estero, l’esistenza di una visibile opposizione.
Rimane il fatto però che tali iniziative non sono state il risultato di un lavoro coordinato a monte sulle tematiche del militarismo crescente, né tale modalità ci ha consentito di confrontarci in maniera più serrata sulle priorità delle tematiche su cui lavorare ed un minimo di percorso prestabilito da seguire.
Non che manchino iniziative territoriali encomiabili ed anche significative, ma esse si danno su tematiche specifiche, spesso legate ai territori e con le sensibilità che gli attivisti locali sentono più proprie.
Noi crediamo che le difficoltà ad estendere le stesse iniziative centrali oltre un ambito di attivisti che si mobiliterebbero “a prescindere”, dipendono anche dalla mancanza di un lavoro coordinato sui territori che sappia far arrivare le tematiche che di volta in volta decidiamo di mettere al centro delle nostre campagne anche ai settori sociali ancora non schierati, se non appunto come generica opinione pubblica.
Non intendiamo fare il panegirico del radicamento territoriale, usato in diverse occasioni quale alibi proprio per non schierarsi rispetto alle scadenze centrali, ma sottolineare come spesso la preparazione delle stesse mobilitazioni nazionali si riduca a qualche assemblea a ridosso della scadenza dove partecipano una parte di quelli che poi andranno alla manifestazione e/o nella migliore delle ipotesi qualche manifesto oppure alle pur importanti manchette.
Ciò non dipende dalla cattiva volontà di nessuno di noi, ma sarebbe utile riconoscere che tale modalità rappresenta un limite reale alla possibilità di fare delle campagne di denuncia incisive e alla possibilità di sollecitare il protagonismo di quei settori che pure mantengono un atteggiamento di rifiuto delle missioni all’estero e ai vari aspetti del militarismo e provare a ragionare su quali passaggi possiamo collettivamente fare per contribuire a superarlo.
Si tratta proprio di dare continuità e stabilità alle campagne che intendiamo sostenere con un minimo di lavoro coordinato con iniziative che a vario livello (mostre, assemblee, proiezione di filmati, volantinaggi di massa, presidii di propaganda ecc ecc.) riescano a parlare al di fuori del nostro ambito.
Sappiamo che tale passaggio presenta notevoli difficoltà, al di là delle buone dichiarazioni di intento che ognuno di noi è disposto a fare, ma ci pare un tentativo da provare a fare se non vogliamo fidare solo sugli eventi più o meno clamorosi e sulla emotività occasionale che, abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, può produrre risultati di prima grandezza in termini di mobilitazione ma anche passività a stretto giro.
D’altro canto proprio un lavoro di questo tipo consente anche di creare le condizioni per respingere meglio le eventuali campagne mediatiche quando ad essere colpiti sono i “nostri”, senza dover subire ricatti ed autocensure immotivati.
Ci sono centomila ragioni che militano a favore della scelta che stiamo proponendo e non è il caso di elencarle tutte qui. Sottoponiamo questa esigenza all’attenzione di tutti per verificare se è sentita anche dagli altri e se si ritiene utile mettere in agenda della nostra discussione tale questione.

Vi è inoltre l’esigenza di rilanciare la discussione tra di noi, ma anche tra tutte le realtà di movimento impegnate sul tema dell’opposizione alla guerra, per definire meglio il quadro della nostra attività nell’ambito di una lotta al militarismo nel suo complesso. In particolare va concentrata la riflessione sugli specifici interessi italiani all’interno della condivisa strategia di guerra infinita e della competizione globale che prevede collaborazione ma anche concorrenza con le altre potenze occidentali per ritagliarsi propri spazi privilegiati.
I continui riferimenti ad una presunta subalternità italiana alla strategia statunitense, la perorazione di una politica “multilaterale” che tanto affascina i settori ex pacifisti assoluti sono tematiche che penetrano anche nei settori più radicali del pacifismo creando le premesse di immobilismo ed inazione, quando non di vera e propria subalternità verso la politica perseguita da questo governo in particolare.
Come spiegare altrimenti i tanti mal di pancia sul tema cruciale della presenza militare in Libano, dove l’Italia svolge un ruolo da protagonista in proprio tutt’altro che pacificatore? Come spiegare che la lotta alle basi militari sia orbata nella sua opposizione alle sole basi americane? Forse che dalle basi italiane non partono quelle stesse missioni portatrici di morte, distruzione e rapina? Forse la presenza di basi italiane non determina sui territori quella stessa militarizzazione e riduzione di spazi di agibilità come quelle americane? E come mai la stessa lotta al riarmo si attizza solo quando si producono armi in collaborazione con l’esercito americano? Forse che quando si producono sistemi d’armamento di tipo chiaramente offensivo e distruttivi alla massima potenza questi cambiano natura se portano il solo marchio doc del made in Italy?
Ed in ultimo ma non per importanza: non si può sottovalutare le campagne mediatiche, che pure trovano spazio nelle file del movimento, rispetto alle resistenze in atto contro le occupazioni militare delle truppe occidentali. Ancora oggi si continua a porre la falsa alternativa tra identificazione tout court con dette resistenze ed il non potersi schierare viste le ideologie ed i programmi politici di cui si fanno portatrici alcuni settori di tali resistenze. Si fa finta di non capire che il vero punto dirimente è la frontale opposizione alla politica di aggressione militare, politica ed economica portata avanti dai propri governati e dalla propria classe dominante senza se e senza ma.
Si fa finta di non capire che se è in atto una aggressione ed una occupazione da parte delle truppe del proprio paese, non c’è da perorare “un altro tipo di missione” ma la sconfitta delle truppe di invasione.
Noi pensiamo che tali questioni investiranno direttamente il movimento contro la guerra nel prossimo futuro in misura maggiore della fase attuale, visto appunto il crescente protagonismo della classe dirigente italiana. Si tratta allora di rafforzare le ragioni della nostra opposizione con la capacità di intendere e di contrastare passo passo i passaggi attraverso cui si consolida il crescente protagonismo imperialista italiano.
Avvertiamo l’esigenza di determinare occasioni di confronto pubblico in cui tali tematiche possano essere discusse per consolidare il movimento di opposizione al militarismo. Crediamo che tali occasioni le debbano promuovere le stesse realtà che hanno dato vita al 30 settembre ed al 17 marzo per la responsabilità che si sono assunte verso tutto il movimento.
Proponiamo perciò che siano messe in calendario delle scadenze di discussione seminariale aperte a tutti coloro che vi vogliono partecipare su alcuni degli aspetti specifici sopra richiamati o altri che scaturiranno dalla comune discussione, ma soprattutto pensiamo sia utile prevedere entro metà maggio una grande assemblea nazionale di discussione, come avevamo previsto dopo il 30 settembre e che non è stato possibile tenere a causa dell’incalzare degli avvenimenti, per un confronto tra tutte le sensibilità e realtà del movimento contro la guerra. Pensiamo che ciò possa solo rafforzare la nostra comune determinazione e rendere più incisiva la nostra azione.
Sperando che le nostre sollecitazioni trovino accoglienza, anche in presenza di diversa valutazione sui singoli passaggi esposti, vi lasciamo con un caloroso saluto

I compagni di red link

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