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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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(21 Giugno 2007)

Contro la “Cosa Rossa” che archivia la nostra storia e identità. Per l’unità di classe

Angelo Scutellà, calabrese, 43 anni , è in lotta : da venti giorni, con altri 95 lavoratori e lavoratrici, occupa la sala consiliare del comune di Vibo Valentia. E’ un precario, senza salario da più di un anno e, con i suo i compagni, si batte per riconquistare un posto di lavoro che, se verrà , sarà di 400 euro al mese . Il Ministro del Lavoro è a conoscenza di tutto: ma gli è difficile trovare una soluzione e la sfiducia di Scutellà e degli altri 95 verso il governo Prodi avanza.

Vicenza: i giovani del movimento “ NO Dal Molin” , giorni fa, quando l’ambasciatore Usa in Italia, Ronald Spoglio, dichiara alla stampa che il governo italiano ha già dato l’avallo scritto per il raddoppio della base, sfondano le reti di protezione dell’aeroporto, manifestando poi tutta la loro sacrosanta rabbia contro Prodi e chiedendo al Prc di non essere più complice di un governo così filoatlantista e subordinato agli ordini di Bush.

Angelo Scutellà e i giovani di Vicenza rappresentano ormai un intero popolo deluso dal governo Prodi, un popolo che ci sta volgendo le spalle e può decretare lo svuotamento della sinistra italiana e la crisi di Rifondazione Comunista.

Un bilancio sul contingente è già possibile farlo: il centro sinistra è in rotta e il Prc ha dimezzato il proprio consenso elettorale. Piazza del Popolo è stata senza popolo e quel vuoto inquietante è stato presidiato dalle forze di sinistra e dai dirigenti del Prc, che sino a pochi anni fa , prima della svolta governista del Congresso di Venezia, erano gli alfieri del rapporto con il movimento. Lo stesso vuoto di Piazza del Popolo si allarga nei Circoli di Rifondazione: un Partito in crisi di identità, con una base senza più voglia di militanza, senza passione, senza progetto.

Ma è ormai tempo di un bilancio più strutturale, legato ad un’analisi seria della fase. Una fase definibile, più che con la categoria un po’ confusa della mondializzazione, con quella, più scientifica, della competizione globale. I poli imperialisti, le forze capitalistiche mondiali vivono una fase di durissimo scontro economico per la conquista dei mercati, e l’abbattimento del costo delle merci è un risultato da ottenere solo abbattendo salari, diritti e stato sociale. Contraddizioni interimperialistiche, dunque, cui seguono, scientemente perseguite, politiche antioperaie ed antisociali, che non mettono all’ordine del giorno, in questa fase, un compromesso tra capitale e lavoro, vie neokeynesiane e socialdemocratiche. Persino una politica riformista, oggi, non è un frutto spontaneo da cogliere dall’albero sociale. Casomai, sarebbe da conquistare attraverso politiche in netta controtendenza, da lanciare con coraggio. Non è questo, non è stato questo, non sarà questo il governo Prodi, le cui politiche sociali sono state segnate dai dettami di Maastricht e dagli interessi della Confindustria e la cui politica internazionale non è riuscita a liberarsi dal dominio degli Usa e della Nato.

In termini politicistici la linea del governo Prodi è sintetizzabile nell’assunto dalemiano, per cui si vince spostandosi al centro, su posizioni moderate e di liberismo temperato. Rispetto alla fase data, che impone politiche antisociali e non propone, spontaneamente, la redistribuzione del reddito, l’assunto dalemiano- oggi di tutto il Partito Democratico - è l’accettazione del dominio del capitale sul lavoro.

Come ha interagito, sinora, il Prc, di fronte a tutto ciò? Accettando l’orizzonte politico moderato del governo Prodi come ineluttabile; rinunciando alle lotte sociali e di movimento ( ma non era questo l’assunto bertinottiano a Venezia : entriamo al governo, poi ci penseremo noi e i movimenti ?) come unica possibilità per spostare a sinistra l’asse governativo e, nel contempo, costruire l’unità della sinistra d’alternativa sul campo; proponendo di uscire dalla propria crisi attraverso l’abbandono dell’originario progetto di rifondazione comunista per un nuovo progetto di stampo essenzialmente socialdemocratico.

E’ paradossale che il Prc, nato nella fase più difficile della storia del movimento comunista, anticapitalista e rivoluzionario ( quella dell’89) possa morire nella fase di ripresa delle grandi lotte antimperialiste e di nuovi tentativi di transizione al socialismo, come nel Venezuela di Chavez e in altri paesi latinoamericani. Ed è paradossale che possa essere sepolto nella fase in cui il capitalismo della competizione globale sviluppa, anche - e per molti versi soprattutto – in Europa, il più determinato ciclo di lotta di classe contro il movimento operaio complessivo. E’ proprio questo, invece, il tempo dei comunisti, della loro risposta di classe, della riproposizione del loro progetto strategico di superamento del capitalismo.

Bertinotti, al convegno sulla Sinistra europea, proponendo il superamento del Prc nella nuova “Cosa Rossa”, ha affermato con forza “ Fatela! Se no si rischia di sparire!”. Non ha specificato come farla, con quali obiettivi strategici farla e il perché si rischia di sparire.

Tuttavia, appare chiaro che la “ Cosa Rossa” la si voglia costruire all’interno della dinamica governativa, con lo stesso governo per il quale soffrono i lavoratori di Vibo Valentia e i giovani di Vicenza; che la si voglia farla attraverso una nostra mutazione genetica, adeguando la cultura e la politica dei comunisti a quella dei socialdemocratici di Mussi. E se è così, si capisce perché Bertinotti non si impegni a dirci e dirsi perché si rischia - ora - di sparire: in verità si corre questo rischio perché i comunisti e la sinistra italiana vanno rompendo con la propria storia, con il proprio ruolo storico e sociale, con il proprio blocco sociale di riferimento. E il recupero non può passare attraverso operazioni politicistiche che puntano all’unità su piattaforme neosocialdemocratiche e volte ad un nuovo governismo, mentre la rinuncia al cambiamento spiana la strada al ritorno delle destre e l’opposizione e il conflitto sociale rischiano di passare nelle mani dell’estrema destra.

L’unità a sinistra è giusta e necessaria, ma se il prezzo da pagare è la scomparsa della componente più radicalmente anticapitalista, quella comunista, non siamo più all’unità, ma alla vittoria strategica della parte storicamente moderata del movimento operaio, quella socialdemocratica.

E’ questo che serve, oggi, al movimento operaio italiano, al movimento per la pace, al movimento dei movimenti? O serve, invece, un partito comunista culturalmente ed organizzativamente autonomo, segnato da una profonda innovazione politica e culturale volta alla messa in campo di una forza rivoluzionaria, legata a doppio filo al movimento operaio e ai movimenti e in grado, con una politica di classe ed insieme unitaria, di far convergere l’intera sinistra di alternativa su posizioni ed obiettivi avanzati e di trasformazione sociale ?

Pensiamoci: se non esistesse il Prc, la sua massa critica e il suo ruolo trainante, si potrebbe parlare di unità a sinistra? E’ la presenza stessa dei comunisti, è il loro peso

specifico la prima condizione per tale unità.

A sinistra molti cantieri nascono, ma nessuno sembra molto amato e popolato. Perché non riapriamo il nostro di cantiere, quello che tanto ci aveva appassionato ed unito, quello per il quale era rinata una speranza: un cantiere capace di unire tutti i comunisti, di riproporsi come punto di riferimento dei movimenti e spingere, senza pericolosi annullamenti delle identità riformiste e rivoluzionarie, l’intera sinistra su posizioni avanzate ? Perché, invece di una nuova bolognina, non riapriamo il cantiere della Rifondazione Comunista?

Fosco Giannini, Senatore Prc; Direttore de “L’Ernesto”

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