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L'ombra nera

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(Lavoratori di troppo)

Orbit esce dall’orbita

Nella crisi del maggiore network arabo del mondo solo una certezza: a pagarne le conseguenze sono i lavoratori in Italia

(29 Giugno 2007)

La società Orbit Communication Company S.p.a. Italia, viene registrata legalmente nel territorio italiano, nel 1993 con sede a Roma. Nella zona zona di Tor Sapienza, quartiere della periferia orientale romana, sorge un palazzo di tre piani riempito di apparecchiature di trasmissione, postproduzione e uffici vari. Un centro di produzione che presto prenderà il nome di Sapienza Network Center. Il 25 maggio 1994 va in onda il primo network radiotelevisivo satellitare interamente digitale. Primo al mondo nel suo genere. All’epoca la Orbit conta su 700 dipendenti di varie nazionalità, tra arabi, italiani e inglesi. Lo staff comprende giornalisti, registi e tecnici altamente specializzati. Un raro esempio di integrazione multiculturale, che porterà la Orbit ad essere la prima rete europea che trasmette completamente in digitale, con 40 canali televisivi e 23 radiofonici.

Nel 1995 vince l’Amy World come miglior network satellitare a livello mondiale.
La Orbit è capitanata dal principe saudita Fahd Bin Khalid Bin Abdullah Bin Abdulrahman Al Saud, appartenente alla famiglia reale, la quale si attesta alla tredicesima posizione mondiale per il suo patrimonio economico, stando alle classifiche riportate da Forbes. La società appartiene al gruppo Mawarid, , alla quale sono collegati altri gruppi societari che orbitano nei diversi campi affaristici. Fra questi, l’American Express di proprietà della Mawarid al 50%.. Un gruppo, che dalla sua fondazione nel 1968 è riuscito a creare una rete vastissima di attività, dalle industrie manufatturiere, alle cosmetiche, al campo edile e informatico.

Un colosso economico che vanta 35.000 dipendenti ed è ritenuta, oggi, la più grande multinazionale economica del regno dell’Arabia Saudita.

Ma per la società Orbit le cose vanno diversamente. Due anni fa inizia una lenta agonia per i dipendenti della società di comunicazione, scesi ormai a 170 persone. La Orbit dichiara che il costo del personale in Italia è troppo alto e prospetta come unica possibilità quella della delocalizzazione forzata, verso il Bahrain, l'Egitto e Beirut. A febbraio termina di versare le retribuzioni ai propri dipendenti. Episodio, a quanto sembra, unicamente mirato a far conoscere la disastrosa situazione economica della società, ma della quale nessuno ne conosce la portata.

Solo pochi giorni fa la Orbit paga delle somme arretrate ai lavoratori: la rimanenza della retribuzione di febbraio, il mese di aprile e un anticipo sulla paga di marzo. Coloro, invece, che hanno deciso di licenziarsi dalla società a novembre 2006 sono, ancora oggi, in attesa della liquidazione.
I dipendenti della Orbit, iniziano una protesta pacifica con l’intenzione di avere risposte concrete sulle intenzioni della Orbit e chiedere il rispetto della loro dignità di lavoratori. Ma i pochi vertici aziendali rimasti in Italia tacciono ancora.

A giugno si sono svolte a Roma alcune manifestazioni, davanti alla sede della stampa estera, alla sede della Saudi airlines e il 12 giugno di fronte all’Ambasciata Araba a Roma.
In questo frangente è stato chiesto all’Ambasciatore arabo di entrare nel merito della questione, ma a fronte dell’assetto societario non governativo della Orbit, il rappresentante diplomatico non può dar seguito a tali richieste. A questo punto i lavoratori chiedono all’Ambasciatore di adoperarsi per far pervenire una missiva direttamente al Principe saudita. Una lettera, che riporta l’attuale situazione e le conseguenze drammatiche che hanno colpito i lavoratori, certi che quest’ultimo sia all’oscuro degli accadimenti italiani.

Anche le istituzioni italiane sono state coinvolte dalle rappresentanze sindacali. La Regione Lazio aprirà a breve un tavolo tecnico con la Orbit, tentando successivamente di allargare il confronto con la Cgil, l’unico sindacato rappresentativo tra i dipendenti.
La Orbit, dalla sua nascita, ha spesso venduto i propri servizi tecnici ad una società del gruppo stesso, la Orbit Limited. Una scelta dettata dalla convenienza di contenimento dei costi e dalla ottimizzazione dei servizi.

Successivamente la Orbit Communication va alla ricerca di altre commesse, da società esterne, a cui vendere i propri programmi televisivi. Ma, nessun accordo di partnership darà un esito positivo. Un episodio che allarma i sindacati tanto da avvallare l’ipotesi della cassa integrazione. “La sensazione, infatti - dichiara Claudia Trecca, delegata Rsa della Cgil - è quella che la Orbit non abbia mai avuto l’intenzione di dare una prosieguo fattivo alla propria attività. Una conseguenza, che di fatto, si ripercuote negativamente sui dipendenti. Il non capire perfettamente le reali intenzioni dell’azienda, attraverso una trasparente pianificazione dell’impiego delle risorse, ne mettono a rischio anche la credibilità. Abbiamo più volte richiesto all’Azienda un piano industriale, per comprenderne le intenzioni, ma ci è stato negato. Tuttavia l’Orbit, dichiara di voler rimanere nella capitale italiana, ma, con quali prospettive e progetti resta un punto del tutto oscuro.”

Resta il fatto che i dipendenti, dopo anni, si ritrovano con un pugno di mosche in mano, senza essere a conoscenza delle reali intenzioni della Orbit, che si trincera dietro un totale silenzio. Lavoratori, che a fronte delle loro specifiche professionali, hanno contribuito alla crescita di una società di comunicazione importantissima, non solo per il mondo arabo. Per metà di loro si sono aperte le porte della cassa integrazione e per i rimanenti, pagati con ritardi sempre più frequenti, l’unica mansione rimasta è quella di spedire le 150.000 cassette di materiale audiovisivo in altre sedi estere. Se da un lato l’azienda da l’avvio al trasferimento della totalità dell’archivio multimediale, dall’altro mantiene tutta la strumentazione operativa nella sede romana. Un fatto alquanto anomalo, per un azenda di tali proporzioni che ora trasmette esclusivamente su sette canali.

Nella cultura araba vige una parabola islamica: “Il tuo dipendente dev’essere pagato prima ancora di asciugare il proprio sudore dalla fronte.
Ma per i dipendenti della Orbit, questa massima resta solo una mera chimera. Almeno per ora.

Left, 29 giugno 2007

Alessandro Ambrosin

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