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Riattualizzazione marxista e identità politica

(19 Giugno 2007)

Nel fine settimana appena trascorso si sono registrati due importanti avvenimenti riguardanti la sinistra: in Germania si è formata la “Linke”, frutto della fusione tra i socialdemocratici di sinistra di Lafontaine e la PDS dell'Est di Gysy ed in Italia si è avviato il processo di formazione della cosiddetta “Sinistra Europea”.

Non interessa, in questa occasione, entrare specificatamente nel merito delle proposizioni politiche emerse nelle due diverse sedi: mi sia consentita, sotto questo aspetto, soltanto una semplice annotazione.

Difficilmente, infatti, alla prova di un confronto serio “Linke” tedesca e “Sinistra Europea” italiana potranno reggere una unità sul piano dell'iniziativa politica a livello europeo, come si vorrebbe far credere: la “Sinistra Europea” italiana, infatti, proprio al contrario della “Linke” tedesca nasce come superamento in negativo di una identità politica legata alla storia del movimento operaio, alla sua teoria, alla sua prospettiva ideologica che, invece, in Germania – pur in un quadro revisionista “storico” - si tende tenacemente a mantenere.

Il convegno della “Sinistra Europea” italiana si chiude, infatti, all'insegna di un triplice slogan: pacifismo, antiliberismo, laicismo.

Una genericità impressionante, frutto della caduta ideale e politica che contraddistingue ormai da diverso tempo la sinistra italiana, rinchiusa nel recinto della governabilità (rifiutata con coraggio, invece, proprio dalla Linke tedesca nella sua versione elettorale 2005).

Questo stringatissimo ragionamento deve essere proposto, a mio giudizio, a tutti quelle compagne e compagni che, nel nostro Paese, non si ritrovano in questo disegno ed intendono, invece, proseguire, nello sviluppo di una attività politica antagonista, ma non genericamente “fuori dal coro”, riproponendo solide basi teoriche ed ideali, per dar vita ad una struttura politica di “sinistra d'opposizione” la cui esistenza appare (alla luce anche di fatti politici molto importanti, accaduti anche nel periodo più recente) del tutto necessaria.

Mi rivolgo, allora, a tutte queste compagne e a tutti questi compagni, al di là delle loro divisioni del momento: a coloro che intendono mantenere orgogliosamente un certo tipo di identità comunista sulle bandiere del loro partito, a quanti pensano ad una “unità dei comunisti”, magari in termini ancora generici.

La riflessione che intendo proporre, in questa occasione, si misura esclusivamente sul piano teorico, non intendendo proporre alcun programma d'azione: serve, infatti, almeno a mio avviso, un ragionamento sulla riattualizzazione del marxismo, partendo da una analisi dei “punti alti” raggiunti dal marxismo occidentale, nel corso della sua storia.

Procederò per punti, proprio per risultare chiaro a rischio di scontare una certa schematicità.

La nostra ricerca deve porsi un traguardo: quello di ritrovare l'autonomia e l'integrità del pensiero marxista, ricercando una visione del mondo alternativa a quella delle classi dominanti;
Sul piano della teoria economica, va rilanciato il concetto di “economia critica”, approfondendo l'idea che il lavoro non può essere annegato in quello più generico di industria e di attività, da cui deriva l'esaltazione unilaterale dell'impresa. A differenza dell'economia classica, che muove dal concetto più concreto e immediato di profitto individuale o d'azienda, l'economia critica muove dal lavoro di tutti i lavoratori, per giungere a fissare la loro funzione nella produzione economica e giungere a fissare il concetto astratto e scientifico di valore e plusvalore e la funzione di tutti i capitalisti come insieme. Il valore non è l'utilità perché il valore d'uso è potenzialmente riducibile al valore di scambio, nel senso che una economia di scambio modifica anche le abitudini fisiologiche e la scala psicologica dei gusti e dei gradi finali d'utilità, che appaiono così come “sovrastrutture” e non dati economici primari. L'economia critica deve sostituire le astrazioni generiche e indeterminate dell'economia pura, quali l'homo oeconomicus e il mercato in concorrenza perfetta che presumono, surrettiziamente, la libertà del lavoro con astrazioni storiche, quali i rapporti sociali di produzione ed il mercato determinato. Il metodo dell'economia critica non può essere puramente deduttivo, come quello dell'economia pura, ma deve rappresentare un giusto contemperamento tra il metodo deduttivo ed il metodo induttivo; le ipotesi astratte non possono essere costruite sulla base di un uomo in generale, ma debbono poggiare su una “descrizione storica”, quale “premessa reale”.

Sul piano della teoria politica va ripresa la riflessione sullo Stato (senza le eccessive facilonerie sullo “scioglimento” e l'enfatizzazione eccessiva sui processi di globalizzazione), sugli intellettuali, sulle articolazioni intermedie della società e sugli apparati preposti alla formazione, all'organizzazione e alla diffusione del consenso.

Gli intellettuali che avendo un rapporto mediato con il mondo della produzione svolgono funzioni sociali organizzative e connettive, sono i “commessi” del gruppo dominante per l'esercizio delle funzioni subalterne dell'egemonia sociale e del governo politico. Alle classi subalterne, soggetto direttamente rappresentativo della complessità delle contraddizioni del mondo moderno, tocca ritornare allo “spirito di scissione”: cioè al progressivo acquisto della coscienza (ormai perduta) della propria personalità storica. Ciò richiede un complesso lavoro ideologico, incentrato sul partito e sugli intellettuali stessi;
Il Partito Politico deve tornare ad essere, per dirla con Gramsci, la “prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali”. Il Partito deve rappresentare il banditore e l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, atta a suscitare una volontà collettiva, dove la necessità è già diventata libertà;
Il ceto intellettuale deve fornire omogeneità e consapevolezza ai settori sociali cui è necessario sia legato organicamente. Gli intellettuali debbono lavorare per combattere la separazione tra economia e storia, perché ciò riduce (come abbiamo sotto gli occhi) la politica ad un gioco di illusionismi, senza comprendere che l'analisi dei rapporti di forza sociali rappresenta soltanto il primo momento della genesi della volontà politica.

La politica non può essere ridotta a mera volizione dell'individuale, calcolo utilitaristico del rapporto mezzi – fini, razionalità strumentale; non è mito dotato di valenza morale e psicologica, ma privo di portata conoscitiva; non è volontà di potenza, funzione direttiva di capi carismatici; non è ambito del contratto e neppure sfera etica ideale ed eterna separata dai conflitti di struttura. La politica è, piuttosto, attività critico – pratica, cioè elaborazione di una concezione del mondo con una morale conforme, capace di cementare un blocco storico e suscitare una volontà collettiva, atta a promuovere un nuovo ordine economico, politico, morale e culturale;
La Storia non è retta dalla logica a priori dello spirito, non è concepibile come opera di singole individualità o come storia di puri concetti valevoli per gruppi ristretti, ma è scandita dalla formazione di soggetti collettivi. Gli intellettuali non sono concepibili come “categoria sociale cristallizzata” che garantisce la “continuazione ininterrotta della storia”, ma sono parte in gioco nella lotta tra gruppi sociali. Accanto all'accezione tradizionalmente negativa dell'ideologia, oggi trasmessa pressoché unanimemente da tutte le agenzie formative, culturali, informative, va sviluppato un significato positivo dell'ideologia, quale elaborazione di una concezione del mondo originale delle classi dominate che segni il passaggio dal non – essere all'essere, sul piano del vivere storico- sociale, cioè il passaggio da un pensiero disgregato, occasionale, contraddittorio e subalterno alle idee della classe dominante, ad un pensiero coerente, capace di unificare la società e produrre iniziativa storica;
Le classi subalterne possono giungere ad una comprensione di se stesse soltanto attraverso la lotta di egemonie politiche. Il luogo dell'elaborazione di una concezione del mondo critica e consapevole è il Partito, come crogiolo dell'unificazione di teoria e pratica intesa come processo storico reale; la sua dinamica è legata allo sviluppo di una complessa e difficile dialettica sociale tra intellettuali e massa, capace di provocare una autocoscienza critica, tale da assumere il significato storico e politico della creazione di una elite.

Obiettivo del Partito è dunque la costruzione di un blocco storico (con questo traduciamo il concetto di elite, intesa non certo come soggetto separato). Il concetto di blocco storico, cioè la costruzione di una volontà collettiva egemonica sulla base di determinati rapporti di produzione, esprime l'unità del processo reale; nel blocco storico le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma, anche se la distinzione può essere considerata didascalica, perché le forze materiali non sarebbe concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero (come scrive Gramsci) “sghiribizzi” individuali senza le forze materiali. Il concetto di blocco storico, unità tra la natura e lo spirito (struttura e sovrastruttura) è la soluzione, non speculativa, del rapporto di implicazione tra economia, politica, storia, cioè tra il momento economico – corporativo e il momento egemonico della volontà politica, che assume il significato del passaggio dall'oggettivo al soggettivo, dalla necessità alla libertà.

Insomma: Economia Critica, Blocco Storico, Concetto di Egemonia. Questi gli strumenti teorici da contrapporre alle genericità della cosiddetta “Sinistra Europea”, nella prospettiva di una ripresa di presenza politica indispensabile per le lotte sociali, la battaglia politica, la prospettiva per il futuro.

Savona, li 18 Giugno 2007

Franco Astengo

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