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L'Italia tripudia la guerra

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(5 Novembre 2010) Enzo Apicella

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    Che si fa dopo il 9 giugno?

    (6 Giugno 2007)

    anticipazione dell'editoriale del numero di Contropiano di giugno che sarà disponibile nei prossimi giorni in libreria, per gli abbonati e nelle manifestazioni

    E’ stato interessante ed importante il processo che ha portato alla convocazione della manifestazione del 9 giugno contro la visita di Bush e la politica militarista del governo Prodi.
    In questi mesi, come abbiamo spesso scritto su Contropiano, i fatti si sono incaricati di spingere le soggettività politiche e sociali verso l’autonomia dal recinto che la sinistra di governo avrebbe voluto imporre a sostegno delle proprie scelte (incluso quello ultimo di piazza del Popolo).
    Il detonatore di questo processo è stata indubbiamente la contraddizione più stridente ossia la continuità del coinvolgimento dell’Italia nel sistema della guerra permanente deciso dal governo dell’Unione. Le lacerazioni sul voto per la missione militare in Afghanistan seguito dall’incredibile silenzio sull’invio dei Mangusta e di nuovi soldati al fronte, la questione della nuova base USA a Vicenza, l’incremento delle spese della Difesa nella Legge Finanziaria, il mantenimento della cooperazione militare e della subalternità al governo israeliano e poi l’adesione segreta allo Scudo missilistico USA in Europa, hanno fatto chiarezza di tutti i tentativi di tenere i piedi in troppe scarpe e di mantenere aperto un credito inesigibile verso le scelte dei partiti della sinistra di governo.
    Ma a rendere più chiaro lo scenario, hanno contribuito significativamente le conseguenze politiche e sociali delle scelte strategiche del governo Prodi sul piano economico, dulcis in fundo, la vicenda del contratto sul pubblico impiego che intende ipotecare le relazioni sindacali in un meccanismo peggiorativo degli stessi accordi del luglio ’93.
    I fischi e poi gli scioperi degli operai di Mirafiori sulle pensioni, gli scioperi e i cortei messi in campo dalla CUB, l’esplosione di vertenze sociali e territoriali dal Nord al Sud del paese contro il business delle grandi opere e le devastazioni ambientali, hanno evidenziato la divaricazione tra scelte del governo e società reale fino a disvelare che questa maionese impazzita (vedi Contropiano di aprile) ha coinvolto profondamente anche i partiti della sinistra di governo. I risultati delle elezioni amministrative stanno lì a dimostrarlo.
    Le contraddizioni di questo scenario si sono poi arricchite con i processi costitutivi delle due opzioni politiche che dovrebbero blindare e semplificare la scena. Da un lato la nascita del Partito Democratico come incubatoio e rappresentanza di una nuova classe dirigente fatta a immagine e somiglianza degli interessi di governabilità di Montezemolo e dei poteri forti, dall’altra il Cantiere della Sinistra che dovrebbe unire – come ultima spiaggia – le formazioni della sinistra di governo a rischio di centrifuga dentro questa crisi, ma sulla base di un collante tutto politicista e imposto dalle restrizioni in senso maggioritario della nuova legge elettorale in discussione.
    In questi mesi, le onde d’urto di tale scenario hanno messo in moto e in allarme le soggettività politiche e i movimenti che non intendono “morire socialdemocratici” né arrivare ad una nuova fase di scontro con il blocco delle destre completamente privi di ogni opzione alternativa alla logica del meno peggio.
    In tal senso, abbiamo portato un contributo leale ai dibattiti del Global Meeting di Marghera e all’assemblea nazionale promossa da Sinistra Critica, riaffermando le cose su cui da tempo – inclusa la nostra recente assemblea nazionale di marzo – stiamo cercando di rimettere in campo ipotesi di lavoro che abbiano una possibilità di incidere concretamente nei processi in corso.

    1) La questione della rappresentanza politica degli interessi di un blocco sociale antagonista individuato concretamente e non astrattamente. Molti compagni ritengono questo fattore riconducibile immediatamente ad una dimensione elettorale. Abbiamo verificato come questa strada sia per un verso fuorviante per l’altro impraticabile dentro le strettoie del sistema politico/istituzionale nel nostro paese. Non possiamo riprodurre continuamente gli stessi schemi di ragionamento e di iniziativa che hanno portato all’attuale crisi delle opzioni di classe. C’è da discutere e da discutere seriamente e in profondità cosa significhi oggi – per la sinistra e per i comunisti – dare rappresentanza politica agli interessi di classe in un paese a capitalismo avanzato e integrato a livello europeo come l’Italia
    2) La questione dell’indipendenza politica e organizzativa come fattore dirimente di cultura, progetto e di azione concreta. Non è un dettaglio perché tra qualche mese, potremmo ritrovarci nuovamente la sinistra di governo messa alla porta dall’esecutivo e decisa a recuperare e riempire tutto lo spazio politico perduto in questi mesi, tentando di re-immergere tutti i conflitti nella maionese e neutralizzando ogni ipotesi politica nella sinistra dissonante rispetto all’orizzonte socialdemocratico. Viene da sé che o una ipotesi alternativa si fonda sull’indipendenza politica e organizzativa, si dota di suoi strumenti, lavora ad un proprio radicamento sociale, oppure sarà risucchiata nuovamente dentro la devastante melma politicista che ha contribuito alle difficoltà di questi anni nei movimenti sociali e per di più su un ipotesi strategica ancora più moderata di quella precedente.
    3) La priorità delle questioni sociali, sindacali e antimilitariste – o se volete antimperialiste - come garanzia di credibilità di una ipotesi politica alternativa per la sinistra di classe e i movimenti. Anche questo non è un dettaglio. E’ infatti l’autonomia, la capacità e l’internità nei conflitti e nei movimenti sociali piuttosto che un tavolo di soggettività politiche, che può dare e far crescere la credibilità di una ipotesi alternativa. Il ruolo del sindacato, ed in particolare del sindacalismo di base, è un fattore decisivo e non secondario in questa ipotesi.

    In questi mesi abbiamo ripetuto spesso negli incontri che hanno preparato le manifestazioni – ed in particolare quello del 9 giugno – che dovevamo decidere se quello messo in campo era un “contratto a termine” (che scade la sera stessa di una manifestazione magari riuscita) oppure se era un “contratto a progetto” capace di sedimentare qualcosa anche dopo. Noi preferiamo la seconda ipotesi e intendiamo lavorare affinché la riuscita della manifestazione del 9 giugno serva soprattutto a creare le condizioni per una nuova fase di confronto e azione politica comuni nei rapporti a sinistra e nei movimenti. Vogliamo augurarci di non esseri i soli a voler firmare un contratto a progetto che potrebbe aprire opzioni politiche importanti per il conflitto di classe nel nostro paese e a livello europeo

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