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Apposti i sigilli alla Marlane di Praia a mare

(19 Giugno 2007)

Dopo un ventennio è giunta a termine a Praia a Mare la politica affaristico-industriale della multinazionale del tessile Marzotto S.p.A., mettendo fine in questo paese del sud alla colonizzazione del lavoro ad opera d’imprenditori attratti fondamentalmente dalla disponibilità di risorse pubbliche elargite in nome d’un improbabile sviluppo.

La “Caporetto” per il gruppo vicentino è stata lo SLAI Cobas, da dieci anni in lotta contro gli arroccamenti in unitarietà d’intenti tra proprietà, istituzioni locali e sindacati confederali. Ma tutto ciò non è bastato se la Marlane – questo il nome della fabbrica praiese – ha pagato comunque il prezzo della delocalizzazione al pari di altre aziende già appartenute al gruppo Lanerossi.

Della Marlane e delle sue implicazioni si è detto molto. Già interessata da innumerevoli interrogazioni parlamentari per le sue estemporaneità, dalle assunzioni nonostante fosse interessata reiteratamente dalla cassa integrazione alla mancata assunzione di personale diversamente abile, al nepotismo senza freno, al trascurato rientro dei lavoratori espulsi nelle ripetute ristrutturazioni, ai finanziamenti illeciti e tra questi anche quelli ottenuti dal locale patto territoriale.

E poi le morti bianche nel tessile, sollevate per primi in Italia proprio dallo Slai Cobas, perché in tema di decessi per neoplasie tumorali questa fabbrica vanta un triste primato forse paragonabile soltanto a località molto più “blasonate”. Ma la costanza paga perché, dopo le iniziali disattenzioni della magistratura, ora la questione viene vista sotto un’ottica diversa e le denunce dello Slai hanno avuto un seguito come dimostrano i cinque avvisi di garanzia a dirigenti e tecnici con l’imputazione per truffa ed omicidio colposo e i saggi di scavo nell’area di pertinenza col rinvenimento di sostanze chimiche occultate che spaziano: dal cromo esavalente al piombo, al mercurio, all’anilina, alle ammine aromatiche, e quant’altro.

Sventati al momento anche i propositi di alcuni pseudo-industriali, pronti a ghermire ciò che resta della fabbrica e dell’areale di pertinenza normato allo scopo di finalizzarlo allo sfruttamento turistico balneare.

Ma non sono mancati i tentativi di manipolare le prove ed è forse proprio questo il motivo della recente apposizione dei sigilli all’area ed al capannone da parte della Procura della Repubblica di Paola.

Ora si attende la fissazione della prima udienza presso il tribunale paolano, e con essa la formalizzazione della Parte Civile da parte del sindacato che sottolinea sarà presente in ogni fase del procedimento.

Slai Cobas Marlane

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